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Discussione: Fede o scienza?

  1. #11901
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    La creazione di questo universo è sufficiente al conseguimento dei fini di Dio?
    Se si un infinito numero di mezzi non è logicamente necessario. Se no si sta affermando di fatto che Dio con questo universo non ha conseguito il suo fine.

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    Leggi la parte sotto.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  2. #11902
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Leggi la parte sotto.
    L'ho letta


    "ma quando il fine è infinitamente superiore ai mezzi, sì che questi servano soltanto ad una parziale e imperfetta attuazione del fine, ci sono infiniti ordini possibili di tali mezzi, perché ognuno di questi ordini può attuare il fine sotto uno degli infiniti aspetti nei quali è parzialmente attuabile."

    Si parte dal presupposto che la creazione di questo universo "serva soltanto ad una parziale attuazione del fine".
    Il presupposto come ho spiegato è arbitrario.

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  3. #11903
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    Se no si sta affermando di fatto che Dio con questo universo non ha conseguito il suo fine.
    Già, si sta affermando proprio questo, il fine di Dio è Dio stesso, per questo la creazione non è necessaria.


    Ero Narel Jarvi...

  4. #11904
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Placido Visualizza Messaggio
    Già, si sta affermando proprio questo, il fine di Dio è Dio stesso, per questo la creazione non è necessaria.
    Su quale sia il fine di Dio bisognerebbe interrogare Dio!

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  5. #11905
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Placido Visualizza Messaggio
    Già, si sta affermando proprio questo, il fine di Dio è Dio stesso, per questo la creazione non è necessaria.
    E quindi Dio ha creato l'universo così..non sapeva che fare quel giorno..non voleva! Non rientrava nei suoi fini! È stati mal consigliato!

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  6. #11906
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    Su quale sia il fine di Dio bisognerebbe interrogare Dio!
    Anche il mio fine è Dio, non vedo perché Lui dovrebbe essere da meno.


    Ero Narel Jarvi...

  7. #11907
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    E quindi Dio ha creato l'universo così..non sapeva che fare quel giorno..non voleva! Non rientrava nei suoi fini! È stati mal consigliato!

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    Voleva essere gentile, ma quanto gli costò.


    Ero Narel Jarvi...

  8. #11908
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Il criterio è semplicemente il significato dei termini assoluto e relativo. Vuoi per caso dirmi che se posso parlare di oggettività o giudicare qualcosa vero, è perché esiste una verità assoluta che me lo permette, e di cui dunque non si può dubitare? Perché se è questo che intendi, possiamo vedere per quale motivo questa spiegazione metafisica non è necessaria. Stabilito che i termini assoluto e relativo hanno un significato, possiamo dire che la nostra conoscenza dipende da noi, dalle nostre strutture biologiche e neurologiche, dunque non è assoluta, indipendente da esse, ma ad esse relativa. Di conseguenza le nostre conoscenze sono oggettive nei limiti dell’umano, sono universali e necessarie per nostra convenzione, ma che siano invece universali e necessarie in assoluto, nel senso che siano tali a prescindere dall’uomo, tali e quali sarebbero se colte da un ipotetico sguardo sovrumano, non ci si può limitare a presumerlo. Lo possiamo credere, naturalmente, ma non certo presentarlo come un dato indubitabile.
    Non serve distinguere fra sensi e intelletto, dal momento che, indipendentemente da come si vuole intendere il rapporto fra l’uno e gli altri, anche la facoltà di astrarre ed elaborare dei concetti restituisce la realtà come è colta da una prospettiva umana, “antropomorfica” (vedi oltre), non assoluta: dunque come si spiega questo salto fra mezzi relativi e traguardi assoluti? Come possono essere assolute le conoscenze umane? Se non rispondi a questa domanda, significa che dai per scontato che lo siano.
    Stai soltanto ripetendo ciò che hai già detto in precedenza. Una volta che hai ribadito che "la nostra conoscenza dipende da noi, dalle nostre strutture biologiche e neurologiche", cioè dai nostri organi corporei, se non spieghi in che modo ciò potrebbe nasconderci una realtà in cui la contraddizione è effettivamente possibile, ingannando a tal punto l'intelletto, non fai altro che reiterare una tua personale fantasia, equivocando sul significato degli aggettivi "assoluto" e "relativo". Limitarsi ad affermare che questo condizionamento delle "nostre strutture biologiche e neurologiche" esiste non è sufficiente a rendere valida l'ipotesi che hai formulato: è, infatti, la tipologia di condizionamento ad essere decisiva per poter ammettere l'ipotesi, non la sua sola esistenza.

    Per questo, al contrario di quanto sostieni, è fondamentale distinguere fra sensi ed intelletto ed analizzare il rapporto che intercorre fra gli uni e l'altro: ammesso che ci sia una dipendenza, di che genere di dipendenza stiamo parlando? Se si vuol sostenere che i nostri mezzi cognitivi sono "relativi", allora bisogna dire perché ed in che senso lo sono (o lo potrebbero essere).

    Affermare che "anche la facoltà di astrarre ed elaborare dei concetti restituisce la realtà come è colta da una prospettiva umana" non smentisce quanto ho affermato, ma ci riporta soltanto al punto di cui sopra: perché alla "prospettiva umana" sarebbe preclusa qualsiasi conoscenza certa ed oggettiva (cioè dal contenuto necessario ed universale)? Anche in questo caso, emerge ulteriormente la necessità di chiarire in che termini la conoscenza umana dipenda "dalle nostre strutture biologiche e neurologiche".

    Riguardo a quali siano i termini di questa dipendenza, mi sono già espresso nell'intervento a cui hai risposto: i sensi esterni ed interni ci offrono il "materiale" dal quale il nostro intelletto astrae i concetti e formula i giudizi, fra cui i principi primi. Stante ciò, come possono i sensi condizionare l'intelletto al punto da fargli percepire come universalmente e necessariamente incontraddittoria una realtà che o non lo è o potrebbe non esserlo, se di per sé si limitano al contingente, al particolare e all'individuale nel modo che ho descritto sopra? Se questo tipo di condizionamento non è possibile, allora vuol dire che, sotto questo aspetto, la nostra conoscenza non è condizionata e, pertanto, il contenuto di quanto cogliamo è veritiero in senso assoluto: il fatto che non cogliamo esaustivamente tutta la realtà non significa che non vi sia alcunché di "incondizionatamente" vero in quanto abbiamo colto.

    D'altronde, riflettiamo nuovamente sulla nostra stessa esperienza: quando noi scopriamo l'esistenza di qualcosa di cui, in precedenza, non avevamo cognizione, siamo consapevoli che quanto scoperto ci fosse indipendentemente dal fatto stesso che noi lo conoscessimo. Facciamo un esempio che i feticisti della scienza moderna possono cogliere agevolmente: prima che l'uomo scoprisse che la terra compie un moto di rivoluzione attorno al sole, era forse men vero che ciò accadesse solo perché l'uomo ancora non lo sapeva? No. E questo non significa che il moto di rivoluzione della terra attorno al sole è vero indipendentemente dall'uomo stesso?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    C’era in effetti il rischio che avresti preso alla lettera l’esempio della caverna, ma valeva la pena di provare. Avevo detto più volte che non è verificabile la simmetria - e nemmeno l’asimmetria - fra pensiero e realtà, quindi non dovevi pensare che io potessi fare riferimento a una “vera realtà” di cui sarei a conoscenza. Semplicemente, noi siamo vincolati ai nostri criteri conoscitivi (da qui l’immagine delle catene),
    Il mito della caverna è stato elaborato appositamente per accreditare l'esistenza di una "vera realtà" oltre le apparenze: come potevi pensare che fosse utile a corroborare una tesi scettica? Le "catene" del mito sono riconosciute come tali proprio perché c'è una realtà più profonda e quindi, per così dire, "più vera" di quella che appare superficialmente. È il confronto con questa "vera realtà" a poterci far dire che quelle sulla parete della caverna sono solo ombre e che gli uomini che le osservano sono come prigionieri vincolati dalle loro catene. Perciò, come fai a dire che i nostri criteri conoscitivi ci vincolano come catene, se non sai con certezza in che termini la nostra conoscenza è condizionata?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    ma che la realtà così conosciuta sia la realtà nella sua assoluta oggettività, questo non possiamo accertarlo, perché non possiamo valutare dall’esterno il nesso pensiero-realtà, non possiamo assumere un punto di vista non “antropomorfico”, con buona pace del Mondin da te quotato, che è costretto a confrontarsi con questo “sconcertante” limite.
    Sconcertante sarebbe se qualcuno salisse su un treno e considerasse "non accertato" che lui non è il treno su cui è salito, finché non glielo comunica un ipotetico terzo, nonostante abbia chiara coscienza che lui non è il treno. Fuor di metafora: non c'è alcun bisogno di dimostrare ciò che è di per sé evidente. E, volendo riprendere per un attimo il tuo esempio, ciò non è smentito né dal fatto che non mi sia altrettanto evidente ogni componente del treno né dal fatto che non riesco a cogliere con immediatezza se il treno sia effettivamente in movimento oppure no.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Riprendendo l’esempio delle costellazioni, la loro esistenza è immediatamente evidente, eppure è un’esistenza puramente prospettica, relativa a noi, alla nostra posizione e al nostro osservare, non è quindi oggettiva, universale o necessaria. Questo prova che conoscendo può accadere di organizzare in un’identità elementi autenticamente irrelati. E se può essere non oggettiva un’identità che si mostra nella sua luminosa evidenza, figuriamoci un’identità equivoca e puramente speculativa come l’essere, di cui non si può nemmeno dare una definizione.
    E il discorso si potrebbe ampliare: abbiamo forse modo di escludere che i criteri con cui ci orientiamo nel quotidiano, per esempio la causa e l’effetto, siano conoscenze analogamente prospettiche? Non mi risulta. Dunque ben venga il senso comune, senza il quale non potremmo conoscere, orientarci e agire, ma se dal senso comune ci spostiamo in una prospettiva filosofica, dobbiamo ammettere che è problematico fare di quei criteri leggi universali della realtà.
    Io non ho mai visto una costellazione in vita mia, quindi che le costellazioni siano "immediatamente evidenti" non è un giudizio che posso sottoscrivere

    Al di là di questo, volendo prendere in considerazione il tuo esempio, va detto che sono le costellazioni a rivelarsi delle nostre illusioni ottiche, ma non sono illusorie le stelle di cui ci sembra che siano composte. E questo cosa significa, fuor di metafora? Vuol dire che noi potremmo anche ingannarci o sbagliarci su determinti aspetti della realtà, ma questo non significa che tutta la realtà ci sia inaccessibile e che non ci sia almeno qualche elemento fondamentale che noi possiamo cogliere, riconoscendolo come vero, universale e necessario.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Come avevo già spiegato, la questione non è la distinzione fra intelletto e realtà esterna, ma il rapporto fra l’uno e l’altra, questione che non si può risolvere osservando che noi distinguiamo fra i due. Il fatto che noi diciamo “io”, e percepiamo il mondo come altro rispetto a noi, non implica che i “principi primi” siano leggi universali o necessarie della realtà. La tua idea che, se così non fosse, intelletto e realtà esterna potrebbero essere e non essere tali sotto il medesimo aspetto, presuppone che sia grazie a quei principi che distinguiamo fra noi e la realtà esterna. Ma questa distinzione non è frutto di un ragionamento - non è originariamente nemmeno una distinzione, ma la semplice apertura di uno sguardo. Tu pensi davvero che sia grazie ai “principi primi” che puoi distinguere fra te stesso e il mondo, e avere la certezza di non essere le cose del mondo? Stando a quello che hai detto, no: che tu non sei il mondo lo sai e basta - ed è quello che dico anch’io. E tuttavia mi rispondi come se fosse il piano dell’interpretazione (l’inafferrabile “essere” e i suoi “principi”) a sostenere il piano della percezione diretta (io =/= mondo), e non viceversa.
    Dunque la distinzione fra io e realtà esterna, ciò che “sappiamo e basta”, non accredita di per sé alcuna interpretazione, metafisica o non metafisica: il problema riguarda invece gli strumenti con cui decifriamo quella realtà, che sono per noi necessari, nel senso di inevitabili, ma niente esclude che siamo noi a proiettarli sulla realtà nel suo complesso, facendone leggi universali.
    "L'apertura di uno sguardo"...come sei poetico!

    Io non presuppongo alcunché: la mia è proprio una considerazione ex post. La formalizzazione dei cd. principi primi dell'essere è posteriore alla conoscenza dei dati del senso comune e - lo possiamo dire tranquillamente - viene fatta proprio a partire da essi. Riflettendo sia su ciò che mi è immediatamente evidente che su quanto formalizzato, in termini rigorosi, nelle nozioni e nei principi primi, devo concludere che, se il contenuto semantizzato nei principi primi non avesse portata necessaria ed universale (ossia: se i principi primi non fossero una legge universale e necessaria della realtà in quanto tale), questa distinzione - per assurdo - non sussisterebbe. Facciamo un esempio per analogia: se io lanciassi per aria una mela, quest'ultima cadrebbe inesorabilmente per terra. Se non ci fosse la legge di gravità, questo non accadrebbe. Io so a posteriori, cioè dopo aver osservato e studiato il fenomeno, che la mela cade perché sottostà alla legge di gravità, analogamente a come so a posteriori, cioè dopo averne avuto esperienza, che la realtà in quanto tale è incontraddittoria.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Il povero Mondin si rende conto che l’idea di una creazione dal nulla è assurda, tuttavia per motivi religiosi la deve difendere, quindi è costretto a dire che il problema sta nel nostro modo di esprimerci ed intendere, che resta “antropomorfico”. A questo punto non si vede l’ora di scoprire come l’uomo abbia accesso a un modo di intendere non antropomorfico, e quale sia questo modo. Si resta però subito delusi nello scoprire che è la logica stessa a pretendere che, ponendo Dio come principio, la creazione sia anteriore al creato. Ebbene, la soluzione sarebbe invece questa: il creato precede la creazione (“non si dà creazione prima del creato”). Dunque, cercando di emendare un assurdo, cade in un altro assurdo, nell’affermazione contraddittoria che ciò che è creato precede la creazione. E candidamente aggiunge che non c’è cambiamento o passaggio: “solo la nostra mente opera un tale passaggio, se tenta di rappresentarsi l'irrappresentabile” (perché tale è il nulla). Inevitabile dunque chiedersi quale mente, la mente di chi dovrebbe invece trovare logico e lineare il concetto di una creazione dall’irrappresentabile.
    Non c’è bisogno di aggiungere altro: la pretesa titanica di oltrepassare il modo “antropomorfico” di intendere le cose è destinata al fallimento, e non può che condurre a incontrare l’assurdo in forme sempre nuove, a invischiarsi ulteriormente nella contraddizione: “l’effetto della creazione è l’essere, e questo non può che essere prodotto da chi lo possiede già” (dunque si crea ciò che già esiste), e la creazione è “cominciamento assoluto” di qualcosa che c’è già (e quindi non è cominciato con la creazione). E meno male che a tuo dire il tomismo, a differenza di altre filosofie, si attiene al senso comune.
    Con queste credenziali non c’è nessun margine per giudicare assurde, contraddittorie o incomplete altre visioni delle cose, siano metafisiche o fisiche, si tratti di Aristotele, di Severino o del Big Bang.
    Come spesso ti capita, giochi sofisticamente sugli equivoci.

    Mondin non afferma affatto che noi possiamo evitare di intendere e di esprimerci in modo differente da come facciamo. Perciò, non si capisce perché tu scriva: "(..) non si vede l'ora di scoprire come l'uomo abbia accesso a un modo di intendere non antropomorfico, e quale sia questo modo". O meglio, si capisce: fai (ancora una volta) retorica, come ogni scettico che, per poter portare avanti discorsivamente le proprie tesi, è costretto a ricorrere a tali espedienti dialettici.

    Di conseguenza, non v'è alcuna delusione in Mondin nel riconoscere che "in quanto indica Dio come principio, la creazione può essere riguardata come anteriore, logicamente, all'essere del mondo". Si limita a sottolineare che questo, però, significa considerare la creazione sotto un aspetto differente da quello che stava trattando sopra.

    Non v'è alcuna assurdità nell'affermare che, sotto un certo aspetto, la creazione segue il creato, se si tiene a mente che la creazione è relazione, come l'autore scrive, ed in che termini lo è. La relazione dal creato a Dio è una relazione reale in termini unilaterali. La relazione, infatti, implica sempre un soggetto al quale inerisce ed un termine con il quale il soggetto è in rapporto (cfr. Battista Mondin, op. cit., p. 277). Senza il soggetto della relazione (il creato), come può esserci relazione (cioè creazione)? Se poi vuoi contestare che la creazione possa essere definita nei termini di una relazione, prego e accomodati: ma non puoi sostenere che l'affermazione sia assurda, cioè contraddittoria.

    Il nulla viene detto "irrappresentabile" proprio in quanto "non-essere". Siccome il "non-essere non è", non possiamo certo averne un'immagine: per ovvi motivi il "non-essere" non può averla. Cosa ci sia di illogico in questo non è dato sapere.

    Il nostro parlare della creazione dal nulla "entificando", in un certo senso, il "non-essere" è dovuto al fatto che ogni cosa è tale in quanto habet esse proprium. Pertanto, la nostra mente fatica ad esprimere un "non-qualcosa". E pensiamo alla creazione come ad una sorta di movimento o cambiamento proprio perché nel nostro modo di pensare non possiamo fare totalmente a meno delle immagini sensibili, che sono ipso facto immagini di una realtà mutevole. Ed ogni mutamento presuppone un soggetto preesistente al mutamento stesso. Che ciò implichi una difficoltà nulla quaestio. Che questo implichi una contraddizione non è dimostrato.

    Successivamente, per imbastire la tua obiezione tronchi la citazione del testo di Mondin, che invece (come avevo riportato integralmente) dice più precisamente questo: "L'effetto proprio della creazione è l'essere e questo non può essere prodotto che da chi già lo possiede in maniera eminente, (assolutamente, nota mia) perfetta, cioè l'Essere stesso sussistente, che è Dio". Questo troncamento finisce per falsificare il senso di ciò che sta sostenendo Mondin, facendogli affermare che "si crea ciò che già esiste" - no! La creazione produce tutto quanto l'essere delle cose, non produce "l'essere in maniera eminente, (assolutamente, nota mia) perfetta", che invece è ciò che effettivamente antecede il creato. E non c'è nulla di contraddittorio nell'affermare che solo l'Essere perfettissimo può produrre l'essere delle cose. Analogamente a come, per riprendere un esempio già utilizzato, è solo una fonte d'acqua a poter fornire una certa quantità di acqua a dei contenitori vuoti. Di conseguenza, cade pure la tua accusa a Mondin di aver sostenuto il "cominciamento assoluto di una cosa che c'è già".

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Sarebbe molto semplice stabilire chi intende correttamente l’essere fra Aristotele, Severino, Tommaso o altri, se solo si potesse definire che cos’è l’essere, e verificare quale definizione corrisponde alla realtà. Purtroppo, come sappiamo, non si può dare una definizione di essere, l’essere non è una cosa, non lo incontriamo nella realtà, non appartiene al novero del verificabile, dunque inevitabilmente dipende dall’interpretazione che il metafisico ne dà. Pertanto quando un metafisico dice che un altro metafisico è in errore sull’essere, che “ipostatizza” indebitamente, farebbe meglio a dire che ipostatizza diversamente. Per esempio, a meno di non scambiare ciò che si osserva con la lettura che ne viene data, noi certo vediamo cose che cambiano, ma al di fuori di una certa metafisica non ha alcun senso parlare di cose che “non esistono di per sé”, a fronte di qualcosa che invece esisterebbe di per sé e dispenserebbe l’esistenza a tutto il resto.
    Se consideri questa discussione come un allenamento, bisogna dire che ripetere ancora una volta, da parte tua, che l'indefinibilità della nozione di "essere" implichi una difficoltà insormontabile nella sua comprensione è paragonabile allo svolgimento di un esercizio totalmente inutile, che rischia pure di provocarti uno strappo. Ti ho più volte fatto notare che a tanti termini corrispondono nozioni indefinibili come quelle di "unità" e "molteplicità" oppure come quelle di "vita" e di "esistenza", che però sono perfettamente comprensibili e che tu stesso usi intendendone il senso. Dovresti ormai aver capito che è inutile battere sul tasto dell'indefinibilità perché qualcosa di indefinibile non è di per sé né privo di un significato che trova riscontro nella realtà e/o che della realtà stessa fa parte né incomprensibile. Saresti più scaltro a lasciar cadere quest'aspetto della tua polemica e puntare sull'argomento dell'equivocità: anch'esso erroneo, ma in modo un po' meno plateale.

    L'"essere" non è un oggetto specifico in particolare, perché la sua nozione, se ci riferiamo all'esse commune rerum, indica il fondamento della relazione fra gli oggetti, cioè fra gli analogati. Questo non lo rende incomprensibile e, al contrario di quello che affermi, non è anch'essa un'ipostatizzazione dell'"essere". Cosa significa infatti "ipostatizzare"? Leggiamolo pure da una fonte neutra: "Nel linguaggio filos., astrarre dalla realtà fenomenica concetti, qualità, ecc., rendendoli per sé sussistenti" (vedasi qui). Ed è l'errore di Severino. Nella visione metafisica aristotelico-tomista, la si condivida o meno, l'"essere" è analogo perché lo si considera come fondamento della relazione fra gli oggetti, in quella di Severino l'"essere" è univoco: non c'è quindi differenza fra l'essere determinato della pianta, dell'animale, dell'uomo e dei pensieri stessi dell'uomo.

    Non incontriamo nella realtà l'"essere"? È una nozione e come ogni nozione o concetto è un'astrazione. Ma è un'astrazione che noi compiamo a contatto con la realtà, cioè la ricaviamo dal fatto che res sunt, ossia ci sono delle cose.

    Al di fuori di una certa metafisica non avrebbe alcun senso parlare di cose che non esistono di per sé? La nostra esperienza è fatta di molteplici cose che dapprima sono a noi presenti e poi non lo sono più. È da questo fatto che noi traiamo la conclusione che queste molteplici cose non esistono di per sé, ossia sono contingenti: possono essere presenti come non esserlo. Come abbiamo detto tante volte, la metafisica formalizza questo dato del senso comune ma resta il fatto che, antecedentemente a qualsiasi discorso rigoroso, questa è l'esperienza condivisa dagli uomini a riguardo. Che il venir meno di queste molteplici cose si spieghi nei termini di un apparire (dell'apparire) e di uno scomparire (dell'apparire) e che vada ricondotto alla manifestazione di determinazioni diverse del tutto, che è l'(unico?) essere, il quale si disvela progressivamente non è di certo immediatamente evidente e va dimostrato. I tomisti si prendono la briga di dimostrare dalla contingenza del mondo che dev'esserci un essere, anzi, l'Essere necessario, altrimenti il mondo stesso non potrebbe esserci (ed invece siamo consapevoli del fatto che ci sia). Severino come dimostra che gli enti, in realtà, sono determinazioni differenti del tutto che si manifesta gradualmente?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Ma che la “retta ragione” e la fede abbiano Dio come unica fonte, e che Dio sia “il Logos stesso” sono entrambi argomenti di fede, dunque inevitabilmente nel tomismo il criterio ultimo di verità non viene dalla filosofia, ma dalla religione, e un tomista non può che presentare la sua visione delle cose come irrinunciabile, perché non può metterla in discussione senza mettere in discussione la sua religione. Quindi per i tomisti il dogmatismo è un destino, discende direttamente dalla commistione tra filosofia e religione, mentre non lo è per gli altri.
    Il primo argomento è di fede, il secondo no (più precisamente: il secondo rientra in quegli argomenti di ragione che si possono eventualmente abbracciare per fede). Tralasciando il secondo, va ricordato che il primo argomento è sostenuto dai motivi di credibilità della fede. Quindi siamo in presenza di affermazioni a cui non si aderisce ciecamente e/o aprioristicamente, bensì in base a segni che inducono la nostra stessa ragione ad assentire.

    Per i tomisti il dogmatismo è un destino? Ma certamente questa frase è vera, se s'intende che i tomisti riconoscono come tali verità che superano l’ordine della sola ragione ed alle quali dicono di assentire per evidenza estrinseca anziché intrinseca, cioè sulla base della credibilità dell'autorità di chi ha enunciato, presentandole come tali, queste verità: analogamente a come l'alunno ignorante (nel senso etimologico e non spregiativo dell'aggettivo) accoglie come vero ciò che il docente gli insegna. Non è vera, invece, se s'intende per dogmatismo l'atteggiamento di chi ammette qualcosa per vero senza riguardo alla presenza o all'assenza di un fondamento razionale. E che questo sia il caso del tomismo perché il tomista presenta la sua visione delle cose come irrinunciabile è un'affermazione gratuita che suppone l'irrinunciabilità della propria posizione come necessario sinonimo di ottusità e pregiudizio. Supposizione che ignora completamente (volutamente o meno) le argomentazioni che supportano l'actus fidei.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    E come fai a dire che fra due termini che si implicano a vicenda uno è logicamente antecedente? Queste genealogie impossibili peraltro devono confrontarsi col fatto che - guarda caso - fin dalla primissima testimonianza che ne abbiamo, l’essere è associato al non essere: “l’essere è, il non essere non è”.
    È incredibile che non ti avveda di una cosa tanto evidente: "non" è un avverbio di negazione. L'espressione "non-essere" che cosa trasmette, se non la negazione dell'essere? Ora, senza la nozione di "essere", non si potrebbe nemmeno concepire quella di "non-essere", perché non ci sarebbe alcunché da negare.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Non c'è nessun bisogno di inventare sinonimi della parola “pianta”, come dicevo basterebbe appunto mostrare l'oggetto, indicando delle piante, per spiegare il senso della parola, cosa che non si può fare con l’essere, il cui fantomatico significato è equivoco, indefinibile, e dipende dalla parola stessa.
    Ma a smentirti è la stessa realtà dei fatti: se davvero fosse come tu sostieni, di fronte a quelle espressioni linguistiche inedite (mi riferisco a τὸ ὄν e τὸ εἶναι, ovviamente) i traduttori arabi di Aristotele si sarebbero arrestati, non riuscendo a cogliere il concetto che tali parole veicolavano. Da qui non si scappa. Se tu scrivi "pianta" e non so quale oggetto è associato a tale parola, non riuscirò mai a capire che cosa intendi veicolare con quel sintagma, finché non mi mostri fisicamente una pianta o trovi un modo per farmi capire che cosa significa quella parola. L'esempio che ho riportato invece ti mostra che le parole τὸ ὄν e τὸ εἶναι furono comprese, nonostante non esistesse un'espressione linguistica equivalente in arabo o un oggetto materiale specifico da associare univocamente: com'è stato possibile? Se quelle parole avessero veicolato un concetto non solo indefinibile (cosa che, come già ho detto, di per sé non lo rende non intellegibile: vedasi, ad esempio, il caso della parola italiana "vita" o "esistenza") ma addirittura del tutto equivoco, ciò non sarebbe potuto accadere. Ed invece è successo. Non solo: è emblematico che il neologismo al-huwiyya sia la sostantivizzazione del pronome personale maschile di terza persona huwa, che talvolta esprime un nesso copulativo, e che sia stato coniato per evitare di ricorrere al termine al-mawgud perché ritenuto equivoco nel rendere la nozione di "essere". Se la nozione di "essere" fosse in se stessa equivoca, non si sarebbe posto il problema di indicarla con una parola che non veicolasse un significato equivoco, come invece si valutò essere il caso della parola al-mawgud.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Rispondo anche a questa che è la parte meno interessante (dal momento che è inutile sostenere che anche il sogno, l’arte e l’immaginazione rispondono necessariamente ai principi della logica). Nel sogno abbiamo un esperire, ma non abbiamo necessariamente la logica: se io sogno una persona che è contemporaneamente anche un’altra persona, ho di fronte qualcosa di contraddittorio. Certo il ricordo di quel sogno non è contraddittorio, ma la cosa ricordata, nel momento in cui la esperivo, senz’altro sì.
    Vacci piano con i voli pindarici: se ammetti che il ricordo del sogno non è contraddittorio, allora ne consegue che l'oggetto stesso del ricordo non lo è. Per sostenere che il sogno fosse, sul momento, contraddittorio, dovresti averne memoria come tale: altrimenti come fai a dirlo? Questo però smentirebbe la tua ammissione sull'incontraddittorietà dei ricordi dei sogni.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Riguardo all’arte, visto che chiedi un’immagine che viola il pdnc, basta rileggere “Vergine madre, figlia del tuo figlio”. Sorvoliamo sulla verginità, ma la madre che è figlia di suo figlio rispetta il pdnc? Non mi pare, perché se non è contraddittorio essere madre e anche figlia, è contraddittorio esserlo della stessa persona. Non è contraddittorio che una certa quantità d’acqua si trovi allo stato solido e poi allo stato liquido o viceversa, è contraddittorio che si trovi in uno e nell’altro stato allo stesso tempo (cioè simultaneamente, sotto il medesimo aspetto). Dunque qual è stato il tempo in cui Cristo era uomo, ma non era Dio, in cui sua madre non era anche figlia di suo figlio, in cui Dio era uno, e non anche molteplice? Sotto quale aspetto bisogna pensare Dio non molteplice e Cristo non divino? Sono sicuro che in qualche grimorio tomista si trova la risposta, ho solo il sospetto che faccia appello al pensare in modo “non antropomorfico”, al gettare la mente oltre l’ostacolo.
    Io ti ho chiesto un'immagine in senso stretto: una foto, un quadro, un filmato...me li mostri?

    Quanto al resto, non serve consultare "qualche grimorio tomista" (sic). Ti basta leggere proprio la Summa theologiae: «(...) la Beata Vergine è madre di Dio, non perché madre della divinità, ma perché è madre, secondo la natura umana, di una persona che possiede la divinità e l'umanità. Benché il nome "Dio" sia comune alle tre persone, spesso designa o la sola persona del Padre o la sola persona del Figlio o lo Spirito Santo, come abbiamo visto in precedenza. Così quando diciamo: "La Beata Vergine è madre di Dio", il nome "Dio" sta ad indicare la sola persona incarnata del Figlio» (IIIª q. 35 a. 4 ad 2-3). A meno che tu non consideri la Summa stessa un grimorio...

    Come noto, l'espressione di Dante Alighieri "figlia del tuo figlio" costituisce una figura retorica. Attraverso quella che possiamo definire una frase ad effetto, ottenuta con l'accostamento di termini contrastanti, il Sommo Poeta ha voluto sottolineare l'unicità della Madonna, che è Madre di Dio in quanto ha dato i natali a Nostro Signore Gesù Cristo, Dio fattosi carne, ed al tempo stesso è figlia di Dio perché "piena di grazia", ossia partecipe in modo singolare ed eminente della vita soprannaturale di Dio. Infatti, Dio ha voluto che la Madonna fosse concepita senza peccato originale in vista dell'Incarnazione e dei meriti di Gesù Cristo. Dante quindi gioca su un paradosso solo apparente ma non effettivo: di fatto, dire che Maria è figlia del suo stesso figlio equivale a dire che Maria è figlia di Dio.

    È possibilissimo ed incontraddittorio che una certa quantità d'acqua si trovi contemporaneamente allo stato solido e liquido. Pensa a quando osserviamo un blocco di ghiaccio in fase di scioglimento: osservandolo, vediamo acqua sia allo stato solido che allo stato liquido. Non c'è contraddizione perché lo stato liquido e quello solido sono simultanei ma riguardano parti distinte di quella stessa quantità. La contraddizione vi sarebbe se, ad es., una molecola d'acqua, fra quelle che formano quella quantità, fosse e non fosse simultaneamente allo stato solido o se, insieme, fosse e non fosse allo stato liquido.

    Non ho mai detto che c'è stato "un tempo" in cui Cristo era uomo e non Dio. Ho affermato che Cristo è insieme - cioè simultaneamente - Uomo e Dio e questo è possibile proprio perché Cristo è Uomo e Dio sotto aspetti differenti e distinti. Il che evita la contraddizione. Quali sono questi aspetti differenti e distinti? Le sue due nature nell'unione ipostatica.

    Mai detto nemmeno che ci sia stato "un tempo" in cui Dio era uno e non anche molteplice. In primis, perché Dio è al di sopra del tempo e non può di certo esserne condizionato. In secondo luogo perché ho detto che Dio è insieme uno e molteplice sotto aspetti distinti: Dio è uno in quanto sostanza ed è molteplice quanto alle persone. D'altronde, che la molteplicità e l'unità possano convivere nella stessa cosa, purché riguardino aspetti distinti, non è nemmeno estraneo alla nostra comune esperienza.
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  9. #11909
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    L'ho letta


    "ma quando il fine è infinitamente superiore ai mezzi, sì che questi servano soltanto ad una parziale e imperfetta attuazione del fine, ci sono infiniti ordini possibili di tali mezzi, perché ognuno di questi ordini può attuare il fine sotto uno degli infiniti aspetti nei quali è parzialmente attuabile."

    Si parte dal presupposto che la creazione di questo universo "serva soltanto ad una parziale attuazione del fine".
    Il presupposto come ho spiegato è arbitrario.
    Se il fine è Dio, che è l'Assoluto, è inevitabile che relativi ed imperfetti siano i mezzi creati per conseguire tale fine.
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  10. #11910
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Se il fine è Dio, che è l'Assoluto, è inevitabile che relativi ed imperfetti siano i mezzi creati per conseguire tale fine.
    Il fine di Dio è Dio? Mi spieghi questo concetto?

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