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Discussione: Cronache dai BRICS

  1. #441
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    Predefinito Re: Cronache dai BRICS


    In case you missed it:
    China has cut its holdings in US Treasuries to $835bn, lowest level since 2010.
    "Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"


    IL DISPUTATOR CORTESE

    Possono tenersi il loro paradiso.
    Quando morirò, andrò nella Terra di Mezzo.

  2. #442
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    Predefinito Re: Cronache dai BRICS

    Citazione Originariamente Scritto da occidentale Visualizza Messaggio
    ...In case you missed it:
    China has cut its holdings in US Treasuries to $835bn, lowest level since 2010.
    Tempo pochi anni, e gli unici a detenere i loro US Treasures saranno le colonie degli USA e i loro schiavi

  3. #443
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    Predefinito Re: Cronache dai BRICS

    Citazione Originariamente Scritto da Giulio962 Visualizza Messaggio
    Qui l'unico paese davvero oppresso sono gli ucraini (dai russi). E devono essere liberati.
    Poi ci sono i popoli oppressi, esempio il popolo russo, il popolo iraniano e il popolo nord coreano, e anche questi devono essere liberati al più presto.
    E chi salva gli ucraini dall'oppressione ucraina? La loro evoluzione è speculare alla Russia: stesso regime di mafiosi oligarchi, stessa corruzione e stessa ostilità verso i paesi occidentali (più grave nel caso ucraino perché rifiutano di collaborare anche dopo aver ricevuto aiuti). Hanno persino rimosso il presidente ucraino poroshenko perché troppo ucraino e lo hanno sostituito con un russo che ha fatto una serie TV dove il presidente ucraino diventa presidente di tutta la Russia e i due paesi si fondono.

  4. #444
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    Predefinito Re: Cronache dai BRICS

    PUTIN ABBATTE LA “FAVOLA” DELLA MONETA DEI BRICS LEGATA ALL’ORO: “SI COMMERCIA CON LE VALUTE NAZIONALI”
    Al XV vertice di Johannesburg, solo il presidente brasiliano Lula ha tentato di far credere che tra i BRICS sia tutt'ora allo studio l'introduzione di una moneta comune. Tra il resto dei rappresentanti istituzionali dei paesi partecipanti invece nessuno ha manifestato l'intenzione di dare seguito a quello che sarebbe un esperimento-bis dell'Euro. Per il commercio internazionale sono sufficienti gli estratti conto nelle proprie valute nazionali ha tenuto a precisare il presidente russo.
    di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

    Fin dal primo momento dell’introduzione delle sanzioni nei confronti della Russia, sui media del mondo occidentale abbiamo assistito ad un bombardamento continuo, su quella che veniva presentata come l’innovazione del secolo all’interno del sistema monetario globale:

    la preziosa moneta comune dei BRICS legata ad oro e metalli preziosi in contrapposizione alla moneta fiat priva di ogni valore intrinseco e causa di immani sofferenze per i popoli – per voce del nostro main-stream – era un evento che veniva dato come certo ed estremamene prossimo.

    Tra lo scetticismo di chi conosce la materia e di chi vi scrive – sul fatto che Putin e co. avessero consegnato il futuro delle loro monete e quindi della loro gente, nelle mani del cambio fisso di Euroniana memoria – gli economisti e gli addetti ai lavori proni ai poteri occidentali, hanno riempito giornali, TV e Web, con le loro certezze su quello che sarebbe stato, a detta loro, un fantomatico (ndr) ritorno sulla Terra del Gold Standard, per mano di questi paesi capitanati da Russia e Cina. [1]

    Siccome per più di un anno (anche a fronte delle smentite istituzionali), l’introduzione di tale moneta veniva data per certa sempre domani, come detto da parte del main-stream; siamo arrivati ad un punto che per continuare a far stare in piedi la novella, i nostri romanzieri si sono dovuti giocare tutti i loro averi sulla tavolo verde del meeting dei BRICS che si è tenuto dal 22 al 24 agosto scorso a Johannesburg.

    In sostanza, era quella la dead-line, dopo la quale non saremmo più tornati indietro a quello che sarebbe stato il via vai di carovane di oro per il mondo, in cambio di gas e petrolio.

    Scaduto l’ultimatum e concluso il meeting sudafricano, Davos ed i suoi strilloni dovranno inventarsi qualcos’altro per provare a contrastare quella che ormai è la realtà vivente di un processo di de-dollarizzazione più che in corso, certificato dalle dichiarazioni dei leader che rappresentano i paesi che formano i BRICS.

    Niente moneta comune, niente connessioni delle valute con oro o qualsiasi altro materiale presente in natura, ma solo accordi di partnership sempre più stretta tra loro, che prevedono il regolare gli scambi commerciali reciproci attraverso la consegna di estratti conto denominati nelle valute nazionali.

    E’ chiaro, come sempre da noi immaginato, che la notizia fosse totalmente inventata e tenuta in piedi da quelli che sono i poteri profondi che hanno in mano il mondo occidentale. Infilare i paesi nella gabbia del cambio fisso, per rendere la moneta scarsa per la maggioranza ed abbondante per l’élite, è ormai il remake di un film prodotto in Europa con regia occidentale, che nel mondo viene mandato in onda senza sosta, almeno dalla nascita di Cristo.

    Vendere il brevetto del Gold Standard, come la soluzione a tutti i problemi, in primis quella di non vedersi volatilizzare i propri risparmi per mano dell’inflazione dovuta ad un eccesso di stampa della moneta, è come proporre la chemioterapia a chi si preoccupa di un’unghia incarnita ad un piede.

    E naturalmente, come ovvio che sia, c’è sempre chi ci crede e ci casca!

    Nel mondo possono essere scarse le risorse reali e la manodopera, ma non certamente sono scarsi i numeri elettronici che le tutte le banche centrali del pianeta ci hanno mostrato di saper moltiplicare a loro piacimento da oltre duecento anni questa parte, senza che niente di catastrofico accadesse sulla Terra.

    La catastrofe semmai avviene per l’esatto contrario, ovvero si rende la gente precaria nel lavoro e sofferente nella loro quotidianità nel dover rinunciare anche ai beni ed i bisogni più essenziali, proprio perché si decide deliberatamente di far mancare la quantità di moneta sufficiente per cui ognuno possa ottenere quanto appena descritto.

    Evidenziato come la notizia di una valuta comune per i BRICS sia del tutto una novella partorita dei poteri occidentali, non possiamo non accoppiarla con l’unica voce stonata fuori dal coro che si è manifestata al meeting in Sudafrica sull’argomento: è stato il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, a margine dell’incontro, l’unico a tenere in piedi il prospetto di una creazione di una nuova valuta, comune e digitale, per gli investimenti e gli scambi commerciali tra i Paesi componenti, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la propria vulnerabilità alle fluttuazioni del dollaro americano.

    Nell’attesa che Putin e Xi Jinping, verifichino al loro interno se la figura di Lula possa o meno rappresentare il cavallo di Troia, portato nelle loro stanze dai poteri occidentali, consentitemi una mia valutazione tecnica sulle dichiarazioni del presidente brasiliano.

    Se l’obiettivo dichiarato da Lula, è realmente quello di affrancarsi dal dollaro, la soluzione non è certo quella di una valuta comune modello-euro, tanto più se si rendesse la sua emissione legata alle riserve auree di un paese.

    Come si suole dire, si cadrebbe dalla padella nella brace!

    La soluzione è già a portata di mano dei BRICS ed è quella che hanno già dichiarato gli altri membri, ovvero quella di commerciare con le valute nazionali invece con il dollaro.

    Elementare.. direbbe Holmes a Watson!

    Allora, se la soluzione è elementare e già condivisa ed applicata da tutti, la domanda nasce spontanea: a che gioco, gioca Lula? O meglio ancora, per quale squadra gioca Lula?

    Il presidente brasiliano ritiene che i Paesi che non utilizzano il dollaro statunitense non debbano essere costretti a commerciare in tale valuta. Una moneta esclusiva per i BRICS “aumenta le nostre opzioni di pagamento e riduce le nostre vulnerabilità”, ha dichiarato durante la sessione plenaria di apertura del summit la scorsa settimana. [2]

    Dichiarazioni che aumentano ancor di più i dubbi sulla figura del presidente brasiliano e su quelle che sono le sue reali intenzioni.

    Il contrasto sull’argomento è più che evidente, se si analizzano le dichiarazioni degli esponenti degli altri paesi proprio in risposta al presidente brasiliano: alcuni funzionari sudafricani hanno specificato che il tema di una moneta dei BRICS non era all’ordine del giorno del vertice, mentre il mese scorso il ministro degli Esteri indiano ha affermato che “non esiste alcuna idea di una valuta BRICS”.

    Secondo il presidente russo Vladimir Putin, che ha partecipato al summit da remoto, si sarebbe piuttosto dovuto discutere del passaggio da un commercio in dollari USA tra i Paesi membri, a un sistema di scambio con le relative valute nazionali.

    La Cina, dal canto suo, non ha commentato la dichiarazione del presidente brasiliano. Xi Jinping durante il vertice ha semplicemente dichiarato di voler promuovere “la riforma del sistema finanziario e monetario internazionale”.

    Ma vi è di più, solo un mese fa il governatore della banca centrale sudafricana Lesetja Kganyago, dimostrando perfetta conoscenza della materia monetaria, aveva dichiarato che creare una moneta BRICS sarebbe più che altro un “progetto politico”, per il quale sarebbe necessaria non solo un’unificazione bancaria, ma anche fiscale, creando una convergenza macroeconomia solida.

    In definitiva i leader dei Paesi BRICS hanno affermato all’unanimità di voler utilizzare maggiormente le proprie valute nazionali, piuttosto che il dollaro statunitense e di abbandonare definitivamente il progetto di una valuta comune, Lula permettendo.

    L’esilio della Russia dai sistemi finanziari globali, imposto dalle sanzioni introdotte lo scorso anno, ha alimentato la speculazione secondo cui gli alleati non occidentali si sarebbero allontanati dal dollaro, un processo di de-dollarizzazione che Putin ha definito “oggettivo e irreversibile” in occasione del summit.

    Se dalle parole passiamo ai numeri, secondo i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), la percentuale di dollari americani inseriti nelle riserve valutarie ufficiali è scesa al 58% nell’ultimo trimestre del 2022 e al 47% se adeguata alle variazioni del tasso di cambio. Parliamo di livelli minimi mai visti negli ultimi 20 anni. Tuttavia, il dollaro continua a dominare il commercio mondiale. Secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), rappresenta quasi il 90% delle transazioni forex globali.

    La strada comunque ormai è tracciata ed il destino della de-dollarizzazione e la sua effettiva implementazione dipende strettamente dal fatto che innumerevoli esportatori e importatori, così come debitori, creditori e trader di valuta in tutto il mondo, decidano in modo indipendente di smettere di usare il dollaro, preferendo altre valute.

    La Santità del dollaro come valuta di riserva è un altro dei dogmi della religione neoliberale e globalista – profuso con tanto ardore anche nel belpaese dai nostri Marattin di turno – che sta per cadere definitivamente.

    di Megas Alexandros

    Fonte: Putin abbatte la moneta dei BRICS legata all’oro: “si commercia con le valute nazionali” – Megas Alexandros

    Note:

    [1] Il “fantasma” del gold standard – Megas Alexandros

    [2] Nuova moneta per i BRICS, cosa c’è di vero? Dollaro USA nei guai (money.it)

    https://comedonchisciotte.org/putin-...ute-nazionali/
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia dell'Europa del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  5. #445
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    Predefinito Re: Cronache dai BRICS

    Dollaro e monete locali: i BRICS all’attacco di Bretton Woods
    di Joseph Halevi *


    Dal 22 al 24 agosto scorso presieduto da Cyril Ramaphosa Presidente della Repubblica Sudafricana. si è tenuto a Johannesburg il quindicesimo vertice dei paesi BRICS composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

    Il termine BRIC, fu coniato nel 2001 da Jim O’Neill, economista presso la banca Goldman&Sachs, in un saggio volto ad individuare le possibilità di profitti finanziari che si andavano delineando con la crescita dei più grandi paesi ‘emergenti’.

    L’acronimo è stato ritenuto dai 4 Stati che nel 2006 alla sessantunesima assemblea generale dell’ONU formarono l’organizzazione il cui primo vertice si tenne il 16 giugno del 2009 a Yekaterinburg in Russia. Nel 2010 entrò a farvi parte il Sudafrica trasformando la dicitura ufficiale in BRICS.

    La riunione di Johannesburg ha visto l’organizzazione ammettere altri sei paesi che vi accederanno a partire dal primo gennaio del 2024, quando la direzione dei BRICS passerà alla Russia ed al suo Presidente Vladimir Putin.

    Il prossimo vertice avrà luogo a Kazan, città capitale della Repubblica del Tartarstan situata sul Volga, a 700 km in linea d’aria ad est di Mosca.

    Con i nuovi membri i BRICS conteranno 11 paesi: i cinque iniziali cui si aggiungeranno nell’ordine: l’Argentina con 46 milioni di abitanti – la cui adesione effettiva però dipenderà dall’esito delle elezioni presidenziali e parlamentari di ottobre, poiché i due maggiori candidati di destra hanno dichiarato di opporsi fermamente alla partecipazione del paese -, l’Egitto con 110 milioni, l’Etiopia con 127 milioni, l’Arabia Saudita con 37 milioni di abitanti, l’Iran con 90 milioni e gli Emirati arabi con 10 milioni di persone.

    Complessivamente i BRICS rasenteranno i tre miliardi e settecento milioni di persone, pari al 45% della popolazione mondiale. Gli undici paesi coprono il 43% della produzione petrolifera mentre in termini di prodotto interno lordo la loro quota è di circa il 30% del Pil globale.

    Sommare le componenti di tale organizzazione ha un significato geoeconomico in quanto, come è emerso dal summit di Johannesburg, l’obiettivo è di arrivare alla creazione di uno strumento di regolazione delle transazioni tra gli stessi membri del BRICS che non sia dipendente dalla moneta statunitense.

    Aggiungiamo che altri 16 paesi hanno posto la loro candidatura all’organizzazione. Tra questi troviamo l’Algeria, l’Indonesia, il Bangladesh, il Kazakistan, il Venezuela, la Nigeria, il Vietnam ed il Bahrain.

    Si noti che Indonesia, Bangladesh e Nigeria sommati oltrepassano le 700 milioni di persone portando i BRICS ben oltre i quattro miliardi di abitanti sugli otto miliardi che popolano il nostro pianeta.

    Analogamente, quando verrà accolta la domanda del Kazakistan, della Nigeria e del Bahrain, i BRICS copriranno la maggioranza della produzione petrolifera del pianeta e oltre un terzo di quella del gas naturale.

    Rispetto ad altre organizzazioni di cooperazione regionale i BRICS si trovano naturalmente connessi con la Shanghai Cooperation Organisation (SCO) fondata nel 2001 da Cina e Russia. Infatti ne fanno parte anche tre membri fondatori del vecchio BRIC – Cina, India, Russia – nonché il neoentrante Iran.

    La SCO contiene anche il Kazakistan, l’Uzbekistan, il Kirghizistan, il Tagikistan ed il Pakistan. Il punto di congiunzione tra BRICS e SCO sono i piani di sviluppo infrastrutturali che si vanno costruendo dalla Russia all’Iran, all’Arabia Saudita. in cui la Cina svolge un ruolo di primo piano.

    Riguardo la tempistica delle nuove adesioni ai BRICS, i cinque Stati fondatori hanno espresso esigenze diverse. Infatti l’allargamento ai sei nuovi paesi è scaturito dalla mediazione ad opera della Russia con la Cina, che proponeva 10 nuovi paesi.

    Per Pechino era importante garantire che i BRICS rappresentassero quanta più produzione energetica possibile, senza la quale lo scostamento dal dollaro non sarebbe realizzabile, poiché i prezzi delle materie energetiche sono stabiliti in dollari e le transazioni di questi prodotti. avvengono in tale moneta.

    Tuttavia vi sono state anche considerazioni politiche istituzionali incentrate sulla necessità di consolidare l’associazione passo passo.

    La storia dei BRICS dalla loro fondazione si è caratterizzata per una grande cautela. Nel 2014 i cinque Stati fondatori istituirono con 100 miliardi di dollari la New Development Bank – NdT – con sede a Shanghai la cui presidente è la signora Dilma Rousseff, già Presidente del Brasile.

    Parallelamente i BRICS avevano offerto di incrementare le dotazioni del Fondo Monetario Internazionale di 75 miliardi di dollari con l’esplicita proposta di indirizzare le aumentate capacità di finanziamento verso i paesi sottosviluppati.

    La idea dei BRICS non ebbe esito poiché avrebbe richiesto un mutamento delle regole di voto nelle decisioni del Fondo Monetario.

    Malgrado l’esigenza di cambiare l’assetto istituzionale-finanziario, la New Development Bank ha agito sin dalla sua fondazione con estrema prudenza dato che il suo capitale si fonda sul dollaro.

    Infatti appena il 26 luglio scorso la Presidenza della banca – in cui la Russia detiene pariteticamente con gli altri quattro fondatori il 20% del potere di voto – ha dichiarato di non aver in programma il finanziamento di progetti in Russia e che si atterrà alle limitazioni (sanzioni) in atto.

    Non sarebbe possibile altrimenti, in quanto ogni operazione in dollari in qualsiasi parte del mondo è soggetta alle leggi e norme varate da Washington.

    Invece le transazioni effettuate fuori dal circuito del dollaro – tipo quelle che risulteranno dal recentissimo accordo tra l’Arabia Saudita e la Cina di vendere il petrolio in yuan – non incorrerebbero in tali ostacoli a meno che le autorità statunitensi non rinvenissero dei collegamenti indiretti, magari anche creandoli artificiosamente, dando luogo a delle sanzioni formalmente giustificate come causate da fattori collaterali.

    Ne consegue che lo sganciamento dal dollaro non passa per la creazione di colpo di una moneta alternativa, bensì richiede la costruzione di un sistema economico integrato che dia spessore alla moneta scelta al fine di regolarne le transazioni.

    Molti in Occidente si aspettavano che la riunione di Johannesburg proclamasse il varo della nuova moneta in tempi brevi presumendo che questo strumento fosse l’oro, tra l’altro di non facile reperimento perché un numero elevato di paesi ha i propri lingotti depositati non nella banca centrale nazionale ma presso quelle degli Stati occidentali, come la Banque de France nel caso dei paesi dell’area del franco centrafricano.

    Inoltre non è assolutamente garantito che gli Stati i cui lingotti si trovano altrove possano rientrarvi in possesso: perfino la Germania ebbe grandi difficoltà a riottenere le proprie 1500 tonnellate di oro quando nel 2013 ne fece richiesta agli USA ed alla Francia, ricevendone solo una parte.

    Il problema del dollaro è sentito ben oltre il gruppo dei BRICS.

    Una spiegazione molto chiara di ciò è contenuta in una serie di interventi di William Ruto, Presidente del Kenya, paese che non è nel novero dei candidati ai BRICS. Nel suo discorso di giugno, durante la visita ufficiale nell’ex colonia francese confinante di Gibuti, Ruto ha affermato che non si capisce perché il commercio tra il Kenya e Gibuti debba effettuarsi in dollari.

    “Usiamo pure i dollari per gli scambi con gli Stati Uniti ma non tra di noi“, ha affermato William Ruto, sottolineando di aver richiesto alla Afreximbank, cui partecipano cinquanta Stati del continente, di regolare le transazioni interafricane tramite le monete locali.

    Rispetto alla politica proposta dal presidente del Kenya, la strategia dei BRICS, soprattutto a partire dal vertice di Johannesburg, non si concentra su scambi in monete nazionali, bensì sulla costituzione di un’unità monetaria comune esclusivamente adibita a regolare i flussi tra i paesi BRICS senza conferire potere alla moneta di uno Stato in particolare.

    Un’idea che fu suggerita da Keynes a Bretton Woods nel 1944, da cui egli uscì sconfitto e mortalmente affaticato avendo prevalso la posizione statunitense di fare del dollaro la moneta di riserva e di creazione di liquidità internazionale.

    La radice del problema risiede appunto nella formazione del sistema monetario occidentale guidato dagli USA nato a Bretton Woods nel 1944, la cui storia, impatto e significato attuale sono stati molto ben presentati in un recente articolo di Luca Fantacci (1).

    Ne scaturì un ordinamento fondato sul dollaro che nel corso del tempo ha creato una situazione in cui gli Stati Uniti, attraverso la libertà assoluta di emettere la loro moneta come strumento internazionale, sono in grado di finanziare i loro deficit, poiché i detentori esteri di eccedenze in dollari li trasformano in acquisti di obbligazioni e buoni del Tesoro statunitensi.

    Tale meccanismo è diventato una droga per le istituzioni ed il mercato finanziario USA, come dimostra la reazione all’accordo tra la Cina e l’Arabia Saudita circa l’utilizzo dello yuan nel commercio bilaterale.

    Il 9 agosto il Wall Street Journal online riportava che nell’ambito dei colloqui svolti con il governo saudita dal consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan, circa la normalizzazione dei rapporti con Israele, Sullivan ha esplicitamente chiesto a Ryad di vendere il petrolio alla Cina esigendo il pagamento in dollari. Cosa che non accadrà per via dell’accordo tra Ryad e Pechino.

    Riguardo i paesi in via di sviluppo e in particolare dell’Africa, le istituzioni create a Bretton Woods, il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, hanno funzionato malissimo facilitando tendenze all’indebitamento permanente simile alla situazione che caratterizza le vaste masse di contadini poveri in Africa, Asia ed America Latina le quali, costrette per necessità di sopravvivenza a chiedere dei prestiti agli agrari, finiscono nella schiavitù da debito.

    Al suo ritorno in Brasile da Johannesburg il presidente Luiz Inàcio Lula da Silva nella trasmissione settimanale ai social media ha osservato che il debito africano non è rimborsabile per cui i paesi del continente spendono “la quasi totalità del loro reddito nel pagamento degli interessi”.

    “Il compito del Fondo Monetario“, ha detto Lula, “è di trasformare i debiti in investimenti per lo sviluppo in Africa (Lula, linkato in coda). Con questo FMI non credo possa accadere (2).

    A Johannesburg si è posta la questione dello sviluppo nel senso di trasformare i produttori di materie prime e di commodities tipo caffè, tè, in prodotti elaborati sia da esportare che da consumare localmente in un mercato nazionale in espansione.

    La via è lunga ma la dinamica dei BRICS sarebbe stata del tutto diversa e fortemente in negativo se avesse prevalso la strategia occidentale di far crollare la Russia.

    E’ impossibile pensare che il rafforzamento dei BRICS non influenzi la Turchia considerando che quando guarda verso l’Europa Ankara non vede che recessione e ben peggio.

    Sul piano diplomatico il maggior successo dell’organizzazione consiste nell’ aver messo insieme Arabia Saudita e Iran. Il merito di ciò va interamente alla Cina, che aveva già svolto un ruolo determinante nel porre fine al conflitto in Yemen, ed alla Russia.

    * da TheDotCultura

    1) Luca Fantacci 22 maggio 2022, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/verso-una-nuova-bretton-woods-35147
    2) Lula da Silva, Presidente del Brasile su Ver Angola 29 agosto 2023
    https://www.verangola.net/va/en/082023/Politics/36953/Lula-da-Silva-asks-the-IMF-to-convert-debts-of-African-countries-into-infrastructure-works.htm

    https://contropiano.org/news/news-ec...-woods-0163735
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  6. #446
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    Predefinito Re: Cronache dai BRICS

    Citazione Originariamente Scritto da IlWehrwolf Visualizza Messaggio
    PUTIN ABBATTE LA “FAVOLA” DELLA MONETA DEI BRICS LEGATA ALL’ORO: “SI COMMERCIA CON LE VALUTE NAZIONALI”
    Al XV vertice di Johannesburg, solo il presidente brasiliano Lula ha tentato di far credere che tra i BRICS sia tutt'ora allo studio l'introduzione di una moneta comune. Tra il resto dei rappresentanti istituzionali dei paesi partecipanti invece nessuno ha manifestato l'intenzione di dare seguito a quello che sarebbe un esperimento-bis dell'Euro. Per il commercio internazionale sono sufficienti gli estratti conto nelle proprie valute nazionali ha tenuto a precisare il presidente russo.
    di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

    Fin dal primo momento dell’introduzione delle sanzioni nei confronti della Russia, sui media del mondo occidentale abbiamo assistito ad un bombardamento continuo, su quella che veniva presentata come l’innovazione del secolo all’interno del sistema monetario globale:

    la preziosa moneta comune dei BRICS legata ad oro e metalli preziosi in contrapposizione alla moneta fiat priva di ogni valore intrinseco e causa di immani sofferenze per i popoli – per voce del nostro main-stream – era un evento che veniva dato come certo ed estremamene prossimo.

    Tra lo scetticismo di chi conosce la materia e di chi vi scrive – sul fatto che Putin e co. avessero consegnato il futuro delle loro monete e quindi della loro gente, nelle mani del cambio fisso di Euroniana memoria – gli economisti e gli addetti ai lavori proni ai poteri occidentali, hanno riempito giornali, TV e Web, con le loro certezze su quello che sarebbe stato, a detta loro, un fantomatico (ndr) ritorno sulla Terra del Gold Standard, per mano di questi paesi capitanati da Russia e Cina. [1]

    Siccome per più di un anno (anche a fronte delle smentite istituzionali), l’introduzione di tale moneta veniva data per certa sempre domani, come detto da parte del main-stream; siamo arrivati ad un punto che per continuare a far stare in piedi la novella, i nostri romanzieri si sono dovuti giocare tutti i loro averi sulla tavolo verde del meeting dei BRICS che si è tenuto dal 22 al 24 agosto scorso a Johannesburg.

    In sostanza, era quella la dead-line, dopo la quale non saremmo più tornati indietro a quello che sarebbe stato il via vai di carovane di oro per il mondo, in cambio di gas e petrolio.

    Scaduto l’ultimatum e concluso il meeting sudafricano, Davos ed i suoi strilloni dovranno inventarsi qualcos’altro per provare a contrastare quella che ormai è la realtà vivente di un processo di de-dollarizzazione più che in corso, certificato dalle dichiarazioni dei leader che rappresentano i paesi che formano i BRICS.

    Niente moneta comune, niente connessioni delle valute con oro o qualsiasi altro materiale presente in natura, ma solo accordi di partnership sempre più stretta tra loro, che prevedono il regolare gli scambi commerciali reciproci attraverso la consegna di estratti conto denominati nelle valute nazionali.

    E’ chiaro, come sempre da noi immaginato, che la notizia fosse totalmente inventata e tenuta in piedi da quelli che sono i poteri profondi che hanno in mano il mondo occidentale. Infilare i paesi nella gabbia del cambio fisso, per rendere la moneta scarsa per la maggioranza ed abbondante per l’élite, è ormai il remake di un film prodotto in Europa con regia occidentale, che nel mondo viene mandato in onda senza sosta, almeno dalla nascita di Cristo.

    Vendere il brevetto del Gold Standard, come la soluzione a tutti i problemi, in primis quella di non vedersi volatilizzare i propri risparmi per mano dell’inflazione dovuta ad un eccesso di stampa della moneta, è come proporre la chemioterapia a chi si preoccupa di un’unghia incarnita ad un piede.

    E naturalmente, come ovvio che sia, c’è sempre chi ci crede e ci casca!

    Nel mondo possono essere scarse le risorse reali e la manodopera, ma non certamente sono scarsi i numeri elettronici che le tutte le banche centrali del pianeta ci hanno mostrato di saper moltiplicare a loro piacimento da oltre duecento anni questa parte, senza che niente di catastrofico accadesse sulla Terra.

    La catastrofe semmai avviene per l’esatto contrario, ovvero si rende la gente precaria nel lavoro e sofferente nella loro quotidianità nel dover rinunciare anche ai beni ed i bisogni più essenziali, proprio perché si decide deliberatamente di far mancare la quantità di moneta sufficiente per cui ognuno possa ottenere quanto appena descritto.

    Evidenziato come la notizia di una valuta comune per i BRICS sia del tutto una novella partorita dei poteri occidentali, non possiamo non accoppiarla con l’unica voce stonata fuori dal coro che si è manifestata al meeting in Sudafrica sull’argomento: è stato il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, a margine dell’incontro, l’unico a tenere in piedi il prospetto di una creazione di una nuova valuta, comune e digitale, per gli investimenti e gli scambi commerciali tra i Paesi componenti, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la propria vulnerabilità alle fluttuazioni del dollaro americano.

    Nell’attesa che Putin e Xi Jinping, verifichino al loro interno se la figura di Lula possa o meno rappresentare il cavallo di Troia, portato nelle loro stanze dai poteri occidentali, consentitemi una mia valutazione tecnica sulle dichiarazioni del presidente brasiliano.

    Se l’obiettivo dichiarato da Lula, è realmente quello di affrancarsi dal dollaro, la soluzione non è certo quella di una valuta comune modello-euro, tanto più se si rendesse la sua emissione legata alle riserve auree di un paese.

    Come si suole dire, si cadrebbe dalla padella nella brace!

    La soluzione è già a portata di mano dei BRICS ed è quella che hanno già dichiarato gli altri membri, ovvero quella di commerciare con le valute nazionali invece con il dollaro.

    Elementare.. direbbe Holmes a Watson!

    Allora, se la soluzione è elementare e già condivisa ed applicata da tutti, la domanda nasce spontanea: a che gioco, gioca Lula? O meglio ancora, per quale squadra gioca Lula?

    Il presidente brasiliano ritiene che i Paesi che non utilizzano il dollaro statunitense non debbano essere costretti a commerciare in tale valuta. Una moneta esclusiva per i BRICS “aumenta le nostre opzioni di pagamento e riduce le nostre vulnerabilità”, ha dichiarato durante la sessione plenaria di apertura del summit la scorsa settimana. [2]

    Dichiarazioni che aumentano ancor di più i dubbi sulla figura del presidente brasiliano e su quelle che sono le sue reali intenzioni.

    Il contrasto sull’argomento è più che evidente, se si analizzano le dichiarazioni degli esponenti degli altri paesi proprio in risposta al presidente brasiliano: alcuni funzionari sudafricani hanno specificato che il tema di una moneta dei BRICS non era all’ordine del giorno del vertice, mentre il mese scorso il ministro degli Esteri indiano ha affermato che “non esiste alcuna idea di una valuta BRICS”.

    Secondo il presidente russo Vladimir Putin, che ha partecipato al summit da remoto, si sarebbe piuttosto dovuto discutere del passaggio da un commercio in dollari USA tra i Paesi membri, a un sistema di scambio con le relative valute nazionali.

    La Cina, dal canto suo, non ha commentato la dichiarazione del presidente brasiliano. Xi Jinping durante il vertice ha semplicemente dichiarato di voler promuovere “la riforma del sistema finanziario e monetario internazionale”.

    Ma vi è di più, solo un mese fa il governatore della banca centrale sudafricana Lesetja Kganyago, dimostrando perfetta conoscenza della materia monetaria, aveva dichiarato che creare una moneta BRICS sarebbe più che altro un “progetto politico”, per il quale sarebbe necessaria non solo un’unificazione bancaria, ma anche fiscale, creando una convergenza macroeconomia solida.

    In definitiva i leader dei Paesi BRICS hanno affermato all’unanimità di voler utilizzare maggiormente le proprie valute nazionali, piuttosto che il dollaro statunitense e di abbandonare definitivamente il progetto di una valuta comune, Lula permettendo.

    L’esilio della Russia dai sistemi finanziari globali, imposto dalle sanzioni introdotte lo scorso anno, ha alimentato la speculazione secondo cui gli alleati non occidentali si sarebbero allontanati dal dollaro, un processo di de-dollarizzazione che Putin ha definito “oggettivo e irreversibile” in occasione del summit.

    Se dalle parole passiamo ai numeri, secondo i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), la percentuale di dollari americani inseriti nelle riserve valutarie ufficiali è scesa al 58% nell’ultimo trimestre del 2022 e al 47% se adeguata alle variazioni del tasso di cambio. Parliamo di livelli minimi mai visti negli ultimi 20 anni. Tuttavia, il dollaro continua a dominare il commercio mondiale. Secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), rappresenta quasi il 90% delle transazioni forex globali.

    La strada comunque ormai è tracciata ed il destino della de-dollarizzazione e la sua effettiva implementazione dipende strettamente dal fatto che innumerevoli esportatori e importatori, così come debitori, creditori e trader di valuta in tutto il mondo, decidano in modo indipendente di smettere di usare il dollaro, preferendo altre valute.

    La Santità del dollaro come valuta di riserva è un altro dei dogmi della religione neoliberale e globalista – profuso con tanto ardore anche nel belpaese dai nostri Marattin di turno – che sta per cadere definitivamente.

    di Megas Alexandros

    Fonte: Putin abbatte la moneta dei BRICS legata all’oro: “si commercia con le valute nazionali” – Megas Alexandros

    Note:

    [1] Il “fantasma” del gold standard – Megas Alexandros

    [2] Nuova moneta per i BRICS, cosa c’è di vero? Dollaro USA nei guai (money.it)

    https://comedonchisciotte.org/putin-...ute-nazionali/

    Tralsciando che la favoletta delle valuta BRICS veniva ripetuta principalmente da segmenti ,definiamoli, fra i piu' estremisti dell' ignoranza, in questo stesso forum abbiamo fulgidi esempi di come l' ignoranza ed il credersi cio' che si legge sui memes di facebook sia qualcosa di molto attuale... ergo il tentatico di questo articolo di rigirare la frittata facendo passare tale idea della valuta unica come un qualche cosa immesso dai potersi occulati, sa molto da teroia della cospirazine per cercare di coprire il fatto che taluni segmenti della popolazione e' fessa ed idiota, e sono segmentiideologciamcnete milto vicini alle posizone di chi ha scritto tale articolo, si vece che se ne vergogna.


    Ma veniamo ad un paio di punti interessanti:

    Se dalle parole passiamo ai numeri, secondo i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), la percentuale di dollari americani inseriti nelle riserve valutarie ufficiali è scesa al 58% nell’ultimo trimestre del 2022 e al 47% se adeguata alle variazioni del tasso di cambio. Parliamo di livelli minimi mai visti negli ultimi 20 anni. Tuttavia, il dollaro continua a dominare il commercio mondiale. Secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), rappresenta quasi il 90% delle transazioni forex globali.

    La strada comunque ormai è tracciata ed il destino della de-dollarizzazione e la sua effettiva implementazione dipende strettamente dal fatto che innumerevoli esportatori e importatori, così come debitori, creditori e trader di valuta in tutto il mondo, decidano in modo indipendente di smettere di usare il dollaro, preferendo altre valute.



    Apunto..dati, fatti.. vediamo.

    Si, i la % di dollari nelle riserve e aprox al 59.01%, ( https://data.imf.org/?sk=e6a5f467-c14b-4aa8-9f6d-5a09ec4e62a4 ) in calo vs gl' ultimi 20 anni... ma il punto piu' basso in tale senso fu il 1991 dove tale quota era al 45.5%... ed il $ aveva lo stesso ruolo che ha oggi... ed era al 45.5%...


    Ma questo dato di per se non e' cio' che importa per il ruolo del $, cio' che importa e' appunto l' UTILIZZAZIONE ,la liquidita', i volumi... e qui NON c'e' storia... si arriva appunto ad aprox il 90% nelle transazioni FOREX, ovvero per aprox il 90% di queste... il $ e' presente.... semplicemente NON c'e' storia.

    Ora.. quello che i paesi BRICS Indicano e' l' utilizzazione del Dollaro e/o valute nazionali per il pagamento delle transazioni commerciali, QUESTE sono MENO del 10% del mercato valutario mondiale (il 90% e' del mercato valutario nel suo totale).


    Nelle transazioni commerciali.. nonostante mesi e mesi di annunci... il Dollaro nell' ultimo mese ha raggiunto la quota RECORD di utilizzazione al 46.6%... ovvero"

    "..decidano in modo indipendente di smettere di usare il dollaro, preferendo altre valute."

    Il mercato di agenti indipendenti (ergo noin parli di enti statali o parastatali) EVIDENTEMENTE non solo NON sta scegliendo altre valute.. ma anzi.. sta AUMENTANDO l' utilzizaione del $.

    Perche'?

    Beh.. vari fattori, alcuni ovvi altri meno, un fattore fra veri, e' appunto la liquidita' legata alla posizione del 90% nel forex in generale, ovvero e' FACILE ed IMMEDIATO, muovere, comprare , vendere ecc ecc assets in tutto il mondo in DOLLARI.


    La cosa simpatica del'l' articolo fatto d auo che pare capiscadi cosa stia scrivendo cma che cerca di disinformarte o per motivazioni ideologiche o perhce; il suo target market smetterebbe di cliccare su tali articoli e' il fatto che NON parla dei dati DIRETTAMENTE legati all oggetto della discussione, ovvero la % di UTILIZZAZIONE NEI PAGAMENTI COMMERCIALI, che ha appunto toccato il record del 46.6%..

    "Strano" NON mezionare il dato DIRETTO dell' oggetto della discussione...


    Per chi voglia controllare i dati dell'utilzizaione nei pagamenti commerciali:

    https://www.swift.com/our-solutions/compliance-and-shared-services/business-intelligence/renminbi/rmb-tracker/rmb-tracker-document-centre
    Globalizzazione..... si grazie.

  7. #447
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    Predefinito Re: Cronache dai BRICS

    NEW YORK TIMES: L’ESPANSIONE DEI BRICS HA INFERTO UN DURO COLPO AL POTERE AMERICANO

    New York Times: L’espansione dei BRICS ha inferto un duro colpo al potere americano

    Il New York Times afferma che è un errore ignorare il gruppo BRICS, che rappresenta una sfida per gli Stati Uniti, soprattutto dopo la sua recente espansione.
    Il New York Times ha riferito che “gli Stati Uniti d’America hanno a lungo ignorato il gruppo BRICS, e che raramente hanno registrato questo gruppo recentemente ampliato sul loro radar, e hanno anche cercato di minimizzarne l’importanza.” Tuttavia, il recente incontro dei BRICS a Johannesburg ” ha inferto un duro colpo al potere di Washington .

    L’adesione di sei nuovi paesi ai BRICS ha suscitato preoccupazione, a giudizio del quotidiano americano, secondo il quale l’adesione di sei paesi al gruppo “conferma inequivocabilmente l’insoddisfazione di molti paesi nei confronti del sistema globale e la loro ambizione di migliorare la propria posizione nei paesi BRICS”.

    Il New York Times ha inoltre confermato che “per l’America, che sta allentando la sua presa sull’egemonia globale, l’espansione dei BRICS costituisce una grande sfida e un’opportunità per apprendere la pratica della cooperazione”, ritenen

    do che “è un errore ignorare gruppo.”Lo stesso media ha riferito che il gruppo “BRICS” sta sfidando gli Stati Uniti d’America in tre aree principali: “standard globali, rivalità geopolitiche e cooperazione regionale”


    Nota: Da questo articolo dell’influente media USA emerge la preoccupazione della élite del potere’i degli Stati Uniti di perdere gradualmente la presa egemonica sul mondo a seguito di un processo di emancipazione che coinvolge i grandi paesi in via di sviluppo che si stanno sottraendo alle regole fissate da Washngton.
    Naturalmente il media NYT evita di parlare delle cause di questo processo in corso poichè dovrebbe smentire tutte quelle affermazioni e quelle pretese di regole di cui lo stesso NYT si è fatto portatore in tutti questi anni. Essere uno dei megafoni della élite del potere’ dominante non impedisce a questo media di levare di tanto in tanto delle critiche allo stesso sistema di potere di cui il NYT fa parte. In realtà più che una critica è un grido di allarme: attenti perchè il potere egemonico ci sta sfuggendo dalle mani.
    Saranno poi altri a suggerire a Washington guerre, colpi di stato e “rivoluzioni colorate” da sobillare per spostare a proprio favore il pendolo nei paesi che si stanno affrancando dal potere egemonico statunitense.



    Fonte: New York Times

    Traduzione e nota: Luciano Lago


    https://www.controinformazione.info/...ere-americano/
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia dell'Europa del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  8. #448
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    Predefinito Re: Cronache dai BRICS

    BRICS hanno circa un terzo del PIL mondiale, più del G7 che ora li teme. E gli USA anche di più (C. Meier)


    “Mentre gli americani sono impegnati in sciocchezze, i Paesi forti si uniscono e abbandonano il dollaro” Lo ha dichiarato un membro della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, la repubblicana Marjorie Taylor Green, ” si tratta di una delle cose più distruttive per gli Stati Uniti” , ha aggiunto la rappresentante della Georgia.
    “Sono stanchi degli Stati Uniti. Ci sono i BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica – e molti altri si stanno unendo. Stanno stringendo accordi commerciali tra loro. Si tratta di accordi seri in cui si dice: “Noi compriamo da voi, voi comprate da noi – e ignoriamo le sanzioni statunitensi. Compreremo e venderemo beni l’uno all’altro nella nostra valuta, non usando il dollaro”. E questa è una delle cose più distruttive che ci possano capitare”, ha pubblicato la rappresentante repubblicana sul proprio canale telegram

    ”Più i BRICS diventeranno forti, più il dollaro si indebolirà – e alla fine gli americani andranno in bancarotta” , ha avvertito Marjorie Taylor Green.
    Marjorie Taylor Green, molto attiva sui social network, si è distinta come una delle più accese sostenitrici di Donald Trump. Prima di candidarsi al Congresso, ha sostenuto le richieste di giustiziare importanti politici del Partito Democratico, tra cui Hillary Clinton e Barack Obama. In qualità di membro del Congresso, ha equiparato il Partito Democratico ai nazisti e ha paragonato le misure di sicurezza del COVID-19 alla persecuzione degli ebrei durante l’Olocausto,scusandosi in seguito per questo paragone. Durante l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, Greene ha promosso l’operazione russa e ha elogiato Vladimir Putin. Pochi giorni dopo l’insediamento di Joe Biden, Greene ha presentato contro di lui articoli di impeachment per presunto abuso di potere. Greene si identifica come una nazionalista cristiana.

    Indubbiamente, il consolidarsi della piattaforma BRICS, rappresenterà per l’Occidente un elemento di concorrenza economica sistemico.

    Come riporta un articolo di renovatio21, “il PIL dei Paesi BRICS, considerato a parità di potere d’acquisto, ha per la prima volta superato quello dei Paesi G7 nel 2022”. Mentre il sito web Silk Road Briefing, gestito da Dezan Shira & Associates, ha pubblicato il 27 marzo che “i BRICS hanno superato il G7 nel PIL globale”. Dezan Shira è una società di “analisi di mercato e intelligence” con sede in 100 paesi. Secondo le stime 2022 i BRICS hanno contribuito al 31,5% del PIL globale a parità di potere d’acquisto, rispetto alla quota del G7 del 30%.

    La storia è stata rivelata per la prima volta da Scott Ritter in uno speciale su Consortium News il 22 marzo, con l’articolo “G7 vs BRICS — via alle gare”, che cita i risultati di un certo Richard Dias, fondatore di Acorn Macro Consulting.

    “Dopo aver consultato il World Economic Outlook Data Base del FMI, Dias ha condotto un’analisi comparativa della percentuale del PIL globale corretto per PPA tra il G7 e i BRICS, ha fatto una scoperta sorprendente: i BRICS avevano superato il G7.
    Questa non era una proiezione, ma piuttosto una dichiarazione di fatto compiuto: i BRICS erano responsabili del 31,5% del PIL globale corretto in PPP [a parità di potere di acquisto, ndr], mentre il G7 forniva il 30,7%. A peggiorare le cose per il G7, le tendenze previste hanno mostrato che il divario tra i due blocchi economici non farebbe che aumentare in futuro.
    È interessante considerare che il PIL aggiustato per la parità del potere d’acquisto (di fatto, con il valore della valuta della nazione aggiustato dalla sua capacità di acquistare internamente, gli elementi di un tenore di vita medio-alto), è fortemente correlato alla produttività economica nazionale, e potrebbe approssimare l’adeguamento dei tassi di cambio delle valute che si otterrebbe in un nuovo accordo monetario a tasso di cambio fisso.

    L’amministratore delegato del FMI Kristalina Georgieva, nel suo discorso al China Development Forum 2023 il 26 marzo, ha dichiarato la stima del FMI per il tasso di crescita economica della Cina nel 2023 al 5,2% e ha previsto che la Cina porterà ancora una volta almeno il 30% della crescita economica mondiale, in quanto ha fatto per diversi anni dopo il crollo finanziario globale e la cosiddetta Grande Recessione del 2009.

    La previsione di crescita del FMI per l’India nel 2023 è del 6,1% e che l’India sosterrà il 15% della crescita economica mondiale durante l’anno.
    «In confronto, l’incontro delle “democrazie” su invito del presidente degli Stati Uniti Joe Biden il 28 marzo potrebbe giustamente definirsi il vertice sulla stagflazione» chiosa EIRN.

    Come riportato da Renovatio 21, l’Egitto è diventato ufficialmente un nuovo membro della BRICS New Development Bank (NDB) il 22 marzo, anche se la domanda è stata approvata il 20 febbraio, e il tutto è stato comunicato solo ora.

    Le cinque nazioni BRICS – Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa – hanno istituito la New Development Bank come banca politica per coordinare le infrastrutture e altri prestiti per lo sviluppo alla conferenza annuale BRICS a Fortaleza, Brasile nel 2014, con l’intenzione di renderla un’alternativa a enti stile Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.

    Il 24 marzo, il consiglio di amministrazione dell’NDB ha eletto all’unanimità Dilma Rousseff, ex presidente del Brasile, come nuovo presidente. Si prevede che Rousseff possa espandersi e utilizzare in modo più completo le risorse dell’NDB, soprattutto alla luce dell’espansione del numero di membri in quello che sta diventando il BRICS-Plus.

    Come riportato da Renovatio 21, la Roussef è tra chi crede che alla de-dollarizzazione in atto, ossia alla fine dell’egemonia del dollaro. La Roussef si era spinta a dichiarare pubblicamente che le sanzioni USA saranno la causa della fine della supremazia della valuta statunitense, finora usata, ha detto durante una sua presentazione il 20 marzo ad un evento di “Amici della Cina socialista”, come arma contro altri Paesi. Il 27 febbraio il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha affermato che «è indicativo che proprio negli ultimi due anni … il numero di paesi che vogliono aderire ai BRICS, [e] alla SCO, è aumentato in modo significativo”.

    Ora ce ne sono circa due dozzine. Mentre anche l’Algeria, l’Argentina e perfino l’Arabia Saudita hanno potuto entrare nei BRICS, un ente dove non c’è la caccia al russo (anzi, c’è aperta critica alla NATO) e dove si preparano valute alternative al commercio mondiale”.

    Christian Meier

    https://www.farodiroma.it/i-brics-ha...i-piu-c-meier/
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    Der Wehrwolf

  9. #449
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    Predefinito Re: Cronache dai BRICS

    Citazione Originariamente Scritto da Amati75 Visualizza Messaggio
    Te neanche capisci cosa leggi….

    1- il fesso che si credeva la puttanata della moneta BRICS eri tu, non io..

    2- L uso del dollaro nonostante i super mega annunci è aumentato a livello record… capito mi hai ?

    3- ciò che importa è l’ uso nel forex totale…. e li NON c’è storia… ma dato che tu di queste robe capisci un cazzo e ne capisci ancora Meno… ti fai gli orgasmi mentali con i memes di Facebook , come appunto per la super megafantastica valuta BRICSCronache dai BRICS

    Non ti preoccupare, sei in buona compagnia, il
    mondo è pieno d’ ignoranti e/o fessi. Cronache dai BRICS


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    Se tu credi che il dollaro rimarrà la moneta più importante anche alla fine del secolo, il fesso che non capisce un cazzo sei tu mica io, ma tranquillizzati, il mondo è pieno di idioti forse anche più idioti di te. O forse no
    "non sto mai dalla parte di nessuno, perché nessuno sta mai dalla mia.” (Cit.)

  10. #450
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    Predefinito Re: Cronache dai BRICS

    IL NUOVO POTERE DELLE MATERIE PRIME

    di Alastair Crooke

    I BRICS 11 rappresentano oggi il 37% del PIL mondiale (in termini di PPP) e il 46% della popolazione mondiale. Per fare un confronto, il PIL del G7 è del 29,9% (in termini di PPA).

    L’eterogeneo gruppo BRICS è “riuscito” nel suo intento – si è unito, nonostante i molteplici tentativi di “espellere” alcuni stati chiave. Si tratta di un notevole risultato diplomatico e geostrategico, nato dal desiderio ampiamente condiviso di trovare una soluzione alternativa all’armamento eccessivo dell’America derivante dall’”eccezionalità” del dollaro post-Seconda Guerra Mondiale: gli Accordi di Pace. che tutti gli scambi di energia e materie prime devono essere valutati in dollari e condotti in dollari (rendendo così tutti gli stati vulnerabili alle sanzioni occidentali).

    È questo punto comune che è all’origine dell’allargamento dei BRICS. La guerra finanziaria potrebbe essere iniziata negli anni ’80 con il Plaza Accord che bloccò di proposito la crescita del Giappone per decenni. Dal febbraio 2022, gli Stati Uniti e l’Europa si concentrano sul collasso dell’economia russa. Oggi Stati Uniti e Unione Europea si preparano ad applicare il “trattamento giapponese” alla Cina, attraverso regolamenti, tariffe e un inasprimento della cintura di “sicurezza nazionale” del commercio proibito.

    Serviva un primo “lavoro” ad hoc. E questo è quello che è successo: commerciare nelle proprie valute e compensare i propri scambi valutari attraverso un sistema di valuta digitale nazionale della Banca Centrale che verrebbe “compensato” in tempo reale tra le banche centrali, senza toccare il dollaro. Il sistema ha già dato prova della sua efficacia in un progetto pilota chiamato “m-CBDC Bridge”. L’idea è che ogni stato BRICS manterrebbe le proprie valute per l’uso quotidiano, con le valute digitali limitate alle transazioni di scambio digitale tra le banche centrali.

    La prospettiva di una valuta comune dei BRICS ha fatto circolare molto inchiostro sulla stampa occidentale. Ma questo sarà per dopo. (La creazione di una valuta di riserva è sempre stata una falsa pista per l’Occidente; lo status di riserva non è richiesto dalla Russia o dalla Cina, né è un’aspirazione).

    Ma forse l’assenza di una “nuova moneta” che avrebbe suscitato scalpore nei media ha portato gli osservatori a sottovalutare l’impatto di quanto ottenuto in questo vertice. L’allargamento (altri stati seguiranno l’anno prossimo) offre alla Cina lo spazio strategico in cui situare la ristrutturazione dell’economia cinese. Offre a Russia e Cina l’opportunità di sviluppare ed espandere pienamente il corridoio Nord-Sud (INSTC) in entrambe le direzioni. I BRICS hanno integrato due economie potenzialmente in forte espansione in Africa e due in America Latina.


    I BRICS 11 rappresentano oggi il 37% del PIL mondiale (in termini di PPP) e il 46% della popolazione mondiale. Per fare un confronto, il PIL del G7 è del 29,9% (in termini di PPA).

    Non aspettarti che accada qualcosa di drammatico a breve. Tuttavia, il graduale declino nell’uso del dollaro in gran parte dell’economia globale trasformerà il sistema monetario globale in diversi modi: con la domanda di dollari in calo (mentre Washington continua a stamparli), il valore dei dollari fiduciari diminuirà, il che significa che per finanziare il nuovo debito, gli Stati Uniti dovranno pagare ai propri creditori interessi più elevati (per compensare la concomitante caduta del valore dei titoli).

    La “ciliegina sulla torta” meno notata, ovviamente, è che con l’aggiunta di Iran, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, i BRICS ora controllano circa il 54% della produzione globale di petrolio – e includono alcuni dei maggiori consumatori del mondo. .

    In breve, i BRICS, con le loro risorse energetiche e di materie prime, sono diventati una potenza delle materie prime .

    Il che ci porta ai seguenti due punti in comune all’interno di un gruppo apparentemente disparato: in primo luogo, quando questi stati scambiano valute come il rublo, il rial o il remimbi, lo fanno in una valuta che ha un valore intrinseco, basato su una merce, come il petrolio o il remimbi. oro.

    In altre parole, i BRICS si allineano con valute basate sul valore di una merce piuttosto che con strumenti monetari fiat che si svaluteranno man mano che l’inflazione ne eroderà il valore relativo.

    Il secondo grande punto comune è l’uscita dalla morsa del modello occidentale neoliberista iper-finanziarizzato a favore di un modello che preveda una maggiore autosufficienza nazionale. Pertanto, sfidare semplicemente le basi filosofiche del sistema politico ed economico “anglo” – che è alla base dell’”ordine basato su regole” – è importante, a modo suo, quanto la semplice de-dollarizzazione.

    Gli stati non occidentali sostengono da tempo che il modello neoliberista è in contrasto con i bisogni globali. Il presidente Xi lo ha detto senza mezzi termini: ” Il diritto dei popoli a scegliere autonomamente il proprio percorso di sviluppo deve essere rispettato… Solo chi indossa le scarpe sa se sono adatte a lui oppure no “.

    Il problema è che con il consumo basato sul debito – come nel modello occidentale iperfinanzializzato – il sistema si allontana dalla creazione di ricchezza, il che alla fine rende impossibile consumare così tanto o impiegare così tante persone.

    Questo indebolimento dell’economia reale, attraverso la finanziarizzazione e l’enfasi sui “prodotti finanziari derivati”, risucchia l’ossigeno dalla realizzazione della produzione reale. L’autosufficienza quindi si erode e la contrazione della base di creazione di ricchezza reale sostiene un numero sempre minore di posti di lavoro ben retribuiti.

    Ancora una volta, il passaggio concettuale verso la costruzione della sovranità attraverso un approccio basato sull’economia reale, in contrapposizione al finanziarismo, avrà profonde implicazioni per Wall Street – nel lungo termine. La de-dollarizzazione, combinata con il paradigma dell’economia reale, rischia quindi di sconvolgere il mondo.

    Alastair Crooke

    Fonte: Al Mayadeen

    https://www.controinformazione.info/...materie-prime/
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    Der Wehrwolf

 

 
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