



Riesci a dare risposte senza inserire sciocchezze o si tratta di un tuo limite naturale? C'è da chiedersi perchè una persona, che con tutta evidenza l'infanzia l'ha superata da tempo, si precipiti a suon di critiche su questo forum senza sapere di cosa parla. E rimanendo alle poche cose commentabili del tuo discorso, c'è da chiedersi come tu faccia a sostenere la stramberia che sia un giudizio (posto che ne problematizzi il carattere tautologico) ma al contempo (!) né analitico né sintetico. Ripeto: sei sicuro di avere le carte in regola? Al contrario, il buon senso insegna a non proferire attorno a ciò su cui non si han cognizioni, una massima che andrebbe assimilata (questa si) dall'infanzia.
Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.


Qualcuno ama perdersi nei bicchieri d'acqua, e con gran frequenza, l'importanza attribuita al verbo essere è determinata proprio dal fatto che ogni enunciato dichiarativo è riconducibile alla forma del giudizio in cui il predicato è messo in relazione con il soggetto attraverso la copula. Non si tratta cioè di rilevare che il modo in cui il soggetto è il suo predicato può esprimersi analogicamente (in modi diversi) ma che l'analogia tra i diversi modi è sottesa a quel carattere univoco che li accompagna tutti.
Se (come scrivi) attribuire una proprietà Y a X non significasse identificare X e Y (ossia dire che X è Y) allora, posto che tertium non datur, sempre che ti sia noto il principio del terzo escluso, si dovrebbe dire che X non è Y, cioè che soggetto e predicato non hanno alcun legame, perciò che quella proprietà (contrariamente all'ipotesi di partenza) non conviene al suo soggetto.
Ultima modifica di Platone; 30-04-11 alle 11:57
Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.


Ti faccio notare, ad abundantiam, che nemmeno la logica moderna esce dal senso platonico-aristotelico del dire: Boole dice appunto che la proposizione è posta come un'equazione, dove il simbolo di uguaglianza esprime la forma del verbo 'essere' (mostra cioè lariducibilità di tutti i verbi al verbo essere, cfr "Laws of Though"). Il concetto di funzione proposizionale, introdotto da Frege e Russell, non è negazione delle proposizioni attributive della logica classica ma le considera come un caso limite della funzione, quello in cui essa può esser saturata con l'introduzione di un solo argmento. Ma bisogna notare che la stessa funzione proposizionale può essere considerata come caso specifico della relazione attributiva: il caso in cui il predicato non esprime uno stato semplice, ma una relazione complessa (che concerne più individui). Per esempio, se in un enunciato come "Cesare conquistò la Gallia" si fa corrispondere lo schema xRy o f(x;y), credendo di mettere in evidenza quella relazione tra più individui inespressa nel tradizionale "S è P", si lascia però indeterminato il senso dello stare in relazione: e lo stare in relazione è l'essere in relazione, perciò dire che Cesare conquistò la Gallia significa che Cesare è in una certa relazione con la Gallia.
Ultima modifica di Platone; 30-04-11 alle 12:16
Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.




Non è una tautologia, se per essa intendi una formula vera a priori che nulla dice dell'esperienza. Il pdnc è l'eidos dei giudizi analitici e questi non sono meramente tautologici ma hanno una portata sintetica, non nel senso banale che si identificano, simpliciter, ai giudizi sintetici (casomai son questi che si riducono ai primi) ma nel senso che ci permettono di asserire positivamente attorno all'esistente, cioè hanno una portata inferenziale. Noi, figli della mentalità empiristica, abbiamo ridotto la funzione dell'analisi alle regole di trasformazione tautologica di enunciati (Wittgeinstein), mentre la sua fecondità è ben maggiore. Ora, o discuti queste tesi, altrimenti la tua retorica non ha ragion d'essere (tantomeno è meritevole di attenzione).
Ultima modifica di Platone; 30-04-11 alle 12:28
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Penso che si riferisca alle possibili accezioni del verbo essere in logica
veridica (x è vero); esistenziale (x c’è); copulativa (x è P); di appartenenza (x è un’y ); di inclusione (ogni x è un y); di identità (x è y).
Pseudovector parlava in ottica copulativa tu di identità.


E allora vediamo di far maggior chiarezza, una volta per tutte, anche qui: come prima non si negava la differenza tra i vari modi di esprimere il giudizio, ma si intendeva ricondurli al proprio denominatore comune, cioè il verbo essere ("non vi è alcuna differenza tra dire che l'uomo cammina e che l'uomo è camminante"; Aristotele, De Interpretazione, 21 b 9-10), allo stesso modo le varie (innegabili) esplicitazioni di tale verbo son da ricondurre all'identità. Essere qualcosa da parte di qualcosa (soggetto, predicato) significa sempre immedesimazione, identificazione a quel secondo da parte di quel primo. Se così non fosse, allora si dovrebbe dire che i due termini sono differenti, ma se son differenti, non si può dire che l'uno è l'altro (non si posson predicar l'uno dell'altro), pena il realizzarsi di una contraddizione. Se il discorso apofantico chiosa in tal guisa: A è B, dove i due termini non son identici (dove l'è non coincide o non include l'identità) allora il giudizio è il realizzarsi di un'autocontraddizione. Non si sta negando la differenza tra affermazioni come Socrate esiste, Socrate è bianco, Socrate è Socrate (sintetiche le prime due, analitica la seconda) si nega che i tre modi in cui il predicato è attribuito al soggetto abbian carattere equivoco, o analogico senza univocità, il carattere univoco, a tutte comune, essendo l'identità. Perciò i tre giudizi van formulati in modo da escludere la differenza pura tra soggetto e predicato (pena, come già detto la contraddizione): se dire e pensare significa dire e pensare l'identico, cioè identificare qualcosa a qualcosa, Socrate è bianco sembra realizzare una contraddizione, perchè l'esser Socrate è pur diverso dall'esser Bianco; l'unica soluzione è intenderlo come Socrate = esser assieme all'esser bianco: ora il predicato coincide perfettamente con il soggetto (senza con ciò negare il momento dela differenza tra il semplice esser Socrate e il semplice 'esser bianco), mentre ciò non accadeva quando si diceva Socrate è bianco (dove due termini apparentemente diversi venivan a coincidere) ma è il discorrere linguistico ad alterare la reale forma logica del giudizio (e che, in ultima analisi, fa sembrare i vari rapporti interni al verbo essere come del tutto estrinseci l'uno rispetto all'altro).
Ultima modifica di Platone; 30-04-11 alle 14:59
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