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Discussione: Focus Cina

  1. #101
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  2. #102
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  3. #103
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    Predefinito Rif: Focus Cina

    Cina e Russia, addio al dollaro tra politica ed economia

    Yuan e rubli negli scambi bilaterali. Paolo Manasse: "Ricerca di stabilità e di autonomia da Washington. Ma non è guerra delle valute"
    Cina e Russia hanno deciso di effettuare le transazioni commerciali bilaterali nelle proprie valute (yuan-renminbi e rublo), rinunciando al dollaro come moneta universale di scambio.
    L'anno scorso, il commercio tra i due Paesi è stato stimato attorno ai quaranta miliardi di dollari. Si pensa che a fine 2010 ammonterà a sessanta miliardi.
    Nell'accordo siglato da Vladimir Putin e Wen Jiabao a San Pietroburgo il 24 novembre, molti hanno visto un capitolo di quella "guerra delle valute" che agita sia i mercati finanziari sia la geopolitica mondiale, con il rinnovato interesse dell'amministrazione Obama per l'Estremo Oriente e la crescita record della Cina, nuova superpotenza.
    PeaceReporter ha chiesto un parere a Paolo Manasse, professore di Macroeconomia e di Politica Economica Internazionale all'Università di Bologna, docente di Macroeconomia all'Università Bocconi di Milano.

    Come si spiega la decisione di Russia e Cina?

    C'è un motivo economico e ce ne è uno politico.
    Dal punto di vista economico, siamo in un periodo di volatilità dei cambi legato alla crisi. Quando si parla di volatilità, ci si riferisce soprattutto al rapporto tra euro e dollaro. La Russia ha un grande volume di scambi con l'Europa, idem la Cina che ce l'ha anche con gli Usa, quindi sono esposte ai rischi di questa volatilità. E' probabile che almeno nello scambio bilaterale vogliano tutelarsi dai rischi di cambio delle valute, utilizzando le proprie.
    L'aspetto politico sta nel fatto che soprattutto la Cina, così facendo, afferma la propria sovranità anche valutaria, mostrando di poter fare a meno del dollaro, cioè contrastando il privilegio tutto statunitense di battere moneta. Può essere letto in chiave di sfida.

    C'entra con la cosiddetta "guerra delle valute"?

    La guerra delle valute dura da anni. Muove dall'accusa Usa secondo cui la Cina terrebbe la propria moneta artificialmente bassa per guadagnare competitività. Nei meccanismi di mercato, alla domanda molto alta di merci cinesi dovrebbe corrispondere anche una domanda molto alta di yuan per pagarle. La conseguenza naturale dovrebbe essere la crescita di valore della moneta cinese e il deprezzamento del dollaro. Qui invece interviene la banca centrale cinese comprando dollari e vendono yuan per calmierarne il prezzo. Le conseguenze sono il valore basso dello yuan e un accumulo di dollari nelle riserve cinesi.
    E' comunque una faccenda che riguarda soprattutto gli Usa, perché sono loro ad avere un enorme deficit commerciale con la Cina. L'Europa molto meno.
    Tecnicamente, la scelta di Russia e Cina non c'entra molto con la guerra delle valute.
    Anzi, potrebbe avere come effetto la riduzione della domanda di dollari e quindi l'indebolimento della valuta Usa. Chiaramente, non è scontato che ci sia un simile effetto, dipende da quali saranno i volumi degli scambi tra Cina e Russia. Ma comunque l'accordo non può essere visto come un tassello della guerra delle valute.

    C'è anche il tentativo di diversificare le proprie riserve valutarie, riducendo la parte in dollari?

    Il monopolio del dollaro come moneta di riserva [cioè la valuta con cui le banche centrali dei diversi Paesi accumulano le proprie riserve, date generalmente dal surplus commerciale, ndr] è già finito con l'avvento dell'euro. In genere le banche centrali tengono un portafoglio abbastanza bilanciato, diversificato, per evitare che fluttuazioni nel mercato dei cambi provochino problemi. Non si punta mai al cento per cento su una sola valuta.
    In questo caso, mi sembra che si punti più a evitare l'impatto delle fluttuazioni sulle transazioni, sul commercio. A parte la valutazione politica, certo, cioè l'affermazione di indipendenza da parte della Cina.
    Se un cinese esporta merci facendosi pagare in dollari o euro, e una delle due monete crolla, ci perde un sacco di soldi. Dal momento in cui si fanno le transazioni al momento in cui vengono liquidate, si rischia. Di solito ci si assicura con il mercato a termine: uno vende i dollari di domani a un prezzo che conosce oggi. Ma se fa gli scambi con la moneta nazionale, ha risolto il problema alla radice.

    Gabriele Battaglia

    PeaceReporter - Cina e Russia, addio al dollaro tra politica ed economia

  4. #104
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    Predefinito Rif: Focus Cina

    Carta 08 dei

    Carta 08 dei “diritti umani”: un tentativo di controrivoluzione in Cina

    di Heinz Dieterich*

    su Rebelión del 09/12/2010

    Traduzione di l'Ernesto online

    *Heinz Dieterich, sociologo e analista politico tedesco attualmente residente in Messico, collabora a diversi giornali in Europa e America Latina ed è autore di una trentina di volumi sull'America Latina, la società globale, le controversie ideologiche del XX secolo ed altre questioni di carattere filosofico e sociologico.

    Contenere e distruggere la Cina

    Quanto più insistono Hillary Clinton e Barack Obama sul fatto che non cercherebbero di contenere la Cina, tanto più vengono contraddetti dall'evidenza della loro stessa politica, ad esempio: la campagna dei “diritti umani” per l'incarcerato premio Nobel della pace Liu Xiaobo; il tentativo di creare un blocco politico-militare anti-cinese intorno ai conflitti del Mar Cinese Meridionale; i tentativi di guerra monetaria e di isolamento di Pechino al vertice del G-20 di Seul e le prove di alleanza strategica con Indonesia e India.

    La classe politica statunitense aveva sfruttato nel 1990 la “vittoria di A. F. Kerenski” sul Partito Comunista dell'Unione Sovietica. Nei suoi documenti confidenziali si afferma che non oltre il 2025,
    Chiang Kai shek trionferà sul Partito Comunista Cinese. Non è senza fondamento questo calcolo. Oggi, circa il cinquanta per cento degli intellettuali cinesi appoggerebbe questo progetto.

    L'imprigionamento di Liu Xiaobo e Carta 08

    Dietro l'imprigionamento del premio Nobel della pace, Liu Xiaobo, intelligentemente promosso nell'apparato mediatico dal peruviano-spagnolo Mario Vargas Llosa e dal Comitato Nobel del Parlamento norvegese, c'è la cosiddetta Carta 08, un manifesto reso noto nel dicembre 2008, da circa 300 intellettuali e attivisti cinesi, che chiedono in diciannove punti riforme politiche, diritti umani e “la democratizzazione” della Repubblica Popolare Cinese. L'autore principale è lo scrittore Liu Xiaobo.

    La Carta 08 ricorda la Carta 77 della Cecoslovacchia che rappresentò il modello ideologico per il successo della “Rivoluzione di velluto” e l'installazione alla presidenza dello scrittore Vaclav Havel. Havel, il principale autore di Carta 77, è in questo momento, insieme ad Aznar, uno dei nemici più feroci di stati socialisti, come Cuba e Cina (“regime tirannico”), e di governi popolari come quello venezuelano. La cosa più rilevante non è, certamente, l'eventuale carattere reazionario degli intellettuali che hanno scritto e promosso Carta 08, ma il carattere politico del documento. Il suo contenuto classista è la resurrezione di un regime capitalista neoliberale, con sovrastruttura parlamentare e multipartitismo borghese.

    Tutto il potere alla borghesia

    Il punto 14 della Carta, “Protezione della proprietà personale”, chiede che si debba “stabilire e proteggere il diritto alla proprietà personale e promuovere un sistema economico di mercato libero e onesto. Dobbiamo abolire i monopoli governativi sul commercio e l'industria, e garantire la libertà di creare nuove imprese. Dobbiamo avviare una riforma agraria che favorisca la proprietà privata della terra, che garantisca il diritto di comprare e vendere la terra, al vero valore della proprietà privata di riflettersi sul mercato”.

    La Democrazia deve essere una “democrazia parlamentare”, quindi retta da molti partiti politici. Ciò significa la fine del ruolo dirigente e del monopolio politico del Partito Comunista Cinese (PCC), “attraverso l'abolizione di tutti i Comitati politici e legali che permettono oggi alle alte cariche del Partito Comunista di decidere in merito a tutte le questioni di fondo fuori da un contesto giuridico”. I militari, a loro volta, “devono prestare giuramento alla costituzione” e “rimanere neutrali”.

    La risposta della Cina e il pericolo per la Patria Grande

    E' evidente che la Carta 08 pretende di abolire l'ordine politico esistente in Cina. E', pertanto, anticostituzionale e sovversiva. Il governo cinese ha risposto a questa minaccia con la forza della legge, con argomenti e con il suo potere economico-politico. Ha proibito a due noti attivisti dei diritti umani cinesi, di partecipare alla cerimonia della consegna del premio Nobel, il 10 dicembre a Oslo; Ha spiegato alla popolazione all'interno della Cina che la consegna del premio Nobel a Liu Xiaobo è una manovra della Nuova Guerra Fredda Asiatica (NGFA) di Obama/Clinton, e che molte delle richieste (ambiente, lotta alla corruzione, uguaglianza città-campagna, ecc.) fanno parte della stessa politica del governo; infine, sul piano internazionale ha ammonito i governi borghesi a non assecondare il circo di Oslo per non “patirne le conseguenze” (Cui Tiankai, sottosegretario agli Affari Esteri).

    Il governo cinese ha affrontato l'imperialismo di Washington anche di fronte al vertice del G-20, abbassando la qualità del credito (credit rating) di Washington, a causa della “decrescente capacità degli Stati Uniti a ripagare i suoi debiti” e i “seri difetti nel suo modello di sviluppo economico e nel management”. Sono risposte dignitose e necessarie a tenere in riga il pericoloso complesso militare-industriale statunitense. Purtroppo, Cuba e Venezuela non possono difendersi allo stesso modo dalla Nuova Guerra Fredda, che con la vittoria del fondamentalismo repubblicano presto si farà sentire nell'emisfero occidentale. Il nuovo potere della mafia cubana (Dip. Ileana Ross-Lethinen), e l'accresciuto peso della reazionaria imperiale Hillary Clinton, preannunciano tempi estremamente difficili per i governi popolari dell'America Latina. Occorrerà vedere fino a dove la Cina è disposta ad appoggiarli, davanti alla crescente pressione di Washington.

    Just a joke

    It is just a joke, ha definito recentemente Noam Chomsky il premio Nobel della pace: “non è che uno scherzo di cattivo gusto”. E ha tutte le ragioni. Speriamo che la Sinistra mondiale capisca questo dirty joke e che non si unisca ai pagliacci scandinavi della Nuova Guerra Fredda di Obama/Clinton: peones del Complesso Militare-Industriale statunitense. Il governo cinese, nel frattempo, dovrà sviluppare la democrazia partecipativa e l'economia di equivalenze del post-capitalismo, come unica blindatura duratura contro questo tipo di sovversione dell'Occidente.

    Dovrà creare, in una parola, l'indistruttibile Muraglia Cinese del Socialismo del XXI Secolo.

  5. #105
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    Predefinito Rif: Focus Cina

    Un manifesto di guerra

    Un manifesto di guerra

    di Domenico Losurdo

    su Junge Welt del 10/12/2010

    Sul Premio Nobel a Liu Xiaobo

    Trasmesso in diretta da tutte le più importanti reti televisive del mondo, il discorso pronunciato dal presidente del Comitato Nobel in occasione del conferimento del premio per la pace a Liu Xiaobo si presenta come un vero e proprio manifesto di guerra. Il concetto fondamentale è chiaro quanto sgangherato e manicheo: le democrazie non si sono mai fatte guerra e non si fanno guerra tra di loro; e dunque per far trionfare una volta per sempre la causa della pace occorre diffondere la democrazia su scala planetaria. Colui che così parla ignora la storia, ignora ad esempio la guerra che tra il 1812 e il 1815 si sviluppa tra Gran Bretagna e Usa. Sono due paesi «democratici» e per di più fanno entrambi parte del «pragmatico» e «pacifico» ceppo anglosassone. Eppure tale è il furore della guerra che Thomas Jefferson paragona a «Satana» il governo di Londra e giunge persino a dichiarare che Gran Bretagna e Usa sono impegnati in una «guerra eterna» (eternal war), la quale è destinata a concludersi con lo «sterminio (extermination) di una o dell’altra parte».

    Identificando causa della pace e causa della democrazia, il presidente del Comitato Nobel abbellisce la storia del colonialismo, che ha visto spesso paesi «democratici» promuovere l’espansionismo, facendo ricorso alla guerra, alla violenza più brutale e persino a pratiche genocide. Ma non si tratta solo del passato. Col suo discorso il presidente del Comitato Nobel ha legittimato a posteriori la prima guerra del Golfo, la guerra contro la Jugoslavia, la seconda guerra del Golfo, tutte condotte da grandi «democrazie» e in nome della «democrazia».

    Ora, il più grande ostacolo alla diffusione universale della democrazia è rappresentato dalla Cina, che dunque costituisce al tempo stesso il focolaio più pericoloso di guerra; lottare con ogni mezzo per un «regime change» a Pechino è una nobile impresa al servizio della pace: questo è il messaggio che da Oslo è stato trasmesso e bombardato in tutto il mondo, ed è stato trasmesso e bombardato mentre la flotta militare Usa non cessa di «esercitarsi» a poca distanza dalle coste cinesi.

    A suo tempo, un illustre filosofo «democratico» e occidentale, John Stuart Mill, ha difeso le guerre dell’oppio contro la Cina come un contributo alla causa della libertà, della «libertà «dell'acquirente» prima ancora che «del produttore o del venditore». E’ sulla scia di questa infausta tradizione colonialista che si sono collocati i signori della guerra di Oslo. Il manifesto lanciato dal presidente del Comitato Nobel deve suonare come un campanello d’allarme per tutti coloro che hanno realmente a cuore la causa della pace.

  6. #106
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    La Serbia e il Nobel

    Sanja Lučić
    14 dicembre 2010

    Il 10 dicembre scorso alla cerimonia di assegnazione del Premio Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo, la Serbia non avrebbe voluto esserci. Questa era l’intenzione del ministro serbo Vuk Jeremić. Poi però, sotto il peso del biasimo generale, Belgrado ha fatto marcia indietro

    All’inizio le autorità di Belgrado avevano annunciato che la Serbia non avrebbe inviato un suo rappresentante alla cerimonia del premio Nobel assegnata al dissidente cinese Liu Xiaobo, che sta scontando una pena a 11 anni nella prigione di Jinzhou, per “istigazione alla sovversione” e per aver promosso il manifesto ‘Carta’08, il documento favorevole alla democrazia firmato da 2000 cinesi. E che la decisione era stata presa da Vuk Jeremić, il ministro degli Esteri, senza alcuna consultazione con il presidente Boris Tadić che a sua volta dichiarava di non voler rilasciare nessun commento ufficiale visto che la sua opinione personale non coincide con la decisione di Jeremić.
    Successivamente era anche stato sottolineato che i diritti umani sono una priorità della Serbia che spera di far parte dell’Unione europea, ma che la tutela dei rapporti con la Cina fosse ancora più importante.
    Alla fine, dopo le dure critiche dell’Unione europea e la “incomprensione” di un gesto simile da parte di un paese che è candidato ad entrare nell’Ue, la Serbia ha fatto marcia indietro e ha inviato alla cerimonia l’ombudsman Saša Janković. Così, ancora una volta, si è venuta a creare una situazione in cui la Serbia si è presentata come un paese indeciso e diviso, fortemente influenzato dagli interessi economici e dagli alleati storici da una parte, ma anche dalla Unione europea dall’altra. Un paese che fa un passo avanti e due indietro. E che non sa da che parte stare.

    Diritti umani sì, ma la Cina è più importante

    Sin dallo scorso 8 ottobre il governo di Pechino, dopo aver definito la scelta operata dal Comitato per il Nobel un’“oscenità” nonché un’interferenza negli affari giuridici cinesi, aveva messo in atto pressioni politiche e ricatti economici a livello mondiale per far sì che in tanti disertassero la cerimonia.
    Inizialmente i paesi che non avrebbero dovuto partecipare alla consegna erano 19, tutti “amici” della Cina e legati ad essa da interessi economici, tra i quali anche la Serbia. Il ministro degli Affari esteri serbi, Vuk Jeremić, aveva dichiarato che non ci sarebbe stato nessuno alla cerimonia perché anche se la Serbia presta un’attenzione particolare alla difesa dei diritti umani, i suoi rapporti con la Cina rappresentano uno dei primi interessi nazionali della politica estera di Belgrado .
    “La Serbia presta grande attenzione al rispetto e alla difesa dei diritti umani che sono uno dei requisiti per l’integrazione del paese nell’Unione Europea, tuttavia i rapporti con la Cina sono troppo importanti e tutte le decisioni prese dalle autorità statali sono legate agli interessi nazionali del paese. La Cina è anche uno dei quattro pilastri della nostra politica estera, insieme a Russia, Usa e Unione europea”, aveva dichiarato il ministro serbo.
    Questa sua decisione aveva diviso sia l’opinione pubblica sia i partiti politici in Serbia. Jelko Kacin,rapporteur del Parlamento europeo per la Serbia ha dichiarato che il paese si dimostra ancora una volta troppo “servile” verso la Cina e che un candidato per l’Unione europea non si può permettere un comportamento simile, manifestando a tal punto il proprio servilismo.

    Critiche al comportamento della Serbia

    Čedomir Jovanović, leader del partito serbo LDP, aveva interpretato la decisione di Jeremić come una vergogna per il paese.“Russia e Cina sono due potenze che il mondo accetta così come sono, ma non accetteranno mai una piccola Serbia grazie a questo comportamento ed anche la Cina non ci apprezzerà di più per questo gesto”, sottolineava Jovanović. Critiche alla decisione di Belgrado di disertare la cerimonia sono venute anche dal Comitato dei giuristi per i diritti umani (Yucom), secondo il quale la Serbia, intendendo di boicottare la cerimonia, mostra di essere ancora lontana da una posizione di autentico rispetto dei diritti umani e dei valori caratteristici delle società europee moderne e democratiche. [SIC]
    Laszlo Varga, Presidente della Commissione per l’integrazione europea dell’Assemblea nazionale serba, aveva definito la decisione della Serbia come catastrofica, aggiungendo che se la Serbia mira a far parte della comunità europea non dovrebbe mettersi al fianco dei paesi che in nessun modo rispondono ai criteri di paesi democratici. “E’ un messaggio estremamente negativo” aveva sottolineato Varga, ribadendo che “in Serbia non è ancora maturata l’idea che l’Ue non è solo un’unione economica ma soprattutto un’unione di valori”.
    Štefan Füle, Commissario europeo per l’allargamento e la politica europea di vicinato, si era dimostrato preoccupato e deluso per la decisione della Serbia perché tutti i paesi dell’Unione europea avrebbero partecipato alla cerimonia. Invece il capo della delegazione per i Balcani del Parlamento europeo, Eduard Kukan riteneva che il boicottaggio del premio Nobel, come anche l’ultimo rapporto sulla “non collaborazione” della Serbia con il tribunale dell’Aja, sono solo delle informazioni negative che arrivano a Bruxelles. Con una nota Bruxelles, infatti, aveva ricordato a Belgrado che democrazia e diritti umani sono valori fondanti del Vecchio continente, da tutelare ovunque nel mondo.
    “In Europa ci sono dei valori. Chi non li rispetta, non può farne parte”, forse è proprio questa dura posizione di Bruxelles nei confronti dei paesi che avrebbero boicottato la cerimonia, che alla fine ha spinto Serbia a mandare il suo rappresentante. Il primo ministro Mirko Cvetković aveva deciso l’invio dell’ombudsman dopo essere stato a Bruxelles per incontrare alti esponenti dell’Ue. “Spero che la Cina capirà che sono stato alla cerimonia non per portare un messaggio politico ma perché i diritti umani e la democrazia sono importanti per la Serbia”, ha dichiarato Saša Janković.

    Addio Jeremić?

    Il settimanale “Vreme” scrive che Belgrado ancora una volta si è dimostrata poco seria e soggetta alle pressioni di tutti: da una parte Bruxelles per quanto riguarda la risoluzione sul Kosovo davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e dall’altra la Cina, quando c’è qualcosa che non piace a Pechino. E poi, aggiunge il settimanale belgradese, “E’ poco serio che la Serbia prima non voglia partecipare alla cerimonia ma alla fine accetti, con l’ombudsman Saša Janković che era lì come emissario personale del premier Mirko Cvetković e non in qualità di rappresentante ufficiale dello Stato. Così si crea l’immagine di un paese che ancora una volta non sa cosa vuole.”
    Il 18 dicembre in Serbia ci saranno le elezioni nel Partito democratico (Ds). Il leader democratico e presidente, Boris Tadić, ha ripetuto tante volte di non essere soddisfatto del lavoro di alcuni ministeri e che è urgente ridimensionare il governo. Le ultime notizie che arrivano da Belgrado confermano l’intenzione di Boris Tadić di sostituire Jeremić per “aver preso decisioni importanti per il paese senza prima consultarlo”.
    “Si parla di una mia sostituzione da quando sono diventato ministro. Io sto solo facendo il mio lavoro e penso siano dannose queste speculazioni perché inviamo un segnale negativo al mondo e il messaggio è ancora una volta quello della mancanza d’unità sugli obiettivi e le priorità della politica estera della Serbia”, ha dichiarato Jeremić.
    Si riscaldano così i vecchi stereotipi sulla Serbia come un paese che non ha abbastanza coscienza quando si tratta di diritti umani. E che vorrebbe far parte dell’Europa ma non è ancora pronta fino in fondo ad accettare i valori della comunità europea. [SIC]

    ---
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  7. #107
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    Cina-Pakistan. Piccoli imperi crescono
    Cina-Pakistan. Piccoli imperi crescono | Esteri | Rinascita.eu - Quotidiano di Sinistra Nazionale
    di: Pietro Fiocchi
    p.fiocchi@rinascita.eu
    Dopo l’Afpak, ecco un’altra espressione geografica, dove però a Washington riuscirà meno facile giocare a Risiko: il Cinpak. Partito dall’India, il premier cinese Wen Jiabao è da venerdì in Pakistan: una visita ufficiale che si conclude domenica. La missione, fa sapere la stampa pakistana, è “un’occasione unica per rafforzare i rapporti commerciali ed economici tra i due Paesi”. Pechino non avrà difficoltà a rassicurare Islamabad, che potrebbe essersi insospettita dal miglioramento dei rapporti tra la Repubblica popolare e l’India. Sul fronte economico è prevista la firma di contratti per un valore di circa 20 miliardi di dollari. Ad accompagnare Wen, c’è una delegazione di decine di capitani d’industria e 250 uomini d’affari cinesi.
    Il Pakistan conta sulla Cina per l’ammodernamento del suo apparato della Difesa e come fonte d’investimenti per lo sviluppo delle sue infrastrutture. Durante la sua permanenza in Pakistan, Wen incontrerà l’omologo Yusuf Raza Gilani e il presidente Asif Ali Zardari, poi domenica interverrà in Parlamento.
    A luglio durante la visita di Zardari a Pechino sono state siglate sei intese per consolidare la cooperazione economica e quella in materia di sicurezza. A proposito. Le attenzioni cinesi sono sempre puntate sul porto di Gwadar per il quale sono già stati investiti 200 milioni di dollari. Lo scalo, nel Pakistan meridionale, è considerato da Islamabad un’opportunità notevole per dare nuovo impulso alla sua economia: si tratterebbe di punto di collegamento tra l’Afghanistan e l‘Asia Centrale, e da Pechino è visto come un’area strategica per il passaggio delle forniture di petrolio. In ballo anche il discorso su possibili misure da adottare per migliorare la cooperazione nelle questioni regionali e internazionali di reciproco interesse: per esempio la situazione della sicurezza in Pakistan e della guerra in corso nell’adiacente Afghanistan. Preoccupata dalla minaccia rappresentata dalle “tre forze del male” (terrorismo, estremismo e separatismo), la Cina conduce regolarmente esercitazioni anti-terrorismo con il Pakistan.
    In agenda dovrebbe esserci anche la collaborazione in materia di energia nucleare: il 24 giugno scorso è stata firmata un’intesa per aprire un cantiere finalizzato alla costruzione di due reattori ad acqua pressurizzata per la centrale nucleare pachistana di Chasma, addette ai lavori saranno due società cinesi (la China nuclear industry fifth construction company e la Cnnc China Zhongyuan engineering corp).
    In Pakistan sono attive oltre 120 aziende della Repubblica popolare e più di diecimila cinesi vivono nel Paese centroasiatico. Per loro le autorità cinesi hanno più volte chiesto a Islamabad garanzie di sicurezza. In Pakistan sono stati completati progetti gestiti da cinesi del valore di circa 20 miliardi di dollari, altri progetti per circa 14 miliardi sono in corso. P.F.

  8. #108
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    Pechino snobba gli Usa e punta l´euro "E´ importante per noi, lo aiuteremo"
    di Angelo Aquaro - 24/12/2010

    Fonte: La Repubblica [scheda fonte]


    Continua il duello Cina-America. Washington ricorre al Wto
    Pechino sarebbe pronta ad acquistare un quarto del debito di Lisbona

    Gli americani l´hanno già ribattezzata «China Klaus» ma l´ironia non inganni. L´ultimo travestimento di Pechino, quello da Santa Klaus, Babbo Natale, non piace per niente a Washington, che guarda anzi con diffidenza e preoccupazione al regalo promesso da Pechino all´Europa.
    «Siamo pronti ad aiutare i paesi dell´eurozona a superare la crisi finanziaria e a rilanciare la ripresa» ha annunciato la portavoce del ministro dell´Estero Jang Ju. Una dichiarazione d´intenti arrivata a stretto giro dopo il «là» del vicepremier Wang Quishan, che aveva parlato di «azioni concrete». E che ha finito così per confermare le voci riportare dalla stampa portoghese, secondo cui Pechino sarebbe pronta ad acquistare 5 miliardi di buoni del tesoro di Lisbona: praticamente un quarto del debito che sta affondando il paese facendo riemergere le paure di crisi in Europa.
    E´ solo l´inizio: sulla lista della spesa dei cinesi ci sarebbe già il tribolatissimo debito greco. E il segnale è stato subito accolto positivamente dai mercati. L´euro ha arrestato la sua discesa sul dollaro che lo stava portando pericolosamente sotto la soglia dei 1300 ed è risalito anche dal cambio storicamente più basso mai raggiunto con il franco svizzero. Ma l´aiuto promesso del Dragone è solo l´ultimo passo di una danza di avvicinamento inaugurata dal tour europeo di Wen Jabao all´inizio dell´anno. E irrobustita - suggeriscono le analisi più prudenti - dall´acquisto di azioni in euro per il valore di sette, otto miliardi di dollari al mese.
    Chiaro che l´espansione del Dragone non sia vista di buon occhio da questa parte dell´Oceano. Prima di tutto perché finora Pechino ha generosamente finanziato il debito americano: con quasi mille miliardi di acquisti, la Cina è il miglior clienti dei 13mila miliardi di debito Usa. E poi perché la potenza asiatica sta evidentemente barattando il regalo di Natale con l´impegno dell´Europa a fare ancora più spazio ai suoi prodotti.
    Per gli Usa è un ulteriore campanello d´allarme. Già gli americani hanno aperto da tempo il contenzioso sul deprezzamento dello yuan - anche se per la verità neppure loro sono senza peccato, vedi l´indebolimento del dollaro grazie all´acquisto dei buoni del tesoro da parte della Fed. Ma la sfida a distanza tra i due giganti si è arricchita ieri di una nuova tenzone.
    Washington ha portato Pechino davanti al tribunale del Wto accusandola di concorrenza leale. E´ la seconda volta nel giro di quattro mesi che gli States si rivolgono all´organizzazione mondiale del commercio. Ma stavolta l´accusa riguarda un settore particolarmente caro a Barack Obama - e su cui il presidente ha insistito anche nel discorso prenatalizio. E cioè lo sviluppo dell´industria energetica alternativa. Un fondo speciale del governo assicurerebbe fino a 22 milioni di finanziamenti per le industrie cinesi che si lanciano nell´eolico: per gli americani si tratta di veri e propri «sussidi», vietati dal Wto, che «opererebbero come una barriera alle esportazioni Usa.
    Insomma ce n´è abbastanza perché l´annunciata visita di Hu Jintao negli Usa rischi di trasformarsi in un vero show down. Il tour americano era programmato da tempo ma ieri gli Usa hanno reso nota la data esatta della visita: il 19 gennaio. Proprio alla vigilia del Discorso sulla Stato dell´unione in cui Barack Obama - ha annunciato il suoo portavoce Robert Gibbs - si concentrerà guarda caso sui piani per il taglio del deficit.

  9. #109
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    Predefinito Rif: Focus Cina

    L'enigma cinese
    di Joseph Halevi - 28/12/2010

    Fonte: Il Manifesto [scheda fonte]



    Stiamo entrando nel quarto anno dall'inizio della crisi economica mondiale senza che si profilino delle soluzioni interne al sistema economico, segnatamente all'assenza totale di lotte e strategie forti alternative. Ma la crisi è veramente globale? Inizialmente lo era quando la Cina ne venne coinvolta per un periodo di circa cinque o sei mesi e quando la borsa di Bombay venne posta sotto pressione. Col varo di ampie spese reali la Cina riprese la sua crescita caratterizzata dalla preminenza degli investimenti pesanti e delle esportazioni. L'India subì un lieve calo del tasso di espansione per poi riprendersi anch'essa interamente sulla base della domanda interna. Pertanto, dalla seconda metà del 2009 l'accumulazione capitalistica mondiale si suddivide in due. Se Stati uniti, l'Europa ed il Giappone sono in condizioni di crisi e stagnazione, continua l'espansione della Cina e dell'India inflazionando i prezzi delle materie prime, trainando e gonfiando le economie dei paesi produttori, dall'Australia al Brasile.

    Una caratteristica fondamentale dell'assetto politico post 2007-8 è l'enorme rafforzamento del potere del capitalismo finanziario - soprattutto delle banche - per cui le prospettive del 2011 dipendono molto dalle aspettative di questi centri di potere. In tale contesto la Cina è l'elemento determinante delle aspettative dinamiche, mentre Usa ed Europa devono rimanere una fonte inesauribile cui attingere per ottenere soldi pubblici. Qualche settimana fa l'International Herald Tribune pubblicò un dettagliato articolo sull'esistenza di un vero comitato esecutivo segreto formato dalle principali banche, il cui scopo è di proteggerne il potere e di orientare in tal senso tutte le proposte di riforma del sistema finanziario. Emerge nitidamente che i fondi speculativi sul rischio, gli hedge funds, sono oggi il punto focale da difendere, il che rappresenta la conferma che i lati più pericolosi del capitalismo finanziario hanno acquisito un peso ben maggiore rispetto agli anni precedenti.
    Negli Usa ed in forme anodine e contorte in Europa, la crisi unita all'intoccabilità delle grandi banche, ha trasformato l'erogazione di denaro pubblico in elargizioni alle medesime. Malgrado i bassissimi tassi di interesse questi soldi non vengono indirizzati verso l'investimento reale né verso il credito alle famiglie. Il sistema finanziario pieno di liquidità a costo zero anela a collocazioni in attività di lucro, cioè di rischio. Le attività che contano sul piano mondiale sono quelle collegate alla Cina ed al suo vortice che va dai futures della soia in Brasile ed Argentina ai minerali australiani, al gas dell'Asia centrale, alle foreste indonesiane ed ai mercati borsistici di questi paesi, fino all'Africa. La dinamica cinese determina quindi le aspettative di lucro del comparto capitalistico che la crisi ha rafforzato. La crescita cinese è accompagnata da una bolla speculativa interna di grandi proporzioni nel campo immobiliare e azionario cui si collega la bolla del collocamento della liquidità «occidentale». Ne consegue che esiste una connessione realmente dialettica tra la crisi negli Stati uniti ed in Europa e la crescita cinese. Un non improbabile rovescio del mercato immobiliare delle maggiori città cinesi e della borsa di Shanghai, comporterebbe un radicale capovolgimento nelle aspettative delle società occidentali che maneggiano i fondi hedge con tutte le loro negative ripercussioni sui mercati finanziari statunitensi ed europei. Se le aspettative del capitalismo finanziario dipendono in gran parte dall'espansione cinese è necessario vagliarne la solidità. Vedremo che questa è assai problematica.

 

 
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