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  1. #691
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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

    Citazione Originariamente Scritto da mixkey3 Visualizza Messaggio
    Di panzoni in giro se ne vedono, dopo i quaranta se ne vedono tanti.
    Anche qui negli USA se ne vedono over 40 di panzoni....

    A mio modesto parere gli obesi veri e propri qui negli USA sono il 20-22% sommati a quelli in sovrapeso si arriva a circa il 40%.

  2. #692
    Viva la piadina!!!
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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

    Citazione Originariamente Scritto da paulhowe Visualizza Messaggio
    Ci dai i risultati della Florida per quanto riguarda le presidenziali 2020?
    Ha vinto Trump… peccato che tu prevedevi che vincesse in generale in base a quelle fesserie… cerca meno arrampicanti che non hai le capacita’ per farli Thread contenitore generico sugli USA


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    Globalizzazione..... si grazie.

  3. #693
    Viva la piadina!!!
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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

    Citazione Originariamente Scritto da paulhowe Visualizza Messaggio
    Cioe in italia il 40% degli uomini sarebbe in sovrapeso.

    https://www.epicentro.iss.it/ben/202...C3%A8%20obeso.





    In base ai parametri globalmente accettati si… la tua opinione è valida per te… e solo per te… per il resto è irrilevante, cosa non ti entra in testa? Thread contenitore generico sugli USA


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    Globalizzazione..... si grazie.

  4. #694
    Super Troll
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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

    Citazione Originariamente Scritto da mixkey3 Visualizza Messaggio
    Di panzoni in giro se ne vedono, dopo i quaranta se ne vedono tanti.
    Si, ma di obesi noi ne abbiamo mooolti di meno!


  5. #695
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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

    Citazione Originariamente Scritto da Amati75 Visualizza Messaggio
    Ha vinto Trump… peccato che tu prevedevi che vincesse in generale in base a quelle fesserie… cerca meno arrampicanti che non hai le capacita’ per farli Thread contenitore generico sugli USA


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    Falso. Avevo dato un 50% di probabilita.

  6. #696
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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

    Citazione Originariamente Scritto da Amati75 Visualizza Messaggio
    In base ai parametri globalmente accettati si… la tua opinione è valida per te… e solo per te… per il resto è irrilevante, cosa non ti entra in testa? Thread contenitore generico sugli USA


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    Qualche confusione nel cervello infatti ce l' hai.

    Se come da video il 40% degli americani e' obeso, ripeto lo dice in quel video, sommati a quelli in sovrapeso quanti sarebbero?

    Il 70-80% ???

    Non so quali posti tu frequenti, forse delle cliniche Weight Watchers, a me non risulta assolutamente.

  7. #697
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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

    Oltre l’Occidente
    di Salvo Ardizzone - 24/10/2023

    Oltre l’Occidente

    Fonte: Italicum

    Il declino dell’Occidente è concetto del tutto superato, meglio, anacronistico, perché l’Occidente è scomparso da tre generazioni. Il perimetro dell’Occidente americano, si è esteso da “atlantico” a “Globale”. I BRICS non sono affatto un blocco, ma spazio d’interazione per convergenze d’interessi e collettivo strumento d’affermazione. I BRICS Plus sfidano gli USA su tre aree determinati: standard globali, rivalità geopolitiche, cooperazione regionale fra soggetti del Sud Globale. Il problema, è il “dasein”, lo “stare nel mondo” dei popoli europei, svanito con la loro anima avvelenata per generazioni dall’Occidente americano.

    Cos’è Occidente oggi?
    Ormai da generazioni si continua a parlare della crisi dell’Occidente, del suo tramonto; di come restaurare la sua centralità, il suo ruolo nel mondo e preservarne cultura e anima. Ma il fatto è che, con lo scorrere del tempo, è il concetto stesso di Occidente a essere radicalmente mutato e prima di continuare a dibattere sudi esso necessita risposta alla domanda: cos’è Occidente? Anzi, cos’è Occidente oggi? Chi continua a parlarne dovrebbe aver chiaro che esso, Grossraum per come disegnato da Carl Schmitt e mondo valoriale inteso da Spengler, non esiste più da oltre tre generazioni.
    È stato concetto potente, evocativo, colmo di Storia, oltremodo ricco di cultura e valori. Insomma: brand di enorme successo. Ma già oltre cent’anni fa era in crisi manifesta, consumato da cancri quali l’avanzare del positivismo e delle dottrine liberali, la prassi capitalista, il nazionalismo più gretto, pervaso da un supponente senso di superiorità venato di razzismo che aveva giustificato il colonialismo. Era emanazione di un mondo che già all’inizio del Novecento s’avviava alla sua fase finale, all’auto-distruzione nel corso d’un ciclo di guerre fratricide che hanno consegnato lo scettro dell’egemonia mondiale ad altri esterni a esso. Cessione del brand alla potenza talassocratica da quel momento dominante; fine dello status di primo attore nella Storia, da quel momento oggetto di Storia altrui.
    Lo scippo del concetto d’Occidente da parte degli USA è stato suggello di dominio sulla provincia più importante del novello impero, mutazione essenziale quanto radicale: l’Europa è stata culla d’imperi tellurici, nati per ordinare gli spazi in funzione dei valori di cui erano portatori. Gli USA sono impero talassocratico, come prima di loro la Gran Bretagna da cui hanno rilevato il dominio dei mari. Entrambi appartenenti al Grossraum atlantico. Altra cosa, del tutto diversa, inconciliabile.
    Da quel momento e ormai per oltre tre generazioni l’antico Occidente (inteso come Grande Spazio identificato da Schmitt su terre europee) è stato sottomesso, sottoposto a dilavamento culturale, condizionamento virante in sudditanza politica, pedagogia sociale, indirizzo economico: gli è stata strappata l’anima consegnandolo alla post-storia. Esso non esiste più come soggetto autonomo, meno che mai dagli USA di cui condivide la deriva. Si parla d’Occidente ma s’intende tutt’altro, ovvero il frutto della mutazione imposta e ormai compiuta. Chi oggi s’appella a esso, nei fatti si richiama a un mondo valoriale (se così può esser definito) del tutto estraneo, oggi diviso fra due anime che frantumano l’America, inconciliabilmente separate: quella liberal e quella conservatrice. Distinzione per intero ascritta al mondo liberale, che evidenzia solo due diversimomenti della medesima dinamica, facce della stessa medaglia. Tema cruciale su cui torneremo più avanti.
    In breve, piaccia o no, il declino dell’Occidente è concetto del tutto superato, meglio, anacronistico, perché l’Occidente – quello vero e non l’impostura di marca americana – è scomparso da tre generazioni. Ciò che è in crisi, al tramonto, è la finzione dell’Occidente americano, ovvero l’impero talassocratico a Stelle e Strisce, e, per ciò che è e rappresenta, è anche tempo che scompaia.

    Le condizioni dell’Occidente: dinamiche della sua deriva
    Ribadito che oggi Occidente equivale all’impero americano, nel nostro discorso è inutile soffermarci soverchio sulle dinamiche storiche che ne hanno accompagnato il percorso, diciamo solo che il mondo uscito dalla Seconda Guerra Mondiale era bipolare, con ampie parti del globo contese, aree che, pur avendone l’aspirazione, non avevano la stazza per giocare in proprio se non marginalmente. Poi, per suicidio dell’URSS – suicidio, non vittoria americana – è balenato il momento unipolare degli USA che, in un’ubriacatura collettiva, ha fatto credere ai più che la Storia fosse finita, assai più e al di là di quanto posto nel travisato “The end of History and the Last Man”. Soprattutto, l’ha fatto credere agli Stati Uniti, profondamente convinti d’un “destino manifesto” che li poneva a capo del mondo, da quel momento eterni Numero Uno semplicemente perché i “migliori”.
    Ma la Storia non era affatto finita: gli strumenti della globalizzazione hanno certamente garantito la rendita americana e finanziato l’egemonia di Washington per decenni, ma hanno conferito stazza crescente a soggetti che, ottenutala, hanno cominciato ad aspirare ad autonomia, a praticare vie proprie fuor di tutela e limitazioni altrui. Non solo.
    Le sfide conseguenti hanno indotto l’Egemone all’arrocco, chiamando i clientes a raccolta prima in Europa poi nel resto del mondo. Con ciò allargando il perimetro dell’Occidente, da “atlantico” a “collettivo”, meglio: “Globale”. Identificandolo non come luogo geografico, scenario storico o antico bacino culturale ma in base a sistema economico (liberista), politico (cosiddetta liberal-democrazia) e omologazione ai dogmi del pensiero liberale e alla sua deriva, con diversi gradi di aderenza/dipendenza ai/dai voleri di Washington (massima nel continente Europa, differenziata nell’Indo-Pacifico asceso a nuovo centro del mondo). E in tal modo svuotando l’antico Occidente da ogni riferimento a peculiarità di territori e popoli che vi insistono, alle culture che per secoli vi si sono sedimentate, a lingue e tradizioni che vi sono sorte, per omologarle tutte al processo liberale, in omaggio ai tempi virato in liberal.
    Ma se ciò ha allargato i confini del “nuovo” Occidente, seppur discontinui, fino al Pacifico, ha al contempo ridimensionato quelli dell’impero USA, scalandolo da preteso dominio globale – tale rappresentato nel balenio del momento unipolare – a parte del mondo nuovamente diviso fra satelliti e nemici, meglio: fra sé e altri – peraltro in esponenziale moltiplicazione – che vogliono rimanerne esterni, al di fuori da sudditanze.
    Temperie cui l’Egemone in affanno reagisce con rabbia, imponendo sacrifici crescenti ai clientes, dimentico di passate fedeltà oggi ragiona più che mai con esclusivo cinismo. Ergo: cerca sopravvivenza a scapito dei sottoposti, manovra più che mai per convenienza immediata pronto a sacrificare tutto – e soprattutto tutti – pur di rimanere il Primo. Altro non sa vedersi. Ma è in doppia difficoltà perché, al momento della sfida esiziale, ha corpo in sofferenza e anima spezzata.
    Perché? Per la dinamica intimamente intrinseca e inscindibile da dottrina liberale e prassi liberista: grazie alla globalizzazione, figlia del rules-basedorder con cui gli USA hanno ordinato il mondo a propria convenienza, l’economia americana ha virato su finanza, servizi e controllo dei commerci, distogliendo il focus dall’economia reale, lasciata a terzi insieme a ogni altra attività a medio o basso valore aggiunto.
    Problema numero uno: l’abbandono delle attività manifatturiere ha prodotto una desertificazione industriale, distruggendo la classe media e costruendo una società polarizzata sui servizi che basa la sua apparente opulenza su uno sterminato esercito di lavoratori sfruttati in condizioni para-schiavistiche. Situazione ormai irreversibile per logiche e caratteristiche di sistema.
    Problema numero due: anche se finanza, servizi tecnologici avanzati e controllo dei commerci regalano montagne di denaro (a pochi), la società americana deve pur sempre disporre dei beni giornalieri che non è più in grado di produrre, preferendo importarli, così facendo la fortuna della Cina e di altri paesi manifatturieri da cui pretende d’affrancarsi senza sapere come.
    Problema numero tre: le montagne di denaro possono comunque svanire. Il sistema economico USA si basa sullo strapotere del dollaro, moneta di scambio nei commerci e bene di riserva di tutte le economie mondiali. A Washington è sinora bastato emettere bond federali per vederli acquistare, scaricando i propri deficit sul resto del pianeta. Prospettiva d’illimitato dominio? No. Per affermare un’egemonia messa in discussione gli USA han fatto esponenziale ricorso a sanzioni ma, col loro moltiplicarsi, rendendo sempre più conveniente (e sicura) l’emancipazione dal dollaro. Con ciò ottenendo il crescente ricorso degli scambi in altre valute e il proliferare di canali terzi. Per conseguenza alimentando la progressiva de-dollarizzazione dell’economia mondiale, accelerata da conclamata convenienza, che sta portando un debito americano sempre più grande a gravare su una domanda di dollari in contrazione, preavviso di futuro disastro seppur non immediato.
    Ma se il corpo dell’economia USA è in sofferenza, è l’anima americana a essersi spezzata insieme all’American Dream, mito fondante e brand degli Stati Uniti che oggi è percepito come negato da una fascia sempre più ampia della popolazione. Sentimento trasversale quanto diffuso che ha trovato compiuta espressione nella canzone di Oliver Anthony, il cui video è assurto a bandiera di un disagio e divenuto caso politico per le decine e decine di milioni di visualizzazioni.
    Dev’esser chiaro: chi è sprofondato nella povertà, emarginato, spogliato dei vecchi miti pacchiani “Old America” cui era legato e bombardato dalle manifestazioni liberal sempre più estreme, non rinnega affatto l’“American Dream” – di cui si sente invece il vero interprete –ma accusa l’establishment di averglielo sottratto. Dall’esclusione scatta delusione e rabbia di tanti milioni di americani: essi imputano il proprio disagio a un sistema culturale e politico assai elitistico, gelosamente conservatore di se stesso e dei suoi riti, ovvero dei suoi privilegi. Si disegnano così due Americhe nettamente separate: quella delle élites e quella degli esclusi, due società incapaci di comunicare.
    Parafrasando la situazione israeliana, anche qui tribù con riti, interessi, linguaggi propri: una, la svantaggiata, non intende più sacrificarsi per un impero che non capisce, dai cui dividendi è esclusa pur pagandone lo scotto. L’altra, continua ad arroccarsi nella difesa – a qualsiasi costo – di un’egemonia ora contestata, da cui trae ricchezza e privilegi di cui gode. Frattura verticale, insanabile; annuncio di conflitto certo che s’apparecchia – anzi, già in corso – che non resta contenuto negli USA ma varca l’Atlantico, propagandosi nelle terre dell’antico Occidente oggi dimidiate a colonie.
    Perché – ripetiamo – piaccia o no, la mutazione è compiuta: l’Europa ha assimilato intimamente ascisse e coordinate del sistema americano, assai più di quanto alcuni suoi segmenti sociali vogliano ammettere o comunque abbiano consapevolezza. Tendenze, più e prima che importate, generate da temperie politiche, culturali, sociali ed economiche sempre più simili.
    Lo si riconosca o meno, le spaccature che emergono nei territori europei dell’impero USA sono conflitti interni al mondo liberale: anche qui conservatori che tentano di frenare la deriva liberal. Reazioni di chi vede poste in pericolo le proprie sicurezze e vuole ritrarsi da ciò che non comprende, tornando al passato che conosce e in cui identifica il proprio posto. Non rappresentano in alcun modo fermenti rivoluzionari né, tantomeno, ripulsa della cultura liberale e della logica liberista, ai cui (dis)valori di fondo (seppur d’altri tempi) queste manifestazioni di “dissenso” continuano a rimanere fermamente inscritte; sono, semmai, tipici riflessi piccolo-borghesi.
    È vero: in anni recenti, appena trascorsi, c’è stato un timido tentativo di smarcamento europeo da logiche e stretta dipendenza dagli interessi USA, ma esso aveva anima economica non politica, meno che mai culturale. In assenza di capacità di scelta e autonomo orientamento, per l’Egemone è stato facile ridurre a rapida obbedienza stati privi di vera sovranità compiuta, comunque ascritti ai suoi canoni. Il conflitto, tenacemente cercato con la Russia per interposta Ucraina, è stato ed è l’episodio più eclatante del confronto/scontro fra l’Egemone insidiato vs quel resto del mondo stanco di essere “ordinato” secondo interessi altrui. Irricevibile segnale d’affrancamento per chi si percepisce sovrano per diritto divino, Numero Uno o nulla. Da ciò la chiamata alle armi dei clientes europei.
    Qui non parliamo semplicemente dell’autolesionistica frattura fra Russia ed Europa (agli occhi americani leggi, soprattutto, Germania), ma del complessivo riorientamento dei rapporti del Continente con il resto del mondo in funzione dei desiderata d’oltre Atlantico. Rigida inscrizione – e autolimitazione – a un blocco, a prescindere dagli interessi nazionali, semplicemente ignorati, sistematicamente subordinati a quelli altrui. Di più: è stata posta in atto – e supinamente subita – una destrutturazione dei tradizionali equilibri dello spazio europeo che alla vecchia faglia economicista nord-sud ne ha sovrapposto una nuova – assai più incisiva e pesante – ovest-est. Con conseguente migrazione del baricentro verso Varsavia e il Baltico, cui l’Egemone ha assegnato la missione di contenimento – tentato esaurimento – di Mosca.
    Dinamica per la quale la NATO – già dichiarata in “morte cerebrale” – è stata rivitalizzata e successivamente elevata a quella NATO Globale (ossimoro geopolitico rivelatore della realtà) guardiana dell’impero americano nel mondo, e la UE ne è divenuta succursale “politica”, cinghia di trasmissione dei voleri di Washington che s’apparecchia alla guerra per mantenere un’egemonia insidiata. Dunque rottura fra Occidente europeo – ottusamente e pervicacemente servo a suo discapito – e quel resto del mondo che ambisce ad autonomia. E attenzione: abbiamo detto Occidente europeo, perché gli altri stati dell’Occidente Globale, che gravitano nel Pacifico, hanno assai diverso grado di consapevolezza dei propri interessi nazionali (e autonomia).
    Ultima ma rilevante riflessione sulla scomparsa del Grossraum Occidente e la sua ascrizione all’impero europeo degli USA: assai più che per volontà della classe politica – totalmente asservita, ma del tutto pleonastica – ciò è dovuto ai Deep States del Continente, forgiati per generazioni nell’obbedienza a Washington e ciò che rappresenta piuttosto che alle rispettive Capitali. Prendendo a esempio l’Italia, per averne prova provata basta guardare alle infinite vicende oscure che ne hanno segnato tragicamente il percorso dal dopoguerra. Semmai qualcuno volesse provare ad alterare minimamente lo stato di sudditanza in cui versano i paesi dell’Europa, sarebbe imperativa opera propedeutica bonificare gli apparati. Missione quanto mai improbabile, oltre che per ovvia resistenza degli stessi, massimamente per drammatica scarsità di possibili sostituti.

    Dove va il mondo?
    In tempi di cambiamenti radicali – e i presenti lo sono – gli stati si dividono fra predatori e prede; in lessico politicamente corretto, fra tendenti a revisionismo dell’ordine precedente o a essere “revisionati”. Terzium non datur. Inutile – peggio, suicida – continuare ad appellarsi a un rules-basedorder in crisi manifesta come l’Egemone che lo ha imposto. Confusione massima per gli establishment dell’antico Occidente: entrati da generazioni nella post-Storia, cullati nella pratica economicista, per sudditanza adusi a delegare al padrone le scelte, sono incapaci di improvvisare, di seguire vie proprie. Esercizio impossibile per chi ha perduto l’anima.
    Sintetizzando al massimo: la Germania annaspa in un mondo che non capisce più, scoprendo che nelle temperie attuali l’economia non fa potenza ma la serve; la Gran Bretagna s’aggrappa agli USA nel tentativo di sopravvivere a se stessa, ma affonda con essi; la Francia ha velleità residua ma ha smarrito stazza e capacità d’azione autonoma; l’Italia, non pervenuta, prova a seguire l’antica prassi della sudditanza per abituale e rassicurante routine, ma non sa dove e come: l’Egemone è troppo impegnato per darle retta. Interloquisce, semmai, con chi si offre di ordinare spazi a convenienza USA, non con chi si limita a invocare protezione. La Nuova Europa – quella dell’Est con Varsavia in testa -pronta a sacrificare ogni cosa sogna fanatico revanscismo verso la Russia, facendosi scudiero di un impero in crisi manifesta. Washington ringrazia e approfitta come sempre.
    A parte NATO e UE di cui abbiamo già detto, i forum internazionali più rilevanti sono G7, G20 e BRICS, più – ovviamente – l’ONU, in assai rapida variazione di peso e sostanza, con un nugolo di altri format in veloce ascesa causa clima da liberi tutti. Riassumendo: il G7 rappresenta il “salotto” del mondo economico occidentale, ieri potenza indiscussa oggi ampiamente scaduto, con persistenti riflessi da nobile decaduto. Il G20, già paternalistica estensione del G7 è oggi caos: somma conflittuale di visioni diverse e interessi contrastanti, è divenuto arena di “geopolitica multivettoriale” – come del resto l’intero mondo – che tradotto dal gergo dotto è sinonimo di massima confusione, wrestling fra primattori e aspiranti tali. Chi si astiene è coreografica comparsa dell’epocale confronto/scontro in atto, a cui addebitare costi e cocci della contesa (vedasi Europa).
    L’ONU è relitto di passato remoto, la sua struttura, composizione, finalità ed equilibri sono stati partoriti ottant’anni fa, era jurassica in termini geopolitici. È carrozzone autoreferenziale, scollegato dalla realtà, ininfluente; nei fatti lo è sempre stato ma era sostenuto (quanto manipolato) dagli USA, massimamente nell’era unipolare. Ora Washington non ha più energie da spendere per uno strumento anacronistico e inceppato.
    Restano i BRICS, dall’1 gennaio 2024 BRICS Plus: recentemente sono stati versati fiumi d’inchiostro per descriverli novello blocco che contrasta gli USA. In verità, la categoria dei “blocchi” è peculiare all’impero europeo dell’America, inscrittavi da generazioni di Guerra Fredda e, successivamente, dai vincoli imposti dall’Egemonismo washingtoniano. Nel resto del mondo non v’è nulla di simile; come già accennato, neppure nei paesi “occidentali” del Pacifico. I BRICS non sono affatto un blocco, né sfera d’influenza appaltata a singola potenza, ma spazio d’interazione per convergenze d’interessi e collettivo strumento d’affermazione. Sono tipico consorzio multipolare costituito da soggetti portatori d’istanze differenziate, talvolta anche confliggenti (vedi India e Cina), che ambiscono a coltivare in autonomia. Per questo rifuggono da pretese egemoniche altrui.
    È il sogno rivisitato di quanto espresso nel 1955 alla Conferenza di Bandung dei Non Allineati, evoluti col tempo nel Gruppo dei 77+Cina (oggi arrivati a 134 malgrado mantengano l’antico nome). Allora riscosse una certa rilevanza non per peso specifico proprio ma quale soggetto conteso fra i due poli, e infatti la perse del tutto nel momento unipolare per riacquistarla progressivamente col manifestarsi del multipolarismo. Oggi riemerge attraverso i BRICS Plus, per stazza propria e quale rappresentante del Sud Globale che finalmente trova proprio ambito d’espressione al di là da sudditanze imposte.
    Rigettando le pretese egemoniche, i BRICS Plus sfidano gli USA su tre aree determinati: standard globali, contestando il rules-basedorder di marca americana; rivalità geopolitiche, rifiutando allineamenti e diktat “suggeriti” da Washington (ma anche da altri); cooperazione regionale fra soggetti del Sud Globale, praticandola secondo i propri canoni per reciproca affermazione, non a condizioni e convenienze di un preteso Egemone sempre più in difficoltà.
    A Johannesburg, con gli ingressi ufficializzati al 15° Summit dei BRICS del 22 – 24 agosto, è nata un’area che, troncando gli indugi precedenti, s’è fatta locomotiva del Sud Globale, meglio, del mondo che verrà. Comprende il 47% della popolazione mondiale, il 37% del PIL (in rapida ascesa a differenza dell’Occidente americano), il 43% della produzione delle risorse energetiche (molte altre tramite l’OPEC+) e una straordinaria massa di commodities. Nei fatti, il gruppo s’è dimostrato centro d’attrazione con oltre 40 paesi che hanno mostrato l’interesse di entrarvi e 23 che hanno formulato domanda formale di adesione. Con l’ingresso dei sei nuovi membri avvenuto ad agosto, il Sud Globale ha trovato un’area comune e lancia all’Occidente un messaggio che ora ha forza (e credibilità) di gridare: i vostri problemi non sono i nostri. Non solo.
    I BRICS Plus chiedono la revisione del potere globale e dunque riforma dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza (che non riflettono in alcun modo gli equilibri attuali) e delle Istituzioni finanziarie nate dopo Bretton Woods (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) su cui si fonda lo strapotere USA. Puro revisionismo dell’ordine attuale, anatema per l’Egemone a rischio d’essere “revisionato”che vede il proprio impero – prima padrone e modello globale – in ritirata, ridotto sulla difensiva e rifiutato da crescente parte di mondo.

    Quali sono i fenomeni politici emergenti?
    A parte il generale indirizzo multipolare di cui i BRICS sono espressione sempre più assertiva, a nostro avviso sono due i fenomeni (geo)politici più rilevanti e originali che in questi anni si sono imposti all’attenzione per persistenza ed efficacia: il modello cinese e la Rivoluzione Islamica. Il primo non è un sistema perfetto, anzi, presenta numerose criticità, tuttavia esse non possono nascondere i risultati sorprendenti raggiunti nel volgere di pochi decenni. Su una cosa insistiamo: le peculiari caratteristiche della società e dell’economia cinesi; premesso che ci pare errato valutare un contesto socio-culturale così complesso – e con spessore storico tanto rilevante – con metro del tutto diverso come il nostro, non riteniamo il sistema cinese capitalista.
    In Cina lo stato non è al servizio dei capitalisti; è sì economia di mercato, ma sottoposta a controllo e indirizzo del potere politico che ne determina le strategie in funzione degli interessi del paese per come definiti – appunto – dalla politica. Né sfuggono a ciò le grandi imprese, tutt’altro, ritenute strumenti per conseguire gli obiettivi strategici della nazione. In altre parole, i capitalisti realizzano utili – eccome! – ma nell’ambito di un generale processo governato dalla politica.È questo che, a differenza dell’Occidente, permette a un dirigismo peculiare di concentrare l’intero sistema paese sugli interessi giudicati cruciali da una direzione che ha sinora dimostrato forza e visione chiara, costruendo un processo d’affermazione straordinario. Ciò ha consentito a Pechino di inserirsi con lucidità ed efficacia nelle dinamiche economiche e finanziarie mosse da Washington, volgendole a proprio vantaggio senza vendere anima e sovranità.
    Altro aspetto da tenere in conto è che la Cina, pur abbracciando la modernizzazione, non ha abbracciato con lo stesso entusiasmo la (pseudo)cultura liberale, rimanendo in vasta parte se stessa, rifiutando sia le esasperazioni della deriva liberal, sia l’esaltazione dell’individuo misura d’ogni cosa. Con ciò non esortiamo affatto di prenderla a modello, ma evidenziamo come l’attitudine a visione e azione collettive conferisca forza al suo sistema, capace di fare massa critica sugli obiettivi ritenuti rilevanti al di là da calcoli immediati. Per dirla col Segretario di Stato americano Blinken, essa sta acquisendo la potenza economica, diplomatica, militare e tecnologica per “revisionare” l’ordine internazionale di marca americana.
    È evidente che la crescente estroversione di un simile gigante provochi timori e reazioni fra i vicini, legati a lui da economia e commerci ma preoccupati dalla vicinanza. Tuttavia, è un fatto che l’intera ascesa della Cina sia avvenuta senza uno sparo. Differenza quanto meno stridente con l’ininterrotta sequenza di guerre, aggressioni d’ogni tipo, colpi di stato, al minimo pesanti ingerenze, che hanno caratterizzato storia e prassi dell’Egemone americano.
    Quanto alla Rivoluzione Islamica, è dottrina che il mainstream mediatico ha fatto di tutto per screditare, rappresentandola in modo volutamente distorto con pervicace opera di framing. Il cuore del messaggio sta nell’affermazione che opporsi a sfruttamento, tirannia e oppressione non è solo lecito, ma obbligo per ogni credente, come pure lo è adoperarsi per il bene degli ultimi e sostenere che la dimensione del mondo non è e non dev’essere economica ma valoriale e spirituale. Anatema per l’Occidente, che vede in essa un nemico irriducibile da demonizzare.
    L’efficacia e la capacità di diffusione della dottrina è potenziata dal fatto che essa si rivolge ai valori profondi delle popolazioni introiettati per secoli attraverso l’Islam; d’altronde, i principi di giustizia politica e sociale propri della Rivoluzione Islamica non sono frutto di semplice elaborazione politica ma, per strano che possa apparire a chi non conosce il Corano, dettati dai precetti che vi sono espressi esplicitamente. La Dottrina della Resistenza, che della Rivoluzione Islamica è espressione, li ha posti insieme in maniera organica parlando ai valori condivisi dei popoli islamici.
    Doppia notazione: è un errore considerare la Rivoluzione Islamica un modello rigido; proprio perché è ai popoli che si rivolge – fermi restando principi e ispirazioni – essa si adatta ai contesti culturali, sociali, storici ed economici in cui si sviluppa. Inoltre, essa ha tempi lunghi perché non tende a sollevare le folle in una rivolta ma a far acquisire alle masse consapevolezza per puntare a una rivoluzione, ovvero a un radicale quanto strutturale mutamento degli assetti politici ed economici dei paesi, Tuttavia, oltre quarant’anni di Storia hanno dimostrato che, quando la Dottrina della Resistenza si radica, è impossibile estirparla malgrado aggressioni e repressioni d’ogni tipo.
    È una storia di successo dimostrata dalla sua continua proiezione a dispetto delle guerre scatenate per fermarla: in Iran, Iraq, Libano, Yemen, Palestina essa si è affermata, giungendo a mettere radici in Bahrain, Siria, Afghanistan e ora in Nigeria. Con ciò costituendo l’Asse della Resistenza, insieme di realtà statuali e non statuali, alleanza organica per il raggiungimento di comuni fini strategici: instaurare ed espandere Società della Resistenza negli stati in cui la Rivoluzione Islamica si sviluppa. In ogni caso, la progressione dell’Asse della Resistenza e la speculare contrapposizione di chi tenta di mantenere antichi assetti di dominio sull’area costituiscono le principali dinamiche del Medio Oriente.
    Entrambi i fenomeni politici esaminati sono esperienze di sperimentato successo, tuttavia gli ambiti di ulteriore sviluppo non sono globali sebbene le ricadute dei loro processi siano tali da investire direttamente o indirettamente il mondo intero. Il modello cinese risulta difficilmente esportabile al di fuori del suo contesto peculiare, a differenza della Dottrina della Resistenza che esportabile lo è e lo ha ampiamente dimostrato, ma nell’ambito di un contesto islamico per approccio e contenuti. E attenzione: essa si rivolge a tutti gli oppressi, indipendentemente da religione o etnia – come evidenziato dall’adesione a essa, che nasce in humus sciita, di sunniti, cristiani, yazidi, etc. – ma necessita la presenza di date categorie mentali e spirituali nelle popolazioni per avere orizzontale diffusione fra di esse. Quelle – appunto – costruite nei secoli dall’Islam.
    È una questione di “dasein” direbbe Dugin, dello “stare nel mondo” secondo il concetto che si rifà a Heiddeger, ovvero di come i popoli vedano se stessi e interpretano ciò che è attorno a loro. Che, al di là del “pensiero unico” imposto dalla globalizzazione occidentale, è differenziato. Per questo il modello cinese e la Rivoluzione Islamica sono inapplicabili in Occidente, non perché inefficaci in sé ma perché non corrispondono al “sentire” totalmente diverso di quelle popolazioni.
    Né sarebbe esportabile – parlando dell’Occidente – un “modello” russo che semplicemente non esiste e, se esistesse, sarebbe inapplicabile poiché frutto di altro Grossraum, altro Grande Spazio, come sottolineato con forza a suo tempo da Schmitt e da pensatori e politologi russi contemporanei che parlano invece di eurasismo. Altra cosa, altro “dasein”. Che non può essere inventato con riferimenti religiosi, storici, sociali, culturali a realtà del tutto diversa, per giustificare una ritrazione da un presente che si rifiuta, ma che non si sa dove e come basare. Storia insegna che un progetto di società – in questo caso alternativo alla deriva contemporanea -può essere costruito attorno a valori antichi, a-temporali, indagando il presente e proiettandoli nel futuro, non certo con una fuga nel passato appigliandosi – per supposte analogie – a realtà terze, estranee.

    E allora?
    Concludendo questa lunga discussione, è fatto che siamo al tramonto dell’Occidente, ma non di quello ripetutamente vagheggiato – Grossraum europeo, già da un secolo scomparso – quanto dell’Occidente americano, traboccato nelle terre d’Europa rubandone l’anima, usurpandone l’idea per darsi spessore. Oggi in decadenza auto-indotta da caratteristiche proprie e dal naturale sviluppo della Storia che vede imperi sorgere e sgretolarsi per dinamiche interne e pressioni esterne. Doppiamente rapide quando si nutre ubris di dominio globale su un mondo che si scopre sempre più vasto, segmentato, che rimodella canali e meccanismi della globalizzazione.
    In questo passo l’Europa tutta – a diverso titolo – si scopre “revisionabile”, incapace di trovare vie proprie, strumento altrui o strumentalizzabile. Inabile a interpretare i tempi, in ogni caso ininfluente, che si guardi all’Est o all’Ovest del Continente nella sostanza non sposta, malgrado qualcuno nella Nuova Europa (leggi: Polonia) alimenti sogni superiori a stazza e possibilità, in questo esatto opposto dell’Italia.
    Già, il Belpaese: per posizione, infrastrutture ed economia vale assai più di quanto esso stesso reputi, ma non ha contezza di interessi nazionali che per decenni non ha curato di tracciare e non è attrezzato a farlo. Se li è lasciati dettare in nome di “vincoli esterni” con cui il suo establishment ha legato l’Italia a USA e UE, perché di suo non è capace a formularli, né vuole. Con ciò privandosi della possibilità di fare politica, dunque preda perfetta in un mondo dove potenze o aspiranti tali sono uscite dalle gabbie, e chi era il domatore del circo ha occhi altrove ed energia calante.
    D’altronde, d’interessi nazionali è impossibile parlare senza consapevolezza di sé, senza visione, senza un collante che tenga tutto insieme. Inattendibile quello nazionale– semmai esistito dietro retorica patriottarda – demolito dalla “morte della patria”. Improbabile quello religioso, ridotto a supposta appartenenza, nella sostanza svanito. Spezzato quello sociale con la fine delle comunità, con una realtà odierna polarizzata fra chi ha e a prescindere pretende sempre di più e chi non ha e ha prospettiva d’avere sempre meno. Smarrito quello culturale, ridotto a partizione fra il delirio supponente del politicamente corretto e il folklore – tendente al becero – di un cosiddetto nazional-popolarismo.
    Il problema, non solo per l’Italia, è il “dasein”, lo “stare nel mondo” dei popoli europei, svanito con la loro anima avvelenata per generazioni dall’Occidente americano. Ciò che è rimasto sono i cascami di un pensiero unico virato in liberal, avviati a una scomposta deriva auto-distruttiva; è un preteso populismo senza popolo – da tempo scaduto a plebe – che vellica le peggiori pulsioni; è un supposto sovranismo senza sovranità che guarda oltre Atlantico, che fa suoi prassi e miti dell’American Dream. Quadro deprimente e senza sbocco che s’avvita su se stesso in una conflittualità crescente fra chi corre verso la dissoluzione immediata e chi – atterrito – prova a frenare una deriva cui, piaccia o no, appartiene. È passato.
    Provare a immaginare come si apparecchierà il mondo è esercizio proibitivo, troppe le incognite, variabili e fattori in uno scenario che s’è messo tutto in movimento. Fatto è che l’Occidente americano non avrà più scettro, forzatamente scaduto a ruolo di comprimario, e l’Europa – antica signora già ridotta a serva – pagherà ancora un prezzo molto alto. Per quanto tempo impossibile dirlo, i cicli della Storia sono lunghi. Quali vie prenderanno i popoli del Grossraum già culla di civiltà e imperi? Ritorneranno agli antichi fasti? No. Il passato non torna, quando così appare è farsa, grottesca. Del resto, come saggezza insegna, è del tutto impossibile anticipare i modi in cui i valori a-temporali della Tradizione troveranno modo di inverarsi. Altri saranno dal passato, irrilevabili nel tempo attuale da chi è aduso a categorie che stanno svanendo.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia dell'Europa del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    La fine del “secolo americano”
    di Giorgio Vitangeli - 24/10/2023

    La fine del “secolo americano”

    Fonte: Italicum

    Con l’ingresso dei sei nuovi soci i BRICS riuniscono e rappresentano ora il 47% della popolazione del nostro pianeta, un terzo del “PIL” mondiale, la metà delle riserve petrolifere accertate e una quota rilevante dei principali minerali, soprattutto di quelli strategici necessari all’industria informatica e telematica, ed alla “transizione energetica”. L’avanzata dei BRICS verso un mondo multipolare – quello finanziario e monetario – che è percepito dagli Stati Uniti e dall’anglosfera come un “attacco alla democrazia”. Il secolo XXI° era stato preannunciato come “il secolo americano”. Sembra essere invece il secolo che rivela il progressivo, irreversibile declino dell’Impero americano.
    Alla fine di agosto, mentre gli italiani che ancora se lo possono permettere si godevano ignari le ultime giornate di ferie estive ed i giornalini mainstream focalizzavano attenzione, spazio e polemiche sulla minacciosa sortita del generale Vannacci, il quale ha scritto un libro in cui ha osato affermare che chi nasce maschio è un maschio e chi femmina è una femmina, che un omosessuale non è normale, ed altre rivoluzionarie e complottistiche “farneticazioni” di questo tipo, nella pressoché totale ignoranza della nostra pubblica opinione, si sono svolte – l’una a Johannesburg in Sud Africa, l’altra a Jackson Hole (Wyoming), negli Stati Uniti – due riunioni contrapposte, che segneranno l‘immediato futuro non solo dell’Occidente, ma della Terra intera. La prima, tenutasi dal 22 al 24 agosto, ha visto riuniti i vertici dei Paesi del Gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), mentre a ruota (dal 25 al 27 dello stesso mese) è seguito il “meeting” dei vertici delle banche centrali, Federal Reserve e BCE in primis.
    Per collocare nella giusta luce i temi ed i risultati di quei due “summit”, e valutarne correttamente il senso, è necessario però qualche accenno allo scenario globale che ne ha costituito lo sfondo, anche perché esso non sembra essere ancora pienamente percepito da gran parte dell’opinione pubblica. E per farlo ci varremo delle stesse parole di alcuni dei protagonisti
    Come ha sottolineato nel suo intervento a Johannesburg il presidente del Brasile Lula de Silva “il pianeta sta affrontando una crisi straordinariamente pericolosa sia dal punto di vista economico che politico, ed i rischi in gioco sono inaccettabili per l’umanità”. I rischi in gioco sono quelli di un collasso del sistema finanziario globale, sul piano economico, e sul piano politico che “la terza guerra mondiale già iniziata” (per usare le parole del Papa Bergoglio), scivoli lentamente ma ineluttabilmente verso un conflitto nucleare. Robert Kennedy junior, figlio di Robert Kennedy e nipote di John Kennedy, candidato alla “nomination” del partito democratico per le prossime elezioni presidenziali americane, nutre evidentemente lo stesso timore: in un suo intervento telematico ad una manifestazione negli Usa, ha sostenuto infatti che dai tempi della crisi dei missili a Cuba del 1962, mai come ora si è arrivati vicini ad un confronto nucleare.
    “Il mondo è entrato in un nuovo periodo di turbolenze e trasformazioni”, ha osservato a sua volta nel “summit” dei BRICS a Johannesburg – il presidente cinese Xi Jinping, usando parole più caute. Ma la “turbolenza” non è certo di poco conto. Perché le ”trasformazioni”, cui ha alluso Xi Jinping, sono il passaggio da un mondo unipolare, dominato dagli Stati Uniti e dalle “regole” da essi imposte, a un mondo multipolare, caratterizzato da più protagonisti. Il che comporta, come logica conseguenza, la fine del “signoraggio” del dollaro sul resto del mondo, dell’egemonia di Wall Street e della City di Londra nel mercato finanziario globale, e l’eclissi o una profonda riforma degli organismi economici internazionali dominati dagli Stati Uniti, a cominciare dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Insomma: una trasformazione epocale. E si capisce allora come davanti a queste prospettive tutto un mondo nell’anglosfera – a cominciare da quello “deep” che ne è il governo occulto – stia mettendo in atto una resistenza disperata, che rischia appunto di arrivare all’estremo confronto nucleare.
    *******
    Ma veniamo ora alle due riunioni tenutesi alla fine di agosto, che di quelle “turbolenze” sono appunto conseguenza e causa ulteriore, e cominciamo dalla seconda in ordine di tempo, cioè dal summit dei banchieri centrali, perché l’orientamento in esso emerso sta già impattando direttamente e pesantemente sul futuro economico dell’Italia. Il messaggio che è venuto da Jackson Hole è infatti molto chiaro: Sia il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, hanno annunciato che “i tassi monetari sono destinati a rimanere alti a lungo, quali che siano le conseguenze per l’economia”. In altre parole: tra la lotta all’inflazione ed il sostegno all’occupazione ed all’economia reale le banche centrali dell’Occidente hanno scelto ora il primo obbiettivo, costi quel che costi. Non cambieranno cioè politica nemmeno davanti all’inevitabile spinta recessiva che tale politica comporta, e che danno per scontata. I segni della recessione che avanza d’altronde sono già evidenti, unitamente a quelli di un’inflazione che galoppa. Detto, fatto: a metà settembre la BCE ha alzato i tassi di altri 25 punti base, portandoli al 4,5%. E’ il decimo aumento consecutivo, ed il livello ora raggiunto è il massimo mai toccato dalla Banca Centrale Europea.
    In particolare, stupefacente è la diagnosi ed allarmanti i propositi espressi dalla Lagarde. Secondo la presidente della Banca Centrale Europea infatti l’inflazione è causata da “shock nell’offerta”, cioè limitazioni nell’offerta di beni e/o incremento dei loro prezzi, e non dall’eccesso senza limiti dell’offerta monetaria (Whatever it takes), per salvare debiti sovrani e bisca finanziaria globale dopo l’infarto dei mutui “subprime” originata negli Stati Uniti alla fine del 2006. Per non parlare poi dei decenni di sistema monetario internazionale incentrato su un dollaro stampato “ad libitum”, senza più alcun ancoraggio all’oro. E quale cura la Lagarde propone ed annuncia ora per risanare questi squilibri? Per “salvare il pianeta”, essa afferma, le banche centrali attueranno politiche che produrranno altri shock nell’offerta. Cioè meno credito ed a prezzo più alto.
    Ragioniamo: un aumento ulteriore dei tassi non solo mette in difficoltà i bilanci delle famiglie, già provati dall’inflazione, ma frena ancor di più gli investimenti delle imprese, e quindi anche l’offerta di beni e l’occupazione. Come non bastasse la Lagarde ricorda che una parte delle poche risorse dovranno esser destinate al riarmo, per raggiungere l’obbiettivo di un 2% del PIL richiesto nell’ambito della NATO. Ma non è finita: c’è la “transizione energetica”. “Il cambiamento del clima e del mix energetico – dice la Lagarde – aumenterà l’entità e la frequenza degli shock di approvvigionamento energetico”. La folle politica europea di rapido abbandono dei combustibili fossili (presunti responsabili del cambiamento climatico) da un lato costerà all’Europa 600 miliardi di euro all’anno; dall’altro comporterà forti riduzioni della produzione, specie in agricoltura, e quindi spinte recessive accompagnate da pressione inflazionistica sul prezzo dell’energia e dei generi di prima necessità. Il processo è già in atto: la stessa BCE ha ridotto le stime di crescita del “PIL” in Europa per i prossimi anni, mentre la Commissione Europea aveva già ridotto la stima della crescita del “PIL” nel 2023 in Italia, abbassandolo ad un +0,9%, mentre a detta dell’Ufficio Studi delle Coop l’inflazione nei beni di consumo, in particolare gli alimentari, è oggi dell’ordine del 15%. Ultima ciliegina su questa torta avvelenata: la Lagarde ha citato uno studio della BCE secondo il quale “se il commercio mondiale si frammentasse lungo linee geopolitiche (cioè se si accentuasse la contrapposizione tra Occidente da un lato e Russia e Cina a magari anche alcuni Paesi del Gruppo BRICS dall’altro), “le importazioni reali potrebbero diminuire fino al 30% a livello globale, e non potrebbero essere compensate da un maggior commercio interno ai blocchi”. Una riduzione di circa un terzo nell’offerta (e nella produzione) di beni che raggelerebbe l’economia mondiale in una crisi devastante.
    In anni non lontanissimi l’economia mondiale dovette fare i conti con un “mostrum”: la “stagflation”, cioè la coesistenza di stagnazione nell’economia reale ed inflazione nei prezzi, che per la scienza economica oggi dominante è un assurdità. Il mostro che ora si annuncia, e che anzi già è apparso, è ancora più forte, perché l’inflazione coesiste non con la stagnazione economica, ma con una vera e propria recessione. E per l’Italia questa sorta di tenaglia rischia di avere effetti drammatici. Gli alti tassi infatti rendono sempre più pesante il “servizio del debito”, cioè le risorse necessarie per pagare i soli interessi del nostro debito pubblico. E la recessione, cioè la riduzione del prodotto interno lordo, aggrava sempre più quel rapporto tra debito pubblico e “PIL” che invece, secondo i “diktat” di Bruxelles, dovremmo rapidamente ridurre, con tagli alle spese e “macelleria sociale”, avvitando sempre più in basso la nostra economia e le condizioni di vita.
    Ma la posizione dell’Italia, paradossalmente, per il momento è meno drammatica di quella della Germania, che sta vivendo l’inizio di una vera e propria deindustrializzazione. Se infatti la stima del “PIL” italiano per quest’anno è ancora attivo, sia pure in misura da prefisso telefonico, quello della Germania è negativo: -0,3%, e secondo l’autorevole Istituto di ricerca IFO di Monaco “la situazione è cupa”. “Siamo già nel pieno della deindustrializzazione“, ha dichiarato al quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung Sabine Nikolaus, amministratore delegato del gigante farmaceutico tedesco Boehringer Ingelheim. Colpiti in pieno dalle spinte recessive sono infatti in Germania i settori strategici dell’acciaio, della chimica, delle costruzioni e dell’industria automobilistica. Basta qualche dato a evidenziare la gravità della situazione in atto: la produzione di acciaio (uno degli indicatori più significativi delle tendenze congiunturali) ha accusato già nel primo semestre di quest’anno un calo del 5,3%, e quella dei laminati si è addirittura più che dimezzata. Nell’industria automobilistica (punto di forza sinora della Germania) vi è stato un vero e proprio crollo: secondo il quotidiano economico Handelsblatt da gennaio a maggio di quest’anno i quattro maggiori produttori (Volkswagen, Audi, Mercedes e BMW) hanno prodotto un milione di veicoli in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e le ordinazioni si sono dimezzate. Secondo l’amministratore delegato della Volkswagen è addirittura in gioco ormai il futuro del marchio. E l’amministratore delegato della BMW Oliver Zipse, osserva a sua volta che “la deindustrializzazione sta lentamente guadagnando velocità”.
    Non tanto lentamente per la verità, a giudicare dai numeri. Perché in Germania non sono solo gli alti tassi della BCE a frenare investimenti e sviluppo. Il sabotaggio del Nord Stream e l’ossessione della decarbonizzazione dell’energia voluta dai “verdi” al governo ha infatti portato alle stelle i costi dell’energia in generale e dell’energia elettrica in particolare. Risultato: i fallimenti delle piccole e medie imprese sono aumentati del 16%; una percentuale analoga di medie imprese sta trasferendo la produzione all’estero, ed un altro 36% sta valutando di farlo. E secondo un’indagine delle Camere d’industria e Commercio tedesche (DIHK) quasi la metà (43%) delle aziende industriali con più di 500 dipendenti sta considerando di delocalizzare gli impianti di produzione all’estero. E com’è ovvio con gli impianti andrebbero via dalla Germania occupazione, benessere e “PIL”.
    Vale la pena a questo punto di ricordare due cose. La prima è che al termine della seconda guerra mondiale il Piano Morgenthau prevedeva una radicale deindustrializzazione della Germania, che si aggiungeva alla sua divisione in due Stati. Poi il Piano Marshall rovesciò la scelta, perché la rinascita della Germania Occidentale, ed in genere di tutta l’Europa non comunista, serviva agli Stati Uniti nella lotta contro l’Unione Sovietica. Ma da allora la Germania è tornata ad essere la prima potenza industriale d’Europa, si è riunificata, ed aveva messo in atto, non solo nell’energia, una stretta collaborazione con la Russia. Qualcuno deve aver deciso che questo era troppo; sta di fatto che si è tornati al Piano Morgenthau.
    La seconda considerazione è che un tempo si diceva che quando la Germania ha il raffreddore l’Italia ha la polmonite. Ma allora quale può essere il futuro dell’Italia e della stessa Europa se la Germania ha una polmonite bilaterale?
    *******
    Con la nave dell’Occidente che imbarca acqua e rischia di affondare, non c’è da stupirsi se molti Paesi un tempo nella sfera d’influenza dell’Occidente, guardino ora al Gruppo dei BRICS, ed in numero crescente chiedono di entrarvi. E veniamo così al vertice di Johannesburg che, per dirla con Xi Jinping, ha registrato “un allargamento storico”. In effetti oltre venti Paesi del Sud del mondo hanno chiesto l’adesione, e di essi per ora ne sono stati ammessi all’unanimità sei, con decorrenza dal primo gennaio prossimo, e cioè Argentina, Iran, Arabia Saudita, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti. Dunque Il Gruppo BRICS è più che raddoppiato: da 5 ad 11 membri. Restano in lista d’attesa la Tunisia, l’Algeria, il Sudan, il Congo, la Nigeria, il Senegal il Gabon, il Barhein, le Comore, il Kazakistan, l’Indonesia, il Bangladesh, il Venezuela e la Bolivia. A Johannesburg sono stati concordati e definiti inoltre i principi guida e le procedure per l’ammissione di nuovi membri, alcuni dei quali, secondo alcune fonti, parteciperanno probabilmente ai prossimi vertici come “Paesi partner”. Ma già con l’ingresso dei sei nuovi soci i BRICS riuniscono e rappresentano ora il 47% della popolazione del nostro pianeta, un terzo del “PIL” mondiale, la metà delle riserve petrolifere accertate e una quota rilevante dei principali minerali, soprattutto di quelli strategici necessari all’industria informatica e telematica, ed alla cosiddetta “transizione energetica” che l’Occidente, e l’Europa in particolare, dichiarano di voler attuare. Ma al di là di queste cifre, sono gli equilibri geopolitici mondiali che sono cambiati, ed ancor più sono destinati a cambiare. In pratica quasi l’intera Africa – già “cortile di casa” dell’Europa – ha aderito o intende aderire al Gruppo dei BRICS. Significativo, anche a questo riguardo, il fatto che appena finito il vertice di Johannesburg il presidente cinese Xi Jjnping e quello del Sud Africa Cyril Ramaphosa hanno aperto il dialogo Cina – Africa con i leader di dodici Paesi africani per fare il punto sullo sviluppo del continente (ed esattamente un mese prima, il 27 e 28 luglio, c’era stato un vertice Russia – Africa a San Pietroburgo). La Cina è già ora, di gran lunga, il primo partner commerciale del continente africano, e per investimenti e progetti cinesi di costruzione di infrastrutture, l’Africa ha superato l’Asia. Per una “corsia veloce” di modernizzazione ed integrazione del continente africano sono state annunciate nell’incontro sul dialogo Cina – Africa tre linee d’intervento:
    1) Intensificazione dell’assistenza e dei finanziamenti cinesi nei programmi di industrializzazione.
    2) Un piano per la modernizzazione dell’agricoltura africana e più investimenti cinesi e cooperazione per aumentare la produzione di cereali.
    3) Un piano di cooperazione e sviluppo dei talenti locali: ogni anno dovrebbero essere formati 500 insegnanti e ben 10.000 tecnici con competenze linguistiche cinesi. Dunque: la presenza cinese in Africa si estende sul piano linguistico e culturale, con l’ambizione di creare in Africa una nuova classe dirigente che invece dell’inglese o del francese nei rapporti sempre più estesi con Pechino parli cinese.
    Per quanto riguarda poi la presenza del Gruppo BRICS In Asia, in prospettiva, alla potenza industriale della Cina e dell’India si dovrebbe aggiungere quella dell’Indonesia, ed il Kazakistan, con le sue enormi risorse minerarie (petrolio e metano, oltreché ferro e carbone, e metalli strategici per le moderne industrie elettroniche, nucleari e missilistiche). Non ultima dote kazaka la sua estensione (nono paese al mondo) e la sua posizione strategica nell’Asia centrale, a cavallo tra Europa ed Asia, sulla linea dell’antica via della seta. Analoga a quella dell’Africa si prospetta infine la presa dei BRIC nell’America meridionale, già “cortile di casa” degli Stati Uniti. Di fatto l’ombra dei BRICS si proietta già sull’intero subcontinente, tranne l’esigua fascia dei Paesi della costa dell’Oceano Pacifico. “Il Brasile non può perseguire una politica di sviluppo industriale senza l’Argentina”, ha dichiarato a Johannesburg il presidente brasiliano Lula. E questo spiega come egli abbia tanto insistito per l’ingresso nei BRICS dell’Argentina, che alla vigilia dell’incontro sembrava improbabile, anche per le fortissime pressioni in senso contrario e al limite del ricatto del Fondo Monetario Internazionale con cui l’Argentina ha un debito “monstre” che vuole ristrutturare. Analoghe pressioni, secondo fonti di stampa, erano state rivolte all’Egitto. Ma le une e le altre sono risultate vane. Segnale anche questo di una calante “forza di persuasione” del Fondo Monetario, e della speranza invece con la quale i Paesi del Sud del mondo guardano ora alla Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS.
    Ed eccoci all’altro aspetto dell’avanzata dei BRICS verso un mondo multipolare – quello finanziario e monetario – che è percepito dagli Stati Uniti e dall’anglosfera come un “attacco alla democrazia”, una manifestazione ed uno strumento di “interessi imperiali cinesi e russi”. In realtà quello che Stati Uniti ed Inghilterra sembrano temere è che da un lato i BRICS si dotino di una moneta comune alternativa al dollaro per gli scambi internazionali, minando quindi il primato della moneta americana e le basi dell’attuale sistema monetario internazionale, e che dall’altro, grazie alla loro Nuova Banca di Sviluppo ed alla grande disponibilità di capitali della Cina per investimenti all’estero, costituiscano una alternativa alla Banca Mondiale ed un proprio circuito finanziario autonomo rispetto a quello di Wall Street e della City di Londra. La prima ipotesi appare irrealistica. E visti i guai ed i problemi suscitati dall’euro, che i BRICS si dotino di una moneta comune forse per gli Stati Uniti e l’Inghilterra più che un timore è una segreta speranza. La seconda ipotesi invece, cioè che la Nuova Banca per lo Sviluppo creata dai BRICS tolga spazio ed autorità alla Banca Mondiale è già un fatto.
    Che i BRICS non abbiano attualmente alcuna intenzione di costruire una nuova moneta comune è apparso chiaro al vertice di Johannesburg. Nel suo intervento in videoconferenza Putin non vi ha nemmeno accennato, ed ha proposto invece che i cinque Paesi fondatori del gruppo dei BRICS “svolgano un ruolo maggiore nel sistema monetario e finanziario internazionale, sviluppando la cooperazione interbancaria ed espandendo l’uso delle monete nazionali negli scambi commerciali”. Dunque: più che a rinunciare alla sovranità monetaria a favore di una nuova moneta comune la Russia, ed anche la Cina, pensano ad accentuarla, cioè a dare alle proprie monete nazionali maggior respiro internazionale. Più possibilista, ma restando nel vago, il presidente brasiliano Lula, che ha accennato alla “costituzione di un gruppo di lavoro per studiare l’adozione di una valuta di riferimento che potrebbe essere utilizzata per le transazioni tra i Paesi membri” e che “ridurrebbe le nostre volatilità aumentando le nostre opzioni di pagamento”.
    Ben diverso il tono delle dichiarazioni riguardanti la nuova banca dei BRICS che, ha sottolineato Lula “ha il ruolo di fonte di credito da destinare a progetti di sviluppo che aumentino la produttività fisico-economica”. Investimenti dunque nell’economia reale e nelle infrastrutture. “Attraverso la Nuova Banca di Sviluppo – ha ribadito la sua presidente Dilma Roussef – possiamo offrire le nostre alternative di finanziamento adatte alle esigenze del Sud globale”. Alternative, evidentemente, a quelle della Banca Mondiale, ed alle “regole” spesso durissime e ricattatorie che essa impone. Ed è inutile sottolineare come sia soprattutto questa speranza, di poter ottenere finanziamenti per lo sviluppo economico ed a condizioni eque, che spinge ormai decine e decine di Paesi del Terzo Mondo a bussare alla porta dei BRICS. Ma, come è emerso a Johannesburg, l’obbiettivo finale dei BRICS è ben più ambizioso degli obbiettivi strettamente economici. E ne ha accennato Putin, quando nel suo intervento ha invitato a “costruire una partnership nella scienza, nelle innovazioni, nella sanità, nell’istruzione e nei legami umani nel loro complesso”. Una partnership dunque al posto di un’unica egemonia, e un mondo multipolare anche nei modelli di civiltà al posto di un modello unico, fotocopia di quello dell’Occidente, cioè degli Stati Uniti.
    Il secolo da poco iniziato era stato preannunciato come “il secolo americano”. Ma a giudicare da questi primi due decenni, sembra essere invece il secolo che rivela il progressivo, irreversibile declino dell’Impero americano, tra “turbolenze” sempre più disperate e pericolose.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia dell'Europa del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

    "Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"


    IL DISPUTATOR CORTESE

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    Predefinito Re: Thread contenitore generico sugli USA

    La fine del “secolo americano”
    di Giorgio Vitangeli - 24/10/2023

    La fine del “secolo americano


    Ma chi e' Giorgio Vitangeli...... sono 50 anni che si leggono sti articoli senza ne capo ne coda....

    La "fine....il declino.....il ritiro......il crollo.....l' implosione......" e altre stupidaggini che non hanno alcuna sostanza, nessuna.

 

 
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