



Li vuole e li pensa tutti ma "è" scelta di creazione di uno solo e di nessun altro. Lo pensa e lo vuole come universo che effettivamente come effettivame sarà realtà esterna come tu stesso affermi. Solo quello! E se Dio "è" quel pensiero di creazione non puo essere altro. Nemmeno si può supporre che ne voglia creare uno è glie ne spunti un altro diverso!
Quindi se la creazione è atto di volontà, è un pensiero, anche senza tirare in ballo la cazzuola, alla volontà, al pensiero di crearne uno specifico non può che corrispondere un solo universo creato.
Inviato dal mio SM-A536B utilizzando Tapatalk
- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
- Ne sei sicuro ?
- Non ho alcun dubbio !


@TheMeroving
Abbiamo A (creato), B (non creato), C (non creato).
Che significa medesimo aspetto riguardo alle coppie AB e BC?


Dio non può essere
A (creato)
B (non creato)
C (non creato)
e contemporaneamente e sotto il medesimo aspetto
B (creato)
A (non creato)
C (non creato)
Non può essere ABC e BAC allo stesso tempo e sotto il medesimo aspetto.
L' aspetto è la dicotomia fra esistere nella realtà esterna e non esistere nella realtà esterna
Inviato dal mio SM-A536B utilizzando Tapatalk
- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
- Ne sei sicuro ?
- Non ho alcun dubbio !




- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
- Ne sei sicuro ?
- Non ho alcun dubbio !




È quello che hai scritto tu: "So con certezza che siamo vincolati ai nostri criteri conoscitivi perché siamo noi che conosciamo, ed è attraverso quei criteri che noi conosciamo, non è così forse?". Non ti accorgi che scrivere una frase simile significa supporre la veridicità di una tesi che non è affatto dimostrata (in realtà, è proprio falsa, ma questo per ora mettiamolo da parte)? Per dirla più esplicitamente: significa supporre già che noi vediamo la realtà come incontraddittoria (o contraddistinta dall'esistenza di effetti prodotti/dipendenti da cause, per fare un altro esempio) perché sono i criteri strutturali alla nostra mente a farcela vedere così. Ecco il vincolo! E questo genere di vincolo sarebbe certo perché..."siamo noi che conosciamo"! Motivare così tale affermazione significa, per l'appunto, supporre che la nostra mente, con la quale conosciamo, abbia dei criteri "insiti" in sé medesima che ci fanno vedere la realtà in un certo modo. E questa supposizione già esclude in partenza che la nostra mente attinga alla realtà oggettivamente: non è la realtà a darci i criteri, è il soggetto che li ha in se medesimo e in virtù di essi "filtra" tutto. Altro che "non possiamo escludere che..."! Di fatto, anche se la presenti come un'ipotesi, la tua è una certezza. E, se davvero non lo è, allora ti tocca mettere in dubbio quella che consideri la tua "certezza", riducendola al più asettico ed innegabile "siamo noi che conosciamo"...sic et simpliciter!
La nostra conoscenza "passa attraverso le nostre strutture biologiche e neurologiche"? Nessuno lo nega, ma quindi? Resta sul tavolo la domanda che ti ho fatto: come potrebbero i nostri organi corporei condizionare la nostra conoscenza al punto da restituirci una realtà in cui i cd. dati del senso comune e le nozioni ed i principi primi risultano essere universali e necessari, senza che però lo siano davvero? Se noi diciamo che - ad esempio - un cane è incontraddittorio, è perché il nostro intelletto, di fronte all'immagine sensibile del cane, lo coglie e lo giudica come qualcosa di incontraddittorio. Se, per assurdo, fossimo privi d'intelletto, noi avremmo solo l'immagine di quel cane in particolare che abbiamo visto - e basta. Quindi, "dove" potrebbe avvenire un condizionamento di quel tipo? Nell'intelletto? E se sì, come?
"Non si tratta di ipotizzare una realtà offuscata o falsificata, si tratta di spiegare come può la prospettiva umana essere assolutamente oggettiva"? Ed invece si tratta proprio di questo! Come fai a non capirlo? Se è possibile che la realtà non sia strutturata necessariamente ed universalmente secondo le nozioni ed i principi primi che noi formuliamo a partire dalla realtà stessa, significa che noi abbiamo una visione come minimo offuscata della realtà perché la nostra percezione ci dice tutt'altro.
Come può essere "assoluta" la conoscenza umana? Non starò a ripeterti per l'ennesima volta come "funziona" la conoscenza umana. Puoi benissimo rileggerti le citazioni che ho riportato nei messaggi precedenti o le mie stesse (sicuramente meno autorevoli e precise) spiegazioni. E se hai qualche obiezione da fare che non sia una di quelle che già hai formulato e a cui ho già riposto, procedi pure. Mi limito solo a ribadirti la frase del post che hai quotato: se non esiste un condizionamento che potrebbe ingannarci in questo modo (vedasi quanto scritto sopra), non si capisce perché la nostra conoscenza non possa dirsi, quanto meno sotto quest'aspetto, incondizionata. Cioè "assoluta".
Lo so che, quanto meno da un certo momento in poi della discussione, hai sottolineato di non mettere in discussione la distinzione fra intelletto e realtà extramentale. Ti ho più volte ribadito però che, se ci fosse una realtà in cui i principi primi dell'essere sono relativi (ipotesi da te formulata), questa distinzione sarebbe impossibile perché l'intelletto potrebbe non essere uguale a se medesimo (cioè potrebbe non essere tale) e la realtà extramentale potrebbe non essere uguale a se medesima (cioè potrebbe non essere tale), analogamente a come, senza la legge di gravità, se una mela cadesse dall'albero potrebbe non finire a terra. Questo è pertinente con il tuo messaggio, dato che avevi scritto: "Quello che sai è quali sono le condizioni logiche che ci permettono di pensare la realtà, perché le ha descritte Aristotele, ma non sai se queste condizioni siano anche leggi della realtà. Questo ti limiti a presumerlo, come faceva lui". E a questo, giustamente, ho replicato dicendoti che io non mi limito a "pensare la realtà", come se fosse un atto tutto interno alla mia mente, ma ne ho chiara coscienza (leggasi: ho chiara coscienza del fatto che ci sia qualcosa al di fuori di me e che questo qualcosa non sono io) e sulla base di questa chiara coscienza ricavo nozioni e principi primi, dal carattere universale e necessario, formalizzandoli. Te lo ripeto ancora: la formulazione di nozioni e principi primi non parte dal chiuso della stanza del pensiero, ma procede dal nostro relazionarci criticamente con la realtà esterna.
Vedo che, almeno parzialmente, riparti con i tuoi "cavalli di battaglia" che avevamo già affrontato. La nozione di "essere" ed i principi primi dell'essere sono interpretazioni della realtà e non la realtà? Rispondo come già ti risposi: sono formalizzazioni concettuali di ciò che nell'esperienza originaria è materialmente contenuto ma non formalmente espresso. Se questo vuoi chiamarlo "interpretazione" o "descrizione" della realtà, fai pure, ma non è quello che veramente t'interessa. Ciò che t'interessa è che, considerando queste formalizzazioni "interpretazioni" o "descrizioni" della realtà anziché la realtà stessa, si possa affermare che non esprimono alcunché di vero in termini oggettivi (o, come diresti tu, "assoluti"). Ma questo suppone implicitamente ed immotivatamente che non ci siano interpretazioni corrette ed interpretazioni scorrette, così come descrizioni esatte o inesatte della realtà.
A dire il vero, è decisamente più immediato affermare che "c'è qualcosa" o che "ci sono delle cose" anziché dire "esiste qualcosa" o "esistono delle cose", ma so già che, facendolo notare, rischio di innescare un tuo processo di negazione ostinata, come quando hai insistito nel negare che, spontaneamente, quando vedi qualcosa che non capisci o non sai cosa sia, tu dica che c'è qualcosa, ricorrendo implicitamente (ma nemmeno troppo implicitamente) alle nozioni di "essere" e di "ente", che sono formalizzate in termini rigorosi nella metafisica.
Ed ecco poi nuovamente la famosa accusa di "passaggio del tutto arbitrario dal piano delle parole al piano della realtà", nonostante ti si sia già fatto notare più volte che la parola segue sempre l'oggetto conosciuto, peraltro nella consapevolezza che l'oggetto sia reale oppure no. Altro che "fallacia del parassita" e simili parti della fantasia gunthriana!
Quanto alla conclusione di questa parte della tua replica, ti ripropongo un "piccolo esperimento" che avevo fatto ad inizio discussione:
Questo conferma nel suo piccolo che non è una fantomatica "fede metafisica nell'essere" a dare forza e vigore al pdi e al pdnc, bensì che è proprio la nostra realtà ad esser così strutturata (a meno che tu non voglia dire che frasi come "un gatto non può, al tempo stesso, caratterizzarsi e non caratterizzarsi come gatto sotto il medesimo aspetto" abbiano un valore limitato esclusivamente al piano del linguaggio e/o del pensiero e non esprimano qualcosa di attinente alla realtà).
Non so perché insisti a dire il contrario, ma "unità", "molteplicità", "vita" ed "esistenza" non hanno e non possono avere definizione. A meno che tu non consideri le semantizzazioni (tanto per rendere l'idea: "esistenza è ciò che esiste" o "unità è ciò che è indiviso" o "vita è ciò che vive") come definizioni, perché se no a quel punto pure le nozioni di "essere", "ente", "essenza" ed "atto d'essere"/"essere in atto" ce l'hanno.
Detto questo, se il problema è che la nozione di "essere" sia ambigua, torno a ripeterti che non è ambigua ma analoga ed ho già spiegato perché. Nulla da ridire in merito, se non ripetere ancora una volta che la nozione di "essere" è equivoca o ambigua? Hai problemi con l'analogia?
Nei fatti, è così: non c'è cosa della realtà che tu non possa convertire o far rientrare nel concetto di "essere".
È un dato di fatto che aliud est oppure res sunt: da ciò ricaviamo, astraendo, la nozione di "essere". Non c'è alcun passaggio arbitrario in questo.
Ripeterò anche qui ciò che già dissi, citando l'Aquinate: «Il termine "essere" (...) esprime la verità della sintesi proposizionale; per cui l'essere in questo contesto si chiama copula. Questo tipo di essere ha per sede l'intelletto componente e dividente, però si fonda sull'essere della cosa, ossia sull'atto dell'essenza» (I Sent., d. 33, q. 1, a. 1, ad 1).
Eh lo so..."essere della cosa", "atto dell'essenza"...qua rischi un attacco cardiaco
Battute a parte, cosa voglio dire? Ammetto senza problemi che ci possono essere parole il cui significato ci è comprensibile, ma che non hanno riscontro effettivo nella realtà esterna. Es., i già citati concetti di chimera e di unicorno. Vale anche per il concetto di catasterismo. Ma il verbo "essere" è "solo" un tratto di linguaggio? Il verbo "essere", a seconda del contesto, esprime ciò che caratterizza una determinata cosa. Se l'ente è reale - leggasi: presente nella realtà esterna -, esprimerà qualcosa di reale. Se l'ente invece è logico o ideale - leggasi: presente solo nella nostra mente perché frutto della nostra fantasia o inventiva -, esprimerà qualcosa di mentale.
Definire i motivi di credibilità della fede "universalmente persuasivi" significa dire che sono argomenti che possono essere accettati e condivisi da tutti perché tutti possono ritenerli convincenti, vedendone la veridicità. Questo significa che, di fatto, tutti li riterranno convincenti? Ovviamente no: c'è gente che addirittura non ritiene convincente che la realtà sia strutturalmente incontraddittoria, figuriamoci i preambula fidei! Ma questo non indica una debolezza dei motivi di credibilità della fede.
L'ho riletta, ma non ho motivo di cambiare la mia risposta. Tu dici che non sappiamo se i dati del senso comune, le nozioni prime ed i principi primi dell'essere, che noi formalizziamo nella metafisica, siano "stelle" o "costellazioni". Ma nell'esempio che hai fatto abbiamo le stelle che sappiamo essere reali e le costellazioni che sappiamo essere illusioni ottiche. Quindi è proprio il tuo esempio a mostrarci che c'è l'apparenza e c'è la realtà e che si può distinguere l'una dall'altra.
Guarda che io non sto mettendo in discussione che l'"essere" si opponga al "nulla": è ovvio che sia così. Quello che sto mettendo in discussione è la reificazione dell'opposizione, che tu operi sulla scorta di Severino, e la tua tesi che l'"essere" dipenda dal "non-essere", mentre invece è evidente ed ovvio che la parola "nulla" e la parola "niente" abbiano senso solo in quanto esprimono la negazione della nozione di "essere". Senza la nozione di "essere" come lo si potrebbe negare? È banale e non c'è motivo razionale per cui tu debba insistere a dire il contrario.
Certo, come no: un termine che, a tuo avviso, "non significa niente" perché sarebbe intrinsecamente equivoco viene tradotto, rendendolo intellegibile in una lingua in cui originariamente non esiste, ma questo non ha alcuna implicazione...![]()
Il ricordo di una cosa non è la cosa, ma se quest'ultima non la ricordi o la ricordi come incontraddittoria come fai ad affermare che, invece, è stata contraddittoria? Ti sei messo in un vicolo cieco.
Questa è "una certa quantità d'acqua":
Come puoi notare, è simultaneamente allo stato solido e liquido, ma sotto aspetti diversi.
Poi ti lamenti se ti accuso di fare il sofista. Uno non può essere tre? Dipende a cosa ti riferisci. Io non dico che c'è un Dio e che al tempo stesso ci sono tre divinità. Questo sarebbe contraddittorio. Dico che c'è un Dio che è Tre persone uguali e distinte della medesima divinità. Dove la vedi la violazione dei principi primi dell'essere?
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
- Ne sei sicuro ?
- Non ho alcun dubbio !


- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
- Ne sei sicuro ?
- Non ho alcun dubbio !