
Originariamente Scritto da
Narel Jarvi
L'undicesimo libro della storia della filosofia della Bompiani, l'ultimo prima di quelli dedicati specificamente ai più recenti filosofi italiani, contiene interessanti teorie epistemologiche, politiche ed economiche, ma è il deserto della metafisica.
Trovo che il vertice del libro sia questo capitolo, di cui vi posto brevi stralci.
PERCHÉ PER LO STRUTTURALISMO L’UOMO È MORTO
Ed ecco che cosa ha detto Foucault, in una conversazione con Paolo Caruso, a proposito del pensiero antropologico-umanistico tradizionale:
"Mi pare che questo pensiero stia disfacendosi, disgregandosi sotto i nostri occhi. In gran parte ciò è dovuto all’orientamento strutturalista. Dal momento in cui ci si è accorti che ogni conoscenza umana, ogni esistenza umana, ogni vita umana, e forse persino ogni ereditarietà biologica dell’uomo, è presa all’interno di strutture, cioè all’interno di un insieme formale di elementi obbedienti a relazioni che sono descrivibili da chiunque, l’uomo cessa, per così dire, di essere il soggetto di se stesso, di essere in pari tempo soggetto e oggetto. Si scopre che quel che rende l’uomo possibile è in fondo un insieme di strutture che egli, certo, può pensare, può descrivere, ma di cui non è il soggetto, la coscienza sovrana. Questa riduzione dell’uomo alle strutture che lo circondano mi sembra caratteristica del pensiero contemporaneo."
La storia dell’uomo non è scritta (cioè fatta) dall’uomo; essa è decisa altrove:
"Come può l’uomo coincidere con una vita la quale con le sue maglie, le sue pulsazioni, la sua forza nascosta, trascende senza posa l’esperienza immediata in cui egli la coglie? – Come può identificarsi con un lavoro le cui esigenze e leggi si impongono a lui con un rigore che sente estraneo? Come può essere l’autore di un linguaggio che da millenni si forma senza di lui, del quale non riesce a comprendere il sistema [...] e all’interno del quale è costretto a collocare le sue parole e i suoi pensieri, come se questi non potessero far altro che animare per breve tempo un segmento della trama infinita delle possibilità?"
L’uomo, per Foucault, è uno scintillio, un fugace luccichio nell’oceano delle possibilità permesse da quelle correnti profonde che sono le strutture. Anzi, secondo Foucault,
"prima della fine del secolo XVIII, l’uomo non esisteva, non diversamente dalla forza vitale, dalla fecondità del lavoro, dalla dimensione storica del linguaggio. È una creatura recentissima, uscita dalle mani demiurgiche del sapere meno di duecento anni fa."
E perché possano esistere le scienze dell’uomo, così come oggi si configurano, l’immagine dell’uomo che ci è consueta deve sparire. Anzi, scrive ancora Foucault ne Le parole e le cose:
"Oggi possiamo pensare soltanto nel vuoto lasciato dalla scomparsa dell’uomo."
E soggiunge che a tutti coloro che intendono parlare ancora dell’uomo, del suo regno e della vera liberazione, noi contrapponiamo il nostro «riso filosofico»:
"L’uomo è un’invenzione che l’archeologia del nostro pensiero non ha difficoltà ad assegnare a un’epoca recente. E forse neanche a dichiararne prossima la fine [...]. Ai nostri giorni, piuttosto che l’assenza o la morte di Dio viene proclamata la fine dell’uomo [...]. L’uomo sta per scomparire."
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Trovo particolarmente significativa l'idea che l'uomo sia nato nel settecento, semmai l'uomo è nato come presunta divinità auto-sufficiente nel secolo dei lumi (fulminati), ma ben presto quella divinità è morta, a quanto pare.