CRONACA DI UN'OPERAZIONE CONCLUSASI A TRIPOLI
LE LACRIME DEI RESPINTI
Tre gommoni con 220 disperati. Tre imbarcazioni italiane li hanno presi a bordo: «Andiamo a Lampedusa». Ma la destinazione era la Libia.
Enrico Dagnino, ligure di nascita, fotografo di Paris Match, già collaboratore di Famiglia Cristiana, è stato testimone diretto di un’operazione di respingimento avvenuta tra il 5 e il 6 maggio nel Canale di Sicilia. Dagnino era sulla Bovienzo, imbarcazione della Guardia di finanza, assieme a due vedette della Capitaneria di porto di Lampedusa.
«Dopo 24 ore che tre gommoni (la cui misura è attorno ai 7x 9 metri) con 220 persone a bordo (circa 80 a gommone) hanno lanciato un Sos, la Capitaneria ci ha dato l’ordine di soccorrerli verso le 19.30 del 5 maggio. L’operazione è avvenuta a circa 42 miglia da Lampedusa. Abbiamo preso a bordo 12 donne e 64 uomini, in prevalenza nigeriani, ghanesi, qualche senegalese e liberiano. Erano quasi tutti ustionati, probabilmente per l’effetto congiunto della benzina e dell’acqua marina in cui erano seduti da giorni dentro il gommone. Erano senza cibo e senz’acqua. Erano partiti da Zuara, in Libia, e sembravano aver perduto il senso del tempo. A bordo noi non avevamo nulla, nemmeno coperte e tantomeno un medico. Da una delle vedette che ci affiancava è salito un dottore, che ha portato tre sacchetti neri per l’immondizia che sono stati tagliati e distribuiti, perché si riparassero».
Dovevate portarli a Lampedusa? «A loro è stato detto che in un’ora e mezza saremmo arrivati a Lampedusa. Non si sono accorti che le tre imbarcazioni, subito dopo il trasbordo, hanno girato la prua verso Sud. Un membro dell’equipaggio mi ha detto che stavamo raggiungendo il limite delle acque territoriali libiche, dove avremmo dovuto trasferirli su un rimorchiatore di quel Paese. Erano ordini che ci erano giunti dalla Capitaneria. Le nostre tre navi hanno raggiunto il punto indicato, proseguendo la navigazione verso Sud. Da quel momento alla Bovienzo gli ordini li impartiva una delle due vedette».
Per quanto tempo è durata la cosa?
«Per tutta la notte. Loro cantavano. Un canto mesto, profondo. Mi sembrava di essere su una nave negriera. Al levar del sole sul cannoncino della nostra nave alcuni hanno allestito un altare per ringraziare Dio. Uno di loro ha tirato fuori una vecchia Bibbia».
Non si sono accorti di nulla?
«Solo all’ingresso nel porto di Tripoli, verso le 6, alla vista in lontananza dei minareti, hanno capito di essere stati ingannati. Erano prima increduli, poi disperati. Hanno cominciato a spogliarsi, urlare, piangere. La pilotina libica ci ha guidati in una sezione del porto lontana da occhi indiscreti. Sulla banchina c’erano tre camion bianchi per prigionieri, numerose auto della sicurezza, tanti agenti libici e qualche italiano dell’Ambasciata in giacca e cravatta. Questi sono poi saliti a bordo della Bovienzo. Sono arrivati anche gli agenti libici, i quali hanno fatto scendere gli africani con la forza, spesso usando i remi per colpirli. Una volta giù, sono stati tutti rinchiusi nei camion».
La presenza di un fotografo a bordo non ha dato fastidio?
«Prima che entrassimo nel porto di Tripoli mi ha chiamato una persona da Roma, qualificandosi come un generale del ministero degli Interni, per dirmi di andare giù in cabina e restare chiuso prima che i libici si accorgessero della mia presenza, dato che ero privo di visto d’ingresso. Gli dissi che ero su una barca italiana, quindi sul territorio del nostro Paese. Da allora continuo a ricevere chiamate di gente che mi dice di scordare tutta la storia».
Cosa resta di indimenticabile di questa esperienza? «I canti di ringraziamento levati al cielo in mezzo al Mediterraneo».
A PROPOSITO DI BOLDRINI E CLANDESTINI
Questo spazio doveva ospitare un articolo di Laura Boldrini. No, non della Boldrini che solo il ministro Ignazio La Russa sembra conoscere: la fanatica di Rifondazione Comunista, la figlia di un capo partigiano (orrore!), la funzionaria «disumana o criminale». Ma un articolo della Boldrini in carne e ossa, quella vera, né figlia di partigiano né rifondarola (quant’è facile sbagliarsi al riparo dell’immunità parlamentare...) ma portavoce in Italia dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, quella che tutti noi giornalisti abbiamo prima o poi incontrato e interpellato in posti dove i politici si vedono solo a cose fatte: Kosovo, Sudan, Afghanistan, Angola, Iran, Irak. Una tanto smaniosa di apparire da accettare senza un sospiro il fatto che il suo articolo potesse finire in frigorifero, per rispettare le esigenze della cronaca.
Nel suo articolo, Laura scriveva tra l’altro: «Alla periferia Sud dell’Europa si consuma una guerra a bassa intensità che non si combatte con bombe e mitragliatori. Che nasce dal bisogno negato di pace, sicurezza e benessere. È la guerra tra le persone e il mare che ogni anno si lascia dietro centinaia di morti e dispersi e che nell’Eldorado Europa si sviluppa tra demagogia politica, attenzione mediatica e distacco dell’opinione pubblica. Un terreno scivoloso che rischia di rimettere in discussione quanto si credeva consolidato e di travolgere quel principio fondamentale su cui si basano le società moderne: che il valore della vita umana è lo stesso per tutti e non si misura in base al Paese di provenienza».
È davvero tutto qua, né più né meno.
Anche perché l’attuale maggioranza di Governo, sul tema immigrazione, si è lanciata in una rincorsa ormai avvitata su sé stessa: l’emergenza di Lampedusa e dintorni è figlia del fallimento della Bossi-Fini, la legge che doveva risolvere tutto e invece ha provocato il record di sbarchi di clandestini; al posto di migliorare la legge, il Governo inasprisce le misure e inventa nuovi reati; nello stesso tempo, il fronte Sud dell’immigrazione clandestina si rivela il più tragico per numero di morti ma non quello decisivo, perché la gran parte degli ingressi irregolari si realizza via terra, da Est.
Fulvio Scaglione
Famiglia Cristiana n. 21 del 24-5-2009 - Le lacrime dei respinti




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