



L'ho letta
"ma quando il fine è infinitamente superiore ai mezzi, sì che questi servano soltanto ad una parziale e imperfetta attuazione del fine, ci sono infiniti ordini possibili di tali mezzi, perché ognuno di questi ordini può attuare il fine sotto uno degli infiniti aspetti nei quali è parzialmente attuabile."
Si parte dal presupposto che la creazione di questo universo "serva soltanto ad una parziale attuazione del fine".
Il presupposto come ho spiegato è arbitrario.
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- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
- Ne sei sicuro ?
- Non ho alcun dubbio !






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Stai soltanto ripetendo ciò che hai già detto in precedenza. Una volta che hai ribadito che "la nostra conoscenza dipende da noi, dalle nostre strutture biologiche e neurologiche", cioè dai nostri organi corporei, se non spieghi in che modo ciò potrebbe nasconderci una realtà in cui la contraddizione è effettivamente possibile, ingannando a tal punto l'intelletto, non fai altro che reiterare una tua personale fantasia, equivocando sul significato degli aggettivi "assoluto" e "relativo". Limitarsi ad affermare che questo condizionamento delle "nostre strutture biologiche e neurologiche" esiste non è sufficiente a rendere valida l'ipotesi che hai formulato: è, infatti, la tipologia di condizionamento ad essere decisiva per poter ammettere l'ipotesi, non la sua sola esistenza.
Per questo, al contrario di quanto sostieni, è fondamentale distinguere fra sensi ed intelletto ed analizzare il rapporto che intercorre fra gli uni e l'altro: ammesso che ci sia una dipendenza, di che genere di dipendenza stiamo parlando? Se si vuol sostenere che i nostri mezzi cognitivi sono "relativi", allora bisogna dire perché ed in che senso lo sono (o lo potrebbero essere).
Affermare che "anche la facoltà di astrarre ed elaborare dei concetti restituisce la realtà come è colta da una prospettiva umana" non smentisce quanto ho affermato, ma ci riporta soltanto al punto di cui sopra: perché alla "prospettiva umana" sarebbe preclusa qualsiasi conoscenza certa ed oggettiva (cioè dal contenuto necessario ed universale)? Anche in questo caso, emerge ulteriormente la necessità di chiarire in che termini la conoscenza umana dipenda "dalle nostre strutture biologiche e neurologiche".
Riguardo a quali siano i termini di questa dipendenza, mi sono già espresso nell'intervento a cui hai risposto: i sensi esterni ed interni ci offrono il "materiale" dal quale il nostro intelletto astrae i concetti e formula i giudizi, fra cui i principi primi. Stante ciò, come possono i sensi condizionare l'intelletto al punto da fargli percepire come universalmente e necessariamente incontraddittoria una realtà che o non lo è o potrebbe non esserlo, se di per sé si limitano al contingente, al particolare e all'individuale nel modo che ho descritto sopra? Se questo tipo di condizionamento non è possibile, allora vuol dire che, sotto questo aspetto, la nostra conoscenza non è condizionata e, pertanto, il contenuto di quanto cogliamo è veritiero in senso assoluto: il fatto che non cogliamo esaustivamente tutta la realtà non significa che non vi sia alcunché di "incondizionatamente" vero in quanto abbiamo colto.
D'altronde, riflettiamo nuovamente sulla nostra stessa esperienza: quando noi scopriamo l'esistenza di qualcosa di cui, in precedenza, non avevamo cognizione, siamo consapevoli che quanto scoperto ci fosse indipendentemente dal fatto stesso che noi lo conoscessimo. Facciamo un esempio che i feticisti della scienza moderna possono cogliere agevolmente: prima che l'uomo scoprisse che la terra compie un moto di rivoluzione attorno al sole, era forse men vero che ciò accadesse solo perché l'uomo ancora non lo sapeva? No. E questo non significa che il moto di rivoluzione della terra attorno al sole è vero indipendentemente dall'uomo stesso?
Il mito della caverna è stato elaborato appositamente per accreditare l'esistenza di una "vera realtà" oltre le apparenze: come potevi pensare che fosse utile a corroborare una tesi scettica? Le "catene" del mito sono riconosciute come tali proprio perché c'è una realtà più profonda e quindi, per così dire, "più vera" di quella che appare superficialmente. È il confronto con questa "vera realtà" a poterci far dire che quelle sulla parete della caverna sono solo ombre e che gli uomini che le osservano sono come prigionieri vincolati dalle loro catene. Perciò, come fai a dire che i nostri criteri conoscitivi ci vincolano come catene, se non sai con certezza in che termini la nostra conoscenza è condizionata?
Sconcertante sarebbe se qualcuno salisse su un treno e considerasse "non accertato" che lui non è il treno su cui è salito, finché non glielo comunica un ipotetico terzo, nonostante abbia chiara coscienza che lui non è il treno. Fuor di metafora: non c'è alcun bisogno di dimostrare ciò che è di per sé evidente. E, volendo riprendere per un attimo il tuo esempio, ciò non è smentito né dal fatto che non mi sia altrettanto evidente ogni componente del treno né dal fatto che non riesco a cogliere con immediatezza se il treno sia effettivamente in movimento oppure no.
Io non ho mai visto una costellazione in vita mia, quindi che le costellazioni siano "immediatamente evidenti" non è un giudizio che posso sottoscrivere
Al di là di questo, volendo prendere in considerazione il tuo esempio, va detto che sono le costellazioni a rivelarsi delle nostre illusioni ottiche, ma non sono illusorie le stelle di cui ci sembra che siano composte. E questo cosa significa, fuor di metafora? Vuol dire che noi potremmo anche ingannarci o sbagliarci su determinti aspetti della realtà, ma questo non significa che tutta la realtà ci sia inaccessibile e che non ci sia almeno qualche elemento fondamentale che noi possiamo cogliere, riconoscendolo come vero, universale e necessario.
"L'apertura di uno sguardo"...come sei poetico!
Io non presuppongo alcunché: la mia è proprio una considerazione ex post. La formalizzazione dei cd. principi primi dell'essere è posteriore alla conoscenza dei dati del senso comune e - lo possiamo dire tranquillamente - viene fatta proprio a partire da essi. Riflettendo sia su ciò che mi è immediatamente evidente che su quanto formalizzato, in termini rigorosi, nelle nozioni e nei principi primi, devo concludere che, se il contenuto semantizzato nei principi primi non avesse portata necessaria ed universale (ossia: se i principi primi non fossero una legge universale e necessaria della realtà in quanto tale), questa distinzione - per assurdo - non sussisterebbe. Facciamo un esempio per analogia: se io lanciassi per aria una mela, quest'ultima cadrebbe inesorabilmente per terra. Se non ci fosse la legge di gravità, questo non accadrebbe. Io so a posteriori, cioè dopo aver osservato e studiato il fenomeno, che la mela cade perché sottostà alla legge di gravità, analogamente a come so a posteriori, cioè dopo averne avuto esperienza, che la realtà in quanto tale è incontraddittoria.
Come spesso ti capita, giochi sofisticamente sugli equivoci.
Mondin non afferma affatto che noi possiamo evitare di intendere e di esprimerci in modo differente da come facciamo. Perciò, non si capisce perché tu scriva: "(..) non si vede l'ora di scoprire come l'uomo abbia accesso a un modo di intendere non antropomorfico, e quale sia questo modo". O meglio, si capisce: fai (ancora una volta) retorica, come ogni scettico che, per poter portare avanti discorsivamente le proprie tesi, è costretto a ricorrere a tali espedienti dialettici.
Di conseguenza, non v'è alcuna delusione in Mondin nel riconoscere che "in quanto indica Dio come principio, la creazione può essere riguardata come anteriore, logicamente, all'essere del mondo". Si limita a sottolineare che questo, però, significa considerare la creazione sotto un aspetto differente da quello che stava trattando sopra.
Non v'è alcuna assurdità nell'affermare che, sotto un certo aspetto, la creazione segue il creato, se si tiene a mente che la creazione è relazione, come l'autore scrive, ed in che termini lo è. La relazione dal creato a Dio è una relazione reale in termini unilaterali. La relazione, infatti, implica sempre un soggetto al quale inerisce ed un termine con il quale il soggetto è in rapporto (cfr. Battista Mondin, op. cit., p. 277). Senza il soggetto della relazione (il creato), come può esserci relazione (cioè creazione)? Se poi vuoi contestare che la creazione possa essere definita nei termini di una relazione, prego e accomodati: ma non puoi sostenere che l'affermazione sia assurda, cioè contraddittoria.
Il nulla viene detto "irrappresentabile" proprio in quanto "non-essere". Siccome il "non-essere non è", non possiamo certo averne un'immagine: per ovvi motivi il "non-essere" non può averla. Cosa ci sia di illogico in questo non è dato sapere.
Il nostro parlare della creazione dal nulla "entificando", in un certo senso, il "non-essere" è dovuto al fatto che ogni cosa è tale in quanto habet esse proprium. Pertanto, la nostra mente fatica ad esprimere un "non-qualcosa". E pensiamo alla creazione come ad una sorta di movimento o cambiamento proprio perché nel nostro modo di pensare non possiamo fare totalmente a meno delle immagini sensibili, che sono ipso facto immagini di una realtà mutevole. Ed ogni mutamento presuppone un soggetto preesistente al mutamento stesso. Che ciò implichi una difficoltà nulla quaestio. Che questo implichi una contraddizione non è dimostrato.
Successivamente, per imbastire la tua obiezione tronchi la citazione del testo di Mondin, che invece (come avevo riportato integralmente) dice più precisamente questo: "L'effetto proprio della creazione è l'essere e questo non può essere prodotto che da chi già lo possiede in maniera eminente, (assolutamente, nota mia) perfetta, cioè l'Essere stesso sussistente, che è Dio". Questo troncamento finisce per falsificare il senso di ciò che sta sostenendo Mondin, facendogli affermare che "si crea ciò che già esiste" - no! La creazione produce tutto quanto l'essere delle cose, non produce "l'essere in maniera eminente, (assolutamente, nota mia) perfetta", che invece è ciò che effettivamente antecede il creato. E non c'è nulla di contraddittorio nell'affermare che solo l'Essere perfettissimo può produrre l'essere delle cose. Analogamente a come, per riprendere un esempio già utilizzato, è solo una fonte d'acqua a poter fornire una certa quantità di acqua a dei contenitori vuoti. Di conseguenza, cade pure la tua accusa a Mondin di aver sostenuto il "cominciamento assoluto di una cosa che c'è già".
Se consideri questa discussione come un allenamento, bisogna dire che ripetere ancora una volta, da parte tua, che l'indefinibilità della nozione di "essere" implichi una difficoltà insormontabile nella sua comprensione è paragonabile allo svolgimento di un esercizio totalmente inutile, che rischia pure di provocarti uno strappo. Ti ho più volte fatto notare che a tanti termini corrispondono nozioni indefinibili come quelle di "unità" e "molteplicità" oppure come quelle di "vita" e di "esistenza", che però sono perfettamente comprensibili e che tu stesso usi intendendone il senso. Dovresti ormai aver capito che è inutile battere sul tasto dell'indefinibilità perché qualcosa di indefinibile non è di per sé né privo di un significato che trova riscontro nella realtà e/o che della realtà stessa fa parte né incomprensibile. Saresti più scaltro a lasciar cadere quest'aspetto della tua polemica e puntare sull'argomento dell'equivocità: anch'esso erroneo, ma in modo un po' meno plateale.
L'"essere" non è un oggetto specifico in particolare, perché la sua nozione, se ci riferiamo all'esse commune rerum, indica il fondamento della relazione fra gli oggetti, cioè fra gli analogati. Questo non lo rende incomprensibile e, al contrario di quello che affermi, non è anch'essa un'ipostatizzazione dell'"essere". Cosa significa infatti "ipostatizzare"? Leggiamolo pure da una fonte neutra: "Nel linguaggio filos., astrarre dalla realtà fenomenica concetti, qualità, ecc., rendendoli per sé sussistenti" (vedasi qui). Ed è l'errore di Severino. Nella visione metafisica aristotelico-tomista, la si condivida o meno, l'"essere" è analogo perché lo si considera come fondamento della relazione fra gli oggetti, in quella di Severino l'"essere" è univoco: non c'è quindi differenza fra l'essere determinato della pianta, dell'animale, dell'uomo e dei pensieri stessi dell'uomo.
Non incontriamo nella realtà l'"essere"? È una nozione e come ogni nozione o concetto è un'astrazione. Ma è un'astrazione che noi compiamo a contatto con la realtà, cioè la ricaviamo dal fatto che res sunt, ossia ci sono delle cose.
Al di fuori di una certa metafisica non avrebbe alcun senso parlare di cose che non esistono di per sé? La nostra esperienza è fatta di molteplici cose che dapprima sono a noi presenti e poi non lo sono più. È da questo fatto che noi traiamo la conclusione che queste molteplici cose non esistono di per sé, ossia sono contingenti: possono essere presenti come non esserlo. Come abbiamo detto tante volte, la metafisica formalizza questo dato del senso comune ma resta il fatto che, antecedentemente a qualsiasi discorso rigoroso, questa è l'esperienza condivisa dagli uomini a riguardo. Che il venir meno di queste molteplici cose si spieghi nei termini di un apparire (dell'apparire) e di uno scomparire (dell'apparire) e che vada ricondotto alla manifestazione di determinazioni diverse del tutto, che è l'(unico?) essere, il quale si disvela progressivamente non è di certo immediatamente evidente e va dimostrato. I tomisti si prendono la briga di dimostrare dalla contingenza del mondo che dev'esserci un essere, anzi, l'Essere necessario, altrimenti il mondo stesso non potrebbe esserci (ed invece siamo consapevoli del fatto che ci sia). Severino come dimostra che gli enti, in realtà, sono determinazioni differenti del tutto che si manifesta gradualmente?
Il primo argomento è di fede, il secondo no (più precisamente: il secondo rientra in quegli argomenti di ragione che si possono eventualmente abbracciare per fede). Tralasciando il secondo, va ricordato che il primo argomento è sostenuto dai motivi di credibilità della fede. Quindi siamo in presenza di affermazioni a cui non si aderisce ciecamente e/o aprioristicamente, bensì in base a segni che inducono la nostra stessa ragione ad assentire.
Per i tomisti il dogmatismo è un destino? Ma certamente questa frase è vera, se s'intende che i tomisti riconoscono come tali verità che superano l’ordine della sola ragione ed alle quali dicono di assentire per evidenza estrinseca anziché intrinseca, cioè sulla base della credibilità dell'autorità di chi ha enunciato, presentandole come tali, queste verità: analogamente a come l'alunno ignorante (nel senso etimologico e non spregiativo dell'aggettivo) accoglie come vero ciò che il docente gli insegna. Non è vera, invece, se s'intende per dogmatismo l'atteggiamento di chi ammette qualcosa per vero senza riguardo alla presenza o all'assenza di un fondamento razionale. E che questo sia il caso del tomismo perché il tomista presenta la sua visione delle cose come irrinunciabile è un'affermazione gratuita che suppone l'irrinunciabilità della propria posizione come necessario sinonimo di ottusità e pregiudizio. Supposizione che ignora completamente (volutamente o meno) le argomentazioni che supportano l'actus fidei.
È incredibile che non ti avveda di una cosa tanto evidente: "non" è un avverbio di negazione. L'espressione "non-essere" che cosa trasmette, se non la negazione dell'essere? Ora, senza la nozione di "essere", non si potrebbe nemmeno concepire quella di "non-essere", perché non ci sarebbe alcunché da negare.
Ma a smentirti è la stessa realtà dei fatti: se davvero fosse come tu sostieni, di fronte a quelle espressioni linguistiche inedite (mi riferisco a τὸ ὄν e τὸ εἶναι, ovviamente) i traduttori arabi di Aristotele si sarebbero arrestati, non riuscendo a cogliere il concetto che tali parole veicolavano. Da qui non si scappa. Se tu scrivi "pianta" e non so quale oggetto è associato a tale parola, non riuscirò mai a capire che cosa intendi veicolare con quel sintagma, finché non mi mostri fisicamente una pianta o trovi un modo per farmi capire che cosa significa quella parola. L'esempio che ho riportato invece ti mostra che le parole τὸ ὄν e τὸ εἶναι furono comprese, nonostante non esistesse un'espressione linguistica equivalente in arabo o un oggetto materiale specifico da associare univocamente: com'è stato possibile? Se quelle parole avessero veicolato un concetto non solo indefinibile (cosa che, come già ho detto, di per sé non lo rende non intellegibile: vedasi, ad esempio, il caso della parola italiana "vita" o "esistenza") ma addirittura del tutto equivoco, ciò non sarebbe potuto accadere. Ed invece è successo. Non solo: è emblematico che il neologismo al-huwiyya sia la sostantivizzazione del pronome personale maschile di terza persona huwa, che talvolta esprime un nesso copulativo, e che sia stato coniato per evitare di ricorrere al termine al-mawgud perché ritenuto equivoco nel rendere la nozione di "essere". Se la nozione di "essere" fosse in se stessa equivoca, non si sarebbe posto il problema di indicarla con una parola che non veicolasse un significato equivoco, come invece si valutò essere il caso della parola al-mawgud.
Vacci piano con i voli pindarici: se ammetti che il ricordo del sogno non è contraddittorio, allora ne consegue che l'oggetto stesso del ricordo non lo è. Per sostenere che il sogno fosse, sul momento, contraddittorio, dovresti averne memoria come tale: altrimenti come fai a dirlo? Questo però smentirebbe la tua ammissione sull'incontraddittorietà dei ricordi dei sogni.
Io ti ho chiesto un'immagine in senso stretto: una foto, un quadro, un filmato...me li mostri?
Quanto al resto, non serve consultare "qualche grimorio tomista" (sic). Ti basta leggere proprio la Summa theologiae: «(...) la Beata Vergine è madre di Dio, non perché madre della divinità, ma perché è madre, secondo la natura umana, di una persona che possiede la divinità e l'umanità. Benché il nome "Dio" sia comune alle tre persone, spesso designa o la sola persona del Padre o la sola persona del Figlio o lo Spirito Santo, come abbiamo visto in precedenza. Così quando diciamo: "La Beata Vergine è madre di Dio", il nome "Dio" sta ad indicare la sola persona incarnata del Figlio» (IIIª q. 35 a. 4 ad 2-3). A meno che tu non consideri la Summa stessa un grimorio...
Come noto, l'espressione di Dante Alighieri "figlia del tuo figlio" costituisce una figura retorica. Attraverso quella che possiamo definire una frase ad effetto, ottenuta con l'accostamento di termini contrastanti, il Sommo Poeta ha voluto sottolineare l'unicità della Madonna, che è Madre di Dio in quanto ha dato i natali a Nostro Signore Gesù Cristo, Dio fattosi carne, ed al tempo stesso è figlia di Dio perché "piena di grazia", ossia partecipe in modo singolare ed eminente della vita soprannaturale di Dio. Infatti, Dio ha voluto che la Madonna fosse concepita senza peccato originale in vista dell'Incarnazione e dei meriti di Gesù Cristo. Dante quindi gioca su un paradosso solo apparente ma non effettivo: di fatto, dire che Maria è figlia del suo stesso figlio equivale a dire che Maria è figlia di Dio.
È possibilissimo ed incontraddittorio che una certa quantità d'acqua si trovi contemporaneamente allo stato solido e liquido. Pensa a quando osserviamo un blocco di ghiaccio in fase di scioglimento: osservandolo, vediamo acqua sia allo stato solido che allo stato liquido. Non c'è contraddizione perché lo stato liquido e quello solido sono simultanei ma riguardano parti distinte di quella stessa quantità. La contraddizione vi sarebbe se, ad es., una molecola d'acqua, fra quelle che formano quella quantità, fosse e non fosse simultaneamente allo stato solido o se, insieme, fosse e non fosse allo stato liquido.
Non ho mai detto che c'è stato "un tempo" in cui Cristo era uomo e non Dio. Ho affermato che Cristo è insieme - cioè simultaneamente - Uomo e Dio e questo è possibile proprio perché Cristo è Uomo e Dio sotto aspetti differenti e distinti. Il che evita la contraddizione. Quali sono questi aspetti differenti e distinti? Le sue due nature nell'unione ipostatica.
Mai detto nemmeno che ci sia stato "un tempo" in cui Dio era uno e non anche molteplice. In primis, perché Dio è al di sopra del tempo e non può di certo esserne condizionato. In secondo luogo perché ho detto che Dio è insieme uno e molteplice sotto aspetti distinti: Dio è uno in quanto sostanza ed è molteplice quanto alle persone. D'altronde, che la molteplicità e l'unità possano convivere nella stessa cosa, purché riguardino aspetti distinti, non è nemmeno estraneo alla nostra comune esperienza.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).



