
Originariamente Scritto da
Giò
Se consideri questa discussione come un allenamento, bisogna dire che ripetere ancora una volta, da parte tua, che l'indefinibilità della nozione di "essere" implichi una difficoltà insormontabile nella sua comprensione è paragonabile allo svolgimento di un esercizio totalmente inutile, che rischia pure di provocarti uno strappo. Ti ho più volte fatto notare che a tanti termini corrispondono nozioni indefinibili come quelle di "unità" e "molteplicità" oppure come quelle di "vita" e di "esistenza", che però sono perfettamente comprensibili e che tu stesso usi intendendone il senso. Dovresti ormai aver capito che è inutile battere sul tasto dell'indefinibilità perché qualcosa di indefinibile non è di per sé né privo di un significato che trova riscontro nella realtà e/o che della realtà stessa fa parte né incomprensibile. Saresti più scaltro a lasciar cadere quest'aspetto della tua polemica e puntare sull'argomento dell'equivocità: anch'esso erroneo, ma in modo un po' meno plateale.
L'"essere" non è un oggetto specifico in particolare, perché la sua nozione, se ci riferiamo all'
esse commune rerum, indica il fondamento della relazione fra gli oggetti, cioè fra gli analogati. Questo non lo rende incomprensibile e, al contrario di quello che affermi, non è anch'essa un'ipostatizzazione dell'"essere". Cosa significa infatti "ipostatizzare"? Leggiamolo pure da una fonte neutra: "Nel linguaggio filos., astrarre dalla realtà fenomenica concetti, qualità, ecc., rendendoli per sé sussistenti" (vedasi
qui). Ed è l'errore di Severino. Nella visione metafisica aristotelico-tomista, la si condivida o meno, l'"essere" è analogo perché lo si considera come fondamento della relazione fra gli oggetti, in quella di Severino l'"essere" è univoco: non c'è quindi differenza fra l'essere determinato della pianta, dell'animale, dell'uomo e dei pensieri stessi dell'uomo.
Non incontriamo nella realtà l'"essere"? È una nozione e come ogni nozione o concetto è un'astrazione. Ma è un'astrazione che noi compiamo a contatto con la realtà, cioè la ricaviamo dal fatto che
res sunt, ossia
ci sono delle cose.
Al di fuori di una certa metafisica non avrebbe alcun senso parlare di cose che non esistono di per sé? La nostra esperienza è fatta di molteplici cose che dapprima sono a noi presenti e poi non lo sono più. È da questo fatto che noi traiamo la conclusione che queste molteplici cose non esistono di per sé, ossia sono contingenti: possono essere presenti come non esserlo. Come abbiamo detto tante volte, la metafisica formalizza questo dato del senso comune ma resta il fatto che, antecedentemente a qualsiasi discorso rigoroso, questa è l'esperienza condivisa dagli uomini a riguardo. Che il venir meno di queste molteplici cose si spieghi nei termini di un apparire (dell'apparire) e di uno scomparire (dell'apparire) e che vada ricondotto alla manifestazione di determinazioni diverse del tutto, che è l'(unico?) essere, il quale si disvela progressivamente non è di certo immediatamente evidente e va dimostrato. I tomisti si prendono la briga di dimostrare dalla contingenza del mondo che dev'esserci un essere, anzi, l'Essere necessario, altrimenti il mondo stesso non potrebbe esserci (ed invece siamo consapevoli del fatto che ci sia). Severino come dimostra che gli enti, in realtà, sono determinazioni differenti del tutto che si manifesta gradualmente?