Qualche anno fa il giornalista de Il Sole 24 Ore, Gianni Dragoni, prima in un intervento nella trasmissione Servizio Pubblico, poi ad una nostra conferenza aveva evidenziato in maniera scientifica come, un'ipotetica holding Mafia Spa (che mette insieme gli affari di Cosa nostra, 'Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita) potrebbe avere un valore ben superiore dell'intera Borsa italiana.
Le scorse settimane la Dia, nella sua relazione semestrale, ha messo in evidenza un dato citando uno studio della Banca d’Italia pubblicato a dicembre dell’anno scorso: il volume d’affari delle mafie stimato supera il 2% del Pil italiano.
Parliamo di almeno 38 miliardi di euro l’anno (104 milioni al giorno) che, se guardiamo ai calcoli effettuati dal Ministero della Difesa dopo il “Decreto Ucraina”, pareggerebbero la spesa per la Difesa del nostro Paese.
Banca d'Italia inserisce nelle attività illegali (che sono spesso gestite dalle organizzazioni criminali e i cui proventi sono in buona parte reinvestiti nell’economia legale) non solo il valore del commercio di sostanze stupefacenti, dell’attività di prostituzione e del contrabbando di sigarette e di alcol, ma anche altre tipologie di attività illegali quali l’estorsione, la contraffazione, l’usura, la gestione illecita del ciclo dei rifiuti, le scommesse, e quant'altro.
Inoltre sottolinea che i proventi dalle attività illegali non esauriscono i volumi di affari delle mafie. Si legge infatti che “l’infiltrazione nelle imprese, ad esempio, viene utilizzata sia per riciclare i proventi illeciti sia per generare valore aggiunto addizionale”. “È inoltre ragionevole ipotizzare che parte dell’economia sommersa (per sotto-dichiarazione degli operatori economici e/o per l’impiego di lavoro irregolare) sia anch’essa riconducibile alla criminalità organizzata”. E in questo senso, guardando al complesso dell’economia non osservata, il valore sale ad oltre 200 miliardi di euro (l’11,3 per cento del PIL, secondo i dati Istat, 2021).