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Discussione: Il Mondo dei desideri

  1. #1
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    Predefinito Il Mondo dei desideri

    Il libro di Igor Sibaldi illustra come si possono realizzare i desideri
    Sentiamo cosa ha da dire:

    Desiderare è una parola coraggiosa.

    Viene dal latino sidera, “astri”. Siderare e con-siderare significava ragionare in termini astrologici, cioè valutare ciò che in un dato momento gli astri consentono di fare. De-siderare, invece, voleva dire: smettere di dipendere dalle potenze astrali, e guardare altrove.

    Oggi i nostri termini di riferimento sono meno poetici, e invece che agli astri siamo abituati a conformarci ai governi, alle condizioni dell’economia, della società: ma il tipo di dipendenza è analogo a quello di allora, e perciò quella parola antica vale ancora, metaforicamente. Ovvero, io de-sidero quando comincio a dire a me stesso: Qui tutto va così e cosà? A me non importa più di tanto, io punto a qualcos’altro, perché quello che qui c’è già non mi basta.

    D’ora in avanti scrivo il verbo de-siderare



    Illustra una serie di limiti ed errori che ci portano a non avere ciò che vogliamo:
    1) Meccanismi di difesa
    2) Ignoranza
    3) Paura
    4) Senso di colpa
    5) Il senso del Mondo
    6) La formulazione
    7) Il CHI e il COME
    8) La realizzazione

    Cosa ne pensate? Ve la sentite di analizzare questi punti? Avete esperienze sulla realizzazione di desideri importanti? Io ne ho 2 ma prima voglio sentire voi @blobb, @Rachel Walling, @DEESNIDER, @RigorMontis, @Grigorij Rasputin, @Dr. Gori, @novis. Ve la sentite di postare?
    Vi lascio la parola
    Mary


    *******************
    “I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti...”
    Di tutte le possibili reazioni ad un insulto, la più efficace è il silenzio - Santiago Ramòn y Cajal
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  2. #2
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    Predefinito Re: Il Mondo dei desideri

    Ho una concezione buddista del desiderio, quindi non lo valuto troppo positivamente
    IDEOLOGICAL DECOMPILER
    Angine de poitrinisateur du rythme argumentatif

  3. #3
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    Predefinito Re: Il Mondo dei desideri

    Citazione Originariamente Scritto da Dr. Gori Visualizza Messaggio
    Ho una concezione buddista del desiderio, quindi non lo valuto troppo positivamente
    Calma! Prima aspetta che scriva ancora qualcosa:

    LIMITI ED ERRORI.
    I MECCANISMI DI DIFESA



    Le pressioni selettive che il mondo esercita su di te, e che ti impediscono di de-siderare, si possono vedere in due modi. Se assumi il punto di vista dei gruppi umani a cui appartieni, quelle pressioni selettive sono doveri e responsabilità, come già abbiamo constatato. Se invece le osservi da fuori – come potrebbe osservarle il tuo gatto, un topo di passaggio, un Angelo, o anche come le potrai osservare tu quando sarai uscito dal tuo mondo per esplorare un mondo nuovo – quelle pressioni selettive assumono tutte l’aspetto di limiti ed errori che imbrigliano gli individui. E il vantaggio di vedere sia i nostri limiti sia i nostri errori è sempre grande. Sia gli uni sia gli altri, quando li vediamo per quel che sono, diventano una benedizione


    Tutte le volte che hai imparato qualcosa, hai imparato sbagliando. Dopo che ti sei accorto di aver commesso errori nel fare una cosa a cui tieni, puoi farla molto meglio. Quando invece un tuo comportamento è ritenuto sbagliato non da te, ma da altri, puoi essere te stesso con più determinazione: è sufficiente che ti accorgi che quel comportamento è il tuo, e che gli altri lo ritengono sbagliato solo perché è diverso da ciò che si aspettavano da te. Se invece i tuoi comportamenti sono sempre approvati da tutti, non conoscerai mai la differenza tra ciò che devi essere (sollen) e ciò che sei e che puoi diventare.
    Nell’uno e nell’altro caso vale quello che dicevamo per i limiti: non puoi vedere un tuo errore se non hai già intuito ciò che puoi essere – o meglio ancora: ciò che sei davvero, e che è ciò che sarai.
    Il primo tipo di pressioni selettive del mondo, ovvero di limiti ed errori che ti impediscono di scoprire e diventare te stesso, sono i meccanismi di difesa.
    Sono insidiosi: è difficile sia coglierli sul fatto, sia premunirsene in anticipo. Scattano quando scorgi una tua difficoltà e ti ci identifichi. Cioè: invece di accorgerti che tu hai quella difficoltà e che da subito puoi prenderne le distanze, ti convinci fin troppo rapidamente che quella difficoltà è un aspetto di te, cioè qualcosa che tu sei, e che va difeso contro le critiche altrui o contro il tuo stesso desiderio di eliminarlo. E davvero ti sembra, allora, di stare difendendo te stesso.
    Molte professioni, molte relazioni, molte forme di rassegnazione sono gravi avversità che intralciano la vita psichica delle persone che le hanno: ma molte di queste persone, per non creare conflitti con i gruppi a cui appartengono, si convincono di essere la professione che svolgono, o che le loro relazioni e la loro rassegnazione siano espressioni autentiche della loro personalità.
    I meccanismi di difesa sono sciaguratamente corroborati dalla famosa autostima – che è soltanto una riverniciatura di quello che in italiano si chiama orgoglio, cioè di un eccessivo sentimento della propria dignità.
    L’autostima consiste nell’obbligarsi ad avere un’alta considerazione di quello che si è già, ovverosia nel contentarsi, sperando che sia vero che “chi si contenta gode”. Contentarsi viene da continere, che in latino significava “trattenersi”; e contentarsi è possibile soltanto continendo, tenendo a bada e soffocando la delusione di non aver potuto o voluto essere di più – delusione che è invece giustificata, sempre, e che è sempre fruttuosa, se diventa abbastanza forte. L’autostima va bene per le persone che sono sull’orlo del suicidio: la si usa per dissuaderle dall’autodistruzione, convincendole che dopotutto valgono qualcosa; ma ha effetti deleteri quando la si applica a qualcuno che possa migliorare se stesso



    L’IGNORANZA



    Il secondo tipo di limiti ed errori che ti impediscono di de-siderare e di cambiare mondo è per l’appunto l’ignoranza.

    Deriva direttamente dal tipo precedente, cioè dai meccanismi di difesa. Scopo dei meccanismi di difesa è, come hai visto, convincersi che hai avuto e hai ragione a vivere come hai vissuto e come stai vivendo. L’ignoranza è indispensabile alla convinzione di aver ragione, perché solo ignorando altre possibilità che ti si offrirebbero puoi accontentarti di quel che decidi, fai, dici, pensi, o credi, come se fosse il meglio.

    L’ignoranza si apprende a prezzo di un lungo impegno: è infatti quel che dice la parola stessa, cioè l’abitudine a ignorare, la quale è tutt’altro che innata. Il contrario dell’ignoranza è il de-siderio di conoscenza, e quello, da bambini, l’avevamo tutti.

    Ha cominciato a diminuire, in tutti noi, quando gli adulti si sono messi d’impegno a inculcarci che fare troppe domande è male. A scuola abbiamo imparato soprattutto a non questionare quello che ti dicono gli insegnanti, ai quali lo Stato ha accordato lo strano diritto di punire chi dubiti di loro. Nel frattempo, la religione (qualunque sia, in Occidente come in Oriente) ci ha addestrato a dover ignorare, cioè a non cercare le risposte a una notevole quantità di domande principali e belle: perché si nasce? perché si muore? perché c’è il dolore? perché bisogna obbedire a certe regole? perché esiste il peccato? e così via. La religione ci ha imposto di credere che nessuno di questi “perché?” ci si chiarirà mai veramente, perché Dio ha deciso così e non vuole dare spiegazioni; e Dio, dal canto suo, è ciò che di più incomprensibile esista nell’universo: ovvero la proiezione suprema e totale del tuo irrimediabile destino di essere ignorante.

    Dopo questo addestramento, diventare atei, rifiutando la metafisica, serve a poco: perché significa soltanto abbandonare tutte quelle domande principali senza aver tentato di rispondere.
    Nel mondo, chi non vuole più essere ignorante non è ben visto, perché è pericoloso. Socrate fu uno dei filosofi che scontarono duramente quel tipo di sforzi, a cui si dedicava e a cui esortava gli amici: i capi ateniesi si accorsero che costituiva una minaccia per l’ordine vigente. Ogni volta che un suo interlocutore intavolava una qualche certezza, Socrate incominciava a smontarla dicendo: io, per conto mio, so di non sapere. E intendeva: so che quello che oggi si sa è un non sapere abbastanza, di cui troppi si accontentano; e, accontentandosene, si accontentano anche del loro modo di vita, di ciò che dicono i capi, di ciò che insegnano i sacerdoti, e in generale di come va il mondo – perché il mondo attuale è soltanto quel che attualmente sai del mondo, e se ti basta quel che ne sai, anche il mondo attuale ti basta. Invece, non appena si fa strada nella tua mente il dubbio che quel che sai è troppo poco, anche il mondo in cui oggi ti tocca vivere diventa troppo poco. Solo se sai di non sapere, puoi cominciare a sapere di più, e ad ampliare tutto ciò che è tuo: esigenze, diritti, desideri – in una parola, la tua libertà. Solo chi può sapere, può essere libero. L’ignoranza è ignorarlo.

    Anche Gesù la pensava così, dato che disse: «La verità vi farà liberi» (Giovanni 8,32). E finì anche peggio di Socrate



    LA PAURA



    Anche tu avrai paura, di tanto in tanto, in questo capitolo. E, quando avverrà, ti raccomando di tenere desta la tua attenzione, e di far caso a una caratteristica di ogni nostra paura: la sensazione che possa essere invincibile.
    È una sensazione realistica. Nel mondo la paura è veramente invincibile, in tutte le sue forme: sia come paura di qualche cosa conosciuta o sconosciuta, sia come paura della paura, sia come paura della paura della paura, sia come paura della paura della paura della paura – che è la più frequente di tutte.
    Nel coraggio facciamo soltanto ciò che la paura ci impedirebbe di fare: e in tal modo lasciamo che la paura limiti le nostre possibilità d’azione – le quali, altrimenti, sarebbero migliaia in ciascun istante della nostra giornata. Per esempio: se un nostro amico superstizioso ha paura di un determinato numero, perché crede sia nefasto, può darsi che un giorno trovi il coraggio, su un aereo straniero, di sedersi in un posto che abbia proprio quel numero (sui nostri aerei, com’è noto, la numerazione dei posti tiene conto delle paure superstiziose); e magari il viaggio andrà felicemente, e nei giorni seguenti non capiterà nessun grave contrattempo a quel nostro amico, che potrà così convincersi di avere sconfitto, quella volta, la sua paura del tal numero.
    Ma non l’avrà affatto sconfitta: avrà soltanto scelto uno dei due comportamenti che la sua paura del tal numero gli consentiva: fuggire da quel numero, o sfidarlo.
    Proprio come prima, anche dopo quel suo viaggio i numeri non saranno per lui quel che semplicemente sono, cioè le unità minime di significato della lingua della matematica, bensì ricettacoli di misteriosi poteri, che per ragioni ancor più misteriose emanano da alcuni numeri e da altri no, e che lui, il nostro amico, ha finalmente avuto il coraggio di affrontare – cosa di cui ora è inutilmente fiero. Né si tratterà soltanto dei numeri: per poter credere nei loro influssi, il nostro amico deve aver strutturato molte altre sue interpretazioni della realtà in maniera che non contrastino con quella sua credenza: deve, cioè, credere che nelle lettere degli alfabeti non ci siano i pericoli che ci sono invece nei numeri: che tutte le lettere siano “buone” mentre certi numeri no. In tal modo, dato che i numeri e gli alfabeti definiscono tutto ciò che conosciamo, la sua paura sta influenzando, per lui, tutto ciò che esiste. Non possiamo neppure dire che nel nostro amico agiscano meccanismi di difesa per giustificare la sua paura dei numeri, ma è questa paura ad attivare un meccanismo di difesa che, per lui, è grande quando l’intero universo.
    Da ciò deriva che al dominio che una qualsiasi nostra paura esercita su di noi si può sfuggire solo a una condizione: abbandonando il mondo che la nostra paura ci ha plasmato, e la nostra mentalità che ha prodotto la paura e se ne è lasciata plasmare. Tale abbandono è possibile solo adottando il “so di non sapere” in maniera radicale: pensando, cioè, che tutto ciò che il mio io sa adesso, e dunque tutto il suo mondo, non abbia valore per un altro mio io, che si è accorto di poterne sapere di più, e dunque di avere un mondo diverso.
    Di tutte le possibili reazioni ad un insulto, la più efficace è il silenzio - Santiago Ramòn y Cajal
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  4. #4
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    Predefinito Re: Il Mondo dei desideri

    IL SENSO DI COLPA



    C’è chi lo confonde con il rimorso, dicendo per esempio “Mi sento in colpa per averti fatto quella mascalzonata”. Ma è sbagliato, e io ho l’impressione che sia sbagliato apposta: che molti usino a sproposito l’espressione “senso di colpa”, perché se la usassero correttamente ne sarebberro atterriti.
    La differenza tra senso di colpa e rimorso è che il rimorso puoi averlo soltanto per qualcosa che hai fatto o non hai fatto; il senso di colpa, invece, lo hai per qualcosa che sai di essere. Io mi sento in colpa vuol dire che io sento me in un determinato modo, sento che ciò che sono non va bene.
    E, proprio perché riguarda il nostro essere e non il nostro fare, il senso di colpa è particolarmente tenace. Mentre un rimorso lo posso annientare facendo qualcosa per rimediare a ciò che ho fatto di male, il senso di colpa non me lo posso togliere, perché io sono ciò che sono, e ciò che io sono precederebbe e determinerebbe qualunque cosa io provassi a essere di diverso.
    Come si manifesta il senso di colpa? È un processo psichico che ti condanna a restare in basso, perché ti impedisce di immaginare, di rischiare, oltre che di rallegrarti davvero per qualsiasi tua sia pur piccola riuscita. Se non si fossero scrollati di dosso il loro senso di colpa, quegli emigrati avrebbero condotto una vita misera anche negli Stati Uniti, al pari di tanti altri statunitensi. Invece, una volta che si erano lasciati indietro la patria, diventavano iperattivi. Io me lo spiego con l’ipotesi che il senso di colpa non sia soltanto un processo interiore ma anche una dinamica relazionale: che possa mantenersi, cioè, se trova costantemente conferma nel tipo di rapporti che chi soffre di senso di colpa si è abituato ad avere con l’ambiente circostante.
    Quindi, se una persona è incagliata nel senso di colpa è perché, con il passare dei decenni, ha scelto di accorgersi solo di quei fatti che lo confermavano e lo rafforzavano: ha notato, considerato, ricordato ciò che il suo senso di colpa voleva che notasse, considerasse, ricordasse. Il che non soltanto ha determinato il suo atteggiamento, ma ha influenzato l’atteggiamento degli altri nei suoi confronti: saprai, infatti, che in larga misura noi facciamo in modo che gli altri si comportino con noi come ci aspettiamo che si comportino
    Quindi valutiamo le conseguenze del senso di colpa sulla nostra capacità di de-siderare.
    Da quanto abbiamo detto finora, sappiamo che de-siderare significa decidere di aver bisogno di qualche cosa che nel nostro mondo attuale non ci è data.
    Per conoscere che cosa sia quel qualcosa che de-sideri, devi aver guardato più in là del tuo mondo attuale.
    Per guardare più in là, devi superare i confini del tuo mondo, trasformandolo in una situazione.
    Quando si esce dal proprio mondo attuale, i problemi aumentano inevitabilmente, dato che de-siderare una cosa al di là di esso è accorgersi di avere un problema che prima del de-siderio non c’era. Per continuare a de-siderare qualcosa dopo esserti accorto che de-siderarla è un problema, non ti servirà a granché confidare nella tua capacità di risolvere e superare problemi: infatti, se tu avessi avuto quella capacità, avresti già ciò che ora puoi soltanto de-siderare. Dovrai invece confidare in capacità che ancora non hai.
    Per confidare in capacità che ancora non hai, dovrai aprirti alla possibilità di averle.



    Dunque chiedere che un tuo de-siderio si realizzi (sia che tu lo chieda a Dio, alla sorte, all’universo, o a qualcuno di preciso) è sempre un chiedere innanzitutto e in ultima analisi a se stessi.
    De-siderare è chiedere innanzitutto a se stessi, perché per esprimere chiaramente un desiderio devi darti preliminarmente il permesso di pensare, di prendere sul serio, di formulare la richiesta: quel permesso, tu puoi anche non dartelo – e, se hai un senso di colpa, quel permesso non te lo darai.
    E de-siderare è anche chiedere in ultima analisi a se stessi, perché quando formuli la richiesta ti metti in gioco. Metti alla prova la tua capacità di reggere all’inevitabile aumento di stress che comporteranno l’aver espresso il de-siderio e l’attesa che si realizzi. Ma nulla esaurisce quanto il sentirsi sbagliati: e la quantità di energie psichiche che il senso di colpa deprime e consuma fa apparire insostenibile un ulteriore aumento di stress.
    Così la possibilità di de-siderare è preclusa a chi abbia un senso di colpa



    IL SENSO DEL MONDO




    «Va bene così… Si fa per dire! A considerare la situazione in questo modo, potrei anche cominciare a de-siderare, con tanto di salto nel buio, ma il mondo così come lo sto vivendo adesso perderebbe completamente di senso».
    Ha senso, adesso?
    Il mondo non ha mai un senso, di per sé. Ciascuno degli innumerevoli fatti di cui consiste può avere tanti sensi quanti si è disposti a dargliene – e tutti quei sensi si possono dimostrare validi, se si stabiliscono premesse ben calcolate a tal fine. Ma proprio perciò il mondo, di per sé, non ha un senso.
    Non hanno un senso e hanno moltissimi sensi le guerre, e di conseguenza anche i periodi di pace; e così pure le libertà concesse o negate dai governi; e i conflitti tra i poveri e i ricchi; e l’inquinamento e il progresso; e l’arretratezza e la miseria, e qualsiasi altra cosa tu veda spesso nel mondo che conosci. Il che significa che il nostro mondo rientra tra i fenomeni caotici, all’interno dei quali i sensi sono talmente tanti da impedire qualsiasi previsione dei loro sviluppi.
    «Ma… C’è un ma, vero?»
    Sì. Ma in qualsiasi istante tupuoi dare un senso al mondo. Anzi, in qualsiasi tuo istante tu gli stai dando un senso, anche se per lo più non fai caso a questa tua strabiliante facoltà.

    LA FORMULAZIONE DEI DE-SIDERI.
    DINAMICHE DELLA LIBERTÀ



    Sì. Ma dovrà cambiare tutto. L’interesse per i confini del mondo, ovverosia la libertà dal mondo, trasforma profondamente le persone: quello che eri prima di averla non è quello che sei quando ce l’hai. «Non resterà pietra su pietra che non sia diroccata», come diceva Gesù.
    Diversi saranno i tuoi pensieri, diverse le tue intuizioni, diversi i tuoi sentimenti, diverse le tue sensazioni. La tua etica sarà diversa. Il tuo volere sarà diverso, e ciò ti farà avere desideri diversi da quel che nel tuo mondo c’è già.
    I desideri dipendono dal volere? Certo. Il mondo è come tu vuoi che sia: abbiamo visto che quando tu selezioni alcuni fatti del tuo passato invece di altri, è perché vuoi essere in un certo modo e vuoi che il mondo sia un certo modo. Da questo tuo modo di volere quel che c’è già, deriva il tuo modo di de-siderare, cioè di immaginare quello che ancora non c’è.
    In un bel libro di Canfield e Hansen, The Aladdin Factor, c’è un elenco dei mostri che tanti di noi hanno creato, prendendo spunto dalle brutte esperienze che fin da bambini abbiamo avuto tutti nel chiedere ad altri: la paura di sembrare sprovveduti, nel chiedere qualcosa che i tuoi coetanei non chiedono; la paura di dare troppo potere a coloro ai quali si chiede; la paura di sentirsi dire di no; la paura di venire puniti, perché chiedi più di quanto il tuo ambiente ti possa concedere; la paura di trovarsi poi in debito con chi ha esaudito la tua richiesta. Tutte queste paure ci hanno ferito profondamente durante l’infanzia e l’adolescenza, guastando il nostro senso del piacere, e tendono a diventare veri e propri automatismi, compulsioni non governabili dalla coscienza, e a esserti di ostacolo non soltanto quando vuoi chiedere qualcosa a qualcuno, ma anche quando cominci a precisare il tuo volere tra te e te. In pratica, diventano un voler-non chiedere.
    Addirittura paradossale è il caso dei molti che hanno disimparato a chiedere perché spesso hanno temuto di sembrare sprovveduti chiedendo ciò che altri non chiedevano. Hanno pensato a lungo che chiedere per sapere equivalesse ad ammettere di non sapere ancora abbastanza; e che chiedere per avere, equivalesse ad ammettere di non avere ancora ciò di cui abbisognavano; e che chiedere per essere o per fare, equivalesse ad ammettere di non essere ancora riusciti a essere o a fare qualcosa a cui tenevano. Il loro orgoglio, la loro autostima non l’avrebbero permesso: la loro priorità era quella di sembrare individui che sanno già e hanno già, e sono e fanno già quanto basta, sicuri di sé e vittoriosi. Ma intanto non lo erano affatto, e quanto più si obbligavano a esserlo, tanto più dovevano obbligarsi, al contempo, a ignorare la propria sconfitta.
    Ma la più insidiosa di tutte le paure da cui deriva l’incapacità di chiedere, penso sia la paura di sentirsi dire di no: senza che tu te ne accorga, gli automatismi che derivano dalla paura di sentirsi dire di no si diramano a processi del tuo pensiero indipendenti dal volere e dal de-siderare, programmandoti in modo da proibirti anche soltanto di considerare situazioni o possibilità che potrebbero venire disapprovate dalla maggioranza delle persone che frequenti.
    Invece, è ben evidente che sia nel desiderare sia in ogni altro ambito delle tue attività psichiche, l’unico modo per crescere è rischiare: quel che dici e pensi ha valore soltanto se può venire criticato e negato da qualcuno. Altrimenti, è qualcosa che tutti sanno già
    Le leggi scritte si cambiano, certo. Ma certe leggi non scritte vengono facilmente scambiate per leggi di natura: cioè per necessità immutabili, onnipresenti, impersonali, non giudicabili, come potrebbe esserlo la legge di gravità. Avviene così: quelle tendenze pessimistiche ti sono state imposte da quando hai imparato a parlare, e tu sei cresciuto tra persone che la pensano così. Se la tua indole è debole, le hai assimilate al punto che ti risulta insensato pensare diversamente. Oppure ti ci opponi, te ne indigni, fai grandi sforzi di volontà per dimostrare che quelle tendenze pessimistiche sono dannose. Ma proprio perché le hai subite fin da bambino, ogni volta che ti capita di ripensarci in un momento di malumore riconosci in esse qualcosa che ti sembra profondamente tuo – e negli sforzi di volontà che hai fatto per liberartene vedi qualcosa di insincero, di illusorio, oltre che irrazionale. Credo che questo fosse il caso tuo, quando insistevi che i de-sideri sono illusioni


    LA FORMULAZIONE DEI DE-SIDERI.
    IL CHI E IL CHE COSA



    «Ma, di solito, quando si adopera la metafora del risveglio, il sonno è una condizione limitante dalla quale uscire, e la veglia è una condizione di libertà e di attiva presenza: per te invece è il contrario?»
    È una immagine che fa al caso. Al momento del risveglio noi siamo tra due dimensioni della nostra psiche. I neurologi hanno appurato che durante il sonno le aree attive nel nostro cervello sono molto più numerose di quelle attive durante la veglia: dunque il sonno e la veglia costituiscono per noi due dimensioni diverse, due nostri orizzonti psichici determinati da due centri di coscienza diversi fra loro.
    Nell’altra dimensione, quando dormiamo, la nostra mente cosciente non comprende granché e non è affatto il centro di tutto. Da quel che ricordiamo al risveglio, si direbbe che durante il sonno la nostra mente cosciente sia spesso assente: la ritroviamo solo nei sogni (anche se non sempre: ci capitano sogni in cui noi non compariamo) e nei sogni è il più delle volte perplessa, non sa esattamente dov’è, o addirittura non capisce quale sia lo spazio in cui capire dove si trovi: se si tratti del nostro universo tridimensionale o di qualche altro universo n-dimensionale. Eppure le nostre funzioni vitali non si interrompono, durante il sonno: la qual cosa ha confermato la convinzione che l’essere umano consista di un corpo e di una mente. Secondo questa convinzione, il corpo è un insieme di organi che può funzionare per conto suo, mentre la mente cosciente è un’area privilegiata della psiche, che senza il corpo non potrebbe stare: perciò si pensa che la mente cosciente o l’intera psiche (qui i pareri degli esperti divergono) possano prendersi ogni notte un periodo di vacanza, senza che il corpo ne risenta danno.
    Il problema è che cosa avvenga alla mente e all’intera psiche durante queste assenze notturne. Secondo alcuni, l’intera attività psichica si riduce a un qualche minimo: e dal giovamento che il corpo trae dal sonno si potrebbe dedurre che la nostra attività psichica rappresenti, per il nostro corpo, una fonte di stress.
    Secondo altri, la psiche continua a funzionare come o anche più del solito, ed è solo la mente cosciente che si affievolisce – il che farebbe pensare che non l’intera psiche ma soltanto la mente cosciente sia una fonte di stress per il corpo. Quelli che la pensano così si dividono a loro volta in due categorie: chi ritiene che l’unica forma di coscienza nella nostra psiche sia appunto la mente, e che dunque durante il sonno noi siamo totalmente inconsci; e chi ritiene che la mente sia soltanto una delle nostre forme di coscienza, di modo ché durante il sonno noi saremmo solo diversamente coscienti, dotati di altre competenze, forse mai apprese.


    Si destano in noi facoltà tanto alte, e perciò tanto profonde, che la memoria – attività preferita dei nostri «io» coscienti – non riesce a tener loro dietro. Certo, posso sbagliarmi. Né la scienza né la filosofia sono ancora riuscite a farsi un’idea interessante di quali mondi sperimentiamo durante il sonno e durante i sogni: l’unica certezza che abbiamo è che si tratti di mondi diversi da quelli che sperimentiamo durante la veglia, e altrettanto totalizzanti. Infatti se così non fosse potremmo ricordarli dopo il risveglio: invece, si direbbe proprio che quando rientriamo nei nostri mondi della veglia, quando cioè riattiviamo la nostra mente cosciente consueta, i sistemi di quest’ultima non siano applicabili ai mondi del sonno, che perciò sfuggono alla sua memoria. Ancora meno si sa, sia in scienza sia in filosofia, come sia fatta la mente del sonno. Forse la nostra mente del sonno ricorda poco o nulla dei mondi della veglia, e quando si sforza di ricordarne qualcosa, fa racconti che le sembrano altrettanto strambi e bisognosi di interpretazione quanto lo sono i nostri racconti di quel poco che ci sembra di ricordare dei sogni.


    Il nostro mondo, ogni nostro mondo, è fatto di fatti e la realtà è fatta di cose? Per cui, nessuno dei nostri mondi è la realtà.
    Un mondo è soltanto un modo di vedere, un’immagine che la mente della veglia ha della realtà, ed è un’immagine sempre parziale. La mente cosciente si accorge di percepire, pensare, immaginare, ricordare sempre e soltanto alcune delle cose che i tuoi vari “io” possono percepire, pensare, immaginare, ricordare. Opera costantemente una selezione; e al tempo stesso è perennemente impegnata in un’altra attività, che consiste nel coordinare la propria selezione con le selezioni della realtà che hanno operato e stanno operando i gruppi umani ai quali appartieni o con cui hai a che fare – e che spesso sono talmente diverse dalle tue selezioni, da produrre conflitti. I tentativi di appianare o gestire questi conflitti costituiscono il maggior dispendio di energia per qualunque individuo in stato di veglia. Richiedono operazioni estremamente complesse: non solo adattamenti – cioè negoziazioni e compromessi – per evitare che i mondi dei gruppi annientino il mondo dei tuoi “io”, ma anche una ininterrotta attività di raffronto, di decodificazione, di transcodificazione da un mondo a un altro. Noi ci chiediamo di continuo: «Quale mondo è più reale o più necessario per me, di minuto in minuto: uno o più mondi dei miei vari “io” o uno o più mondi dei gruppi umani che conosco?» E dobbiamo rispondere, se no ci troveremmo in capo a qualche secondo in stati confusionali.
    È un po’ come se dovessimo pensare e parlare continuamente in una dozzina di lingue diverse. E se non ci accorgiamo di questa iperattività mentale durante le nostre giornate, è appunto perché abbiamo elaborato a tale scopo un apparato selezionatore, codificatore, transcodificatore, coordinatore e memorizzatore, che è quella che chiamiamo la nostra mente cosciente, la mente della veglia.


    Quando ci sforziamo di desiderare qualcosa in uno stato di coscienza ordinario, desideriamo sempre qualcosa che nel nostro mondo c’è già, e che appare plausibile e possibile alla nostra mente della veglia. Ma in tal modo non facciamo che confermare la solidità di questo mondo, accontentandoci di ciò che che questo mondo ci offre. Magari possiamo desiderare oggetti e condizioni che nelle nostre vicinanze non ci sono: per esempio una piantagione di caffè in Costa Rica, o una casa sulla spiaggia in un’isola della Micronesia. E questo potrebbe darci l’impressione di stare fantasticando su una forma di libertà dal nostro mondo. Ma ne saremmo veramente liberi? È molto probabile che anche il Costa Rica e la Micronesia non siano luoghi, per noi, ma fatti che il nostro mondo ci sta offrendo: relazioni tra noi e quei luoghi esotici, che abbiamo stabilito per sentito dire, oppure attraverso il nostro atlante, la tv, i nostri libri, il computer o, se siamo stati più fortunati, attraverso un viaggio in aereo. Ed essendo fatti che il nostro mondo ci ha offerto, non sono autentici de-sideri ma soltanto scelte, atti di volontà, per ottenere i quali dovremmo sobbarcarci proprio di quei famosi sforzi di volontà, di cui abbiamo già parlato.


    *******************
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    Predefinito Re: Il Mondo dei desideri

    LA REALIZZAZIONE DEI DE-SIDERI



    Immaginiamo che tu abbia già finito di leggere questo libro, anzi, che siano passate già alcune settimane da quando l’hai richiuso e messo su uno scaffale, e che tu abbia già cominciato a formulare i tuoi de-sideri.
    Cos’è cambiato, da quando li formuli? Non hai più paura né di scoprire te stesso, né di cambiare il sistema del mondo, né di cambiare mondo. Hai cominciato a sentirti come un popolo, e a rifondare il tuo rapporto con il “regno della necessità”. Attendi i momenti di reset: hai imparato non solo a riconoscerli ma anche a farli durare per il tempo necessario a precisare i de-sideri che in quei momenti riesci a scoprire.
    Immagino che tu – sempre tra qualche settimana – stia compilando un elenco dei tuoi de-sideri, così come si tengono diari dei sogni, o come uno scrittore si annota su un taccuino le idee migliori che gli capitano durante la giornata. Tu scrivi i tuoi de-sideri in un file, oppure in un quaderno che giorno dopo giorno si sta riempiendo soprattutto di cancellature: le frasi cancellate sono gli errori che hai imparato a non temere. Serie di due, tre, cinque, a volte sei o sette cancellature conducono finalmente a un de-siderio, che per ora ti piace, e che magari la settimana prossima sarà stato a sua volta cancellato per lasciare il posto a un de-siderio migliore. Proprio per questa ragione io preferirei il quaderno: nei file, ciò che viene cancellato sparisce; ogni pagina del quaderno ti mostra, invece, quanti ripensamenti, quante scoperte, quanto impegno ti ci sono voluti per poter definire le apparenze che de-sideri, liberandoti dalle inerenze.
    A quell’impegno hai preso gusto, il che ti ha insegnato a distinguere tra lo sforzo di volontà e il de-siderio. Hai scoperto infatti che lo sforzo di volontà è faticoso e triste, mentre un de-siderio è un’intuizione immediata, divertente, gioiosa. Sul tuo quaderno sono annotati soltanto de-sideri, e non chissà quali sforzi.
    Hai abbandonato la colonna di sinistra e vivi sempre più nella colonna di destra. Stai anche superando, ogni giorno di più, la barriera tra ciò che finora hai fatto esistere nella tua vita, e ciò che non hai ancora fatto esistere. Ti trovi più di là che di qua: ovvero, tutte le volte che ti domandi “Ma io chi sono?”, i tuoi tentativi di risposta somigliano, più che a ogni altra cosa, a un mare che ti si apre davanti, e al quale non ti saresti sentito pronto, qualche settimana fa.
    I tuoi de-sideri sono direzioni in quel mare. Quante sono? Già una ventina, forse. Quante saranno alla fine? In The Aladdin Factor, Canfield e Hansen ne consigliano 101: negli Stati Uniti, è uso chiamare “101” ogni corso base all’università. Quindi “101” sta per “propedeutico”. I tuoi 101 de-sideri sarebbero la tua preparazione alla tua nuova esistenza e al mondo nuovo.
    Ma la stanza 101 è anche quella in cui abita il protagonista di Matrix, che all’inizio del film si chiama Neo e alla fine diverrà the One – nella versione italiana, l’“Eletto”. In realtà Neo era sempre stato the One, ma per qualche tempo aveva frainteso se stesso: così, il numero 101 simboleggia il processo della sua riscoperta di sé: era da sempre the One, per un po’ è stato uno zero, poi è ridiventato the One. Ma anche a Disney era piaciuto quel numero, e prima di lui all’autrice del romanzo The One Hundred and One Dalmatians, Dodie Smith. Sia nel romanzo sia nel film (che in Italia fu intitolato La carica dei 101), i saggi cani dalmata rappresentano, come forse avrai notato, gli agenti d’una Provvidenza: guidano le decisioni dei loro ottusi e amati padroni e, soprattutto, destano in loro l’emozione, l’affetto, il coraggio di cercare nuove possibilità. Anche i tuoi de-sideri lo stanno facendo, in te. 101, dunque, è buon numero. Ma i tuoi de-sideri potrebbero anche essere 150: perché no? O quanti ne de-sideri. Saranno comunque tanti quanti i momenti geniali – così semplici! – in cui, cogliendo i tuoi de-sideri, tu ti sei accorto di essere più di te.


    Ma intanto è successo anche qualcos’altro: alcuni dei tuoi de-sideri si sono già avverati. Quel che più ti ha sorpreso, che alcuni di questi de-sideri diventati realtà erano decisamente assurdi: ti erano venuti in mente così d’un tratto, e ti erano sembrati soltanto scherzosi. “Me li annoto” ti eri detto “ma solo per scrupolo: è chiaro che cose del genere non avvengono”. E invece.
    A me si avverò per primo il de-siderio di un’auto uscita di produzione più di vent’anni prima: una Rover 2000 TC del ’74. Verde scuro. Ne avevo vista passare una, mentre ero fermo al semaforo poco lontano casa, e mi erano piaciute la ruota di scorta sul bagagliaio, le minuscole alette sopra i fari anteriori e l’aria d’antiquariato. Ne presi nota sul quaderno, e due settimane dopo un collezionista incontrato per caso mi aveva venduto quel modello di Rover.
    Un ostacolo a tale teoria è, per molti, il fatto che il realizzarsi dei de-sideri passi per essere un fenomeno prodigioso, che non capita quasi mai, e che quindi non meriti l’attenzione di chi costruisce teorie. Sappiamo perché: le teorie, in Occidente, sono prodotte dalla Ragione, e le cose razionalizzabili sono quelle su cui concorda la maggioranza dei nostri connazionali – quelle, cioè, con cui la maggioranza dei nostri connazionali ha a che fare abbastanza spesso da poterci riflettere – oppure cose inconsuete che non contrastino con le cose consuete: per esempio, con lo svolgere una professione attestata nei dizionari, con il nutrirsi in modo civile, con il dormire quanto basta, con l’evitare scandali, con il rispettare il più possibile la pubblica opinione. Capisco che i nostri comportamenti tengano conto di tutto ciò, ma non si vede perché il nostro desiderio di conoscenza debba coordinarsi a una Ragione ancorata a queste esigenze.
    Fortunatamente, oltre alla Ragione, che ignora i fenomeni eccezionali, e alla fede religiosa o para-religiosa, che non arriva a spiegarli, c’è anche un’altra prospettiva: quella che troviamo nelle Scritture, le quali si occupano quasi soltanto di fenomeni eccezionali, e soprattutto di realizzazioni di de-sideri. Tale prospettiva, nonostante la sua antichità, oggi è nuova, poiché si basa su idee di cui la maggior parte della gente non ha mai sentito parlare. Prima fra tutte, un’idea di “fede” che non ha a che fare con ciò che gli occidentali intendono con questo termine.


    Parlando della preghiera, Gesù aggiunge che proprio allo stesso modo, anche quando si esprime un de-siderio rivolgendosi a Dio, il desiderio si avvererà se nell’esprimerlo non si esita a credere che avverrà. Cioè: per spiegare l’efficacia delle preghiere, qui Gesù non rimanda a qualcosa di imperscrutabile, non se la cava dicendo: «Dio può tutto e ti darà tutto ciò che gli chiedi, a meno che non decida diversamente» (che è più o meno ciò che dissero poi tutti i teologi cristiani). La teoria di Gesù è bensì che la condizione di efficacia dei de-sideri formulati durante le preghiere è la stessa dei de-sideri formulati al di fuori delle preghiere: solo se uno «non esita in cuor suo» il suo de-siderio può realizzarsi, con o senza intervento divino.


    Che cosa si intende qui, precisamente, con la parola “fede”?
    Non è chiaro dal testo? Quella che i Vangeli chiamano “fede” è immaginazione, nel senso più alto del termine. Non invenzione, non fantasia, non un banale figurarsi qualcosa: l’immaginazione è l’unica facoltà conoscitiva su cui puoi contare, quando ti spingi al di là del mondo che già esiste per te. Se non potessi immaginare, fuori dal mondo ti perderesti. Ti è mai capitato, nel momento del risveglio, di domandarti “Dove sono? Che ore sono?”, prima che si riallacciassero le fila del sistema di fatti di cui consiste il tuo mondo? Ecco, lì la tua immaginazione cessava di agire, perché non serve a molto, nel mondo in cui stavi tornando: ma non eri ancora rientrato nel mondo consueto, e ti sei sentito sperso perché l’immaginazione non ti guidava più, là fuori. Qualcosa di simile succede quando hai l’impressione di non de-siderare nulla: ti affacci per un attimo fuori dal mondo, ma non abbastanza; la tua immaginazione non si attiva, perché sei ancora al di qua dei confini del mondo; e tu hai paura di superarli, perché là fuori ti sentiresti senza guida.
    Puoi pensare tutto quello che vuoi, anche quello che sai essere falso: puoi pensarlo, perché puoi mentire a te stesso. Allo stesso modo puoi dire tutto quello che vuoi, anche cose che non pensi: perché puoi mentire ad altri. Ma non puoi immaginare tutto quello che vuoi, così come guardandoti intorno non puoi percepire qualcosa che non stai percependo.
    Se potessimo immaginare qualsiasi cosa, qualunque pittore avrebbe potuto immaginare la Vergine delle rocce, e qualunque scrittore la trama di Guerra e pace: invece ci riuscirono soltanto Leonardo e Tolstòj.
    Ci riuscirono perché si spinsero più di tanti altri, al di là del mondo già esistente, e perché là dove arrivarono c’era qualcosa che poi espressero nella Vergine delle rocce e in Guerra e pace: lo percepirono attraverso l’immaginazione, e comunicarono al mondo ciò che avevano percepito.


    Poi, quel che sei riuscito a immaginare in quei pochi istanti, dovrai trattenerlo nella memoria, prima che svanisca: ovvero ti toccherà descriverlo, fissarlo in una definizione. Per descriverlo, ti toccherà usare le parole del mondo: cioè attingere a ciò che conosci e ricordi, cercandovi equivalenti, più o meno simbolici, di ciò che la tua immaginazione ha colto. Puoi riuscirci, puoi non riuscirci. Tu con il tuo presunto de-siderio della Rolls-Royce non ci eri riuscito. Io, con la Rover verde scuro, ci ero riuscito, e in altri casi no.


    Noi ricordiamo solo ciò che ci sembra importante, e siamo stati addestrati fin da bambini a considerare importanti pochissime delle cose che via via conosciamo: soltanto quelle che venivano ritenute importanti da altri – di solito dalla maggioranza degli altri, e dalle autorità a cui abbiamo dovuto imparare a obbedire. Siamo tra l’altro molto abili nel ricordare le cose che ci dispiacciono, o che ci annoiano, o che ci intralciano, perché siamo stati abituati all’idea che nel mondo sia più importante vedere gli svantaggi e i pericoli, così da potercene proteggere, invece di vedere le possibilità belle, così da poterle perseguire. Tutto ciò limita la nostra capacità di definire i nostri de-sideri. E questa, secondo me, è la ragione per cui nel tuo mondo capitano soltanto alcune cose e non altre: se ciò che chiedi senza esitare si avvera, possiamo supporre che tu stia continuamente chiedendo senza esitare soltanto le cose che importano al “tuo prossimo” o che ti dispiacciono – perché solo di quelle ti ricordi, e solo quelle adoperi per definire i tuoi de-sideri – e solo quelle ti avvengono.
    Dire che Dio sa già quel che un individuo sta per chiedergli è un modo antico per dire che la nostra immaginazione è un apparato percettivo e non un’attività puramente fantastica. Dio per gli antichi significava un ignoto che può essere soltanto immaginato. Bene: l’immaginazione ha una portata superiore a quella della mente della veglia, e coglie possibilità che quest’ultima ignora; ma l’immaginazione coglie quelle possibilità perché quelle possibilità ci sono, da qualche parte fuori dal mondo a noi noto in un determinato momento.
    @Dr. Gori: Ecco qui: te la senti di commentare?
    Hai qualche esperienza di desideri "Apparentemente" impossibili che poi hai realizzato? Io ne ho 2



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    Predefinito Re: Il Mondo dei desideri

    siccome tra un paio d'anni dovrei finire di lavorare penso che tornero' a fare degli studi e la filosofia è una delle mie passioni giovanili, assiema alla psicologia

    di desideri avverati ne ho avuti alcuni e anche incredibili: dei colloqui di lavoro all'apparenza senza speranza dove invece sono stato scelto proprio io ,
    a volte eravamo il 30 candidati e io mi sentivo indeguato e invece hanno scelto proprio me,
    mi successe una volta in Italia per il mio primo lavoro, dove ero l'unico ragazzo in mezzo a tante ragazze preparatissime, mentre io non sapevo quasi niente e di nuovo appena arrivai in questo paese dove mi presentai a un primo colloquio totalmente all'oscuro del tipo di persona che cercavano e invece cercavano esattamente un profilo come il mio, e poi di nuovo 3-4 anni fa, e un paio di volte anche in Inghilterra

    o anche delle situazioni molto difficili e pericolose in cui si trovava mio figlio quando girava per il mondo in zone molto pericolose nel centro America e una volta era quasi spacciato ma intervenne un console italiano (che io considero un angelo custode) che avevamo allertato noi genitori e che lo protesse e lo tiro' fuori dai guai nel giro di poche ore ( e pensare che fino a quel momento pensavo che i diplometici fosse gente gente viziata e pigra che passava il tempo tra cocktails e tartine) , o dei desideri che avevo io ma su cui mia moglie non era d'accordo ma poi lei ha cambiato improvvisamente idea è stata lei a propormeli

    Come fare a non credere che esista la provvidenza e che Gesu' vegli su di noi?

  7. #7
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    Predefinito Re: Il Mondo dei desideri

    Citazione Originariamente Scritto da FrancoAntonio Visualizza Messaggio
    siccome tra un paio d'anni dovrei finire di lavorare penso che tornero' a fare degli studi e la filosofia è una delle mie passioni giovanili, assiema alla psicologia

    di desideri avverati ne ho avuto alcuni e anche incredibili: dei colloqui di lavoro all'apparenza senza speranza dove invece sono stato scelto, a volte eravamo il 30 e hanno scelto proprio me, cio' successe appena arrivai in questo paese, o anche delle situazioni molto difficili e pericolose in cui si trovava mio figlio quando girava per il mondo e una volta era quasi spacciato ma intervenne un console che avevo allertato io che lo protesse e lo tiro' fuori dai guai, o dei desideri che avevo io ma su cui mia moglie non era d'accordo ma poi lei ha cambiato idea è stata lei a propormeli, tipo di acquistare la casa la mare

    Come fare a non credere che esista la provvidenza e che Gesu' veglia su di noi?
    Franco guarda che la provvidenza sei TU! Ti attiri ciò che ti somiglia! Per questo spesso il desiderio soprattutto quando è sano è anche salvifico: spesso sono proprio i pericoli ad attivare la nostra parte migliore proprio perchè ci troviamo nella miglior disposizione d'animo per affidarci all'Universo
    Non si tratta di fare magie: siamo noi ad essere magici
    Ovviamente funziona anche a rovescio: ci attiriamo sventura con le profezie autoavveranti negative perchè la nostra mente attiva azioni che sabotano i nostri piani
    Ciò che credi si avvera
    Anch'io ho 2 esperienze molto forti



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  8. #8
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    Predefinito Re: Il Mondo dei desideri

    Citazione Originariamente Scritto da Iside Visualizza Messaggio
    Franco guarda che la provvidenza sei TU! Ti attiri ciò che ti somiglia! Per questo spesso il desiderio soprattutto quando è sano è anche salvifico: spesso sono proprio i pericoli ad attivare la nostra parte migliore proprio perchè ci troviamo nella miglior disposizione d'animo per affidarci all'Universo
    Non si tratta di fare magie: siamo noi ad essere magici
    Ovviamente funziona anche a rovescio: ci attiriamo sventura con le profezie autoavveranti negative perchè la nostra mente attiva azioni che sabotano i nostri piani
    Ciò che credi si avvera
    Anch'io ho 2 esperienze molto forti



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    io credo nelle sinergie, con certe persone, è molto forte, specialmente con mia moglie; la sinergia a volte rende possibile una cosa all'apparenza difficilissima da attuare

  9. #9
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    Predefinito Re: Il Mondo dei desideri

    Citazione Originariamente Scritto da FrancoAntonio Visualizza Messaggio
    io credo nelle sinergie, con certe persone, è molto forte, specialmente con mia moglie; la sinergia a volte rende possibile una cosa all'apparenza difficilissima da attuare
    Ha un legame con la Legge d'Attrazione, è ovvio che ci sono delle regole da seguire ed è necessario un certo atteggiamento, ma è possibile realizzare. Ovvio che chi parte già con l'idea di fallire... Ci riesce in pieno



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  10. #10
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    Predefinito Re: Il Mondo dei desideri

    Citazione Originariamente Scritto da Iside Visualizza Messaggio
    Calma! Prima aspetta che scriva ancora qualcosa:

    LIMITI ED ERRORI.
    I MECCANISMI DI DIFESA



    Le pressioni selettive che il mondo esercita su di te, e che ti impediscono di de-siderare, si possono vedere in due modi. Se assumi il punto di vista dei gruppi umani a cui appartieni, quelle pressioni selettive sono doveri e responsabilità, come già abbiamo constatato. Se invece le osservi da fuori – come potrebbe osservarle il tuo gatto, un topo di passaggio, un Angelo, o anche come le potrai osservare tu quando sarai uscito dal tuo mondo per esplorare un mondo nuovo – quelle pressioni selettive assumono tutte l’aspetto di limiti ed errori che imbrigliano gli individui. E il vantaggio di vedere sia i nostri limiti sia i nostri errori è sempre grande. Sia gli uni sia gli altri, quando li vediamo per quel che sono, diventano una benedizione


    Tutte le volte che hai imparato qualcosa, hai imparato sbagliando. Dopo che ti sei accorto di aver commesso errori nel fare una cosa a cui tieni, puoi farla molto meglio. Quando invece un tuo comportamento è ritenuto sbagliato non da te, ma da altri, puoi essere te stesso con più determinazione: è sufficiente che ti accorgi che quel comportamento è il tuo, e che gli altri lo ritengono sbagliato solo perché è diverso da ciò che si aspettavano da te. Se invece i tuoi comportamenti sono sempre approvati da tutti, non conoscerai mai la differenza tra ciò che devi essere (sollen) e ciò che sei e che puoi diventare.
    Nell’uno e nell’altro caso vale quello che dicevamo per i limiti: non puoi vedere un tuo errore se non hai già intuito ciò che puoi essere – o meglio ancora: ciò che sei davvero, e che è ciò che sarai.
    Il primo tipo di pressioni selettive del mondo, ovvero di limiti ed errori che ti impediscono di scoprire e diventare te stesso, sono i meccanismi di difesa.
    Sono insidiosi: è difficile sia coglierli sul fatto, sia premunirsene in anticipo. Scattano quando scorgi una tua difficoltà e ti ci identifichi. Cioè: invece di accorgerti che tu hai quella difficoltà e che da subito puoi prenderne le distanze, ti convinci fin troppo rapidamente che quella difficoltà è un aspetto di te, cioè qualcosa che tu sei, e che va difeso contro le critiche altrui o contro il tuo stesso desiderio di eliminarlo. E davvero ti sembra, allora, di stare difendendo te stesso.
    Molte professioni, molte relazioni, molte forme di rassegnazione sono gravi avversità che intralciano la vita psichica delle persone che le hanno: ma molte di queste persone, per non creare conflitti con i gruppi a cui appartengono, si convincono di essere la professione che svolgono, o che le loro relazioni e la loro rassegnazione siano espressioni autentiche della loro personalità.
    I meccanismi di difesa sono sciaguratamente corroborati dalla famosa autostima – che è soltanto una riverniciatura di quello che in italiano si chiama orgoglio, cioè di un eccessivo sentimento della propria dignità.
    L’autostima consiste nell’obbligarsi ad avere un’alta considerazione di quello che si è già, ovverosia nel contentarsi, sperando che sia vero che “chi si contenta gode”. Contentarsi viene da continere, che in latino significava “trattenersi”; e contentarsi è possibile soltanto continendo, tenendo a bada e soffocando la delusione di non aver potuto o voluto essere di più – delusione che è invece giustificata, sempre, e che è sempre fruttuosa, se diventa abbastanza forte. L’autostima va bene per le persone che sono sull’orlo del suicidio: la si usa per dissuaderle dall’autodistruzione, convincendole che dopotutto valgono qualcosa; ma ha effetti deleteri quando la si applica a qualcuno che possa migliorare se stesso



    L’IGNORANZA



    Il secondo tipo di limiti ed errori che ti impediscono di de-siderare e di cambiare mondo è per l’appunto l’ignoranza.

    Deriva direttamente dal tipo precedente, cioè dai meccanismi di difesa. Scopo dei meccanismi di difesa è, come hai visto, convincersi che hai avuto e hai ragione a vivere come hai vissuto e come stai vivendo. L’ignoranza è indispensabile alla convinzione di aver ragione, perché solo ignorando altre possibilità che ti si offrirebbero puoi accontentarti di quel che decidi, fai, dici, pensi, o credi, come se fosse il meglio.

    L’ignoranza si apprende a prezzo di un lungo impegno: è infatti quel che dice la parola stessa, cioè l’abitudine a ignorare, la quale è tutt’altro che innata. Il contrario dell’ignoranza è il de-siderio di conoscenza, e quello, da bambini, l’avevamo tutti.

    Ha cominciato a diminuire, in tutti noi, quando gli adulti si sono messi d’impegno a inculcarci che fare troppe domande è male. A scuola abbiamo imparato soprattutto a non questionare quello che ti dicono gli insegnanti, ai quali lo Stato ha accordato lo strano diritto di punire chi dubiti di loro. Nel frattempo, la religione (qualunque sia, in Occidente come in Oriente) ci ha addestrato a dover ignorare, cioè a non cercare le risposte a una notevole quantità di domande principali e belle: perché si nasce? perché si muore? perché c’è il dolore? perché bisogna obbedire a certe regole? perché esiste il peccato? e così via. La religione ci ha imposto di credere che nessuno di questi “perché?” ci si chiarirà mai veramente, perché Dio ha deciso così e non vuole dare spiegazioni; e Dio, dal canto suo, è ciò che di più incomprensibile esista nell’universo: ovvero la proiezione suprema e totale del tuo irrimediabile destino di essere ignorante.

    Dopo questo addestramento, diventare atei, rifiutando la metafisica, serve a poco: perché significa soltanto abbandonare tutte quelle domande principali senza aver tentato di rispondere.
    Nel mondo, chi non vuole più essere ignorante non è ben visto, perché è pericoloso. Socrate fu uno dei filosofi che scontarono duramente quel tipo di sforzi, a cui si dedicava e a cui esortava gli amici: i capi ateniesi si accorsero che costituiva una minaccia per l’ordine vigente. Ogni volta che un suo interlocutore intavolava una qualche certezza, Socrate incominciava a smontarla dicendo: io, per conto mio, so di non sapere. E intendeva: so che quello che oggi si sa è un non sapere abbastanza, di cui troppi si accontentano; e, accontentandosene, si accontentano anche del loro modo di vita, di ciò che dicono i capi, di ciò che insegnano i sacerdoti, e in generale di come va il mondo – perché il mondo attuale è soltanto quel che attualmente sai del mondo, e se ti basta quel che ne sai, anche il mondo attuale ti basta. Invece, non appena si fa strada nella tua mente il dubbio che quel che sai è troppo poco, anche il mondo in cui oggi ti tocca vivere diventa troppo poco. Solo se sai di non sapere, puoi cominciare a sapere di più, e ad ampliare tutto ciò che è tuo: esigenze, diritti, desideri – in una parola, la tua libertà. Solo chi può sapere, può essere libero. L’ignoranza è ignorarlo.

    Anche Gesù la pensava così, dato che disse: «La verità vi farà liberi» (Giovanni 8,32). E finì anche peggio di Socrate



    LA PAURA



    Anche tu avrai paura, di tanto in tanto, in questo capitolo. E, quando avverrà, ti raccomando di tenere desta la tua attenzione, e di far caso a una caratteristica di ogni nostra paura: la sensazione che possa essere invincibile.
    È una sensazione realistica. Nel mondo la paura è veramente invincibile, in tutte le sue forme: sia come paura di qualche cosa conosciuta o sconosciuta, sia come paura della paura, sia come paura della paura della paura, sia come paura della paura della paura della paura – che è la più frequente di tutte.
    Nel coraggio facciamo soltanto ciò che la paura ci impedirebbe di fare: e in tal modo lasciamo che la paura limiti le nostre possibilità d’azione – le quali, altrimenti, sarebbero migliaia in ciascun istante della nostra giornata. Per esempio: se un nostro amico superstizioso ha paura di un determinato numero, perché crede sia nefasto, può darsi che un giorno trovi il coraggio, su un aereo straniero, di sedersi in un posto che abbia proprio quel numero (sui nostri aerei, com’è noto, la numerazione dei posti tiene conto delle paure superstiziose); e magari il viaggio andrà felicemente, e nei giorni seguenti non capiterà nessun grave contrattempo a quel nostro amico, che potrà così convincersi di avere sconfitto, quella volta, la sua paura del tal numero.
    Ma non l’avrà affatto sconfitta: avrà soltanto scelto uno dei due comportamenti che la sua paura del tal numero gli consentiva: fuggire da quel numero, o sfidarlo.
    Proprio come prima, anche dopo quel suo viaggio i numeri non saranno per lui quel che semplicemente sono, cioè le unità minime di significato della lingua della matematica, bensì ricettacoli di misteriosi poteri, che per ragioni ancor più misteriose emanano da alcuni numeri e da altri no, e che lui, il nostro amico, ha finalmente avuto il coraggio di affrontare – cosa di cui ora è inutilmente fiero. Né si tratterà soltanto dei numeri: per poter credere nei loro influssi, il nostro amico deve aver strutturato molte altre sue interpretazioni della realtà in maniera che non contrastino con quella sua credenza: deve, cioè, credere che nelle lettere degli alfabeti non ci siano i pericoli che ci sono invece nei numeri: che tutte le lettere siano “buone” mentre certi numeri no. In tal modo, dato che i numeri e gli alfabeti definiscono tutto ciò che conosciamo, la sua paura sta influenzando, per lui, tutto ciò che esiste. Non possiamo neppure dire che nel nostro amico agiscano meccanismi di difesa per giustificare la sua paura dei numeri, ma è questa paura ad attivare un meccanismo di difesa che, per lui, è grande quando l’intero universo.
    Da ciò deriva che al dominio che una qualsiasi nostra paura esercita su di noi si può sfuggire solo a una condizione: abbandonando il mondo che la nostra paura ci ha plasmato, e la nostra mentalità che ha prodotto la paura e se ne è lasciata plasmare. Tale abbandono è possibile solo adottando il “so di non sapere” in maniera radicale: pensando, cioè, che tutto ciò che il mio io sa adesso, e dunque tutto il suo mondo, non abbia valore per un altro mio io, che si è accorto di poterne sapere di più, e dunque di avere un mondo diverso.
    @Iside a tutti questi passaggi se non sono scritti direttamente da te ma presi da siti o social network devi mettere i link per questioni di copyright
    Far ragionare un idiota non è impossibile, è inutile

 

 
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