Nel settimo articolo della *quaestio* sulla semplicità divina il nostro autore (Tommaso) raccoglie i risultati ottenuti fin qui e offre altresì vari argomenti di carattere generale per concludere che Dio è semplice assolutamente e in ogni modo possibile.
Gli argomenti generali sono quattro.
I primi tre sono molto chiari; basta citarli.
Innanzi tutto «ogni composto è posteriore ai suoi componenti e da essi dipende; ora, Dio, come abbiamo mostrato sopra, è il primo ente».
Poi, «ogni composto è causato; infatti, cose per sé diverse non vengono a costituire una qualche unità se non in forza di una causa unificatrice; ma Dio non ha causa, come si è già dimostrato, essendo la prima causa efficiente».
E infine, «in ogni composto è necessario che vi sia la potenza e l’atto, ciò che non può verificarsi in Dio; infatti, o una delle parti è atto rispetto all’altra, o almeno tutte le parti sono come in potenza relativamente al tutto».
L’ultimo argomento merita un approfondimento.
Di nuovo, il punto di partenza è la condizione squisitamente formale della realtà divina.
Questa volta però Tommaso non vi fa riferimento per escludere aggiunte all’essenza divina, bensì per respingere un concetto di Dio come un tutto composto di parti.
L’argomento inizia osservando che ogni composto è qualcosa che nessuna sua parte è.
Così, il piede di un uomo non è un uomo e una parte del piede non è un piede.
Anche una parte di un litro di acqua, benché sia acqua, non è un litro.
Ora però, se è vero che una cosa che soltanto ha una forma e non è tale forma, può avere una parte che non è la cosa stessa, ciò non è vero di una cosa che è in sé una forma.
Una forma non ha parti che non siano la forma stessa.
Cioè, non ha parti affatto.
Dio però è *ipsa forma*, una forma stessa; «o meglio», prosegue l’Aquinate, Egli è *ipsum esse*, un atto stesso di essere.
Perché dice «o meglio»?
Credo perché l’*esse* è «massimamente formale», essendo l’attualità di ogni forma.
Insomma tutto ciò che è in Dio è Dio; ovvero è tutto Dio.
L’articolo riporta due obiezioni, che sono interessanti.
Secondo la prima, le cose che vengono da Dio lo imitano e nessuna è totalmente semplice; perciò neanche Lui lo sarà.
Tommaso risponde: le cose che vengono da Dio lo imitano come le cose causate imitano la prima causa; ma la stessa nozione di «causato» implica composizione, almeno quella di essere ed essenza.
Infatti l’Aquinate spiegherà più avanti che solo in un ente, la prima causa (che ovviamente non è causata), essere ed essenza possono identificarsi; ogni altro ente solo partecipa del suo essere.
Così, l’assoluta semplicità è propria veramente solo di Dio.
L’altra obiezione osserva che, nel nostro mondo, le cose migliori sono anche più complesse.
Infatti i viventi sono molto più complessi dei non-viventi.
Ma Dio è il meglio del meglio.
La risposta semplicemente insiste: Dio è perfettamente buono nonostante la sua semplicità.
Ma Tommaso cercherà di spiegare il punto, a partire dalla *quaestio* successiva.
Il testo centrale del nostro prossimo capitolo sarà tratto da lì.
Infine, nell’ultimo articolo sulla semplicità di Dio, l’Aquinate respinge ogni nozione di Dio quale componente delle cose del mondo.
Il testo non esige molte spiegazioni, mi pare.
Forse la cosa più notevole filosoficamente è che parli di soltanto due tipi possibili di componenti: formali e materiali.
È almeno un segno della portata metafisica che l’ilemorfismo ha nel pensiero di Tommaso.
Qui egli menziona tre opinioni secondo cui Dio sarebbe un componente delle cose.
Due ne fanno un componente formale: una l’anima del mondo oppure del primo cielo e l’altra, semplicemente, il «principio formale» di tutte le cose.
La terza opinione è di Davide di Dinant, «il quale stoltissimamente affermò che Dio è la materia prima».
Perché quest’ultima opinione risulta (come sembra) ancora più erronea delle altre due?
Perché un principio formale è almeno atto; la materia invece è pura potenza.
Così, nel primo dei tre argomenti offerti in seguito da Tommaso, contro la nozione di Dio come componente, si ricorda che Egli è la prima causa efficiente; ma una causa efficiente non è identica in numero, cioè non è lo stesso individuo, alla forma dell’effetto, ma solo (semmai) identica in specie, come un uomo genera un uomo; e non è nemmeno identica in specie con la materia dell’effetto, poiché questa è in potenza, ma l’efficiente è in atto.
Certo, in realtà le forme delle creature non sono nemmeno identiche in specie con Dio.
Hanno solo qualche somiglianza di proporzione con Lui, come vedremo più in dettaglio nel prossimo capitolo.
Ma la materia, in sé stessa, non ha nemmeno una somiglianza di proporzione.
È del tutto diversa da Dio, pura potenza di essere simile a Lui.
Chi voglia vedere gli altri due argomenti non ha che da prendere il testo; essi sono molto chiari.
Prima di concludere l’esame dell’articolo, però, notiamo la prima obiezione.
Essa parte da un testo dello ps.-Dionigi: «La deità, che è sopra l’essere, è l’essere di tutte le cose».
L’obiezione osserva: l’essere delle cose è un loro componente (evidentemente formale — il più formale di tutti).
Risposta: «la deità è l’essere di tutte le cose, come causa efficiente ed esemplare, ma non essenzialmente».
E infatti questo sembra piuttosto in linea con l’altra parte dell’affermazione dionisiana, secondo cui la deità è sopra l’essere.
In effetti questa è una tesi che sarà un punto chiave nel prossimo capitolo: anche se ogni essere proviene da Dio e assomiglia a Lui, il suo essere è anche essenzialmente diverso da ogni altro.
Tant’è vero che Lui, anzi il suo essere stesso, è al di sopra dell’essere.
Prima però occorre comprendere a fondo la tesi che Egli è il suo essere.