Signori, chiedo a tutti voi la compiacenza di prestare ancora una piccola attenzione a queste mie brevi note, sollecitate in parte dall’amico Oderico e in parte da un finto duca di ascendenza bonapartesca, che invito fermamente a viaggiare informato, senza dimenticare le loro Signorie il Duca di Canosa e il Duca di Candela, di cui il conte di Caianello è solo un vassallo, per quanto nobile.
Il caro Oderico mi ricorda le umili origini della mia famiglia, che io non voglio in alcun modo negare, ancorché l’episodio che portò al blasone sia stato di gran lunga più antico e abbia coinvolto persone di ben più alto lignaggio.
Si narra infatti che l’Imperatore Carlo Magno, di ritorno dall’incoronazione avvenuta in San Pietro, si sia intrattenuto per qualche tempo in terra di Toscana, conquistato dalle grazie sia del territorio che delle fanciulle che colà dimoravano. Tra queste anche una mia antenata, la venerabile Bernarda di Padre Ignoto, che concesse i suoi favori all’Imperatore nella stalla dove quotidianamente si recava ad effettuare la mungitura delle vacche. Ma la patente di nobiltà non venne assegnata alla brava Bernarda per la sapienza amatoria, bensì al di lei marito, Guccione detto l’Attaccabrighe, di condizione carrettiere, che sorprese i due nel bel mezzo dell’atto amatorio. Al Sovrano non restò che far buon viso a cattivo gioco, un po’ per l’imbarazzo di essere stato sorpreso con le mani, per così dire, nella marmellata, sdraiato in mezzo al fieno e con i pantaloni a bragaleppe, e molto per la roncola che Guccione impugnava nella mano destra. Dapprima Carlo provò a destreggiarsi offrendo una rendita di venti scudi l’anno, ma Guccione fu irremovibile: Sua Maestà poteva ficcarsi gli scudi nell’augusto deretano, quello che era necessario era un titolo e della terra, con tutto quello che ci pascolava sopra. Così sollecitato, il Re diede la sua parola e Guccione, che in fondo era persona consapevole degli impegni e delle responsabilità, uscì dalla stalla onde permettere la conclusione della tenzone. Sua Maestà dal suo augusto canto non venne meno alla parola data e Guccione venne insignito di un titolo nobiliare, comprensivo di terre, giovenche e pecore; solo pretese che la primogenita di Bernarda, di nome Bernardesca, all’epoca quattordicenne, venisse aggregata alla Corte Imperiale quale pulzella di compagnia della Principessa Rotrude. E qui aprirò una breve parentesi per dar conto del fatto che la brava Bernardesca, dopo alcuni anni di impeccabile servizio, venne inviata quale Badessa in un ricco convento di Suore nella Lotaringia.
Guccione e Bernarda diedero così inizio alla storia e alle glorie della illustre Famiglia dei Barberini di Mugello, alla quale mi onoro di appartenere e di detenere il titolo di Conte che mi spetta per legittima eredità. Grandi furono le gesta dei miei maggiori nel corso della storia, come grandi lo sono state quelle dei de’Strozzi Preti, famiglia alla quale mi onoro di essere imparentato per parte di un prozio cadetto.
Ciò detto, ritengo di avere adempiuto al mio dovere di illustrare le vere gesta di due grandi storiche famiglie della Toscana.
Prende quindi congedo il vostro
Amedeo Barberini di Mugello Conte di Ronco Bilaccio.




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