L'ufficio era in un palazzo a due piani, senza finestre. Sull'uscio c'era un'insegna in lettere stilizzate che faceva pensare alla bandiera di una nave fantasma. L'entrata era ampia, alta, deserta. Non un buon biglietto da visita, pensai.
La stanza di Marlowe era in fondo a sinistra, oltre una porta di vetro.
Bussai ed entrai, senza attendere risposta e senza badare alle proteste di una ragazza piccola e bruna che pretendeva di fermarmi. "Il signor Marlowe è occupato."
"Abbiamo un appuntamento."
"Mi spiace, dovrà attendere."
"Gli dica che sono qui."
"Per?"
"Il caso pcosta."
"Aspetti, prego."
Entrai senza indugio. Lui era lì, tra i resti di un panino mezzo sbocconcellato e tre bottiglie. Dovetti tirare un calcio alla sedia per svegliarlo.
Aprì un occhio annacquato: "To', una rossa autentica."
"Acuta osservazione."
"Posso esserle utile, signora..."
"Betelgeuse."
"Ah sì." sembrò svegliarsi del tutto. Ora il suo sguardo si era fatto attentissimo. Non mi abbandonò con gli occhi mentre si ricomponeva e spazzava con una manata le briciole dalla scrivania.
"E' questa la persona che devo rintracciare?"
"Sì."
"Cosa può dirmi di lui?"
"Non molto per la verità. Quest'uomo è un enigma per tutti, c'è perfino chi dice che non esista nemmeno ma sia solo un software generato dalla fantasia perversa di qualche programmatore burlone. Di sicuro so che è nato da qualche parte, mi sembra dove si fanno le mortadelle. L'ultima volta è stato visto aggirarsi a Pol.city, ma forse era solo il suo clone."
"No, non è molto."
"Me lo riporti, Hdemia non è Hdemia senza di lui."
Uscii da quell'ufficio. Bene, mi dicevo, questo è solo il primo passo. Aspirai l'aria, con forza. E intanto pensavo a quando pcosta mi aveva cooptato come moderatrice tempo prima. Ora io volevo lui: la storia si ripeteva.
Come dice qualcuno, certe azioni non restano impunite.
(1.continua...)





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