Paradisi fiscali, ora le multinazionali aggirano la Global Minumim Tax: ecco come
L’Italia è a poche settimane dall’avvio di un esperimento unico nella storia repubblicana: la disponibilità di un regime privilegiato di tassazione per le imprese che scelgono di stabilirsi nel territorio nazionale, in provenienza da Paesi al di fuori dello spazio economico europeo e dal mercato unico (incluse dunque anche Svizzera, Islanda, Norvegia e Liechtenstein). Per ipotesi, un’azienda che dovesse decidere di trasferire le proprie attività da Londra a Milano potrebbe godere per l’anno di stabilimento più altri cinque di un’aliquota complessiva del 14%: persino inferiore al 15% indicato dagli accordi politici del vertice del G20 nel 2021, quello tenutosi a Roma sotto la presidenza di Mario Draghi, come il livello della Global Minimum Tax che dovrebbe contrastare gli effetti dei paradisi fiscali.
Due direzioni
In questo senso, il governo si muove in due direzioni diverse: riduce (senza abolire) gli incentivi fiscali per i singoli lavoratori che si trasferiscono in Italia dall’estero; ma aumenta quelli per le imprese, chiaramente nell’intento di intercettare parte delle migrazioni industriali legate a questa fase di profonda revisione e accorciamento delle catene del valore nel sistema internazionale.
La proposta
La proposta di una tassazione di vantaggio per le imprese che migrano verso l’Italia è passata, in una certa misura, dalle pagine de «L’Economia» del Corriere: il 22 maggio scorso Andrea Silvestri, docente di Strategic Tax Management alla Luiss Business School di Roma, ha presentato in un’intervista una proposta molto simile a quella poi entrata nelle misure collegate alla Legge di Bilancio varata dal governo nelle settimane scorse. Il viceministro all’Economia Maurizio Leo ha rielaborato la proposta di Silvestri e l’ha adattata al contesto della manovra finanziaria. Essa non dovrebbe implicare minori entrate per l’erario, appunto perché riguarda solo imprese che in passato non c’erano. E dovrebbe in qualche misura essere resa compatibile
con la Global Minimum Tax che l’Italia, con altri 140 Paesi (fra i quali non si trovano gli Stati Uniti), hanno già adottato. Quanto a questo, naturalmente i gruppi al di sotto dei 750 milioni di dollari di fatturato sono esenti ai vincoli dell’accordo internazionale; per gli altri invece può valere la media fra le aliquote che già pagano in Italia su altre attività e l’aliquota incentivata: solo chi non ha già altre attività nel Paese, ma ci si stabilisce a partire dal 2024, vedrebbe il prelievo salire dal 14% al 15%.
L’impatto della Global minimum tax
L’esperimento italiano parte proprio nel momento in cui l’economista di Berkeley Gabriel Zucman pubblica con i colleghi Annette Alstadsaeter, Sarah Godar e Panayyiotis Nicolaides un «Global Tax Evasion Report 2024» dalla conclusioni, per molti versi, sorprendenti. Una delle conclusioni più forti di Zucman e colleghi, che si basano sull’analisi di un centinaio di economisti in tutti i principali Paesi,
è che proprio la Global Minimum Tax sta funzionando peggio di quanto si immaginasse. Aumenta il gettito delle imprese e erode un po’ al margine l’elusione attraverso i paradisi fiscali. Ma il «Global Tax Evasion Report» sostiene che
l’impatto dell’accordo sia molto minore a causa di una serie di rinunce e scappatoie che lo rendono meno vincolante. «La Global Minimum Tax è stata drasticamente indebolita» afferma il rapporto, che peraltro propone un’aliquota al 20% anziché al 15%.
Le distorsioni
Gli esempi che porta sono molto concreti. In primo luogo, c’è un’esclusione dalla portata dell’aliquota minima dei profitti delle multinazionali prodotti da un’attività economica reale in impianti che siano pari all’8% del valore degli attivi della stessa impresa più il valore del 10% dei suoi costi del personale. Per esempio, una multinazionale tecnologica americana in Irlanda paga comunque l’aliquota di Dublino (spesso tendente a zero, in termini effettivi) su una parte sostanziale del suo imponibile. Di qui l’accusa di Zucman e soci:
questa scappatoia riduce di fatto il gettito della tassazione sulle società nel mondo dell’1,7% (dunque, molte decine di miliardi) rispetto a quanto sarebbe senza di essa. Non solo. Si crea così un incentivo per i paradisi fiscali a mantenere e rafforzare le loro aliquote bassissime e per le multinazionali a trasferire ancora più delle loro attività produttive in quei paradisi fiscali. Questa almeno l’accusa del rapporto,
che poi prende di mira anche un’altra distorsione: il fatto che le multinazionali basate negli Stati Uniti sono esenti dall’aliquota al 15% della Global Minimum Tax sui loro profitti nel Paese - dunque possono pagare molto di meno, per esempio in Delaware - proprio perché in America non c’è un consenso sufficiente nel Congresso per applicare l’accordo del G20 di Roma.
L’esclusione americana
In sostanza l’America è esente e non è un dettaglio da poco: le multinazionali americane sono le più grandi al mondo e sono responsabili da sole del 40% dei trasferimenti di profitti verso paradisi fiscali registrati a livello internazionale. Già da sola - calcolano Zucman - questa esenzione riduce dell’1,5% il gettito totale della tassazione societaria al mondo. Dunque la Global Minimum Tax è solo un primo passo in un governo della globalizzazione che non lasci campo libero alla competizione fiscale più deleteria. L’Italia e altri Paesi cercano di muoversi entro i suoi limiti con regimi ad hoc per intercettare nuovi investimenti. Ma la strada verso nuovi equilibri resta lunga. E naturalmente non può passare che attraverso gli Stati Uniti.