Sicilia, il granaio svuotato che fa tremare il premier
Le alleanze dal 2008 si sono rimescolate fino alla probabilità
di un terzo polo con Lombardo e finiani
CARLO BERTINI
Se il Cavaliere ha scelto proprio Taormina, perla della Sicilia, per lanciare la sua virulenta scomunica a Fini, premurandosi di incontrare il governatore Lombardo a quattr’occhi prima di ripartire, almeno due buoni motivi ce li ha. Il primo è un fatto: tra due giorni l’asse Lombardo-Fini produrrà, salvo sorprese, una giunta da cui il partito del premier, in tutte le sue diramazioni, potrebbe essere escluso dai giochi. Il secondo è un sospetto, che se ancora non alberga nell’animo del premier, viene instillato da chi tifa per uno sbocco del genere, cioè i suoi avversari: che questo inedito asse, quando si andrà a votare, possa presentarsi come terzo polo fuori da ogni alleanza, facendo mancare in Sicilia l’obiettivo del premio di maggioranza regionale. Un premio che a Palazzo Madama si traduce in sette senatori, sufficienti di questi tempi a fare la differenza.
L’uomo che nel Pd siciliano lavora da mesi dietro le quinte per non mollare l’osso di Lombardo, Sergio D’Antoni, a questa lista aggiunge altri due buoni motivi che giustificano tanta furia: «Primo, l’evidenza che Berlusconi non è in grado di sanare la spaccatura tra Alfano-Schifani e Miccichè, che non potendo tornare nel Pdl ufficiale, se ne fa uno proprio. Secondo, la frattura con Fini comincia a produrre pericolosi danni sul territorio». E alla luce di tutti questi fattori, non sarà stato proprio un piacere per Berlusconi sbarcare nell’isola che dal 2001 è stata il suo “granaio” di voti con il famoso “61 a 0” e con il record di un Pdl al 46% nel 2008. E’ vero che un anno dopo alle europee del 2009 il partito, già ferito dalle prime scosse, perse già dieci punti con il 36% delle europee. Ma oggi gli stessi berlusconiani di stretta osservanza lo definiscono «una colonia ingovernabile». Tutti ricordano il giorno in cui Fini alzò il dito contro Berlusconi dopo avergli imputato pure di non saper tenere unito il Pdl in Sicilia e il Cavaliere assicurò che avrebbe risolto tutto in pochi giorni. «Ma Silvio - confida un berluscones - non può rompere con Alfano per il ruolo che ha e tantomeno con Schifani, che ha voluto costruirsi una corrente fortissima scardinando tutti gli equilibri, ma che è sempre la seconda carica dello Stato. E non può rompere contro Miccichè, che ha costruito un partito contro Schifani, ma che gli è sempre rimasto fedele. In fondo il “divide et impera” gli torna utile e con Lombardo non può far nulla perché l’Mpa gli voterà la fiducia e il Lodo Alfano».
Ecco perché, tranne colpi di scena, martedì il magico laboratorio della Sicilia sfornerà una riedizione di pentapartito potenzialmente deflagrante: il Lombardo-quater, sostenuto da Mpa, Fli, Udc di Casini, Api di Rutelli, con l’appoggio esterno del Pd. E paradosso tra i paradossi, mentre l’Udc locale dei Mannino e Romano ha mollato Casini e il Pdl è esploso, il Pd ancora non si è spaccato, anche se dilaniato nel continente. Certo i maldipancia, come quello di Enzo Bianco o di Rita Borsellino, abbondano e il coordinatore regionale Giuseppe Lupo, dovrà sudare per tenere uniti i Democrats prima dell’ora X. E malgrado i vendoliani si siano scagliati contro l’intesa «con il sistema di potere di Lombardo che farà della Sicilia una cavia per un disegno che cambia la geografia politica», nessuna delle anime del Pd è salita sulle barricate, «neanche i veltroniani», fa notare polemico il dissidente Burtone. Ma come spiega D’Antoni, “longa manu” di Lupo, «la rottura dell’alleanza di centrodestra operata da Lombardo è l’obiettivo che ci fa stare uniti. Ma la fiducia promessa al governo ci impedisce di entrare in giunta». E l’altra sera a Palermo, dopo aver spiegato che il divorzio con il Pdl è maturato quando il partito di Berlusconi non ha votato la riforma della sanità e la rottura con l’Udc siciliana quando vi fu la riforma dei rifiuti, Lombardo ha lanciato il suo segnale: «Mpa è fuori dalla logica degli schieramenti, non è un partito di sinistra, ma autonomista. Nessun inciucio o ribaltone, siamo alleati con il Pd che ha sostenuto la riforma della sanità e mi auguro che ci troviamo sul piano delle riforme. E se funzionano possiamo presentarci insieme per vincere le prossime elezioni».
Così il vulcanico governatore siculo uscirà dalle secche della sua crisi, forte di una maggioranza inedita che può contare su una cinquantina di voti sui novanta all’Assemblea regionale, grazie ai finiani del gruppo Granata-Briguglio, a pochi rutelliani e a tre casiniani su 11 consiglieri regionali dell’Udc. E mentre il Cavaliere sbarca a Taormina, Lombardo sigla un primo «accordo di massima» con i finiani: «su legalità, trasparenza e politiche giovanili sul lavoro noi ci stiamo», si sbilancia Fabio Granata, il più agguerrito dei finiani.
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