
Originariamente Scritto da
Giò
Le tesi di Ugo Spirito sulla "corporazione proprietaria" erano abbastanza utopiche e, peraltro, se realizzate, avrebbero condotto di fatto all'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, con relativo assorbimento degli individui nella corporazione statale divenuta proprietaria delle aziende stesse. Cosa che fuoriusciva dagli obiettivi e dalle idee del fascismo. I teorici e i promotori più autorevoli ed ascoltati del corporativismo fascista furono altri: ad esempio, Alfredo Rocco, Gino Arias, Sergio Panunzio e Giuseppe Bottai (se ne potrebbero aggiungere altri, ma cito i principali). Il fascismo non mirava ad annullare il dualismo fra datori di lavoro e lavoratori, ma voleva conciliarne le opposte esigenze nell'unità dello Stato attraverso la corporazione. In tal modo, la lotta e gli antagonismi di classe venivano superati, ma restava la possibilità ai lavoratori e ai datori di lavoro di avere proprie rappresentanze, anche se inquadrate nello Stato fascista. Purtroppo, nella pratica attuazione, sia le corporazioni che le associazioni professionali dei lavoratori, ebbero la pecca notevole di prendere una deriva burocratico-assistenziale, che scontò anche una scarsa partecipazione attiva e consapevole dei soci dei sindacati alla vita del sindacato stesso. Nonostante questo, i lavoratori trovarono nei sindacati fascisti una realtà associativa in cui comunicare i propri bisogni e trasmetterli "in alto", che offrì loro sostegno nelle proprie vertenze e rivendicazioni. Inoltre, l'inserimento della rappresentanza sindacale e corporativa nelle istituzioni parlamentari consentì a molti esponenti del mondo sindacale di avere cariche politiche di rilievo che mai avevano avuto in Italia prima di allora. Se in Italia il regime mussoliniano avesse proceduto con lo scioglimento delle associazioni professionali e deciso di farle assorbire da un'unica organizzazione come il DAF in Germania, il risultato sarebbe stato l'indebolimento dei lavoratori a tutto vantaggio dei datori di lavori, più preparati e più influenti.
Perché lo sostieni?
Mi riferisco al fatto che per interi settori produttivi il Reich impose l'istituzione di cartelli industriali obbligatori con facoltà, da parte di quest'ultimi, di impedire la creazione di nuove imprese in quegli stessi settori. Nel settore dei prezzi e dei mercati le competenze che già avevano in precedenza i cartelli industriali furono confermate. Ovviamente, tutto ciò avvenne sotto il controllo del Ministero dell'economia e quindi dello Stato: è innegabile. Non si può dire però che questa fosse una politica anti-padronale, anzi. D'altronde, bisogna pur dire che non era questo l'obiettivo della politica economica nazionalsocialista.