Cina: La dialettica di autonomia e apertura
di Wang Hui *
Scritto alla vigilia del sessantesimo anniversario della Repubblica popolare di Cina
Lo sviluppo economico della Cina ha smentito numerose previsioni: dopo il 1989 erano diffuse le teorie sul crollo della Cina, ma la Cina non è crollata, sono invece crollate quelle teorie.
Ci si è quindi cominciato a chiedere perché questo crollo non sia avvenuto, anzi, al contrario, la Cina si sia sviluppata. Nel corso delle riforme ci sono state continue discussioni sulla loro validità o meno, che toccavano anche la questione di come valutare il periodo socialista e il periodo delle riforme. Sono sempre più numerosi coloro che ritengono che comunque si valutino successi e intoppi del periodo socialista e di quello di apertura e riforme, l’esperienza cinese è radicata su queste due tradizioni. D’altronde, la contraddizione tra l’attuale crisi finanziaria globale e l’accumulazione di lungo periodo mostra che la Cina non può né deve ritornare ai vecchi modelli di sviluppo, sia il modello di pianificazione tradizionale, sia il modello finalizzato unicamente allo sviluppo del PIL. Dobbiamo cambiare il nostro modo di valutare l’esperienza di questi sessanta anni della Cina.
Le implicazioni politiche dell’ “indipendenza e autonomia”.
Nelle discussioni sul modello cinese molti studiosi mettono l’accento sulla stabilità dello sviluppo e ritengono che la Cina non abbia conosciuto grandi crisi. Questa tesi non è corretta. Il 1989 è stato l’anno della crisi maggiore dei trent’anni di riforme economiche; la Cina ha attraversato questa crisi ma ancora oggi ne possiamo vedere le tracce in diversi campi. Quella crisi era anche parte integrante di una crisi mondiale, che peraltro era soprattutto una crisi politica e non economica. La crisi cinese del 1989 può essere considerata come il preludio della crisi dell’Urss e i paesi dell’Est europeo, con la differenza però che questi paesi sono crollati mentre la Cina ha mantenuto fondamentalmente la stabilità del suo sistema. Quei paesi erano anch’essi, come la Cina, stati socialisti diretti da partiti comunisti: come mai invece la Cina non è crollata? Quali fattori hanno consentito alla Cina di conservare la sua stabilità e creato le condizioni per una rapida crescita? Dopo trent’anni di riforme quali variazioni si sono verificate in tali condizioni? Se si parla di «via cinese» o di «peculiarità della Cina», ecc., sono questi anzitutto i problemi a cui bisogna rispondere.
La disgregazione del sistema dell’Urss e dei paesi dell’Est Europeo ha avuto complesse e profonde cause storiche, come ad esempio la contrapposizione tra il sistema burocratico e la popolazione, le politiche arbitrarie attuate durante la Guerra fredda, nonché le condizioni di vita della popolazione dovute a una “economia della penuria” eccetera. In confronto a ciò, la volontà di auto-rinnovamento del sistema cinese è stata molto più forte. Il sistema cinese ha conosciuto gli assalti del periodo della “Rivoluzione culturale”, durante il quale i funzionari medi e superiori del partito e dello stato erano stati mandati da Mao Zedong a lavorare e vivere nelle fabbriche, nelle campagne e in altre situazioni sociali di base. Quando alla fine degli anni ’70 questi ritornarono alle loro precedenti posizioni di potere, grazie a questa esperienza lo Stato acquisì forti capacità di rispondere alle esigenze della società reale, mostrando una grande diversità rispetto all’Urss e ai Paesi dell’Est.
Non ho qui il tempo di discutere nei dettagli le origini e implicazioni di questa questione; posso soltanto concentrarmi sulla principale peculiarità che distingue il sistema cinese da quello dell’Urss e dei Paesi dell’Est, ossia l’indipendenza e l’autonomia nell’esplorazione di una strada per lo sviluppo sociale e la posizione di sovranità che deriva da questa scelta. L’ultimo segretario del partito comunista della Germania dell’Est Egon Krenz nelle sue memorie spiega che tra le numerose cause del crollo del Paese dopo il 1989, la principale fu la svolta dell’Urss e i conseguenti cambiamenti all’interno dei paesi del blocco sovietico.
Durante la guerra fredda, i politici occidentali usavano spesso il concetto di “dottrina Breznev” per ridicolizzare la “sovranità limitata” dei Paesi dell’Est Europa. Con il Patto di Varsavia, i paesi dell’Est europeo non avevano una piena sovranità, ma dipendevano dal controllo dell’Urss e quando l’Urss entrò in crisi ne seguì il crollo dell’intero blocco sovietico. Dopo la seconda guerra mondiale fu affermata stabilmente la sovranità degli stati nazionali, ma in realtà ben pochi su scala mondiale erano i Paesi con una reale sovranità. Questo valeva non solo per i Paesi dell’Est europeo: non era forse la stessa cosa anche per i paesi del Patto Atlantico? In Asia, nel quadro della Guerra fredda la sovranità del Giappone, della Corea del sud e di altri Paesi era condizionata dalle strategie globali dell’America e anch’essi erano paesi a sovranità limitata. Nel quadro strutturale della Guerra fredda i due campi costituivano ciascuno un sistema di alleanze tra stati e i cambiamenti o le svolte politiche del paese egemone di ciascuno dei due campi avevano profonde ripercussioni su tutti gli altri Paesi.
Con la fine della guerra civile in Cina e la fondazione della Repubblica popolare cinese nacque un nuovo stato socialista. All’inizio, con il costituirsi dei due poli della guerra fredda, la Cina si schierò nel campo socialista, e in particolare nel corso della guerra di Corea dei primi anni Cinquanta, la Cina si trovò impegnata in un confronto militare diretto con gli Stati Uniti e i loro alleati. Durante questo periodo e in particolare nel corso del primo piano quinquennale la Cina ricevette un immenso aiuto dall’Unione sovietica, sia per lo sviluppo industriale e per la ripresa post-bellica, sia per ritrovare una posizione internazionale, e in un certo senso ebbe relazioni di una certa sudditanza nei confronti dell’Urss. Tuttavia, così come il processo rivoluzionario cinese aveva seguito una propria strada, allo stesso modo la Cina nel periodo della costruzione del socialismo esplorava una via di sviluppo basata sull’indipendenza e l’autonomia. A partire dalla metà degli anni Cinquanta la Cina sostenne attivamente il “movimento dei non allineati” e successivamente ingaggiò una polemica aperta con il partito comunista sovietico. La Cina si svincolò gradualmente da ciò che alcuni studiosi chiamano “rapporti di dipendenza coloniale” con l’Unione sovietica, non solo sul piano politico, ma anche su quello economico e militare, stabilì la propria posizione indipendente all’interno dei sistemi socialisti e dunque nell’insieme delle relazioni mondiali. Sebbene lo stretto di Taiwan tenga ancora l’isola separata dalla Cina, tuttavia la natura politica dello Stato cinese è improntata alla sovranità e ad un alto grado di indipendenza ed autonomia e ciò ha determinato la creazione di un sistema economico-industriale nazionale autonomo e indipendente. Senza il prerequisito di questa sovranità sarebbe stato difficile immaginare la strada delle riforme e dell’apertura, così come anche il destino della Cina dopo 1989. Il fatto che la Cina fosse già dotata di un sistema economico indipendente ed autonomo ha costituito la precondizione della politica di riforme e di apertura.
Le riforme cinesi hanno una loro logica interna e un carattere autonomo, sono riforme attive e non passive, molto diverse dalle varie “rivoluzioni colorate”, frutto di un contesto complesso dell’Est europeo e dell’Asia centrale. Lo sviluppo della Cina non solo è diverso dalle economie dipendenti dell’America Latina, ma anche da quello del Giappone, della Corea e di Taiwan. Nel caso di questi paesi non si può semplificare parlando di “modello asiatico”, benché il ruolo dello Stato, le politiche industriali di questi governi e alcune strategie di sviluppo abbiano caratteristiche simili e interagiscano fra loro. In effetti, dal punto di vista politico la premessa delle riforme in Cina è stata l’autonomia, mentre lo sviluppo dei paesi sopra citati può essere definito in larga misura uno “sviluppo dipendente”. La differenza con i paesi dell’America Latina è però che i rapporti di dipendenza di questi ultimi durante la guerra fredda sono diventati proprio la premessa politica dello sviluppo.
Queste caratteristiche di sovranità relativamente indipendente e compiuta si sono realizzate nell’attività pratica del partito politico, il che costituisce una caratteristica saliente della politica del XX secolo. Nel bilancio che ne faceva Mao Zedong, il fronte unito, la lotta armata e la costruzione del partito erano “le tre armi magiche” della rivoluzione cinese, ma la costruzione del partito non doveva staccarsi dalla linea di massa. Mao parlava di classe e di lotta di classe, ma sul piano teorico parlava della società cinese con concetti che non corrispondevano completamente a quelli classici. I concetti che lui usava più frequentemente, quelli di popolo e di contraddizioni in seno al popolo, si erano tutti sviluppati a partire dall’esperienza della rivoluzione cinese. Per quanti errori teorici e pratici abbia commesso il partito comunista cinese, le lotte contro l’imperialismo del periodo rivoluzionario e la successiva polemica con l’Unione Sovietica rimangono i fattori basilari della realizzazione della sovranità cinese e su queste questioni non ci si può limitare a dare giudizi basati su singoli dettagli.
Con la polemica aperta con il PCUS la Cina si è svincolata dai precedenti rapporti di dipendenza prima a livello di partito e in seguito a livello di Stato, dando vita a un nuovo modello di indipendenza. In altre parole, le radici di questa sovranità sono politiche: dall’evolversi dei rapporti fra partiti politici è sorta una peculiare indipendenza politica che si è manifestata nello Stato, nell’economia e in altri settori. Se si tralascia questa prospettiva politica, è difficile comprendere chiaramente le caratteristiche della sovranità cinese. In realtà ciò è collegato al disgregamento progressivo della polarizzazione della Guerra Fredda, e alle incessanti lotte e critiche rivolte dalla Cina contro questi due blocchi. In questo senso la Cina ha dato un contributo originale alla conclusione della guerra fredda e alla pace nel mondo.
Date queste caratteristiche di indipendenza del partito e dello Stato in Cina si è anche formato un meccanismo di correzione degli errori. Nei campi dell’economia, della politica e della cultura, sia nel periodo della ricerca di una via socialista, sia in quello dei tentativi di riforma si sono verificati errori di vario tipo, con conseguenze talvolta drammatiche; tuttavia, nel corso degli anni ’50, ’60 e ’70 lo Stato e il partito cinese hanno costantemente riaggiustato le loro politiche. Queste rettifiche non derivavano da suggerimenti esterni, ma furono attuate affrontando i problemi sorti nella pratica. In quanto meccanismi di rettifica della linea del partito, i dibattiti teorici, in particolare quelli pubblici, hanno svolto una funzione importante nell’aggiustamento e nella capacità di auto-riformarsi del partito e dello Stato. Poiché all’interno del partito comunista mancava un meccanismo democratico, le lotte politiche degeneravano spesso in attacchi spietati o in lotte di potere, ma ciò non deve oscurare l’importante ruolo storico svolto da questi dibattiti sulla linea politica e sulla teoria. Da questo punto di vista occorre ripensare alcuni temi ricorrenti dalle riforme in poi, come ad esempio il fatto che le riforme non sono frutto di un modello o di politiche precostituite, ma sono il risultato del “guadare il fiume a tentoni”: questo modo di dire è certamente corretto, ma in realtà non avere seguito un modello precostituito è una costante di tutta la rivoluzione cinese, e Mao Zedong nel suo saggio Sulla contraddizione ha usato parole simili. Su che cosa reggersi in assenza di modello? Sul dibattito teorico, sulla lotta politica e sulla pratica sociale. E’ ciò che viene detto “dalla pratica alla pratica”. Tuttavia questo bilancio della pratica è di per sé teorico, perché la pratica non può essere priva di premesse ed orientamenti. Senza ispirarsi a valori fondamentali, “passare il guado a tentoni” non porterà molto lontano. Nel suo testo Sulla Pratica Mao Zedong ha citato Lenin: “Senza teoria rivoluzionaria non può esserci movimento rivoluzionario”. Creare e promuovere una teoria rivoluzionaria può svolgere una funzione decisiva nei momenti cruciali. Quando si deve fare una cosa, qualunque essa sia, ma non si posseggono ancora orientamenti, metodi, piani o politiche precise, stabilirne di nuovi svolge un ruolo decisivo. Nei momenti in cui la politica, la cultura, la sovrastruttura eccetera sono di ostacolo allo sviluppo della base economica, cultura e politica costituiscono il punto centrale sul quale prendere decisioni. Questo illustra le lunghe lotte dell’epoca in cui il partito comunista era alla ricerca del suo modello.
Il dibattito teorico ha svolto funzioni importanti sia nel processo rivoluzionario sia in quello delle riforme. La fonte teorica delle riforme – il concetto di un’economia di mercato socialista – nasce dai dibattiti teorici sulla merce, l’economia mercantile, la legge del valore, il diritto borghese ecc. ed è emersa anche nella sperimentazione pratica socialista. Le discussioni a proposito della legge del valore sono iniziate negli anni cinquanta, con la pubblicazione degli articoli di Sun Yefang e di Gu Zhun, nel contesto della rottura cino-sovietica e dell’analisi delle contraddizioni sociali di Mao Zedong. A metà degli anni ’70 questo problema tornò al centro del dibattito in seno al partito. Senza queste discussioni sarebbe stato molto difficile immaginare che le future riforme potessero seguire la logica della legge del valore, del principio “a ciascuno secondo il proprio lavoro”, e dell’economia di mercato socialista. Oggi i dibattiti sulla via di sviluppo non sono più come in passato confinati all’interno del partito, ma svolgono altresì un ruolo importante nei riaggiustamenti della linea politica. Se non ci fosse un sistema per criticare e contrastare l’esclusiva attenzione allo sviluppo del PIL, non potremmo portare all’ordine del giorno la ricerca di nuovi modelli scientifici per lo sviluppo. Negli anni ’90, con il mutamento della struttura politica cinese, i dibattiti nel mondo intellettuale cinese sostituirono in parte il ruolo precedente dei dibattiti all’interno del partito. L’attenzione nei confronti della “triplice questione agraria” [la campagna, i contadini e l’agricoltura] cominciata alla fine degli anni ‘90, la riflessione critica sulla riforma dell’assistenza sanitaria dopo il 2003, l’attenzione al problema della riforma delle imprese statali e dei diritti del lavoro nel 2005, i movimenti sociali e la diffusione delle tesi per la protezione dell’ambiente eccetera hanno tutti esercitato una grande influenza sul riaggiustamento delle politiche statali. Il dibattito teorico, assieme alle relative lotte e sperimentazioni sociali, svolge un grande ruolo nel guidare gli orientamenti politici. Altrimenti non esiste una forza politica in grado di auto-riformarsi dall’alto verso il basso.
Oggi si parla della democrazia come di un meccanismo di rettifica degli errori, ma di fatto i dibattiti teorici e di linea sono anch’essi meccanismi di rettifica per il partito politico. Nel XX secolo l’assenza di un meccanismo democratico all’interno del partito ha fatto sì che il dibattito sulla linea politica abbia manifestato caratteristiche arbitrarie e violente, sulle quali è necessario condurre una lunga e profonda riflessione; tuttavia la critica alla violenza della lotta politica nel partito non equivale a negare il dibattito teorico e quello sulla linea. In realtà, solo tali dibattiti costituiscono il meccanismo e la via che ci permetteranno di evitare una dittatura e di compiere delle rettifiche. “La pratica è l’unico criterio valido per la ricerca della verità”: questo slogan indica l’importanza assoluta della pratica, ma esso ha di per sé un carattere teorico e solo nel dibattito teorico possiamo comprenderne il significato.
Il protagonismo dei contadini
Poiché la rivoluzione cinese è avvenuta in una società agricola tradizionale, i contadini sono diventati il soggetto rivoluzionario. Sia nella fase iniziale della rivoluzione e della guerra, sia durante il periodo dell’edificazione della società e delle riforme, i sacrifici e il contributo dei contadini sono stati immensi, il loro spirito intrepido, assieme alla loro creatività, hanno lasciato segni molto profondi.
A confronto con gli altri Paesi del terzo mondo, la mobilitazione della società rurale in tutto il XX secolo e le trasformazioni nell’organizzazione sociale nelle campagne possono essere dette sconvolgenti e senza precedenti. Con la rivoluzione e la riforma agraria, l’intero ordinamento sociale delle campagne è stato radicalmente riorganizzato. Questa lunga e acuta trasformazione rivoluzionaria ha generato tre risultati importanti:
1 – Con la rivoluzione agraria e lo sconvolgimento dell’ordine nelle campagne, la classe contadina ha conquistato una forte determinazione politica. Né nei paesi dell’Est europeo, e nemmeno in Unione Sovietica vi è stata una lotta armata e una rivoluzione agraria di così lunga durata. Senza questo contesto sarebbe stata impossibile la lunga mobilitazione dei contadini per la trasformazione dei rapporti agrari. Rispetto a molti paesi socialisti o ex socialisti, il valore dell’uguaglianza ha radici profonde nel cuore del popolo cinese.
2 – Per capire davvero il rapporto tra movimento socialista cinese e movimento contadino bisogna chiarire il ruolo del partito nella rivoluzione cinese. La fondazione del partito comunista cinese è stato anche un prodotto del movimento comunista internazionale, ma con una differenza: il compito politico centrale di questo partito era la mobilitazione dei contadini e la creazione di una nuova politica e di una nuova società attraverso il movimento contadino. Attraverso trent’anni di rivoluzione armata e di lotte sociali questo partito politico si è radicato nei movimenti sociali di base e in particolare è divenuto il partito politico del movimento contadino e operaio, la cui capillare forza organizzativa e di mobilitazione sono molto diverse da quelle dei partiti dei paesi socialisti dell’Europa dell’Est. Oggi giornalisti e osservatori vari esagerano nell’attribuire a singoli dirigenti vittorie o sconfitte della rivoluzione cinese, ma discutono in modo insufficiente dei processi rivoluzionari in quanto tali, hanno una visione superficiale del problema della violenza nella rivoluzione cinese, e negano perfino che questo processo abbia generato una nuova soggettività sociale. Nel corso di una rivoluzione socialista condotta in una società a prevalenza contadina le iniziative e la volontà soggettiva dei singoli dirigenti hanno svolto sì un ruolo cruciale, ma questo fattore da solo non spiega la storia.
3 – I nuovi rapporti agrari creati nel corso della rivoluzione e della costruzione socialista costituiscono la premessa della politica delle riforme in Cina. In assenza di cambiamenti sociali di tale profondità, sarebbe molto difficile ipotizzare che dei contadini e delle organizzazioni rurali di tipo tradizionale potessero manifestare uno spirito di iniziativa così forte.
A questo proposito, basta considerare la stato dei contadini che operano in un quadro di società agricola di mercato in Asia, e più particolarmente nel sud-Est asiatico, o in America latina, per avere la netta sensazione che fino ad oggi queste società non hanno avuto una riforma agraria radicale, e i contadini sono ostaggi dei proprietari fondiari o di latifondi, senza la possibilità di acquisire una radicale coscienza autonoma. Il processo della riforma agraria è strettamente connesso con la diffusione dell’istruzione, con l’alfabetizzazione, e con l’aumento delle capacità di auto-organizzazione e delle competenze tecniche. Nelle condizioni della riforma su base di mercato, questi elementi ereditati dal periodo precedente si sono trasformati in prerequisiti per un mercato della forza lavoro piuttosto svuluppato.
Nell’ ondata di neo-liberismo la società cinese, in confronto ad altre società, rivendica una maggior uguaglianza, non tollera la corruzione e svolge quindi una funzione di forte contrappeso dal basso. Su questo punto ci sono varie differenze rispetto ai paesi che all’inizio degli anni ’90 sono rapidamente diventati delle oligarchie, e ciò non si può solo spiegare con l’organizzazione dello Stato o del partito politico, ma dipende anche dalla spinta delle forze sociali. Ciò avvenuto , ad esempio alla fine degli anni Novanta, quando tornarono ad essere nuovamente temi chiave in Cina le discussioni sulla “triplice questione agraria” [i problemi dei contadini, della campagna e dell’agricoltura sollevati in particolare dall’economista Wen Tiejun], sui migranti contadini, su come risolvere le relazioni città-campagna in regime di mercato e su come risolvere in Cina il problema della terra. Data la forte dipendenza dell’economia agricola da quella urbana e dall’urbanizzazione, si è avuta un’ampia migrazione dei contadini che si trasformano in classe operaia urbana, mentre quei contadini che continuano a tener come base il rapporto con la terra si trasformano in forza lavoro a basso costo nelle zone costiere e nelle imprese industriali e commerciali delle città. Questo processo è in stretta relazione con la crisi attuale delle campagne; tuttavia il problema chiave non è solo quello di come trattare o sistemare questa popolazione contadina fluttuante, ma di capire se in questo processo di trasformazione i contadini cinesi riusciranno o no a ricostruire la loro soggettività politica autonoma ed il loro attivismo. Possiamo affermare che il solo modello del “capitale che va in campagna” non aiuterà i contadini a costituire una loro soggettività politica e il loro spirito d’iniziativa. All’opposto, l’autonomia dei contadini e persino la loro identità si dissolveranno con la trasformazione dei rapporti agrari.
Il ruolo dello Stato.
Un altro fattore chiave per capire la Cina del periodo delle riforme riguarda come interpretare la natura dello Stato cinese e la sua evoluzione. Molti storici hanno evidenziato che l’Asia possiede un’antica tradizione dell’intervento dello Stato e delle relazioni fra Stati. Giovanni Arrighi scrive nel suo recente libro Adam Smith a Pechino: “paragonando i sistemi tra Stati e Stati-nazione, il mercato nazionale non è una scoperta dell’occidente. …Nel diciottesimo secolo il più grande mercato nazionale non si trovava in Europa, ma in Cina”. Nell’analizzare poi le dinamiche dello sviluppo economico cinese e in particolare la forza di attrazione dei capitali stranieri, Arrighi scrive: “la forza d’attrazione dei capitali esteri verso la Cina non risiede nelle sue ricche risorse di mano d’opera a buon mercato. […] Questa forza di attrazione risiede essenzialmente nella buona salute di questa forza lavoro, nei suoi livelli di istruzione e nelle sue capacità di auto-gestione, nonché sul rapido allargamento delle sfere lavorative e produttive in cui fluttuano all’interno della Cina.” Secondo Arrighi, Smith non era l’apologeta di un ordine spontaneo del mercato, ma un pensatore con una chiara conoscenza del controllo del mercato da parte dello Stato. Seguendo questa strada di pensiero Yao Yang, professore di economia all’Università di Pechino, nel fare un bilancio delle condizioni dello sviluppo economico cinese, sostiene che il governo “neutrale” o lo stato “neutrale” sia stato la premessa del successo ottenuto dalle riforme in Cina.
Le risorse statali sono un problema importante nel corso della riforma . Vorrei aggiungere due chiarimenti riguardo alla discussione tra Arrighi e Yao Yang. Arrighi descrive il mercato statale in Cina e in Asia come fondato su una lunga tradizione, tuttavia senza la rivoluzione cinese e la sua riorganizzazione dei rapporti sociali, è difficile immaginare che il “mercato statale” tradizionale avrebbe potuto automaticamente trasformarsi in un mercato statale di tipo nuovo. Gli sforzi compiuti verso la fine della dinastia Qing per costruire con la forza dello stato un sistema militare e commerciale, e le incessanti rivoluzioni per la terra avvenute dopo la rivoluzione del 1911, hanno creato rapporti interni ed esterni nuovi, diversi dal mercato statale tradizionale. Nel commentare “Programma per la costruzione nazionale” di Sun Yatsen Lenin rilevò questo punto, ossia che la rivoluzione agraria e i nuovi programmi statali, con orientamenti socialisti o popolari, costituivano una premessa per lo sviluppo capitalistico nell’agricoltura. Nel discutere del carattere dello stato nella Cina moderna, non si può tralasciare la trasformazione dei rapporti fondiari e dello status dei contadini che la rivoluzione cinese ha comportato. Per esempio, molti criticano l’esperienza delle comuni popolari, ma pochi discutono su come questo esperimento sia stato il frutto del continuo mutamento dei rapporti fondiari nella Cina moderna: da una parte è finita la piccola economia contadina basata sulla famiglia o sul clan; d’altra parte i rapporti familiari, di clan e su base locale sono stati riorganizzati con altre modalità nei nuovi rapporti sociali. La politica di riforme [dalla fine degli anni Settanta] nelle campagne è stata una riforma del sistema delle comuni popolari, ma al tempo stesso si è basata sulle trasformazioni dei rapporti sociali portati dall’ esperimento delle comuni. Inizialmente la politica di riforme nelle campagne promossa dallo Stato era centrata su una gestione diversificata e sul riaggiustamento dei prezzi dei prodotti agricoli. Questo movimento di riforma in realtà ha assimilato molti elementi importanti della situazione precedente, come nel caso dello sviluppo delle industrie di distretto in imprese di distretto; il che non è assimilabile ad una logica neoliberista. Il cambiamento sostanziale della situazione nelle campagne avvenuto nel processo di sviluppo di un’economia di mercato si verificò con l’ondata neoliberista degli anni ’90, ma la crisi che ne seguì ( benché fosse già iniziata alla fine degli anni Ottanta) non va confusa con la situazione delle prime trasformazioni nelle campagne all’inizio delle riforme.
Quanto al punto di vista di Yao Yang, secondo cui lo “Stato neutrale” sarebbe stato generato dalla storia della rivoluzione moderna e del socialismo, va rilevato che le premesse politiche di tale Stato non sono state né la neutralità né l’equidistanza. La pratica socialista della Cina mirava a creare uno Stato in grado di rappresentare gli interessi generali della maggioranza, e la recisione dei legami tra Stato e interessi particolari ne costituiva la condizione. Sul piano teorico la pratica di questo paese socialista è nata con la revisione delle tesi iniziali del marxismo sulla lotta di classe, e ha avuto come base teorica i testi di Mao Zedong come “I dieci grandi rapporti”, “Sulla soluzione delle contraddizioni in seno al popolo” e altri. Visto che lo Stato socialista ha come principio guida di rappresentare gli interessi della maggioranza del popolo, nelle condizioni di mercato, diversamente da altre forme di Stato, si distacca dai rapporti con gruppi di interesse. Solo in questo senso si può parlare di “Stato neutrale”. Questo è stata la chiave del successo iniziale delle riforme, e della loro legittimità; senza tale condizione i diversi strati della società difficilmente avrebbero potuto credere che le riforme promosse dallo Stato rappresentassero i loro interessi. La “neutralità” dello Stato in Cina, si fondava sul fatto che lo Stato socialista rappresentasse gli interessi generali e le riforme, almeno nel periodo iniziale, hanno anch’esse fondato su questo la loro legittimità.
E’ difficile determinare la natura dello Stato cinese partendo da un’unica formula prescrittiva; al suo interno esistono tradizioni differenti. Nel corso delle riforme sono stati spesso usati termini come “riforme”, “antiriforme”, “progressisti”, “conservatori” eccetera per descrivere le lotte e le contraddizioni tra queste differenti tradizioni. In effetti, se le si considera in una prospettiva storica, si vede che i compromessi, gli equilibri e le contraddizioni fra queste tradizioni hanno svolto una funzione importante.
Durante il periodo socialista abbiamo visto l’alternarsi tra due o più forze per il superamento o dell’ “estremismo di sinistra” o dell’ “estremismo di destra”. Quando la corrente principale delle riforme fu quella dello sviluppo del mercato, se non ci fosse stato un contrappeso di forze socialiste all’interno dello Stato, del partito e dei vari settori della società, lo Stato si sarebbe velocemente appoggiato a determinati gruppi di interesse. Alla proposta avanzata a meta degli anni ’80 di diffondere le privatizzazioni, vi fu una violenta opposizione, dentro e fuori dal sistema, con il risultato che prevalse il concetto che occorresse anzitutto costituire dei sistemi di regolamentazione del mercato. Questo è stato il motivo principale per cui la Cina non ha usato la “terapia shock” della Russia. In altre parole, le risorse sociali accumulate durante il periodo socialista si trasformarono successivamente in un vincolo per le politiche sociali, tuttavia non si possono considerare queste forze critiche come contrarie alle riforme. Nelle polemiche ideologiche esplose degli anni Novanta, si possono riconoscere fenomeni analoghi. La critica della concezione dello “sviluppo a tutti costi” ha contribuito alla formulazione di una concezione dello sviluppo basato su principi scientifici e di modelli di sviluppo alternativi. L’indignazione generale e la resistenza della società cinese contro la corruzione costituiscono una delle forze in grado di dare impulsi alla riforma del sistema. La cosiddetta “neutralità” dello Stato è in realtà costituita dall’interazione tra le suddette forze che certamente non sono neutrali.




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