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Discussione: Agorismo

  1. #1
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    Wink Agorismo

    Apro questa discussione sulla branca più estremista dei giusnaturalismo libertario con una descrizione apparsa nel vecchio forum, a firma del rimpianto utente H.I.M., che potremmo considerare come il primo vero agorista consapevole italiano:

    ***

    Mi sento chiamato in causa, così provo a rispondere brevemente tentando di soddisfare anche una richiesta, rimasta inevasa, che Teo mi aveva inoltrato privatamente.
    Non sarò sicuramente esaustivo e semmai tornerò sull'argomento.

    Gli agoristi, la cui nascita si deve a Samuel Edward Konkin III, si definiscono left-libertarian (meglio: Movement of the Libertarian Left), ma non sono affatto socialisti. Il loro richiamo alla sinistra si rifà essenzialmente al significato storico del termine, cioè a coloro che, durante l'ancien regime, siedevano "alla sinistra" del sovrano (i liberali), in opposizione all'aristocrazia che stava invece alla sua destra.
    Konkin, conosciuto anche con il nome di SEK3, ha sempre sostenuto di essere un "rothbardiano radicale, più rothbardiano di Rothbard".
    L'agorismo, di fatto, è una corrente del free-market anarchism giusnaturalista, pertanto perfettamente inseribile nel filone che da Thoreau, passa per Spooner e Tucker, fino ad arrivare a Nock e Chodorov prima e a Karl Hess e Robert LeFevre dopo. SEK3 è stato anche in stretto contatto con Ludwig Von Mises -che giusnaturalista non era- durante gli ultimi anni della sua vita, cioè fino al 1973.
    Ufficialmente, il punto di maggior dissenso con Rothbard ha origine nella polemica sollevatasi nel mondo libertario a seguito della pubblicazione del famoso saggio "Nazioni per consenso". Personalmente, pur apprezzando l'impostazione agorsita per i motivi strategici di cui parlerò di seguito, non condivido tale critica, che tuttavia mi pare del tutto marginale. A ben vedere, invece, credo che Konkin non abbia mai perdonato a Rothbard, un tempo suo grande amico, l'impegno con il Libertarian Party e la sua sostanziale disponibilità a trattare con partiti e politici dalle vaghe idee libertarie; "Partyarchs", li definiva con disprezzo.
    Ad ogni modo queste sono note biografiche ininfluenti.
    Quel che a mio avviso c'è di interessante nell'agorismo è sostanzialmente il concetto di "counter-economics", la contro-economia. Concetto che anche Rothbard guardò con interesse, come conferma nell'introduzione a "The New Libertarian manifesto" di Konkin.
    La counter-economics sostanzialmente è la strategia che prevede lo spostamento di tutti gli scambi volontari fra soggetti consenzienti, dal mercato al mercato nero, in modo tale da superare qualsiasi ostacolo dovuto alle scarsità create artificialmente dallo stato e intesa come unico strumento in grado di sottrarre implicitamente tali scambi dalla morsa fiscale.
    A questo si aggiunga un netto e radicale rifiuto a partecipare a qualunque tipo di politica elettorale a cui va preferita la collaborazione, benché critica, con gli altri antistatalisti, anarco-comunisti e anarco-sindacalisti compresi.
    Altro leit-motiv agorista è rappresentato dall'incoraggiamento alla secessione individuale (opting-out), all'isolazionismo estremo ai limiti del pacifismo integrale (l'alleanza iniziata tra New-Left, Students for a Democratic Society e libertarians iniziata da Rothbard ai tempi della guerra del Vietnam continua tutt'oggi con gli agoristi, anche se l'SDS nel frattempo è divenuta filo-marxista).
    L'agorismo, nonostante sia a tutti gli effetti una teoria anarco-capitalista, rifiuta il termine capitalismo come comunemente inteso in quanto esso identifica l'attuale sistema corporativo in cui il "big-business" vive e prospera grazie al sostegno dello stato (come dargli torto?); in questo senso i suoi propugnatori si definiscono rivoluzionari, ovvero intenzionati a sovvertire lo status-quo economico-finanziario. Gli agoristi non sono nemmeno contrari per principio alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, purché essa sia ottenuta tramite regolari contratti stipulati volontariamente tra gli individui.
    Altra peculiarità agorista è l'opposizione decisa alla proprietà intellettuale, come Konkin stesso ha esposto in un famoso saggio dall'emblematico titolo "Copywrong".
    Culturalmente, i seguaci di Konkin non si definiscono "conservatori", ma non mi risulta che fra i loro principali esponenti (Roderick T. Long, Sheldon Richman, Stefan Molineux e Per Bylund) vi siano fautori di stili di vita dissoluti o "alternativi", quindi ritengo che i left-libertarians a cui si riferisce Hoppe non siano espressamente gli agoristi, bensì i libertini o nihilo-libertarians come ebbe a definirli Rothbard.
    Interessante a mio parere anche la particolare attenzione dedicata alla cultura pop, in particolare la sci-fi, come mezzo per diffondere awareness libertaria.
    Molti agoristi che gravitano attorno al Karl Hess Club (fondato da Konkin) si definiscono Freefen (libertari appassionati di science-fiction) e il loro obiettivo è quello di produrre e diffondere novels in cui le alleanze transplanetarie (à la Star Trek, per intenderci) e i capitani Picard sono dipinti come farabutti oppressori mentre quelli buoni sono i comandanti delle astronavi che combattono i supergoverni intergalattici.
    .
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  2. #2
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    Wink Riferimento: Agorismo

    Sempre spigolando da quella miniera inesauribile che era il nostro vecchio forum, alcuni brevi scritti dal blog di Brad Spangler, una delle voci più carismatiche dell'agorismo:

    1. Agorist Revolution in a Nutshell

    L'agorismo è un anarchismo di mercato rivoluzionario. In una società fondata sul mercato anarchico, diritto e sicurezza saranno forniti da istituzioni libere di mercato, e non da istituzioni politiche. Gli agoristi riconoscono dunque che, tali istituzioni, non potranno svilupparsi attraverso riforme politiche, ma, anzi, attraverso veri processi di mercato.
    Quanto il governo sarà più bandito, tanto forte sarà la repressione contro il governo da parte del mercato che fornirà maggiore sicurezza e diritti. Il mercato domanderà tanti servizi di sicurezza quanto sarà grande la sua emergenza. Lo sviluppo di tale domanda arriverà da quei settori dell'economia in continua crescita, ovvero quelli sempre meno sotto il controllo dello Stato (che di conseguenza non permetteranno più allo Stato di avere il monopolio del diritto e della sicurezza). Questo settore dell'economia è la Counter-economics, ovvero l'insieme dei mercati neri e grigi.

    ***

    2. Distribuzione della proprietà nel sistema agorista

    D: Hey, penso che noi due abbiamo molto in comune ma pensando all’anarco-capitalismo mi sorge una domanda, dato che da quanto ho visto è la tua linea di pensiero (almeno da quello che ho capito). In un sistema anarco-capitalista, come può essere protetta la proprietà, ovvero l’unità base del capitalismo? Per esempio, se in una fabbrica i lavoratori si ribellano e la sequestrano al proprietario, chi protegge il proprietario? Una forza di polizia privata? Inoltre, salari e valute continueranno ad esistere in una società anarco-capitalista? Magari ho inteso male io l’anarco-capitalismo.

    R: Nonostante io abbia già risposto in tale sede, mi è sembrato che la risposta necessitasse di un post decente sul blog con un po’ riprese da altre parti. Quindi, cominciamo…
    Io considero me stesso anti-capitalista ma orientato verso il libero mercato. Sono solito definirmi un “anarco-capitalista”, ma con ciò non mi schiero in favore di ciò che i socialisti libertari chiamano “capitalismo” nel senso di un sistema di oppressione. Se ciò suona incoerente, dobbiamo comparare alcune definizioni e iniziare un discorso più lungo.
    Riguardo la proprietà, come Proudhon, io distinguo tra proprietà nel senso di un ingiusto stato privilegiato e proprietà nel senso del verificarsi di un fenomeno etico sostenuto da un ampio consenso. La proprietà acquisita attraverso la produzione o il commercio sarebbe difendibile grosso modo come si potrebbe difendere il “possesso” in un sistema di proprietà usufrutto. Questa teoria della proprietà, riferita alla “proprietà privata”, attualmente fornisce le basi per una rivoluzionaria redistribuzione della proprietà, da una plutocrazia alleata con lo stato, ai lavoratori.
    Vedi qui: http://agorism.info/_media/ma1.pdf

    Con particolare attenzione ai conflitti dovuti alle rivendicazioni tra proprietari e lavoratori, lasciami dire che io mi immagino il processo di rivoluzione come l’allacciamento tra un sistema di leggi non statale e la sicurezza. La natura di questa legge tenderebbe in favore di una redistribuzione selettiva della proprietà dai plutocrati alleati dello stato ai lavoratori, perciò la redistribuzione diverrebbe una affermazione dei diritti di proprietà piuttosto che una loro negazione. D’altra parte, solo perché qualcuno è ricco non vorrebbe dire che è giusto togliergli i suoi beni. Piuttosto che giudicare la salute di una persona dalla quantità di beni in suo possesso, la sua proprietà sarebbe valutata metodologicamente (p. e. “Come l’hai acquisita?”) con i privilegi garantiti dallo stato valutati come mezzi criminali di acquisizione, vanificando così il titolo di proprietà garantito dallo stato.

    ***

    3. La mia concezione di agorismo

    Io considero me stesso anti-capitalista ma orientato verso il libero mercato. Sono solito definirmi un “anarco-capitalista”, ma con ciò non mi schiero in favore di ciò che i socialisti libertari chiamano “capitalismo” nel senso di un sistema di oppressione. Se ciò suona incoerente, dobbiamo comparare alcune definizioni e iniziare un discorso più lungo. Riguardo la proprietà, come Proudhon, io distinguo tra proprietà nel senso di un ingiusto stato privilegiato e proprietà nel senso del verificarsi di un fenomeno etico sostenuto da un ampio consenso. La proprietà acquisita attraverso la produzione o il commercio sarebbe difendibile grosso modo come si potrebbe difendere il “possesso” in un sistema di proprietà usufrutto. Questa teoria della proprietà, riferita alla “proprietà privata”, attualmente fornisce le basi per una rivoluzionaria redistribuzione della proprietà, da una plutocrazia alleata con lo stato, ai lavoratori.

    ***
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  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Agorismo

    Di seguito uno scritto di strategia politica del fondatore dell'agorismo, S.E. Konkin III (detto SEK3). L'ho tradotto personalmente e non lo dico tanto per farvi sapere che conosco l'inglese, quanto per esprimere come io lo trovi davvero importante:

    Il nostro nemico, il partito
    di Samuel E. Konkin III

    a cura di Wally Conger

    Nel 1935 uno dei pionieri del libertarismo, Albert J. Nock, scrisse la sua fondamentale analisi sulla natura del governo e della società: “Il nostro nemico, lo stato”. Durante gli anni bui del libertarismo, tra la caduta di Benjamin Tucker (nel 1908) e l’ascesa di Murray Rothbard (tra il 1965 e 1970) i principali pensatori libertari avevano messo in guardia gli amici libertà dalla partecipazione nel processo politico, dai cercatori di voti, e dagli assetati di potere. Nock, e il suo discepolo Frank Chodorov, H.L. Mencken, Isabel Patterson, Rose Wilder Lane, Leonard Read e Robert LeFevre assieme cercarono di istruire, illuminare e possibilmente far suonare il campanello d’allarme. Chodorov e LeFevre contribuirono entrambe ad organizzare attivisti libertari: il primo negli anni ‘50, attraverso la Intercollegiate Society of Individualists (ISI), il secondo negli anni ‘60 con la Libertarian Alliance. Tutti erano stati messi in guardia dall’appoggiare i politici, in qualsiasi caso.

    Ora, nel 1980, la piaga del libertarismo politico, un assurdo ossimoro basato sull’abolizione delle regole dello stato, ma anche sull’accettazione delle regole di un partito politico – partitocrazia – come capo. I nostri pensatori e saggisti di riferimento hanno finalmente ammesso che ogni attività partitocratica fino ad oggi è stata è stata una frode ed è fallita. Ma il concetto continua a sopravvivere. Questa “eresia” autodistruttiva probabilmente durerà fino a quando lo stato non sarà abolito dall’immaginario dell’uomo, ma può essere confinata nell’immediato futuro ad una minoranza insignificante e priva di influenza, grazie ad un attivismo vigoroso e ad una energica smentita. A questo scopo, per risparmiarci altri vent’anni bui per la libertà, ho scritto questo pamphlet.

    Il nostro nemico, lo stato

    Per quanti conseguono l’utopia senza speranza di un governo “limitato” (la miniarchia), c’è poco da dire. In breve, lo stato è il monopolio della coercizione, dell’inizio dell’uso della forza. Ogni atto di difesa è conseguente alla sua essenza. Per un libertario l’unica immoralità sociale è la coercizione (le immoralità personali sono problemi degli individui). Di conseguenza lo stato è la monopolizzazione istituzionale di ogni immoralità, male, altruismo, irrazionalità, e/o qualsiasi altro modo hai di chiamarlo nel tuo sistema di pensiero.

    A questo punto, ci si deve chiedere se si è maledetti ad obbedire a questo mostro fino a quando accetterà di limitarsi ed abolirsi da solo, e di rimanere complici dei suoi rapinatori e assassini, o se si possa rompere immediatamente con esso (tenendo ben presenti le ovvie minacce per alla vita che ciò comporta) e quindi proseguire una vita senza stato. L’“anarchia filosofica”, gradualista e conservatrice compie la prima scelta; il resto sceglie la via morale. Ma c’è ancora un’altra scelta di fronte a cui si trova un libertario: preferendo l’abolizionismo al gradualismo, si deve scegliere un meccanismo mediante il quale ottenere la società libera. Viene ad essere un mezzo politico o economico? Potere o mercato?

    Questione di coerenza

    Possono dei mezzi essere incoerenti con il fine che vogliono raggiungere? Può la violenza ottenere la pace, può la schiavitù ottenere la libertà, può la rapina proteggere dal furto? Gli statisti, che perseguono guerra, coscrizione e tassazione dicono di sì. Il libertario risponde di no. Allora perché un anarchico abolizionista persegue mezzi politici per abolire la politica? Il fine del libertario è una società volontaria dove il mercato rimpiazzi il governo, dove l’economia funzioni senza la politica. Lo scopo della politica è il mantenimento, l’estensione e il controllo del potere dello stato. Il mercato non si trova sulla strada del potere.

    La coerenza per un libertario non significa astrazione, non significa la non contraddizione di una filosofia, ma la coerenza della teoria con la realtà, dell’ideologia e della pratica, di quello che dovrebbe essere fatto e di quello che viene fatto. Conformarsi alle leggi e alle procedure è necessario per il percorso politico; la psicologia entra in sintonia con il parlamentarismo, la procedura e il compromesso, le coalizioni e i tradimenti, le strette di mano e le pugnalate alla schiena, l’ebbrezza per l’effimera l’approvazione degli altri piuttosto che per la propria realizzazione personale. E’ così che vive chi cerca il successo attraverso lo stato.

    Perseguendo direttamente l’anarchia di libero mercato attraverso la contro-economia, la psicologia entra in sintonia con il calcolo di domanda e offerta, l’assunzione di rischi, il commercio con persone che abbiano interessi analoghi – quindi intrinsecamente affidabili, e la soddisfazione per i risultati personali (i profitti) o l’autocorrezione degli errori che hanno portato alla perdita. E’ così che una persona può programmare con successo da sé come vivere nel mercato.

    La coerenza, o contro-economia, libertaria e agorista – non soffre di nessuna delle frustrazioni che derivano dalle contraddizioni della politica libertaria – partitocratica. Lo stato perde qualcosa per ogni transazione libera, commessa in violazione o in evasione delle sue leggi, dei suoi regolamenti, e delle sue tasse; mentre guadagna da ogni accettazione delle, e pagamento alle, sue istituzioni. E’ così che l’agorismo crea l’anarchia, e la partitocrazia preserva lo stato.

    Il nostro nemico, il partito

    Ogni partito “libertario” è immorale, incoerente, antistorico (si vedano le descrizioni revisioniste di partiti similari nel passato: i radicali filosofici, il Liberty Party, il Free Soilers, e molti altri), psicologicamente frustrante ed estremamente controproducente. Un LP può, ancor peggio degli altri, essere il salvatore dello stato.

    Si supponga, come nel caso del 1980, che la maggioranza dei voti di cui possono beneficiare i cittadini (come accade negli Stati Uniti ) siano pronti a non votare. E come la contro-economia cresce e le sanzioni dello stato si allontanano, il mostro della fame fiscale barcolla in mezzo alla diserzione dei suoi servitori non pagati, fino al collasso finale. Le Alte Sfere dello stato sono prossime a perdere i loro poteri, i loro privilegi e secoli di guadagni ottenuti con l’ingiustizia. Quando all’improvviso arriva un “L”P a salvarli.

    Quelli che volevano cacciare l’esattore delle tasse, ora pagano e tengono al loro privilegio di voto, e cercano di tenere il loro passato pulito per la corsa alla poltrona. Quelli che volevano violare la legge ed evadere le regole ora mantengono il sistema e vanno avanti con esso sperando in un futuro migliore. E quanti vorrebbero evitare o difendersi dai servi dello stato ora “accettano il risultato di elezioni democratiche”.

    Considerate il destino di una eroica agorista che, in un primo momento di fiducia degli “amici libertari” abbia incautamente parlato delle sue attività per essere usate da altri, e la sua azione sul mercato nero venga fermata da un libertario il quale sente che “i tempi non sono ancora maturi per la rivoluzione”.

    Viene arrestata da un libertario all’interno del sistema per riformarlo – come poliziotto. Viene rinchiusa da un libertario che lavora all’interno del sistema per riformarlo – come secondino. Viene processata da un libertario che lavora all’interno del sistema per riformarlo – come giudice. E viene giustiziata da un libertario che lavora all’interno del sistema per riformarlo – come boia. Così finisce la partitocrazia e la sua logica conclusione.

    Il ruolo dell’attivismo

    L’agorista – il libertario coerente – ha molte alternative per perdere tempo aiutando lo stato e il suo sistema a conservarsi attraverso la politica. Indubbiamente ci sono premi per molti (anche se non per tutti) nel circuito politico dove le Élite del Potere coprono di ricompense chi avrà meglio cooptato le opposizioni e ne avrà meglio sfruttato il furore rivoluzionario per mantenere lo stato e i suoi privilegi a vantaggio di alcuni. Ma l’agorista può essere ampiamente ricompensato nella contro-economia, sia dal punto di vista materiale che da quello personale, dalla sua abilità imprenditoriale. E c’è un ruolo vitale degli attivisti agoristi, questa cellula tanto acclamata.

    Ci sono dieci milioni di contro-economisti nel Nordamerica, e ancor di più nel resto del mondo. Pochi capiscono o hanno mai sentito parlare di una filosofia di vita coerente e morale che potrebbe liberare questi onesti commercianti dai loro residui sensi di colpa che gli intellettuali hanno riversato su di loro. Illuminando e mettendo in comunicazione questi milioni di persone, si avrà una comunità cosciente, efficace e in espansione, radicata tra i malfunzionamenti statalisti, i collassi delle guerre, il terrorismo, l’inflazione galoppante e la burocrazia che abbrutisce. E in breve diventerebbe la società.

    Questo è l’obiettivo delle cellule rivoluzionarie agoriste, operatori della contro-economia e teorici libertari. E il movimento della Libertarian Left sta lavorando per costruire questa alleanza. Unisciti a noi. O ricerca la società libera alla tua, coerente, maniera.

    Ma non dare mai alcun aiuto al nostro nemico, il partito.
    .
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  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Agorismo

    Tra i brani citati inizialmente nella presentazione di H.I.M., esprime tutta la contrarietà degli agoristi nei confronti del concetto di proprietà intellettuale.

    Copywrong

    di Samuel Edward Konkin III

    Nel 1964, un articolo apparso sul New York Times descriveva Raymond Cyrus Hoiles come “di costituzione snella, naso adunco, occhialuto e con una frangia di capelli ancora scuri intorno alla testa calva” e lo identificava come un volontarista. Riguardo le imminenti elezioni presidenziali (Goldwater stava correndo per la presidenza), lo stesso articolo riportava come Hoiles non fosse incline a guardare nell’urna per trovare una veloce applicazione delle sue idee libertarie. Nell’articolo viene citata la sua frase: “Non importa chi sarà il presidente. Quello che è importante è l’atteggiamento degli americani.”

    Avendo lavorato ad ogni fase della produzione nell’industria editoriale, per me e per altri, sono giunto ad una irrefutabile conclusione empirica su quello che è l’effetto del copyright su prezzi e paghe: nada. Zero. Nihil. Così trascurabile che servirebbe un contatore Geiger per misurarlo.

    Prima di passare all’esatto impatto del copyright, può essere interessante spiegare la trascurabilità di questa tariffa. La risposta è nella particolare natura del publishing: ci sono grandi case o piccoli editori, e veramente pochi di dimensioni medie. Per le grandi compagnie i diritti di autore sono una percentuale modesta di edizioni multimilionarie: perdono molti più soldi per ritardi burocratici e per errori di stampa. I piccoli editori fanno solitamente parte della counter-economic e sopravvivono con materiale donato, lasciando che siano i nuovi scrittori a preoccuparsi del copyright e della rivendita.

    Ancora, ci sono ben pochi casi di azioni legali nel mondo delle riviste proprio a causa di questa disparità. I piccoli magazine non hanno speranza di rivalersi su imbrogli e plagi e sono costretti a fare spallucce dopo minacce superficiali, quando i legali aziendali delle grandi hanno fatto sentire rumore di sciabole e più o meno tutti finiscono per adeguarsi tranquillamente.

    La pubblicazione di un libro è solo una piccola parte dell’attività editoriale e sono diversi gli editori di media grandezza che stanno attenti al quadro complessivo dei costi per pubblicazioni marginali. Ma ora ci sono solo due tipi di scrittori: i grandi nomi e gli altri. Raramente tutti vengono ristampati e il copyright non ha nulla a che fare con la prima stampa, economicamente parlando. I grandi nomi rastrellano vendite, ma avanzano richieste continuamente crescenti per i loro contratti successivi.E il rischio ridotto di invenduto delle ristampe di un grande nome viene compensato dal pagamento allo scrittore di più elevati diritti.

    Così i grandi nomi perderebbero qualcosa di sostanziale se il privilegio (e sottolineo “privilegio”) del copyright cessasse di essere applicato. I grandi nomi sono una percentuale piccola, ancora più piccola di quella degli attori famosi tra gli attori. Se sparissero domani nessuno se ne accorgerebbe (eccetto i loro amici, si spera). Eppure, ci si può ragionevolmente chiedere se l’incentivo costituito dallo star system possa essere spazzato via senza avere il collasso di tutta la piramide. Se c’è un argomento economico che rimane a favore del copyright, questo è l’incentivo.

    Che schifo. Come Don Marquis mise in bocca ad Archy la Blatta, “L’espressione creativa è il bisogno della mia anima”. E Archy ha battuto tutta la notte la testa sui tasti della macchina da scrivere per tirare fuori le colonne che Marquis avrebbe incassato. La scrittura sarà un mezzo di espressione fino a quando qualcuno avvertirà il bruciante bisogno di esprimersi. E se tutto quello che devono esprimere sono richieste di secondi pagamenti e residui associati, stiamo tutti meglio per non averli letti.

    Ma, purtroppo, l’istantanea eliminazione dei copyright avrebbe un effetto trascurabile sullo star system. Mentre metterebbe fine alla miniera d’oro della rendita vitalizia per gli scrittori famosi, non avrebbe alcun effetto sulla loro più grande fonte di reddito: il contratto per il loro prossimo libro (o qualsiasi altra opera). E’ lì che stanno i soldi.

    “Sei buono soltanto quanto il tuo ultimo pezzo” ma per quello raccogliereai sulla tua prossima vendita. Le decisioni di mercato vengono fatte su vendite anticipate: suona alla Mises, dico bene? Un altro grande scrittore che guadagnò poco dal copyright, mentre attualmente altri stanno approfittando della parte migliore del suo corpo; scusate, corpus.

    Il punto di tutta questa volgare prasseologia non è solo di pulire il senso della domanda morale. Il mercato (sia lodato) ci sta chiedendo qualcosa. Dopotutto, sia l’azione umana di scambio che la morale vengono dalla stessa legge naturale.

    Infatti, togliamo i rami secchi e le false piste prima di affrontare la grande questione morale. Primo, se aboliamo il copyright, i grandi autori potrebbero morire di fame? No. Scriverebbero ancora se non venissero pagati? Chi dice che non potrebbero? Non c’è alcun collegamento tra compenso e copyright. I diritti di autore iniziano a scorrere, o meglio a gocciolare, molto tempo dopo che il lavoro è stato venduto e quello dopo è in fase di realizzazione.

    Non è forse un produttore titolare del frutto del suo lavoro? Sicuramente, ecco perché gli scrittori vengono pagati. Ma se faccio una copia di una scarpa o di un tavolo o di un ceppo per il camino (con la mia ascia copiata), forse il calzolaio o il falegname o il boscaiolo ricevono dei diritti d’autore?

    A. J. Galambos, benedetto il suo cuore anarchico, tenta di portare il copyright e le patenti alle loro logiche conclusioni. Ogni volta che rompiamo un bastone Ug “il primo” dovrebbe ricevere dei diritti d’autore. E’ folle considerare le idee come proprietà, e ne risulta solo il caos.

    La proprietà è un concetto estrapolato dalla natura dall’uomo per indicare concettualmente la distribuizione di risorse limitate, l’intero mondo materiale, fra individui avidi e in competizione. Se io ho una idea, potete averla anche voi senza togliermi nulla. E dico “voi” come potrei dire “noi” perché per me vale la stessa cosa.

    Le idee, per usare il linguaggio dei programmatori, sono i programmi; la proprietà sono i dati. O, per usare un altro stereotipo ricorrente, le idee sono le mappe e le cartografie e la proprietà è il territorio. La differenza si comprende bene se paragonata alla differenza tra il sesso ed il parlare di sesso.

    Non potrebbero venire represse delle idee senza l’incentivo assicurato dal copyright? Al contrario, il più grande problema delle idee riguarda la loro distribuzione. Come farle arrivare a quei soggetti del mercato che possano diffonderle? Probabilmente molti lettori conosceranno questa risposta nel 1996, visto che scrivo nel 1986.

    Le mie idee sono parte di ciò che passa per la mia anima (o, se preferite, del mio ego). Di conseguenza ogni volta che ne adotto una, una piccola parte di me le ha infettate. E per questo vengo anche pagato! E dovrei essere pagato e pagato e pagato per quanto sono trite e ritrite?

    Se il copyright è un freno, perché e come si è evoluto? Non tramite un processo di mercato. Come tutti i privilegi (e sottolineo “privilegi”), è stato garantito dal re. L’idea non poteva, non avrebbe potuto, manifestarsi fino all’avvento del torchio tipografico di Gutenberg, con cui coincise l’aumento della divinità regale e, poco dopo, l’assalto violento del mercantilismo.

    Ma chi trae beneficio da questo privilegio? C’è un impatto economico che non sono riuscito ad accennare immediatamente. Esso è, nelle parole di Bastiat, “il non visto”. Il copyright è il metodo con cui, dietro la copertura della protezione degli artisti, il grande editore porta restrizioni nel commercio. Sì, stiamo parlando di monopolio.

    Per quanto le corporation lancino l’osso allo scrittore che lotta, e una occasionale bistecca alla decima richiesta di percentuali, esse ricevono il monopolio legale sulla pubblicazione, la composizione, la stampa, il packaging, la commercializzazione ed a volte perfino sulla distribuzione di un certo libro o giornale (per i quali ha l’esclusività nella disposizione di articoli, illustrazioni e inserzioni pubblicitarie). E’ abbastanza come integrazione verticale e restrizione al commercio?

    E così il sistema si perpetua, e o lo si accetta o ci si affida a fuorilegge che operano nella counter-economic e ad imprenditori taiwanesi collegati con il contrabbando.

    Poiché il copyright permea tutti i mass media, è l’Imbroglio Che Nessuno Osa Menzionare. Il marcio che corrompe il nostro intero mercato delle comunicazioni è così intrecciato con i diritti d’autore che non sopravviverebbe un istante all’abolizione dello stato e della relativa applicazione del copyright. Poiché i perdenti, gli scrittori sconosciuti e i loro lettori, perdono così poco ciascuno, sembra che siamo soddisfatti di essere “leggermente” borseggiati. Perché preoccuparsi dei pizzichi di zanzara quando abbiamo i segni delle ferite del vampiro, le tasse sui redditi e sull’automobile?

    Una fondamentale domanda morale: che cosa mi ha svegliato riguardo al problema di cui finora ero un innocente spettatore? Consideriamo attentamente la seguente costruzione contrattuale.

    Il grande autore ed il grande editore hanno l’accordo di non rivelare una parola sul contenuto delle nuove pubblicazioni. Tutto il personale, ogni persona ad ogni livello della produzione è tenuta a non rivelare nulla. Tutti i distributori tengono il segreto e le pubblicità dicono meno cose possibile. Ogni lettore è come la Death Records per Phantom of the Paradise, ugualmente sotto contratto, e così è ogni lettore che compra il libro o la rivista e interagisce con qualcuno che sia sotto contratto – interagisce in un commercio ed in un accordo volontario.

    No, non sono preoccupato per il creatore simultaneo; che pure è una ovvia vittima, casi rari, data la sufficiente complessità dei lavori di cui stiamo parlando. Comunque, alcune recenti decisioni sul copyright e il caso Dolly Parton, che ha perfino meritato un processo serio, significano che la corruzione si sta espandendo.

    Un giorno voi ed io cammineremo in una stanza, invitati senza alcuna menzione di un contratto, e delle pubblicazioni staranno aperte su un tavolo. I fotoni che ne saltano dalle pagine arrivano ai nostri ed al nostro sfortunato cervello processa le informazioni. Assolutamente innocenti, avremo commesso un atto involontario, avremo violato il copyright. Abbiamo involontariamente commesso un atto di pirateria.

    E Dio o il Mercato ci aiutino se proviamo a seguire le idee che ci passano per la testa, o di rivelare questi colpevoli segreti a chiunque. Lo stato ci punirà, graziandoci solo se Grandi Autori e Grandi Editori decideranno nella loro tirannica misericordia che siamo troppo piccoli per causare problemi.

    Se usiamo le idee o le ripetiamo o le ristambiamo, magari come parte di una nostra più ampia creazione, bum! Ecco che arriva il monopolio. E così ogni spettatore innocente dovrebbe essere soppresso. Attraverso il mercato? Arduo. L’intero accordo contrattuale cade come un castello di carte quando l’innocente prende visione proibitamente. No, il copyright non ha nulla a che fare con la creatività, come un incentivo, o con qualsiasi frutto del lavoro o di qualsiasi altro elemento di un libero mercato morale.

    E’ una creatura dello stato, il piccolo pipistrello del vampiro. E, per come è concepito, il termine per indicarlo dovrebbe essere copywrong.
    .
    Qui vige l'uguaglianza: non conta un cazzo nessuno.

  5. #5
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    Exclamation La TEORIA DI CLASSE AGORISTA

    Visto che è troppo lunga da riportare, ed è giusto che la leggiate con calma, mi limito a linkare il documento più fondamentale di tutti: la Teoria di classe agorista. Scritta da Wally Conger, continuatore dell'opera di Konkin, dobbiamo questa traduzione in italiano al solito H.I.M. e al suo "sodale" Flavio Tibaldi, che con il blog Gongoro è una delle migliori voci libertarie della rete.

    SCARICABILE QUI: http://www.eravolgare.net/wp-content...e_agorista.pdf

    Buona lettura a tutti!
    .
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  6. #6
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    Predefinito agorismo

    (Dal forum libertarismo ringrazio teo)

    Apro questa discussione sulla branca più estremista dei giusnaturalismo libertario con una descrizione apparsa nel vecchio forum, a firma del rimpianto utente H.I.M., che potremmo considerare come il primo vero agorista consapevole italiano:


    ***

    Mi sento chiamato in causa, così provo a rispondere brevemente tentando di soddisfare anche una richiesta, rimasta inevasa, che Teo mi aveva inoltrato privatamente.
    Non sarò sicuramente esaustivo e semmai tornerò sull'argomento.

    Gli agoristi, la cui nascita si deve a Samuel Edward Konkin III, si definiscono left-libertarian (meglio: Movement of the Libertarian Left), ma non sono affatto socialisti. Il loro richiamo alla sinistra si rifà essenzialmente al significato storico del termine, cioè a coloro che, durante l'ancien regime, siedevano "alla sinistra" del sovrano (i liberali), in opposizione all'aristocrazia che stava invece alla sua destra.
    Konkin, conosciuto anche con il nome di SEK3, ha sempre sostenuto di essere un "rothbardiano radicale, più rothbardiano di Rothbard".
    L'agorismo, di fatto, è una corrente del free-market anarchism giusnaturalista, pertanto perfettamente inseribile nel filone che da Thoreau, passa per Spooner e Tucker, fino ad arrivare a Nock e Chodorov prima e a Karl Hess e Robert LeFevre dopo. SEK3 è stato anche in stretto contatto con Ludwig Von Mises -che giusnaturalista non era- durante gli ultimi anni della sua vita, cioè fino al 1973.
    Ufficialmente, il punto di maggior dissenso con Rothbard ha origine nella polemica sollevatasi nel mondo libertario a seguito della pubblicazione del famoso saggio "Nazioni per consenso". Personalmente, pur apprezzando l'impostazione agorsita per i motivi strategici di cui parlerò di seguito, non condivido tale critica, che tuttavia mi pare del tutto marginale. A ben vedere, invece, credo che Konkin non abbia mai perdonato a Rothbard, un tempo suo grande amico, l'impegno con il Libertarian Party e la sua sostanziale disponibilità a trattare con partiti e politici dalle vaghe idee libertarie; "Partyarchs", li definiva con disprezzo.
    Ad ogni modo queste sono note biografiche ininfluenti.
    Quel che a mio avviso c'è di interessante nell'agorismo è sostanzialmente il concetto di "counter-economics", la contro-economia. Concetto che anche Rothbard guardò con interesse, come conferma nell'introduzione a "The New Libertarian manifesto" di Konkin.
    La counter-economics sostanzialmente è la strategia che prevede lo spostamento di tutti gli scambi volontari fra soggetti consenzienti, dal mercato al mercato nero, in modo tale da superare qualsiasi ostacolo dovuto alle scarsità create artificialmente dallo stato e intesa come unico strumento in grado di sottrarre implicitamente tali scambi dalla morsa fiscale.
    A questo si aggiunga un netto e radicale rifiuto a partecipare a qualunque tipo di politica elettorale a cui va preferita la collaborazione, benché critica, con gli altri antistatalisti, anarco-comunisti e anarco-sindacalisti compresi.
    Altro leit-motiv agorista è rappresentato dall'incoraggiamento alla secessione individuale (opting-out), all'isolazionismo estremo ai limiti del pacifismo integrale (l'alleanza iniziata tra New-Left, Students for a Democratic Society e libertarians iniziata da Rothbard ai tempi della guerra del Vietnam continua tutt'oggi con gli agoristi, anche se l'SDS nel frattempo è divenuta filo-marxista).
    L'agorismo, nonostante sia a tutti gli effetti una teoria anarco-capitalista, rifiuta il termine capitalismo come comunemente inteso in quanto esso identifica l'attuale sistema corporativo in cui il "big-business" vive e prospera grazie al sostegno dello stato (come dargli torto?); in questo senso i suoi propugnatori si definiscono rivoluzionari, ovvero intenzionati a sovvertire lo status-quo economico-finanziario. Gli agoristi non sono nemmeno contrari per principio alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, purché essa sia ottenuta tramite regolari contratti stipulati volontariamente tra gli individui.
    Altra peculiarità agorista è l'opposizione decisa alla proprietà intellettuale, come Konkin stesso ha esposto in un famoso saggio dall'emblematico titolo "Copywrong".
    Culturalmente, i seguaci di Konkin non si definiscono "conservatori", ma non mi risulta che fra i loro principali esponenti (Roderick T. Long, Sheldon Richman, Stefan Molineux e Per Bylund) vi siano fautori di stili di vita dissoluti o "alternativi", quindi ritengo che i left-libertarians a cui si riferisce Hoppe non siano espressamente gli agoristi, bensì i libertini o nihilo-libertarians come ebbe a definirli Rothbard.
    Interessante a mio parere anche la particolare attenzione dedicata alla cultura pop, in particolare la sci-fi, come mezzo per diffondere awareness libertaria.
    Molti agoristi che gravitano attorno al Karl Hess Club (fondato da Konkin) si definiscono Freefen (libertari appassionati di science-fiction) e il loro obiettivo è quello di produrre e diffondere novels in cui le alleanze transplanetarie (à la Star Trek, per intenderci) e i capitani Picard sono dipinti come farabutti oppressori mentre quelli buoni sono i comandanti delle astronavi che combattono i supergoverni intergalattici

  7. #7
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    Predefinito Riferimento: agorismo

    Gli agoristi puntano ad un'economia post-statale imprenditoriale che sostituisce quello che Marx chiamava il proletariato - un imprenditoria, in termini agoristi - che guarda all'economia, come contro-economía e attraverso di essa alla rivoluzione.
    [...]
    Gli agoristi non partecipano al sistema politico elettorale esistente. Nella maggior parte delle volte e nel pieno della libertà non votano, non sono contribuenti, non ubbidiscono. Contrariamente all'opinione degli statalisti che guardano alla disobbedienza fiscale come una perdita, gli agoristi la vedono come un guadagno, come un benefico. Sono più orientati a guadagnare.
    [...]
    La posizione statalista è negativa; la posizione agorista è positiva. Lo stato trova spesso soddisfazione a causare deliberatamente un conflitto di parole in un ''attacco'' ai socialisti. L'agorista che è considerato quasi un socialista per alcuni anarcocapitalisti, cerca di comprendere e pensare su queli basi il socialista pensa e sviluppa le sue idee. L'agorista, a partire da questa comprensione, cerca l'aiuto dei socialisti nel compimento degli obiettivi condivisi. Lo stato tenta di scavare un burrone tra la sinistra ed i movimenti politici libertarians. L'agorista tenta di farci un ponte. Lo statalista è un pensatore orientato alla perdita. L'agorista è un pensatore orientato al guadagno.

    Da:http://agorista.wordpress.com/2008/0...cia-y-perdida/

    http://brigantilibertari.blogspot.co...e-visioni.html

  8. #8
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    Predefinito Riferimento: agorismo

    An Agorist Primer


    di Wally Conger,

    Pubblicato su 100 pagine, An Agorist Primer non solo offre un chiarimento semplice ma completo di cosa è essenzialmente l' agorismo ma costruisce anche una struttura forte per l'agorismo stesso. ''Sicuro, sono influenzato. Sì, che lo sono, sono nell'agorismo e nella Libertarian-Left da 30 anni. SEK3 è stato la mia linea filosofica per tantissimo tempo. Ma ho fiducia in me, l'argomento bene-strutturato di Konkin per una società di free market mostra che tale società è assolutamente conseguibile e sostenibile.''
    Il libro di Samuel veramente è un innesco; si spoglia di teoria economica ed industriale e di filosofia libertaria ma senza trascurare entrambi. An Agorst Primer può essere una passeggiata rapida attraverso le basi dell'agorismo senza imbrogliare mai il lettore.
    Noi perdemmo un pensatore libertario ed un terrificante scrittore quando SEK3 morì cinque anni fa. Ma questo piccolo tesoro sta in piedi soprattutto ultimamente come un testamento per una vitalità al libertarianism moderno come Samuel usava chiamarlo, Questo è il Nostro Movimento.

    http://brigantilibertari.blogspot.co...label/Agorismo

  9. #9
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    Predefinito Riferimento: Agorismo

    Sometimes they come back.

    Un abbraccio a tutti.

  10. #10
    nodo in gola
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