leggo su https://www.ilpost.it/2026/01/20/mel...e-groenlandia/
L’11 gennaio scorso alcuni media arabi hanno diffuso la notizia che anche Giorgia Meloni avrebbe partecipato all’incontro del cosiddetto “board of peace”, o consiglio di pace, l’organismo internazionale che secondo la presidenza degli Stati Uniti dovrebbe gestire la ricostruzione della Striscia di Gaza e sovrintendere al rispetto degli accordi tra Hamas e Israele. La presidente del Consiglio aveva lavorato non poco per essere inclusa in questo board: sia per rivendicare il ruolo non del tutto marginale che l’Italia svolge nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, sia per mostrare la solidità dei suoi rapporti con il presidente statunitense Donald Trump.
Per Meloni però il luogo scelto per l’incontro era un problema, e per questo motivo la notizia ha generato un certo trambusto tra i dirigenti di Fratelli d’Italia. Davos, il comune nel cantone svizzero dei Grigioni, è la sede del World Economic Forum, il più prestigioso incontro della grande finanza mondiale a cui ogni anno partecipano importanti imprenditori, leader politici e amministratori delegati delle più potenti aziende del pianeta. Trump, che ha deciso di partecipare al Forum e di farne un momento di grande promozione delle sue idee e della sua agenda politica, ha ritenuto opportuno sfruttare questa occasione per incontrare leader europei e dei paesi arabi per discutere con loro varie importanti questioni, dalla guerra in Ucraina alle dispute sulla Groenlandia, fino appunto alla crisi di Gaza.
Per Meloni questo è una complicazione notevole. Per anni, in varie circostanze sia in Italia sia all’estero, la leader di Fratelli d’Italia ha criticato in modo veemente Davos come la riunione del «gotha globalista», uno di quei posti dove c’è chi, secondo lei, «pur non avendo alcuna legittimazione democratica, condiziona ogni giorno le scelte economiche e quindi le scelte politiche di chi invece quella legittimazione l’ha ottenuta dal voto popolare». Per questo ora prendervi parte sarebbe un poco imbarazzante sul piano elettorale.
Dal suo staff ci hanno subito tenuto a precisare che, se davvero ci sarà bisogno di andare a Davos per partecipare a queste importanti riunioni internazionali promosse da Trump a cui Meloni non vuole mancare, tuttavia Meloni non ritirerà gli accrediti necessari per qualificarsi come ospite a tutti gli effetti del Forum. Sarà a Davos, insomma, ma per motivi diversi da quelli per cui tutti ci vanno. In ogni caso, fanno sapere i suoi collaboratori, tenendosi alla larga dagli incontri di finanzieri e investitori.
La pignoleria di Meloni è notevole, in questo senso, e risponde a logiche di propaganda. Anche se in effetti diversi dei protagonisti degli incontri di Davos di quest’anno hanno, com’è normale che sia, rapporti col governo italiano. Il più potente degli amministratori delegati, che ha svolto un ruolo decisivo nella definizione di buona parte del programma di Davos, è Larry Fink, l’amministratore delegato del fondo di investimento statunitense BlackRock che ha cospicui interessi nel settore bancario e industriale italiano, e che Meloni ha ricevuto con grandi onori a Palazzo Chigi nel settembre del 2024.




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