
Originariamente Scritto da
Placido
Se qualcuno di voi fosse stato solito aggirarsi per le colline nei dintorni di Cambridge, negli anni del primo dopoguerra, avrebbe visto una scena strana: un omino in impeccabile giacca e cravatta che si arrampicava sugli alberi con precisione ed efficienza.
Siccome si parla di fisica, e siccome è opinione comune che i genî si comportino sovente come se nessuno fosse lì a guardarli, sarà piuttosto facile per il lettore inferire che un tizio che fa una cosa così vistosamente bislacca sia un genio della fisica.
Se l’avete fatto, avete ragione: l’omino col vestito elegante abbracciato a un melo non era altri che Paul Adrien Maurice Dirac, il padre della meccanica quantistica relativistica, una disciplina che incute timore già dal nome.
Nel tempo libero, Dirac amava scalare le montagne; e per allenarsi non aveva trovato di meglio che arrampicarsi sui fronzuti rami degli alberi di mele che circondavano il campus, e che nella leggenda avevano ispirato a un suo nobile predecessore (che, molto più dignitosamente, ci stava seduto sotto) la teoria della gravità.
Isaac Newton, si sa, di tempo libero non ne aveva; Dirac invece evidentemente ne aveva parecchio.
I due, però, avevano in comune diverse cose oltre all’università di appartenenza e al luogo in cui sarebbero stati sepolti (l’abbazia di Westminster, dove i due fisici possono finalmente essere compagni d’ufficio), entrambe erano personcine piuttosto intransigenti.
La scarsa flessibilità di Newton giungeva a episodi leggendari (si dice che abbia riso una volta sola in vita sua), ma anche Dirac quanto a schiettezza non scherzava: in occasione di una conferenza all’università di Toronto, chiese alla platea se ci fossero domande.
Si alzò una voce giovane: «Mi scusi, professore, non ho capito come ha derivato la formula lì in basso».
Dirac guardò l’imberbe studentello con sorpresa: «Questa non è una domanda, è un’affermazione. Il prossimo, per cortesia».
Si può facilmente prevedere che un uomo del genere abbia poco a che fare con la poesia, e infatti Dirac non ne comprendeva l’esistenza, né riusciva ad ammettere che ci fossero suoi illustri colleghi che amavano comporre sonetti, invece di arrampicarsi su per le querce, pardon, i meli.
Ne fece le spese, tra gli altri, Robert Oppenheimer, il quale una volta si sentì dire dal fisico inglese: «Oppenheimer, mi dicono che componi poesie.
Non capisco come possa un uomo lavorare alle frontiere della fisica e comporre poesie allo stesso tempo.
Le due cose sono in contraddizione.
In fisica vuoi dire qualcosa che nessuno sapeva prima in termini che tutti possano capire.
In poesia sei costretto a dire cose che tutti già sanno in termini che nessuno capisce».
Eppure, ironia della sorte, Dirac era a modo suo un poeta.
La sua formula più famosa, la base della meccanica quantistica relativistica, è per molti l’equazione più bella della fisica.
Talmente bella, nella sua elegante compattezza, da comparire perfino sull’epitaffio del fisico a Westminster.
P. A. M. DIRAC
PHYSICIST
ιγ. δψ = mψ
Graham Farmelo, autore fra l’altro di una splendida biografia sul fisico inglese, sostiene che Dirac sia stato il più grande poeta inglese di tutti i tempi.
L’affermazione, in effetti, ha le sue ragioni.
Se ci si pensa, un’equazione e una poesia hanno spesso parecchie cose in comune.
La compattezza, per esempio: un’equazione come quella di Dirac, nella sua generalità, comprende e fa prevedere il comportamento di tutte le particelle relativistiche, esattamente come la poesia di Ungaretti *Mattina*, con quel «M’illumino d’immenso», ci descrive con meravigliata efficacia tutte le mattine di tutti i luoghi di tutti i tempi e le sensazioni di qualsiasi spettatore, anche del più banalmente prolisso.
Ma, soprattutto, poesia e fisica condividono lo strumento o, se preferite, il modulo, più potente che il cervello umano possieda: l’analogia.
La formula di Dirac, così come quasi tutte le formule fisiche significative, si basa su un’uguaglianza.
Questo è uguale a quello.
Se non conosci la parte destra dell’uguale, ti dice un’equazione, poco male: è esattamente uguale alla sinistra.
Se conosci la sinistra sei a posto.
Non conosci nessuna delle due?
Be’, guarda quale è più facile da trovare e poi ripassa da me: ho la risposta che cercavi.
Anche la poesia si fonda spesso sullo stesso identico strumento.
Le poesie sono piene di analogie dirette o indirette (le metafore): come lo è il nostro linguaggio parlato.
Ma sono molto più dense e, spesso, molto più significative.
Dietro a grandi poeti ci sono sempre grandi analogie.