
Originariamente Scritto da
brunik
Bilbo entrava nel foro come si entra in una biblioteca incendiata: non per spegnere il fuoco, ma per misurarlo, per capire quali scaffali sarebbero crollati per primi.
Aveva l’andatura dell’uomo che si dice liberale e si comporta da inquisitore, con quella curiosa arte di proclamare il dubbio mentre distribuisce certezze come ostie.
Portava con sé un lessico da taverna e un’eco da trattato: una frase era fango, la successiva era geopolitica.
Nel suo vocabolario l’Occidente non era una direzione, ma un sacramento: USA-Europa-Giappone, e dall’altra parte l’ombra, Cino-Russa, come in un bestiario medievale in cui i mostri servono a confermare la fede.
Eppure Bilbo non pregava: derideva.
Il suo “fri fri fri” era il verso del gufo scolpito nei margini dei codici, una risata che segna il peccato altrui senza sporcarsi le mani.
Quando l’avversario nominava Maduro, Bilbo sentiva odore di eresia e accendeva il turibolo dell’insulto: “comunista”, parola che da lui non descriveva, ma condannava.
La sinistra, ai suoi occhi, era una setta illiberale: censura, violenza, un’ombra che si allunga sulle piazze e sui thread.
Ne parlava con l’indignazione di chi teme il caos più dell’ingiustizia, e con il piacere segreto del censore che trova finalmente qualcosa da strappare.
Amava i paragoni pop come fossero glosse: Teoden, gli orchi, Palpatine, Lex Luthor; santi apocrifi di una teologia contemporanea.
Così la discussione diventava teatro, e il teatro diventava prova.
Talvolta, però, sotto la maschera del dileggio affiorava l’uomo che compone schemi: due blocchi, due mondi, una scelta necessaria.
La guerra, diceva, è natura; la libertà, un esercito; la morale, un lusso di chi dorme col culo al caldo.
E nel dire questo si vedeva il suo bisogno più profondo: ridurre il disordine a mappa, l’angoscia a scacchiera.
Non cercava tanto di convincere, quanto di ristabilire gerarchie, di far capire chi comanda nella stanza.
Nella sua mente, l’avversario non sbagliava: tradiva.
Bilbo, insomma, era un personaggio da cronaca scolastica e da apocalisse domestica: un uomo che si proclama scettico e si comporta da fedele.
Si definiva “radicale”, e intanto adorava i totem del momento con l’entusiasmo di chi ha bisogno di un capo per sentirsi dalla parte giusta.
La sua libertà era un vessillo; la sua tolleranza, una condizione sospesa; la sua ironia, un randello lucidato.
E ogni volta che entrava in scena lasciava dietro di sé la stessa traccia: una risata, una sentenza, e il silenzio momentaneo di chi si chiede se rispondere sia ancora un dialogo o solo un’altra guerra.