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  1. #91
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    Predefinito Re: Commenti ai pezzi di opinione di Termometro Politico

    Anche oggi ricevo il solito sondaggio di TP, al quale ho sempre dato il mio contributo.
    Ma sulle intenzioni di voto e' stata tolta Democrazia Sovrana Popolare.
    mi astengo pertanto e sarebbe buona cosa che qualcuno ci dicesse il motivo della scelta!
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  2. #92
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    Predefinito Re: Commenti ai pezzi di opinione di Termometro Politico

    Citazione Originariamente Scritto da animal Visualizza Messaggio
    Anche oggi ricevo il solito sondaggio di TP, al quale ho sempre dato il mio contributo.
    Ma sulle intenzioni di voto e' stata tolta Democrazia Sovrana Popolare.
    mi astengo pertanto e sarebbe buona cosa che qualcuno ci dicesse il motivo della scelta!
    Purtroppo DSP non è presente in tutti i collegi
    Ne ho parlato con loro e mi hanno detto che era giusto così visto che non erano presenti su tutto il territorio nazionale. Anche perché loro avrebbero avuto un handicap che li avrebbe messi in cattiva luce paragonandoli con altri presenti su tutta la nazione
    Chi pensa di votare DSP può scrivere “altro”

    Comunque la legge delle firme è vergognosa

  3. #93
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    Predefinito Re: Commenti ai pezzi di opinione di Termometro Politico

    Citazione Originariamente Scritto da Gianluca Visualizza Messaggio
    Purtroppo DSP non è presente in tutti i collegi
    Ne ho parlato con loro e mi hanno detto che era giusto così visto che non erano presenti su tutto il territorio nazionale. Anche perché loro avrebbero avuto un handicap che li avrebbe messi in cattiva luce paragonandoli con altri presenti su tutta la nazione
    Chi pensa di votare DSP può scrivere “altro”

    Comunque la legge delle firme è vergognosa
    perfetto grazie ! tutto chiaro!
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  4. #94
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    Predefinito Re: Commenti ai pezzi di opinione di Termometro Politico

    Citazione Originariamente Scritto da Cicerone123 Visualizza Messaggio
    NAZZISTI: morti 20 milioni
    FASCISTI : 20 mika (ad essere magnanimi)
    COMUNUSTI: 80 milioni
    I numeri si commentano da se
    servirebbero le fonti

  5. #95
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    Arrow Micro-fenomenologia del garantismo


    Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.
    La micro-fenomenologia è una disciplina recente, situata all’incrocio della psicologia e della filosofia, e che può definirsi in nuce come la «descrizione esatta di un singolo vissuto». La singolarità del vissuto corrisponde a una delle proprietà ontologiche degli epifenomeni che riguarda più da vicino la qualità soggettiva del nostro vissuto. Gli studi delle università soprattutto francesi che stanno approfondendo questo tema – va segnalata l’attività di Nathalie Depraz, filosofa e docente a Paris Nanterre – analizzano ciascun portato fenomenico alla luce dell’impatto soggettivo, delle reazioni che produce nei singoli individui e del particulare esperienziale che ciascuno può trarne, forte dell’elaborazione di cui è capace. Il singolo – nella società ipermediatizzata – si riferisce a notizie importanti per proiettare se stesso in un agone più grande, al cospetto non dei pochi metri quadrati del suo ufficio o del suo appartamento ma di un’arena ampia, allargata. Universale, magari. Ciascuno, nella piccola o grande bolla dei suoi social, diventa commentatore attivo o piccolo (ma feroce) censore di un grande colpevole; poco importa se è Donald Trump o Joe Biden, l’Unione Europea o Orbàn, Giorgia Meloni, Benjamin Netanyahu o Giovanni Toti. Quel che conta è stabilire il rapporto di conflittualità tra sé e il mondo, mediato da uno scarico a terra di energia negativa. Da uno sfogo, una rivalsa.
    Perché riflettendo sulla micro-fenomenologia dell’impatto che le notizie sulle inchieste giudiziarie hanno sul vissuto dei lettori e degli elettori italiani, sì: è facile riscontrare una inclinazione alla condanna anche in chiave di rivalsa sociale. C’è della povertà vendicata (non siamo forse tutti impoveriti?), della vendetta politico-culturale nel voyerismo con cui milioni di persone curiosano sulle chat, nelle intercettazioni, tra le foto di inquisiti e indagati, lontano da ogni accertamento di reato e contrariamente al principio della presunzione di innocenza. La micro-fenomenologia della pop-giustizia indica nel gusto per la pruderie e per la pretesa, invocata nudità dell’indagato una malcelata invidia accompagnata da una malriposta fiducia nel giudice-castigatore, nel livellatore sociale degli umani destini.
    Cosa succede, però, se il giudice, il pm, gli inquirenti sbagliano? La responsabilità è alta. E questa volta no, non può essere condivisa. Il tifo da stadio sparisce, se il magistrato che ha lanciato l’inchiesta sbaglia. Se a dire il falso non è l’indagato ma l’indagatore. Quando parliamo di Pubblica amministrazione, oltre l’80% dei casi si rivela fuffa. Nella maggior parte dei casi i sindaci, i consiglieri comunali o regionali, i Presidenti di Regione escono penalmente puliti – dopo 5 o 10 anni – dalle inchieste che li hanno coinvolti. Nel paese di Enzo Tortora, dove gli errori giudiziari sono oltre mille ogni anno, e dove lo Stato deve pagare – con le nostre tasse – milioni e milioni di euro in risarcimenti per ingiusto processo ed errata detenzione, si fatica a tenere il conto di quanti politici democraticamente eletti vengono assolti, dopo anni di shitstorming giudiziario.
    E’ il caso di Mario Oliverio, Simone Uggetti, Stefano Esposito, Antonio Bassolino, Catiuscia Marini e di chissà quanti altri. Per questo, quando leggiamo dell’inchiesta su Giovanni Toti, fermiamoci un attimo. Ricordiamoci che la maggior parte dei casi – se la statistica, la logica, la matematica hanno un senso – si risolve in un nulla di fatto, con tante scuse all’interessato. E permettiamo al dubbio di prevalere. Permetteremo così a noi stessi di veder prevalere in noi, nella nostra esperienza individuale non l’istinto ma la razionalità, non la vindice rabbia ma il buon senso. Nella micro-fenomenologia degli italiani potrebbe assumersi così un sentimento più maturo: la responsabilità individuale, il garantismo verso chi, da espressione del potere, è messo in discussione. Viviamolo con il beneficio del dubbio e accordiamogli la presunzione di non colpevolezza. Anche applicandola, a specchio, su noi stessi: nessuno di noi è colpevole per la condizione che vive, nessun amministratore pubblico è colpevole a prescindere, quando mancano ancora tre gradi di giudizio. Siamo tutti innocenti. Noi e loro. Inizieremo a guardare al mondo con occhi diversi.
    Di Aldo Torchiaro, Ph.D. in Dottrine Politiche,
    giornalista de “Il Riformista”
    L'articolo Micro-fenomenologia del garantismo proviene da Termometro Politico.


    Scritto da: Aldo Torchiaro
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  6. #96
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    Arrow Che schifo la speculazione politica sul caso Forti


    Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.
    Con il rientro in Italia del detenuto Chico Forti e la grancassa suonata dal governo Meloni per celebrare il lieto evento con la preziosa collaborazione dei media compiacenti, si arricchisce di una nuova perlina la lunga collana di casi giudiziari spettacolarizzati dal cinismo della politica. Sabato mattina gli italiani che smanettavano sui social si sono imbattuti in una foto che immortala la loro presidente del Consiglio assieme all’ex velista e produttore televisivo Enrico Forti, condannato all’ergastolo per omicidio negli Stati Uniti 24 anni fa: l’immagine, ripresa dagli organi di informazione, ritrae Meloni con le mani congiunte, tutta sorrisoni e occhi dolci, mentre chiacchiera amabilmente con Forti in una saletta dell’aeroporto militare di Pratica di Mare. L’uomo era arrivato dalla Florida a bordo di un Falcon 2000 dell’Aeronautica per scontare il resto della sua pena in Italia, in virtù dell’accordo di estradizione siglato con gli Usa dopo una lunga e complicata trattativa diplomatica.
    Il ‘pacchetto’ confezionato dai tour operator di Palazzo Chigi prevedeva come tappa obbligata, dopo la photo-opportunity a uso e consumo della propaganda governativa, un’intervista al Tg1 nella quale Forti ha potuto ringraziare Giorgia Meloni (“personaggio fantastico”) e tutto l’esecutivo per l’impegno profuso. A chiusura del cerchio, la clip dell’Istituto Luce è stata rilanciata dalla stessa leader di Fratelli d’Italia sulla sua pagina Instagram: ed ecco servito il mega-spot in piena campagna elettorale per le europee. Quella di Chico Forti è una spinosa vicenda giudiziaria che da molti anni divide l’opinione pubblica italiana e americana tra innocentisti e colpevolisti. L’imprenditore trentino – arrestato nel 1998 a Miami con l’accusa di aver assassinato con due colpi di pistola alla nuca Dale Pike, figlio di Anthony Pike (dal quale Forti stava acquistando un albergo a Ibiza) – ha sempre professato la sua innocenza, lamentando di essere vittima di un complotto ordito dalla polizia di Miami ai suoi danni.
    Forti, uomo che conosce bene il mondo della televisione, ha potuto contare sul sostegno di una vasta fetta di pubblico e su una efficace campagna assolutoria che ha visto schierati influenti personaggi dello spettacolo (da Andrea Bocelli a Jovanotti), politici di primo piano e seguitissime trasmissioni televisive tra cui Le Iene – sì, proprio loro: gli stessi che provarono a venderci la balla sesquipedale del metodo Stamina e che ora vogliono riaprire il processo ai coniugi di Erba Rosa e Olindo. I sostenitori della tesi dell’innocenza di Chico Forti denunciano come l’ex campione di vela sia stato condannato sulla base di un processo puramente indiziario, senza alcuna prova evidente, e basato su un movente per il quale Forti era stato scagionato in precedenza da un altro tribunale – ovvero truffa e circonvenzione di incapace nei confronti di Tony Pike, il proprietario dell’hotel di Ibiza che Forti stava provando ad acquistare.
    Gli innocentisti puntano il dito contro il pregiudicato tedesco Thomas Knott, vicino di casa di Forti e assiduo frequentatore dell’albergo di Pike, che secondo la difesa dell’italiano avrebbe avuto più di un motivo per volere Dale Pike morto visto che per mesi Knott aveva addebitato illegalmente spese da capogiro sulle carte di credito del padre Tony. Al fronte dei colpevolisti si sono iscritti col passare degli anni persone come il criminologo ed ex ufficiale dei carabinieri Marco Strano; la criminologa e statement analyst Ursula Franco; Claudio Giusti, attivista contro la pena di morte scomparso nel 2021 e co-fondatore della sezione italiana di Amnesty International.
    Secondo Strano, non vi sono dubbi sul fatto che Forti abbia commesso quel delitto, per una serie di ragioni. In sintesi: l’italiano avrebbe avuto un “fortissimo” movente, dal momento che Dale Pike stava per mandare all’aria l’acquisto dell’hotel ed era arrivato a Miami proprio per vederci chiaro; Forti, recatosi in aeroporto per prelevare Pike, è stato l’ultimo a vederlo in vita; le celle telefoniche, sostiene il criminologo, dimostrerebbero che Forti era presente nei pressi della scena del crimine nell’orario in cui è avvenuto l’omicidio di Pike, il cui cadavere nudo viene trovato sulla spiaggia di Virginia Key la mattina del 15 febbraio 1998; l’ex produttore tv aveva comprato con la sua carta di credito una pistola calibro 22, stesso modello dell’arma che ha ucciso Pike (Forti raccontò agli inquirenti di aver acquistato la pistola in un negozio di articoli sportivi per conto di Knott, che in quel momento non poteva pagarla); Forti ha mentito sia alla polizia che alla moglie, negando in un primo momento di aver incontrato Pike all’aeroporto. Ursula Franco inoltre evidenzia come Forti non sia stato assolto dall’accusa di truffa nei confronti di Pike senior: nel suo caso sarebbe stata infatti applicata la cosiddetta Felony Murder Rule che consiste nella sospensione di un capo d’accusa perché movente dell’omicidio. E in generale tutto lo schieramento colpevolista si chiede come mai Chico Forti si sia sempre opposto alla pubblicazione completa degli atti del processo.
    Insomma, siamo di fronte a una vicenda processuale molto complessa dove non mancano zone d’ombra. Proprio alla luce di tutto questo appare inspiegabile il trattamento da Capo di Stato riservato dalle istituzioni italiane a Chico Forti, accolto in pompa magna al suo rientro in Italia dal presidente del Consiglio in persona, a meno che non si decida di osservare gli ultimi avvenimenti attraverso la lente della propaganda elettorale. Intendiamoci, Meloni ha fatto benissimo a battersi per l’estradizione di Forti così come fa bene a chiedere un trattamento dignitoso per Ilaria Salis, da poco trasferita ai domiciliari in Ungheria, e per gli oltre 2.600 italiani che si trovano in prigione all’estero: ma era proprio necessario farsi fotografare accanto a un uomo condannato in via definitiva per omicidio e sulla cui innocenza aleggiano tuttora molti dubbi (nonostante un sapiente debunking dell’impianto accusatorio a opera di alcune campagne mediatiche)? Persino Alexandro Maria Tirelli, esperto di diritto internazionale ed ex consulente della famiglia Forti, non ha nascosto le sue perplessità circa il comitato di accoglienza riservato al detenuto: “In un altro Paese questo probabilmente non sarebbe accaduto. Una grande sensibilità da parte del governo che andrebbe spesa anche per le migliaia di detenuti reclusi nei penitenziari italiani. Un sistema in sofferenza”.
    In tema di spettacolarizzazione di vicende giudiziarie, che si tratti di acclamare eroi o di additare mostri, la politica italiana è capace di vergare pagine memorabili. Molti hanno ricordato in questi giorni il caso di Silvia Baraldini, condannata negli Usa nel 1983 per associazione sovversiva e concorso in evasione ed estradata nel 1999 in Italia, dove nel 2006 ottenne la libertà grazie all’indulto. Ad attendere Baraldini all’aeroporto con un mazzo di rose rosse c’era il leader del PdCI Armando Cossutta e la destra che oggi va in brodo di giuggiole per Forti, all’epoca si adirò non poco. Imbarazzante lo show che nel 2019 il governo gialloverde allestì all’aeroporto di Ciampino per il rientro dalla Bolivia del terrorista rosso Cesare Battisti, dopo una fuga durata quasi 38 anni. La passerella dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini – vestito per l’occasione col giubbotto della polizia – e del guardasigilli Alfonso Bonafede, insieme alla gogna pubblica perpetuata dalle dirette social sui canali istituzionali, hanno segnato uno dei punti più bassi toccati negli ultimi dieci anni. Il caso di Ilaria Salis e la candidatura alle europee della maestra sotto processo non è che l’ultimo upgrade. Ora per Forti, una volta terminato il 26esimo anno di detenzione, potrebbero aprirsi le porte della libertà vigilata. E sempre l’ex consulente Tirelli non esclude un provvedimento di grazia, che “potrebbe risolvere la questione della corretta applicazione del trattato internazionale”. A quel punto per Forti resterebbe da compiere solo lo step successivo: l’ingresso in politica.
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  7. #97
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    Arrow Meloni e il redditometro: cronaca completa di una figura di merda


    Nell’ultima settimana gli appassionati di cinepanettoni hanno potuto riassaporare i fasti di “Vacanze di Natale” e “Natale sul Nilo” grazie alla vicenda del redditometro, che per i suoi risvolti farseschi e per la vis comica dei protagonisti sarà ricordata come uno degli omaggi più riusciti al talento drammaturgico di Neri Parenti e dei fratelli Vanzina. Anche ai frequentatori dei social più disattenti non sarà sfuggita la grande querelle di questi giorni, tutta incentrata sul ritorno – poi stoppato – del famigerato strumento che consente all’Agenzia delle Entrate di determinare il reddito complessivo del contribuente passando al setaccio le spese sostenute da quest’ultimo in un determinato periodo d’imposta: in questo modo il fisco può confrontare il reddito dichiarato dal cittadino con il suo stile di vita e stabilire, quindi, quali sono le tasse giuste da pagare.
    Ora, c’è chi considera il redditometro un’arma utile per stanare l’esercito di furbetti che negli ultimi dieci anni ha rubato suppergiù mille miliardi dalle tasche di tutti noi (fonte Sole 24 Ore) e chi invece lo giudica un sistema invasivo da Stato di polizia, plaudendo a mani scorticate alla sua soppressione. Ma più che alimentare il dibattito sull’utilità o la dannosità del redditometro, mi preme analizzare l’oscena gestione di questa vicenda da parte del governo Meloni e passare in rassegna, con una dettagliata cronistoria, tutte le fasi che hanno scandito quello che nasce come un clamoroso pasticcio comunicativo a poche settimane dalle europee per poi tramutarsi in un’operazione di propaganda talmente cinica e spudorata da rasentare la circonvenzione di incapace.
    21 maggio

    Alle 10.37 di una calda giornata primaverile le agenzie di stampa informano che è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto firmato dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo – esponente di Fratelli d’Italia e fedelissimo della premier Giorgia Meloni – che riattiva il redditometro a partire dai redditi del 2016. Resuscitando lo strumento sospeso nel 2018 dall’allora governo Lega-5 Stelle, il provvedimento di Leo si pone l’obiettivo di determinare sinteticamente il reddito complessivo delle persone fisiche indicando le informazioni, presenti negli archivi dell’amministrazione finanziaria, che lo Stato può utilizzare per stabilire la “capacità contributiva” dei cittadini.
    Nella maggioranza scatta il panico e quelli del centrodestra iniziano ad agitarsi come capitoni sul banco del pesce di Torre Annunziata alla vigilia di Capodanno. La prima a manifestare perplessità se non addirittura “imbarazzo” per il provvedimento voluto da Leo è Forza Italia: fonti azzurre rimarcano la loro storica contrarietà al redditometro e promettono di fare luce sulla questione. Pure la Lega s’incazza, per bocca del capogruppo al Senato Massimiliano Romeo (“proposta strana, chiedete a Fdi”) e del presidente della Commissione attività produttive della Camera Alberto Gusmeroli (“non crediamo a strumenti induttivi di accertamento come il redditometro”). La prima, timida voce a levarsi dalle file dei meloniani è quella di Marco Osnato, numero uno della Commissione finanze di Montecitorio, il quale derubrica i malumori di Forza Italia e Lega a “fibrillazioni da campagna elettorale” e difende la norma di Leo: “E’ un aggiornamento di alcuni parametri” che “peraltro può aiutare la lotta all’evasione”. Intanto le opposizioni partono all’attacco, prima con Alleanza Verdi Sinistra e poi con Matteo Renzi che twitta: “Giorgia Meloni è la premier delle tasse… con lei torna il vecchio redditometro che noi avevamo cancellato”.
    Sono le 16.18 quando il viceministro Leo dirama una nota per provare ad arginare lo tsunami che inevitabilmente si abbatterà sul governo Meloni: “Nessun ritorno al vecchio redditometro” ma “più tutele per i contribuenti” con il nuovo decreto, assicura Leo. “Il centrodestra è sempre stato contrario al meccanismo del ‘redditometro’ introdotto nel 2015 dal governo Renzi”, sottolinea il plenipotenziario di Fdi sui temi fiscali, precisando come il suo decreto ponga “finalmente dei limiti” al potere discrezionale del fisco “di contestare al contribuente incongruenze fra acquisti, tenore di vita e reddito dichiarato”, un potere “previsto dall’ordinamento tributario fin dal 1973”. Segue una spiegazione molto tecnica dove il viceministro del Mef, in buona sostanza, spiega di aver colmato un “vuoto” normativo creatosi quando il primo governo Conte nel 2018 abolì il redditometro, stabilendo “che si dovesse emanare un nuovo decreto con dei paletti precisi a garanzia del contribuente”: “Purtroppo – osserva Leo – quel decreto non è mai stato emanato”.
    Passano pochi minuti e alle 16.35 interviene direttamente la Presidenza del Consiglio nel disperato tentativo di stoppare un cortocircuito che rischia di offrire agli avversari di Meloni un assist micidiale in piena campagna elettorale europea. Fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che il viceministro Leo relazionerà al prossimo Cdm, quello del 24 maggio, sul “superamento del cosiddetto ‘redditometro’ introdotto dal governo Renzi nel 2015”. I buoi però sono già scappati dalla stalla e ora scorrazzano liberi sul verde campo di battaglia della politica. Nelle ore successive si catena una zuffa: Pd, M5S e Italia Viva saltano alla giugulare del governo ma i colpi più dolorosi per Meloni sono quelli che arrivano dagli alleati di Lega (“l’inquisizione è passata da un pezzo”) e Forza Italia. Nel marasma di dichiarazioni annaspano i meloniani, che si avventurano in una spericolata difesa d’ufficio del decreto Leo (“darà più garanzie ai contribuenti”).
    22 maggio

    Il redditometro è ancora vivo e lotta insieme a noi, ma non si sente molto bene. Maurizio Leo rilascia un’intervista al Corriere della Sera e dice che il ritorno al redditometro “era un atto dovuto”, ma il suo decreto lo rende uno strumento “diverso” che viene incontro “ai contribuenti onesti”. Le rassicurazioni del viceministro non bastano a placare gli animi: i social sono in tumulto e le associazioni di categoria – commercialisti in primis – sul piede di guerra. E così alle 10.14, per la prima volta da quando è scoppiato il caso, Meloni decide di intervenire personalmente con un post su Facebook per assicurare che “mai nessun grande fratello fiscale sarà introdotto da questo governo” e che lei è sempre stata contraria “a meccanismi invasivi di redditometro applicati alla gente comune”. Il cattivone Leo viene convocato alla lavagna: “Mi confronterò personalmente con il viceministro” e “se saranno necessari cambiamenti sarò io la prima a chiederli”. Dunque, Giorgia si offre come soluzione a un problema creato dal suo stesso governo. E nei commenti al post sono in molti a chiedersi: possibile che non sapessi nulla del decreto voluto dal tuo viceministro e compagno di partito?
    Intanto continuano a piovere missili dalla maggioranza: per Matteo Salvini il redditometro è “un orrore”, Antonio Tajani dice che ne chiederà l’abolizione al prossimo Cdm. Persino Giuseppe Conte – uno che quando era al governo avrebbe mandato la Finanza coi cani lupo a controllare le aste del fantacalcio – può ergersi a paladino contro lo “Stato di polizia”. Sono ore di tormento. Meloni vede Leo a Palazzo Chigi e a sera – sono le 19.15 – pubblica un video su Instagram per annunciare con tono solenne la grande retromarcia: il decreto “che era stato predisposto dagli uffici del Ministero dell’Economia e delle finanze” (ecco servito lo scaricabarile sul Mef) è sospeso in attesa di ulteriori approfondimenti. Forza Italia e Lega cantano vittoria, ma al Carroccio non basta la sospensione: il partito di Salvini fa approvare alla Camera un ordine del giorno dove si chiede il superamento del redditometro. Fonti di governo confermano che ci sarà un nuovo provvedimento dove è prevista una “modifica radicale” del decreto Leo.
    23 maggio

    Polemica archiviata? Neanche per sogno. Il redditometro continua a occupare il dibattito politico con un rimpallo di accuse tra Fratelli d’Italia e il resto del mondo. Alle 20.18 Leo finalmente firma l’atto di indirizzo con cui viene bloccata l’entrata in vigore del nuovo redditometro.
    24 maggio

    In Consiglio dei ministri si svolge la tanto attesa relazione sul redditometro del viceministro Leo, il quale conferma la “non applicazione” del suo decreto. Nel pomeriggio la premier Meloni vola a Trento per partecipare al Festival dell’Economia dove viene intervistata – si fa per dire – da Maria Latella. Ineludibile il tema redditometro, una misura “sulla quale – ribadisce Meloni – siamo stati contrari e siamo contrari”. La norma è stata sospesa “perché la voglio vedere meglio”, prosegue la leader di FDI che non nasconde le sue perplessità sull’opportunità di eliminare tout court l’accertamento sintetico. L’accomodante reggi-microfono avrebbe potuto sottoporre alla presidente del Consiglio qualche quesito, del tipo: cara Meloni, eri al corrente o no del decreto Leo? Com’è possibile che un premier non abbia il controllo sulle norme partorite dai suoi ministri? E ancora: se è vero, come hai detto, che il decreto Leo non ripristinava il redditometro ma anzi offriva “più garanzie” ai contribuenti, perché hai deciso di cassarlo? C’entrano forse le europee e gli ultimi sondaggi non proprio rosei? Ma a una leader sempre più allergica ai giornalisti e alle conferenze stampa – l’ultima risale a gennaio – non si possono più rivolgere domande vere.
    25 maggio

    L’ultimo capitolo di questo imbarazzante teatrino è il video-monologo di venti minuti che Meloni pubblica sui social alle 12.08 di sabato nell’ambito della sua rubrica social “Gli appunti di Giorgia”, ribattezzata per l’occasione Tele-Meloni a mo’ di sfottò verso il PD. Il format è praticamente identico a quello dell’intervista con la Latella: non ci sono domande. Dal bunker di Palazzo Chigi Giorgia può quindi rilanciare senza contraddittorio la sua propaganda suggerendo due possibili strade per archiviare il redditometro, strumento malefico da distruggere come l’Anello di Sauron, gettato nel fuoco del Monte Fato: “O superare in toto l’accertamento sintetico” (ipotesi già bocciata il giorno prima) oppure “lavorare a una norma che circoscriva questo tipo di strumento ai fenomeni oggettivamente inaccettabili” come i grandi evasori o i finti nullatenenti che girano col suv. Nel frattempo Forza Italia presenta un emendamento al decreto Coesione, in conversione al Senato, per abrogare definitivamente il redditometro. Non è dato ancora sapere se questo meccanismo sarà modificato, annacquato o cancellato una volta per tutte. Quel che è certo, è che la figura di palta resta indelebile.
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  8. #98
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    Predefinito Re: Commenti ai pezzi di opinione di Termometro Politico

    "Figura di merda" mi pare assolutamente appropriato ...

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    Arrow Guerra? Di che guerra mi sta parlando?


    Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.
    L’articolo è a firma del politologo Yamani Eddoghmi, del collettivo “El Transatlántiko” (QUI, la pubblicazione originale in lingua spagnola).
    Il 7 ottobre scorso, si è delineato un nuovo scenario all’orizzonte. Uno scenario in cui la morte, o meglio, l’omicidio impunito è diventato parte essenziale della nostra esistenza. Un mondo in cui il carnefice cessa di esserlo e diventa vittima mentre quest’ultima deve giustificarsi. Dopo l’incursione di Hamas nel territorio occupato dall’entità sionista di Israele, quest’ultima ha avuto diverse alternative, ma sfortunatamente ha scelto la più sanguinosa, decimando tutta Gaza e uccidendo così migliaia di persone. Ad oggi si stima che le Forze di Difesa di Israele (FDI) abbiano ucciso più di trentaquattromila persone innocenti, in gran parte bambini e donne, secondo i dati del Ministero della Sanità di Gaza. Tuttavia, il sito web ebraico Sicha Mekomit triplica questa cifra, indicando che circa centomila persone sono state uccise durante i sette mesi di conflitto. Questi numeri non includono il numero di feriti, che secondo le autorità di Gaza si avvicina a ottantamila.
    Dopo il 7 ottobre, politicamente lo Stato sionista di Israele e il suo governo si sono trovati di fronte a un’opportunità irripetibile; un politico con una certa visione avrebbe valutato attentamente tutte le opzioni. Il governo di Beniamino Netanyahu ha avuto forse la migliore e ultima occasione per posizionare Israele su un piano morale, almeno relativamente confortevole, ma ha scelto la peggior opzione possibile. Non sappiamo se sia stato spinto dalla sua debolezza interna, dalla pressione dei suoi partner integralisti di governo, dalla logica stessa dello Stato israeliano, dall’idosincrasia della società israeliana o persino dalla personalità di Netanyahu stesso. Non dobbiamo dimenticare che sua moglie Sara lo considerava il salvatore dello Stato di Israele. Personalmente, ritengo che sia la somma di tutte queste cause.
    È evidente che per il primo ministro Netanyahu essere in guerra gli favorisce politicamente, almeno a breve e medio termine. Prima della “guerra”, sia socialmente che giudiziariamente, era alle corde. Giusto prima del 7 ottobre, il discorso era quanto potesse resistere come capo del governo. Netanyahu era accerchiato dal processo in cui è accusato di frode, corruzione e abuso di fiducia. Per alcuni, ciò ha motivato la riforma del sistema giudiziario, una misura fortemente contestata nelle strade e vista da molti come un modo per tentare di controllare la nomina dei giudici da parte dell’esecutivo… da lui stesso. La nuova situazione gli si adatta perfettamente, poiché sposta l’attenzione dalla politica interna e la colloca in un contesto completamente diverso. Inoltre, il governo israeliano è composto nientemeno che da sei partiti, ognuno più integralista dell’altro. Oltre al Likud guidato dallo stesso Netanyahu, ci sono Chass di Aryeh Deri; Ebraismo Unificato della Torah di Yaacov Litzamn; il partito Sionismo Religioso di Bezaleel Smotrich; Forza Ebraica di Itamar Ben Gvir e infine il partito Noam di Avi Maoz. Tutti sono caratterizzati da un nazionalismo esacerbato, da un sentimento anti-arabo e sono estremamente religiosi. Questo ha sicuramente spinto l’attuale situazione a Gaza. Si potrebbe dire che il governo ultra guidato dal primo ministro si basa sulla guerra contro i palestinesi in particolare e gli arabi e i musulmani in generale.
    Chiamalo genocidio, non guerra

    È estremamente sorprendente che gli israeliani e, con loro, la comunità internazionale abbiano accettato facilmente la denominazione della guerra di Gaza. Si suppone che il gruppo Hamas sia classificato come organizzazione terroristica sia dal governo degli Stati Uniti che dalle autorità israeliane. La domanda ovvia è: non sarebbe stato più semplice costruire la narrazione secondo cui le IDF stanno affrontando un gruppo terroristico? Almeno sarebbe stato molto più facile giustificare le operazioni militari a Gaza.
    Il problema di questo quadro è che limita enormemente la capacità di azione di Israele. Se le autorità israeliane e, con loro, la comunità internazionale avessero accettato questo quadro, non sarebbe stato possibile giustificare il dramma umano che sta causando, e ancora meno i decine di migliaia di omicidi di civili innocenti. In altre parole, un genocidio. Dichiarando guerra a Gaza, sembra che sia una contesa simmetrica tra due eserciti. È molto più facile accettare l’illusione dei danni collaterali in una guerra tra due nemici “equivalenti” che in una lotta contro un gruppo terroristico.
    Nel fittizio quadro, sembra che da una parte ci sia Gaza e dall’altra Israele, due stati con eserciti più o meno paragonabili che si sono dichiarati guerra. Scompare l’idea che si tratti di un popolo disarmato che si trova di fronte a uno degli eserciti meglio equipaggiati del mondo, e quindi gran parte degli israeliani e dell’Occidente non considera l’idea di genocidio. Che viene sostituita con quella di autodifesa. Tuttavia, da un punto di vista analitico, bisogna riconoscere che il governo del primo ministro Netanyahu ha commesso un grave errore, considerando i risultati che Israele stava ottenendo nel suo ambiente immediato nelle relazioni con i paesi arabi. È difficile comprendere la reazione di Tel Aviv.
    Colpo duro agli accordi di Abramo e alla comunità internazionale

    Israele nella situazione attuale ha perso ogni legittimità e capacità di manovra politica sulla scena internazionale. La comunità internazionale, e non intendo i governi, è completamente sconvolta dalle immagini dell’orrore che arrivano dalle città della striscia. Ciò ha posto i suoi alleati abituali – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania – in una situazione piuttosto scomoda. L’onda di solidarietà internazionale e, ultimamente, tra gli studenti universitari iniziata negli Stati Uniti lo dimostra. La stessa che pian piano si sta estendendo a più paesi lo attesta. Questa situazione ha costretto Joe Biden a cambiare rotta almeno retoricamente.
    È un anno elettorale negli Stati Uniti e Israele non dovrebbe preoccuparsene troppo chiunque vinca a novembre perché il sostegno della Casa Bianca non sembra destinato a cambiare nulla. Ma tuttavia molti democratici potrebbero considerare questa una disloyalty inaccettabile, soprattutto se consideriamo che nella stessa società americana, data la cambiamento delle maggioranze sociali, inizia a diffondersi il quesito sul sostegno incondizionato ad Israele. Forse l’errore più grande di Benjamín Netanyahu è la perdita del quadro che si era stabilito tra Israele e i paesi della regione araba. Società storicamente ostili allo stato ebraico, anche se i loro leader avevano già iniziato ad accettare l’idea della necessità di normalizzare le relazioni con Israele e molte volte anche contro il sentimento generalizzato dei loro popoli.
    Negli accordi di Abramo 2020, Emirati Arabi Uniti, Sudan, Bahrain e Marocco hanno firmato accordi diplomatici con lo Stato di Israele escludendo la Palestina dall’equazione, il che potrebbe considerarsi un indiscutibile successo della diplomazia israeliana. A questi quattro si devono aggiungere altri che lo avevano già fatto in precedenza come l’Egitto. Altri che di fatto avevano preso la stessa strada come la Giordania. Ma forse l’accordo più atteso era quello che si stava negoziando tra Riad e Tel Aviv, data l’importanza e la grande influenza dell’Arabia Saudita nella regione araba, soprattutto nel mondo musulmano sunnita. Se tale accordo fosse stato firmato, Israele avrebbe raggiunto due obiettivi di enorme rilevanza strategica: primo, che l’Arabia Saudita legittimasse definitivamente i patti già firmati con altri paesi e ne facilitasse altri, ma forse l’obiettivo non dichiarato e ancora più importante era che Israele ottenesse un prezioso alleato nella sua lotta contro l’Iran. Tutto ciò è stato fermato sul nascere, almeno pubblicamente, dopo il 7 ottobre. Per questo c’è chi ritiene che l’operazione di Hamas di quel giorno avesse l’obiettivo di bloccare i negoziati tra i due paesi, c’è addirittura chi avventura l’ipotesi che Teheran fosse dietro a tale attacco.
    Un altro fatto è che ciò che accade a Gaza ha rappresentato un duro colpo per la comunità internazionale o ciò che ne rimaneva, ma soprattutto per le democrazie occidentali. Già sapevamo che questa cosa che veniva chiamata comunità internazionale non era altro che un’espressione retorica che le grandi potenze, specialmente gli Stati Uniti, usavano per gestire i propri interessi. Sapevamo anche che l’Occidente, in un manifesto esercizio di cinismo e postcolonialismo, usava tale quadro per isolare i suoi potenziali nemici. È stato così per anni con l’Iran per quanto riguarda il suo programma nucleare e con la Russia dopo la sua invasione dell’Ucraina.
    Sebbene fosse risaputo da tutti che tutta questa pantomima della comunità internazionale era inserita nella lotta geostrategica tra gli Stati Uniti e la Cina, ciascuna con i propri alleati, a molti paesi risultava ancora difficile mostrare pubblicamente il proprio disaccordo. Dopo quanto accaduto, però, le carte sono state scoperte e possiamo dire ufficialmente di essere entrati in un nuovo scenario mondiale le cui conseguenze al momento possiamo solo immaginare, anche se l’intuizione ci porta a pensare che non saranno affatto positive.
    Duro colpo per i regimi arabi

    Fin dall’inizio, dalla Nakba del 1948, per gli incipienti stati arabi e i loro popoli, la causa palestinese è diventata la grande causa nazionale. Dei pochissimi consensi, se non l’unico, che esistevano tra i popoli arabi e i loro leader c’era la Palestina, che rappresentava una linea rossa e entrambe le parti, specialmente i dirigenti, sapevano che non potevano oltrepassarla in nessun caso. Coloro che osarono farlo sapevano che si esporrebbero a un tragico epilogo, come nel caso di Anwar el-Sadat, assassinato durante una parata militare nel 1981, dopo aver firmato gli accordi di Camp David con il primo ministro israeliano Menachem Begin il 17 settembre 1978. Tuttavia, negli ultimi anni la situazione sia a livello internazionale che nel panorama arabo è cambiata drasticamente, favorendo un cambiamento di paradigma e consentendo un cambio di rotta rispetto alla posizione tradizionale nei confronti di Tel Aviv.
    In primo luogo, il crollo dell’URSS ha fatto sì che i paesi arabi tradizionalmente allineati con essa perdessero il loro grande alleato. Ciò ha favorito l’ascesa delle monarchie come attori influenti nella regione, tutte guidate dall’Arabia Saudita. Questo fatto è estremamente rilevante poiché le monarchie arabe storicamente schierate dalla parte del blocco occidentale – storico alleato di Israele – hanno introdotto nella regione araba un nuovo scenario in cui era più facile un cambio di rotta.
    In secondo luogo, la Guerra del Golfo e infine l’invasione dell’Iraq, la guerra civile in Algeria, l’enorme debolezza interna di paesi come la Siria, lo Yemen (dopo la sua unificazione) e l’isolamento della Libia di Gheddafi (a causa degli attentati di Lockerbie) hanno costretto questi paesi a non immischiarsi troppo negli affari internazionali, poiché correvano enormi rischi. Una situazione che comunque è finita per verificarsi.
    In terzo luogo, la Primavera Araba, che sebbene abbia generato enormi aspettative, dopo anni di lotte e accumulo di fallimenti: il trionfo della contro-rivoluzione in tutta la regione; il consolidamento delle monarchie; la deriva verso un islamismo radicale con risultati tragici; il declino della democrazia tunisina e il ritorno al sistema presidenziale autoritario con l’attuale presidente Kaïs Saied; il colpo di stato militare in Egitto, l’incapacità dei settori progressisti e democratici, non solo a guidare il processo, ma nemmeno a offrire un progetto minimamente credibile, addirittura allearsi in alcuni casi con l’esercito, ecc. Le società della regione sono esauste, depresse e poco vigili.
    In quarto luogo, l’idiocrazia e la geopolitica della regione. La lotta per il potere, le necessità sia interne che esterne di alcuni paesi li hanno costretti a rivedere la loro posizione nei confronti di Israele. In questo senso, due sono gli esempi paradigmatici: l’Arabia Saudita, attualmente immersa in una lotta per l’egemonia contro l’Iran, e il Marocco, indotto dalla situazione nel Sahara Occidentale e bisognoso di fornitori di tecnologia militare avanzata per contrastare il potere militare dell’Algeria.
    Tutti questi scenari hanno facilitato, senza dubbio, quel cambiamento di paradigma di cui parlavamo sopra. I regimi arabi, costretti dalla propria debolezza ma anche sentendosi un po’ più sicuri, hanno visto l’opportunità di avanzare nella loro politica di normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv. Tuttavia, dopo il 7 ottobre la situazione è cambiata drasticamente. Le immagini che arrivano giornalmente da Gaza sono difficilmente accettabili per la maggior parte della popolazione araba. Le fosse comuni, il massacro indiscriminato dei civili, migliaia di bambini e bambine uccisi, i bombardamenti indiscriminati, ecc., fanno sì che tutta la popolazione araba si agiti e guardi ai suoi capi di Stato e alle sue élite politiche, aspettandosi un gesto deciso per fermare il genocidio in corso.
    Se consideriamo l’enorme importanza emotiva che la popolazione attribuisce alla causa palestinese, l’immobilismo dei regimi arabi e dei loro leader non farà altro che ampliare l’abisso che già esiste tra i due. Infatti, vediamo già che chi si è eretto come perno della resistenza è l’Iran e i suoi alleati nella zona. Il regime degli ayatollah è riuscito a concentrare su di sé tutta la simpatia, mentre gli stati arabi tradizionalmente difensori – almeno apparentemente – del popolo palestinese sono stati messi in secondo piano in questa contesa. Il conflitto aperto tra Tel Aviv e Teheran e l’attacco diretto di quest’ultimo, il sabato 13 aprile, a Israele, ha potuto cambiare e senza dubbio ha cambiato l’immagine che la popolazione prevalentemente sunnita ha dell’Iran. In questo momento l’Iran si è guadagnato il favore della popolazione bisognosa di fatti concreti.
    Non sappiamo cosa ci riserva il futuro, tuttavia possiamo affermare una serie di fatti:

    1. L’attacco di Hamas e della Jihad islamica all’interno di Israele e l’incapacità delle IDF di liberare
    2. un solo ostaggio dopo mesi di guerra, potrebbe aver instillato nell’immaginario collettivo arabo l’idea che Israele non è così potente né intoccabile come si pensava.
    3. L’attacco diretto dell’Iran a Israele potrebbe aver contribuito a sradicare l’idea che il regime iraniano sia l’avversario da battere, un’immagine costruita con grande sforzo dai regimi arabi fin dal primo momento della rivoluzione islamica guidata da Ruhollah Khomeini. Ciò contribuirebbe a demolire i muri tra le due fazioni sunnite e sciite e, se dovesse accadere, senza dubbio aprirebbe uno scenario inedito nella regione.
    4. Gli stati arabi hanno perso gran parte della poca credibilità che avevano, il che inevitabilmente avrà ripercussioni sulla loro legittimità. È vero che attualmente non si intravede un’ondata di contestazione da parte della popolazione. Le ferite aperte, dopo una Primavera Araba traumatica, non si sono ancora del tutto rimarginate, ma personalmente trovo difficile prevedere le loro evoluzioni. Se nel precedente processo gli islamisti hanno potuto capitalizzare la rabbia almeno in alcuni paesi come la Tunisia, il Marocco, persino in Egitto nei suoi primi anni… Quando le rivolte sono fallite o hanno portato a esperienze traumatiche, l’esercito è intervenuto e ha ricondotto la situazione. Questa volta non vedo nessun attore con una minima legittimità per assumere tale ruolo.
    5. A livello internazionale, si è aperto il gioco e tutto il mondo ha mostrato le proprie carte. L’Occidente, specialmente l’Unione Europea che avrebbe potuto contribuire ad attenuare il dramma vissuto dal popolo palestinese a Gaza, non solo non lo ha fatto ma si è schierato apertamente con chi commette un genocidio. La criminalizzazione della solidarietà con la popolazione di Gaza è senza dubbio la perdita totale di ogni etica e senso della moralità, da parte di alcuni paesi occidentali e in particolare europei.

    Il mondo stava già cambiando, ma senza dubbio il genocidio a Gaza, oltre ad essere televisato, trasmesso come uno spettacolo e senza alcun pudore, ha fatto sì che il mondo desse il primo passo verso un abisso da cui l’umanità uscirà sicuramente ferita e gravemente ferita.
    È chiaro che i nostri stati hanno perso la rotta, ora tocca a noi popoli dare alle nostre società e alla nostra esistenza qualche senso etico e morale e per farlo l’unico modo è non girare dall’altra parte. Gaza ci ha sicuramente messo di fronte a uno specchio. Uno specchio che ci restituisce un’immagine mostruosa e mette la nostra umanità di fronte alla storia.
    Di Yamani Eddoghmi
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    Predefinito Re: Commenti ai pezzi di opinione di Termometro Politico

    Citazione Originariamente Scritto da Marximiliano Visualizza Messaggio
    Se seguiamo la definizione di stupidità secondo la quale uno stupido è colui che nuoce agli altri senza fare (nemmeno) bene a sè stesso allora la sinistra col caso salis ci rientra in pieno: da una parte l'idea di candidare la salis per liberarla si è rivelata dannosa per la sinistra e anche solo il rumore mediatico non è stato nulla più che divisivo, dall'altra non mi stupirei se il giudice ungherese infliggesse alla salis un annetto in più di quanto preventivato proprio a causa della scompostezza dei nostri amici progressisti
    ma tu guarda....
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

 

 
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