Propongo un testo sul buddismo primordiale e il jainismo analizzate utilizzando alcune categorie filosofiche occidentali che si rifanno al materialismo.
Altrove, caratterizzazioni materialiste e relativiste vengono associate alle pratiche Samkhya.
Come approfondimento sul materialismo indiano segnalo anche questo testo:
IL MATERIALISMO IN INDIA: UNO SGUARDO SINOTTICO http://www.uaar.it/ateismo/contributi/26.pdf
Il buddismo a-teista e il jainismo materialista
Colpisce normalmente nella storia della civiltà indiana, di una vasta penisola che è stata e tuttora è un continente, formato di molte genti e lingue diverse, la potenza unificante della cultura più antica, riscontrabile si può dire dalle più lontane origini storiche. E’ assai meno noto invece che l’India può vantare una tradizione scientifica fra le più remote, e forse prioritaria rispetto alle tradizioni medio-orientali e europee. Nella cospicua Storia della filosofia orientale, che in realtà è una storia indiana integrata di capitoletti finali sull’estremo oriente, scritta in prevalenza da indiani in inglese, A.N.Singh rivendica agli indiani l’invenzione dello zero e dei nove simboli numerici che usiamo tutti e che non si chiamano più "numeri arabi", perché appunto gli arabi li ricevettero in India, dove erano in uso da lungo tempo, e li trasmisero poi in Europa (tr.cit., pp.541ss.); lo stesso di conseguenza per i simboli algebrici ecc. Questo per dire quale antica tradizione, non solo di nebulosa "sapienza" ma pure di autentico sapere avevano dietro le medesime genti che hanno prodotto la cultura filosofico-religiosa e mistica dei Veda, precedente le più antiche Upanishad. In cui sorprende appunto la fondazione remota di concetti e termini centrali che, con variazioni continue anche nettissime, si protrarranno in indirizzi, scuole e perfino "religioni" diverse per millenni fino a oggi.
Mi riferisco all’originario monismo "filosofico", una concezione unitaria del mondo, dell’Uno che "si dispiega in tutto l’universo", e che cangia fra Essere supremo possessivo "onnifacente" e un essere pervasivo alpiù panteistico, una totalità in cui le individualità si annullano, ma che non esclude in figurazioni fantasiose un pantheon di divinità e demoni (v. ivi, Taparada Chowdhury, "I Veda", pp.45ss.). E’ specialmente nelle Upanishad, opera collettiva fra visionaria, riflessiva e poetica, che già si riconosce "la fonte principale del pensiero e della cultura indiana", che ha influenzato pure "alcune delle cosiddette scuole eterodosse, come quelle del buddhismo" (T.M. P.Mahadevan, "Le Upanishad", pp.60ss.). Qui lo splendido monismo è accentuato e più alto, "l’unico è Brahman e fra altri dèi non sono che sue potenze", anche i maggiori e i massimi sono "manifestazioni fondamentali del supremo, immortale, incorporeo Brahman". La conoscenza superiore concerne "l’Imperituro", l’in-conoscibile e attingibile Sé, su cui genialmente gioca la filosofia mistica indiana: "Egli è la tua anima, che è in tutte le cose". Da qui l’altro arduo rebus esoterico-mistico della relazione dell’atman e del brahman, altro oscuro e vertiginoso culmine monistico, su cui – si dice – "poggia l’intero edificio della filosofia indiana" (p.66): l’atman come il sé individuale di ogni essere vivente e quindi dell’uomo, e il brahman come fondamento universale e "fonte di ogni esistenza".
Termini di opposizione o almeno distinzione filosofica superate d’impeto dalla percezione mistica della loro identità, che qui si afferma enfaticamente essere "il più grande contributo che le Upanishad hanno recato al pensiero mondiale", come se davvero si tratti di una "scoperta" di ambizioni scientifiche. Io la definirei una intuizione poetica, anche e proprio per la sua essenza d’"illuminazione" mistica, che trabocca nell’indistinzione emozionale: anche se coglie in profondo l’unità reale im-manente, non dello "spirito" volatile ma della totalità sempre "vivente" e sempre diveniente della sconfinata Materia/Energia universale, sola vera grandiosa scoperta degli atomisti antichi. Per il filosofo mistico delle Upanishad, "brahman e atman vengono a significare la stessa realtà, interna ed esterna. Mediante un’indagine sull’origine dell’universo, e mediante una ricerca sul vero sé, egli scopre che la stessa e unica realtà non-duale appare come il mondo molteplice e come la pluralità degli individui" (p.67). E’ perciò che in futuro le interpretazioni di questa identità varieranno radicalmente e si divideranno, sfociando pure inevitabilmente nel panteismo, senon nel teismo assoluto, attraverso bellissime espressioni di poesia cosmica, giustamente citate in evidenza. "Colui che consiste di spirito, il cui corpo è vita, la cui forma è luce, la cui concezione è verità, la cui anima è spazio, contenente tutte le opere, tutti i desideri, tutti gli odori, tutti i sapori, che abbraccia il mondo intero, colui che è muto e calmo – questa anima mia dentro il cuore, è più piccola di un chicco di riso, o di un grano di avena, o di un seme di senape, e di un granello di miglio, o del nucleo di un granello di miglio; questa anima mia dentro il cuore è più grande della terra della regione di mezzo, più grande di tutti questi mondi" (pp.70-71).
Ora anche altri concetti e miti conseguenti, che avranno tanta fortuna nel buddhismo indiano e estremo-orientale, la trasmigrazione delle anime nei corpi, in forza del karman individuale, di vita in vita condizionate dall’ignoranza della vera natura del sé, e la liberazione dalla sua schiavitù del bisogno di rinascere, per raggiungere il Brahman, "che è l’anima della mia anima", è già qui più o meno svolta nelle Upanishad (pp.76ss.). E questo invece ripropone uno dei tanti interrogativi sulla fortuna di dottrine così inattendibili e di false mitologie che assurgono a "grandi religioni" dell’umanità sofferente, come richiami di massa falsamente seducenti e imposture autentiche e reali droghe di uomini destituiti di dignità intellettiva. Ci si provi a confrontare il povero credo buddhista originario con una dottrina-fede minoritaria che spesso viene affiancata, per es. da G.F.Moore, come "grandi eresie" del brahmanesi-mo: il jainismo. Nell’opera storico-monografica citata, la trattazione del jainismo è situata fra "Le scuole tradizionali della filosofia indiana", preceduto da un brevissimo capitolo sull’antico "materialismo" indiano ("La scuola carvaka"), di cui si dice che fu non meno vigorosa e diffusa del materialismo moderno, ma che le sue opere sono andate perdute, fenomeno di sparizione dei testi avversi assai noto nell’Occidente cristiano. Anche qui, come tante e tante opere distrutte dai santi padri cristiani in quanto "eretiche", per merito principale dei brahmani "le fonti delle nostre conoscenze intorno a tale sistema sono costituite unicamente da alcuni frammenti di espressioni e da opinioni riferite sparsamente in varie opere degli induisti, dei buddisti e dei jainisti" (p.155).
Ma già nell’antico Rg-Veda si parla di Brahspati e nel Ramayana del saggio Javali, maestri materialisti: in sintesi lapidaria, si ritroverebbero per intero i cardini concettuali dell’epicureismo, giacché essi "affermano che la percezione è l’unico mezzo per conoscere la verità", "non credono nell’esistenza di cause o prodotti invariabili di un evento". Quindi ritengono che l’universo sia "un evento casuale", che "scaturisce dalla combinazione fortuita di particelle elementari di materia"! Se la materia è l’ultima e unica realtà, come non è minimo dubbio, anche la "coscienza", la cosiddetta "anima" non è che una "qualità del corpo", frutto di una "combinazione di particelle materiali". Negata ogni sorta di soprannaturalità e quindi ogni parvenza di divinità, "l’unico dio è il re terreno, il governatore di uno stato, l’arbitro del diritto e del torto nella società". L’unico scopo dell’esistenza è il perseguimento del piacere che rende tollerabile la vita, un piacere commisto al dolore e perciò più apprezzabile: inferno e paradiso ovviamente sono solo qui nel mondo in cui viviamo, quelle oltrevitali, promesse ingannevolmente, non sono che imposture spiritualiste, come non condividere appieno? Mettendo ora nel conto le deformazioni di critici e oppositori, i soli che riferiscono o lasciano intendere il loro onesto pensiero, qui se ne riconosce – come per Epicuro – l’importanza, osservando che "la voce dei carvaka era la voce della rivolta e della protesta contro le antiquate superstizioni e i pregiudizi che avevano negato la libertà di pensiero" (p.162). Perché dedicargli allora poche pagine, come Tucci e von Glasenapp nelle rispettive sintesi?
Continua qui:
Buddhismo ateista e jainismo materialista
p.s. da una ricerca veloce mi sembra che il tema non sia stato ancora affrontato, se cosi' non fosse, mi scuso.




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