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Discussione: L’interregno globale

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    Predefinito L’interregno globale

    L’interregno globale
    Salvatore Cannavò

    Nonostante i grandi media offrano analisi semplicistiche e consolatorie, il mondo si trova in mezzo al guado: il declino degli Stati uniti non lascia spazio a un multipolarismo con rapporti avanzati

    Le notizie di guerra si susseguono quotidianamente in una catena di crimini e orrori la cui fine non è attualmente prevedibile. Quello che non è successo con la guerra ucraina sta accadendo con i massacri nella striscia di Gaza: l’allargamento del conflitto. Il Libano è in attesa del momento giusto in cui Hezbollah possa sferrare una sua risposta, per quanto la sua leadership è ancora animata da una particolare prudenza. Il mondo ha conosciuto per la prima volta l’esistenza degli Houthi, gli sciiti yemeniti che in realtà combattono una guerra da quindici anni e che, in solidarietà con i palestinesi, si sono esposti nel golfo di Aden negli attacchi contro gli Stati uniti. Questi stanno attaccando le loro postazioni in Yemen ma hanno allargato lo spettro della risposta militare anche in Iraq provocando, dopo circa un ventennio, la reazione degli sciiti di quel paese pure appoggiati da Washington. Altri conflitti si sovrappongono e si intrecciano, la situazione mondiale non era mai stata così complicata e apparentemente non governata, sia pure da logiche di dominio come quelle imposte dagli Stati uniti dal 1991 in poi.

    Il quadro restituisce una realtà internazionale la cui complessità si dipana ogni giorno sotto gli occhi di chi vuol vedere. La narrazione mainstream tende a rimuovere questa complessità e si accontenta di ricostruzioni storiche consolatorie. In gran parte del dibattito pubblico, ad esempio, il conflitto israelo-palestinese viene presentato come se fosse scoppiato il 7 ottobre del 2023 e non cinquanta o settant’anni prima; la guerra ucraina, provocata certamente dalle ambizioni neo-imperiali della Russia, ha comunque degli antefatti che non possono essere trascurati e non può essere letta senza guardare al progetto di espansione a est della Nato. Ma tutto questo, invece, viene costantemente accantonato con il solo scopo di difendere in maniera tetragona – uno dei commentatori più impegnati in questo esercizio è Paolo Mieli, sul Corriere della Sera e nelle ospitate tv – il quadro occidentale, le sue alleanze e le sue gerarchie o sostenere ciecamente Israele e il suo governo senza un briciolo di pietas per quanto sta accadendo a Gaza, spesso descritto come danno collaterale di una giusta guerra al terrorismo («Free Gaza from Hamas» è una delle campagne di cui va fiero il Foglio come se Hamas ormai non fosse parte integrante della popolazione della Striscia).

    Nelle ultime settimane ci sono stati almeno quattro fattori, alcuni inediti, che invece descrivono sul terreno della guerra, guerreggiata o meno che sia, la complessità di cui parliamo.
    Le manovre di Iran, Russia e Cina

    Iran, Russia e Cina hanno annunciato che terranno manovre navali congiunte nelle prossime settimane e comunque entro la fine di marzo, a cui sono stati invitati anche altri paesi, anche se ancora non sono stati specificati. Non è stata specificata nemmeno l’area in cui si svolgeranno le esercitazioni, ma dalle precedenti esperienze si può dare per scontato che sia nel teatro del Medio Oriente.

    I tre paesi hanno già effettuato manovre navali congiunte nel marzo del 2023 che si erano tenute nel Golfo di Oman. Non sfugge a nessuno che l’annuncio fatto in questo momento si inserisce nel conflitto in corso e contribuisce a delineare un quadro di alleanze e nuove competizioni, pure maturato nel corso di un decennio, che oggi assume particolare rilievo. Quello che colpisce, in particolare, è la partecipazione della Cina accanto all’Iran nonostante nelle scorse settimane Washington avesse chiesto ripetutamente a Pechino una pressione su Teheran per una cessazione delle azioni degli Houthi. La notizia offre platealmente il quadro di una relazione privilegiata tra paesi estranei al fronte occidentale, in parte definibili come appartenenti al «sud globale», due di essi, Russia e Cina, attori decisivi dei Brics e quindi promotori di una ridislocazione dei poteri nel quadro internazionale.
    Una Nato europea

    La seconda notizia ci porta in Europa dove, secondo il New York Times, la Germania si preparerebbe a una Nato senza Usa. Si tratterebbe di garantire la sopravvivenza dell’Alleanza atlantica senza il suo maggior contribuente, gli Stati uniti, in previsione di una vittoria di Donald Trump alle presidenziali di novembre che potrebbe dare corpo alla minaccia, paventata più volte dall’ex presidente oggi di nuovo in corsa, di chiudere con i finanziamenti all’alleanza militare nata nel 1949. Bruno Kahl, capo dell’intelligence esterna tedesca, la Bnd, ha dichiarato: «Se l’Ucraina sarà costretta ad arrendersi, ciò non accontenterà la sete di potere della Russia. Se l’Occidente non dimostrerà una chiara capacità di difendersi, per Putin non ci saranno più ragioni per non attaccare la Nato». Un quadro allarmante e anche allarmista, ma che lascia intravedere sullo sfondo la necessità per il paese-chiave dell’Unione europea di giocare un ruolo in piena autonomia possibilmente insieme a un’Europa più forte politicamente e militarmente (prospettiva che in fondo si è affermata attorno alla questione dei finanziamenti all’Ucraina e alla minaccia del veto da parte dell’Ungheria: Viktor Orbán alla fine ha dovuto piegarsi a una spinta sovranazionale molto determinata).
    La missione nel Mar Rosso

    Questa eventualità si sposa del resto con la decisione europea di dare vita alla missione nel Mar Rosso, la missione Aspides, di cui l’Italia assume il comando tattico. Si tratta di un’iniziativa che si svolge senza un mandato dell’Onu e tutta interna al quadro europeo. La sua approvazione, infatti, è demandata al Consiglio europeo Affari esteri del 19 febbraio e, come ha specificato il ministero della Difesa italiano, «solo dopo questo passaggio la missione verrà presentata al Parlamento italiano, che potrà approvarla o meno, come è sua prerogativa». L’Ue, e il governo italiano, assicurano che Aspides è una missione di difesa «concepita per tutelare la sicurezza e la libera navigazione». Una rassicurazione che in realtà non fa che sottolineare il legame stretto tra interessi commerciali e funzione delle forze armate e che aiuta a comprendere meglio perché in Europa si sia invertito dopo diversi anni, il ciclo delle spese militari con aumenti esponenziali in quasi tutti i paesi membri (la Germania garantisce, ad esempio, il raggiungimento entro quest’anno dell’obiettivo Nato del 2% di spese militari in rapporto al Pil, in Italia ci si lavora alacremente anche se il target sembra abbastanza lontano).

    La missione si inserisce nelle preoccupazioni europee circa il controllo dei canali di navigazione e, del resto, chiunque conosca il peso dei cosiddetti choke point, i canali decisivi del commercio marittimo mondiale, sa cosa vuol dire perdere o avere limitazioni al traffico del canale di Suez o del golfo di Aden. Il protagonismo europeo, tanto vagheggiato in termini di «esercito europeo» mai nato finora, con la guerra ucraina ha preso una direzione di marcia ben precisa. Lo dimostra l’European Peace Facility Fund, uno strumento «fuori budget» che è stato creato nel 2018 per «prevenire i conflitti, costruire la pace, rafforzare la sicurezza internazionale» (tutti termini frequentemente utilizzati negli ultimi trent’anni per supportare iniziative militari) e che ormai ha raggiunto, dopo rifinanziamenti costanti, la cifra di 12 miliardi di euro (inizialmente erano cinque).
    La crisi del primato Usa

    Tutto ciò si lega alla quarta notizia, non inedita, ma importante per il momento in cui si verifica. In un saggio apparso sulla rivista Foreign Affairs, il capo della Cia, William Burns, illustrando l’attività contemporanea dello spionaggio nel rinnovato quadro geopolitico, ha scritto: «L’ascesa della Cina e il revanscismo della Russia pongono sfide geopolitiche scoraggianti in un mondo di intensa competizione strategica in cui gli Stati uniti non godono più di un primato incontrastato».

    Il tema del lento declino geopolitico, ed economico, di quella che resta ancora la prima potenza del pianeta è parte integrante di una letteratura molto ampia tra chi nega questo decorso annunciato da sempre e chi invece lo ha predetto giù un paio di decenni fa (si vedano i due saggi Who are we? di Samuel Huntington o L’era postamericana di Fareed Zakaria). C’è una riflessione, intensa soprattutto negli Stati uniti, sul declino statunitense che ormai risale all’11 settembre del 2001, l’attentato terroristico più spettacolare della storia e sicuramente il più devastante sul suolo americano a cui gli Usa hanno risposto con il rilancio della dottrina Bush nel 2002 basata sulla «guerra preventiva», «l’azione unilaterale» con l’obiettivo di affermare «democrazia, libertà e sicurezza» in tutte le parti del mondo. Alias, affermare ovunque gli interessi degli Stati uniti.

    Il sistema unipolare in realtà era stato annunciato dall’altro Bush, il padre, con la prima guerra del Golfo nel 1991 tramite la quale si sarebbe dovuto costruire un «nuovo ordine mondiale» basato sul potere preminente degli Stati uniti e su un sistema di alleanze occidentali in grado di governare il mondo. Si rilanciano così gli organismi sovranazionali come Wto, Fmi e G7 incaricati davvero di delineare la governance mondiale. L’11 settembre costituisce una ferita drammatica a cui si cerca di reagire con le due guerre conseguenti in Afghanistan e Iraq. Il ritiro statunitense dal primo paese e la fase di ingovernabilità in cui versa ancora il secondo – oltre a scatenare una recrudescenza del terrorismo islamico con la nascita dell’Isis – dimostrano ampiamente come quel progetto sia completamente fallito. Una lezione della storia che però non è stata mai tratta davvero in occidente e che non costituisce la preoccupazione prima dei governi o delle istituzioni internazionali.
    Un multipolarismo senza «buoni»

    Il progetto, già presuntuoso al momento della sua concezione, mai affermato realmente, entra in crisi in particolare in due passaggi tra loro collegati: la crisi economico-finanziaria del 2007-2008 e la fase delle «primavere arabe» apertasi nel 2009 con le rivoluzioni democratiche nel Maghreb e in Egitto. I paesi occidentali sono costretti a ripiegare su sé stessi per reagire a una crisi che riduce drasticamente i livelli di benessere economico – la curva dei salari è lì a dimostrare la situazione della maggioranza della popolazione – aumenta spaventosamente il debito e comprime i bilanci nazionali. Le rivoluzioni arabe mettono a soqquadro il mondo mediorientale che però, a causa della loro fragilità e del mancato sostegno occidentale – anche da parte di movimenti di opposizione – contribuiscono a creare una nuova situazione di instabilità. Queste fratture aiutano a capire il nuovo protagonismo di attori inediti, per quanto già robusti sul piano economico e politico, come la Cina o le stesse monarchie del Golfo, non toccate dalle «rivoluzioni» e che diventano nuovi protagonisti politici. Il cambio di scenario è ben rappresentato dalla decisione del G20, il gruppo che racchiude i maggiori paesi industrializzati del mondo, di non tenere più i suoi consessi internazionali solo a livello di ministri dell’Economia o delle Finanze, ma di riunire dal 2008 direttamente i capi di Stato o di governo. Un salto di qualità che cerca di distribuire il più possibile i costi della crisi e che mette la sordina alle riunioni del G7 che pretendeva di rappresentare il governo del mondo. A distanza di quindici anni da quella crisi, i problemi non sono stati mai del tutto superati, i livelli di debito sono ancora lì a gravare sui bilanci pubblici – come l’Italia sa bene – e la pandemia da Covid ha aggravato la situazione. Allo stesso tempo il G20 non è diventato la stanza di compensazione delle crisi internazionali mentre il G7 è rimasta un’istituzione attualmente poco efficace per gli stessi interessi che rappresenta visto che buona parte dell’economia e del commercio mondiali sfuggono al suo controllo. Il rafforzamento del gruppo dei Brics – a cui, dai paesi fondatori che ne giustificano il nome, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, si sono aggiunti Egitto, Etiopia, Iran e Emirati arabi uniti (l’Argentina inizialmente aderente si è sfilata dopo la vittoria di Javier Milei alle presidenziali) – nel frattempo è proseguito in modo costante rappresentando oggi una prospettiva di alleanza economica e politica per molti paesi del «sud globale». Il mondo si trova insomma in una fase caratterizzata dall’immancabile «non più e non ancora», una fase di interregno in cui l’assetto unipolare non è più dominante e quello multipolare non ancora compiutamente realizzato. Ma tende verso questo secondo assetto, un multipolarismo abbozzato esiste già e aiuta a spiegare l’attivismo e le ambizioni di paesi come Cina e India, ma anche l’espansionismo russo cui tende Putin e la stessa offensiva, violenta e dirompente, di Hamas.

    Si tratta di un multipolarismo spurio, non certamente espressione di un quadro avanzato dei rapporti internazionali, possibilmente centro di equilibrio di tensioni irrisolte, ma frutto di smottamenti che sono destinati a durare e che alimentano tensioni nuove. Un multipolarismo in cui non esistono «poteri buoni» con cui schierarsi, per cui sono destinati a fallire le nuove pulsioni «campiste» che animano una parte della sinistra soprattutto italiana, quella più arcaica e nostalgica nonché dalle mai sopite tentazioni nazionaliste o compiutamente sovraniste.

    Quest’analisi va compiuta nel modo più accurato possibile perché ad esempio permette di farci vedere meglio – e nel dibattito del fronte pacifista questo finora non è avvenuto fino in fondo – che oltre alla guerra voluta, incentivata, auspicata dall’Occidente c’è la guerra voluta dalla Russia di Putin anch’essa, come scrive Fabio Armao nel suo Capitalismo di sangue, «conseguenza dei processi di globalizzazione» e che si inserisce in un quadro che è stato definito «de-globalizzazione», anche se su questo termine è in atto un dibattito e le cose sono sempre più complicate di così. Solo questa discussione potrà dare a chi si batte per la pace, movimenti o forze politiche che siano, strumenti più efficaci per condurre un’iniziativa che non sia di retroguardia o puramente emotiva, che abbia chiaro la complessità dei fenomeni, che non si rassegni a una dimensione nazionale e che possa sviluppare quella nuova vitalità di cui c’è bisogno.
    "Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"


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    Predefinito Re: L’interregno globale

    Un nuovo conflitto nel mar Rosso


    MONDO
    Un nuovo conflitto nel mar Rosso
    20-02-2024 - di: Andrea Pappalardo
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    A partire dalle settimane immediatamente successive all’attacco terroristico di Hamas in Israele e conseguente invasione israeliana nella Striscia di Gaza, il teatro del conflitto si è gradualmente allargato con il coinvolgimento – deliberatamente a sostegno della causa palestinese – delle milizie yemenite Houthi, movimento religioso, politico e militare che, per quanto non riconosciuto come soggetto statuale, controlla dal 2015 la parte nord-occidentale dello Yemen.

    Già dal novembre 2023, il movimento Houthi ha posto in essere – tramite l’utilizzo di infrastrutture terrestri – decine di attacchi a navi (sia commerciali che militari) portatrici di interessi legati a Israele e in transito tra il Golfo di Aden e il Mar Rosso, nonché, in particolare a partire dal 12 gennaio 2024, nei confronti di navi britanniche e statunitensi, come conseguenza delle operazioni di distruzione delle postazioni Houthi sul territorio dello Yemen da parte di USA e Gran Bretagna. Gli atti ostili – tali da mettere a repentaglio la sicurezza di equipaggi, navi e rispettivi carichi – hanno assunto varie forme: attacchi con missili e droni, sequestri, ispezioni, visite, dirottamenti, portando a una generale destabilizzazione dell’area. Lo stretto di Suez, infatti, naturale passaggio lungo la rotta tra l’Oceano Indiano e il mar Mediterraneo, è attraversato da circa il 40% del naviglio commerciale di interesse per l’Italia e, più in generale, dal 12% dei traffici mondiali: dallo scoppio della crisi marittima con epicentro lo stretto di Bab al-Mandab, si è quindi registrata una riduzione notevolissima dei transiti a causa del reindirizzamento lungo il Capo di Buona Speranza. Intuitivo, dunque, il primo ordine di conseguenze scaturenti dalla necessità di periplo dell’Africa: allungamento dei tempi di consegna delle merci, aumento di noli, costi di carburante, premi assicurativi, spese di equipaggio, oltre all’inevitabile calo dei volumi di affari dei porti esclusi dalle rotte alternative.

    Quali misure assumere, dunque, nei confronti degli attacchi a navi militari e commerciali e, più in generale, a tutela del principio cardine della libertà di navigazione marittima (codificato nell’art. 87, paragrafo 1, lettera a, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare di Montego Bay del 1982, “Libertà dell’alto mare»)? E, prima ancora, come qualificare tali attacchi?

    Partiamo da alcune considerazioni circa il contesto giuridico alla luce del diritto internazionale, pur consapevoli della peculiarità di alcuni elementi caratterizzanti le vicende in questione quali, ad esempio: a) le dinamiche (ovvero l’esercizio – da parte degli Houthi – del controllo delle operazioni di attacco in mare principalmente da postazioni di terra); b) le finalità (politiche e non economiche) degli atti; c) i soggetti coinvolti (gli Houthi non sono un attore statuale e difficilmente potranno considerarsi quale Stato belligerante nel contesto di un conflitto armato); d) la tipologia degli attacchi (e l’assimilabilità all’organizzazione di un esercito convenzionale).

    Orbene, gli attacchi navali degli Houthi sono normalmente eseguiti con l’utilizzo di postazioni terrestri e con armi di portata particolarmente importante (ad esempio, missili e droni) rispetto ai classici atti di pirateria marittima; in secondo luogo, sullo sfondo delle condotte ostili, non sussiste un motivo di carattere economico (quale un riscatto) bensì politico-ideologico: da questo punto di vista, sembrano ravvisarsi elementi consistenti di distanza rispetto al fenomeno della pirateria, che – nella formulazione della Convenzione sul diritto del mare di Montego Bay del 1982 – è definita come «ogni atto illecito di violenza o di sequestro, o ogni atto di rapina, commesso a fini privati dall’equipaggio o dai passeggeri di una nave o di un aeromobile privati». Più verosimile, invece, l’ipotesi (e salvo non ricorrere a un diverso inquadramento nella fattispecie di “conflitto armato”) della qualificazione degli atti quale forma di terrorismo marittimo, recante finalità di danni e coercizione politica, secondo il dettato della Convenzione di Roma del 1988 per la repressione dei reati contro la sicurezza della navigazione marittima, integrata da protocolli aggiuntivi del 2005, il cui articolo 3 bis indica un preciso elenco di atti accomunati dallo scopo di «intimidire una popolazione o di costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un atto qualsiasi». Tuttavia, non si può tacere come il carattere ripetuto, frequente, continuativo e pianificato degli attacchi – con l’utilizzo di mezzi verosimilmente equiparabili a quelli di un esercito convenzionale – potrebbe far altresì propendere la collocazione verso la categoria dell’“attacco armato”, con la conseguenza di far sorgere negli Stati di bandiera destinatari dell’attacco il diritto – quantomeno nei casi di una certa gravità (di cui di seguito) – ad atti preventivi di autodifesa secondo l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite invocabile nelle ipotesi di «attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale».

    Tracciati, dunque, sullo sfondo, alcuni tratti caratterizzanti la fisionomia ibrida degli attacchi in questione, resta da indagare il ventaglio di rimedi per far fronte alla crisi marittima dell’area, sia in un’ottica di legittimità che di opportunità.

    In base alla risoluzione ONU 3314 del 14 dicembre 1974 («l’aggressione è l’uso della forza armata da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato»); tale presupposto legittimerebbe – esaurite le vie diplomatiche e comunque nel rispetto dei criteri di proporzionalità, necessità, distinzione (tra obiettivi militari e civili) e ragionevolezza – il ricorso agli strumenti di difesa preventiva.

    Tuttavia, si può, nel quadro attuale, sostenere che vi sia stata un’aggressione tale da giustificare mezzi preventivi di autotutela (e bombardamenti delle postazioni militari terrestri site in Yemen)? Sul punto, se può dirsi ragionevolmente accolta l’idea dell’uso della forza in autotutela in caso di attacco a navi militari, più controverso è il caso di atti nei confronti di navi mercantili, come si può desumere – ad esempio – dall’art. 2 della richiamata risoluzione ONU 3314 del 14 dicembre 1974 e dalla giurisprudenza internazionale (in particolare, sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 1986 nel caso Nicaragua contro Stati Uniti), ove si fa riferimento – ai fini dell’esercizio della difesa preventiva in risposta a un attacco armato – alla presenza di elementi di “sufficiente gravità” e di assimilabilità degli “effetti” degli atti a un attacco di tipo convenzionale: fattori, questi, che impongono quantomeno una rigorosa valutazione del carattere sia qualitativo che quantitativo delle condotte e delle relative conseguenze (si noti come lo stesso art. 3 della risoluzione ONU 3314 del 14 dicembre 1974 definisca come aggressione l’attacco a una flotta marina, intesa quindi letteralmente come insieme di unità). Infine, nel quadro di fatto attuale, non si possono tacere le incertezze di analisi circa la legittimità del ricorso a strumenti di autotutela (a partire dalla qualificazione della presupposta aggressione ai sensi della lettera della risoluzione ONU 3314), laddove la minaccia provenga da un gruppo armato privo di riconoscimento statuale.

    In ogni caso, indipendentemente dai possibili inquadramenti teorici degli attacchi e delle possibili contromisure alla luce del diritto internazionale, si assiste – ad oggi – a una diversa percezione del pericolo da parte di alcuni Stati (in primis USA e Regno Unito, oltre ovviamente a Israele) rispetto ad altri. Sotto questo profilo, assume certamente un rilievo centrale la ferma condanna da parte della comunità internazionale e del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per il tramite della risoluzione n. 2722 del 2024, in cui – pur invitandosi al ricorso a strumenti diplomatici – si stigmatizza l’illegalità degli attacchi degli Houthi e si riconosce – nel rispetto del diritto internazionale – un diritto di difesa del naviglio commerciale, anche a tutela del libero uso del mare.

    In questo panorama, sono sotto gli occhi di tutti le distinte posture politiche e militari per la gestione della crisi marittima in Medio Oriente: USA e Regno Unito, dal loro canto, hanno invocato il rimedio di autodifesa sulla scorta dell’art. 51 della Carta ONU, laddove (invece) gli Stati dell’Unione Europea mostrano (fortunatamente) un atteggiamento più prudente. Infatti, mentre si assiste – senza alcun esito favorevole alla crisi – ai bombardamenti delle postazioni di terra degli Houthi da parte di USA e Regno Unito, si è in attesa di conoscere, ad oggi, le regole di ingaggio della missione europea Aspides nel quadro delle disposizioni sulla politica di sicurezza e di difesa comune (artt. 42 e ss. TUE), le cui anticipazioni lascerebbero intendere un carattere esclusivamente difensivo dell’operazione medesima al solo scopo di tutelare il comme
    nfine, oltre le luci (e le ombre) sulla legittimità delle contromisure da parte degli Stati, si spingono le valutazioni (e le domande) squisitamente di opportunità: quali sono i concreti rischi di escalation della crisi? Quanto si tende a sottovalutare la possibilità di reazioni a catena, sapendo che lo scacchiere è affollato da un numero di attori ben più ampio dei diretti protagonisti degli attacchi? Quanto davvero si teme il profilarsi all’orizzonte di uno scenario di guerre – dall’Ucraina al Medio-Oriente, almeno per ora – che unisca soggetti accomunati da convergenze di interessi economici, nonché affinità e sensibilità politiche e ideologiche? I due anni di guerra russo-ucraina dovrebbero aver forgiato nell’immaginario collettivo la consapevolezza dell’importanza della via diplomatica secondo gli auspici (anche) del diritto internazionale; d’altronde, come accennato, anche l’attuale crisi mediorientale mette a nudo tutti i limiti di un approccio bellicista.
    Non resta che augurarsi, quindi, che l’Unione Europea e gli Stati membri, a partire dall’Italia, si distinguano dal furore guerrafondaio che imperversa in questi anni in Occidente, smarcandosi da un’influenza anglo-statunitense che – oltre a ipotecare le possibilità di ricerca di soluzioni pacifiche e diplomatiche – colpisce gli interessi economici e di sicurezza dell’Europa e, in particolare, dell’area mediterranea. In questa prospettiva, è auspicabile (e doveroso) quantomeno un tentativo da parte delle istituzioni europee di provare a cogliere l’occasione per una riflessione sull’identità politica dell’Unione in materia di difesa europea, nel segno del dialogo e di formule condivise di sicurezza comune, e necessariamente con un lucido sguardo d’insieme alla radice del problema e al contesto generale: a partire dalla Palestina.
    https://volerelaluna.it/mondo/2024/0...nel-mar-rosso/

  4. #4
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    Predefinito Re: L’interregno globale

    Ma ancora con altre fesserie ridicole!

  5. #5
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    Predefinito Re: L’interregno globale

    Citazione Originariamente Scritto da paulhowe Visualizza Messaggio
    Ma ancora con altre fesserie ridicole!
    Smetta di scrivere, se non vuole fesserie ridicole.
    Produce solo quello.
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