
Originariamente Scritto da
Iside
Calma! Prima aspetta che scriva ancora qualcosa:
LIMITI ED ERRORI.
I MECCANISMI DI DIFESA
Le pressioni selettive che il mondo esercita su di te, e che ti impediscono di de-siderare, si possono vedere in due modi. Se assumi il punto di vista dei gruppi umani a cui appartieni, quelle pressioni selettive sono doveri e responsabilità, come già abbiamo constatato. Se invece le osservi da fuori – come potrebbe osservarle il tuo gatto, un topo di passaggio, un Angelo, o anche come le potrai osservare tu quando sarai uscito dal tuo mondo per esplorare un mondo nuovo – quelle pressioni selettive assumono tutte l’aspetto di limiti ed errori che imbrigliano gli individui. E il vantaggio di vedere sia i nostri limiti sia i nostri errori è sempre grande. Sia gli uni sia gli altri, quando li vediamo per quel che sono, diventano una benedizione
Tutte le volte che hai imparato qualcosa, hai imparato sbagliando. Dopo che ti sei accorto di aver commesso errori nel fare una cosa a cui tieni, puoi farla molto meglio. Quando invece un tuo comportamento è ritenuto sbagliato non da te, ma da altri, puoi essere te stesso con più determinazione: è sufficiente che ti accorgi che quel comportamento è il tuo, e che gli altri lo ritengono sbagliato solo perché è diverso da ciò che si aspettavano da te. Se invece i tuoi comportamenti sono sempre approvati da tutti, non conoscerai mai la differenza tra ciò che devi essere (sollen) e ciò che sei e che puoi diventare.
Nell’uno e nell’altro caso vale quello che dicevamo per i limiti: non puoi vedere un tuo errore se non hai già intuito ciò che puoi essere – o meglio ancora: ciò che sei davvero, e che è ciò che sarai.
Il primo tipo di pressioni selettive del mondo, ovvero di limiti ed errori che ti impediscono di scoprire e diventare te stesso, sono i meccanismi di difesa.
Sono insidiosi: è difficile sia coglierli sul fatto, sia premunirsene in anticipo. Scattano quando scorgi una tua difficoltà e ti ci identifichi. Cioè: invece di accorgerti che tu hai quella difficoltà e che da subito puoi prenderne le distanze, ti convinci fin troppo rapidamente che quella difficoltà è un aspetto di te, cioè qualcosa che tu sei, e che va difeso contro le critiche altrui o contro il tuo stesso desiderio di eliminarlo. E davvero ti sembra, allora, di stare difendendo te stesso.
Molte professioni, molte relazioni, molte forme di rassegnazione sono gravi avversità che intralciano la vita psichica delle persone che le hanno: ma molte di queste persone, per non creare conflitti con i gruppi a cui appartengono, si convincono di essere la professione che svolgono, o che le loro relazioni e la loro rassegnazione siano espressioni autentiche della loro personalità.
I meccanismi di difesa sono sciaguratamente corroborati dalla famosa
autostima – che è soltanto una riverniciatura di quello che in italiano si chiama
orgoglio, cioè di un eccessivo sentimento della propria dignità.
L’autostima consiste nell’obbligarsi ad avere un’alta considerazione di quello che si è già, ovverosia nel contentarsi, sperando che sia vero che “chi si contenta gode”. Contentarsi viene da
continere, che in latino significava “trattenersi”; e contentarsi è possibile soltanto
continendo, tenendo a bada e soffocando la delusione di non aver potuto o voluto essere di più – delusione che è invece giustificata, sempre, e che è sempre fruttuosa, se diventa abbastanza forte. L’autostima va bene per le persone che sono sull’orlo del suicidio: la si usa per dissuaderle dall’autodistruzione, convincendole che dopotutto valgono qualcosa; ma ha effetti deleteri quando la si applica a qualcuno che possa migliorare se stesso
L’IGNORANZA
Il secondo tipo di limiti ed errori che ti impediscono di de-siderare e di cambiare mondo è per l’appunto l’ignoranza.
Deriva direttamente dal tipo precedente, cioè dai meccanismi di difesa. Scopo dei meccanismi di difesa è, come hai visto, convincersi che hai avuto e hai ragione a vivere come hai vissuto e come stai vivendo. L’ignoranza è indispensabile alla convinzione di aver ragione, perché solo ignorando altre possibilità che ti si offrirebbero puoi accontentarti di quel che decidi, fai, dici, pensi, o credi, come se fosse il meglio.
L’ignoranza si apprende a prezzo di un lungo impegno: è infatti quel che dice la parola stessa, cioè l’abitudine a ignorare, la quale è tutt’altro che innata. Il contrario dell’ignoranza è il de-siderio di conoscenza, e quello, da bambini, l’avevamo tutti.
Ha cominciato a diminuire, in tutti noi, quando gli adulti si sono messi d’impegno a inculcarci che fare troppe domande è male. A scuola abbiamo imparato soprattutto a non questionare quello che ti dicono gli insegnanti, ai quali lo Stato ha accordato lo strano diritto di punire chi dubiti di loro. Nel frattempo, la religione (qualunque sia, in Occidente come in Oriente) ci ha addestrato a dover ignorare, cioè a non cercare le risposte a una notevole quantità di domande principali e belle: perché si nasce? perché si muore? perché c’è il dolore? perché bisogna obbedire a certe regole? perché esiste il peccato? e così via. La religione ci ha imposto di credere che nessuno di questi “perché?” ci si chiarirà mai veramente, perché Dio ha deciso così e non vuole dare spiegazioni; e Dio, dal canto suo, è ciò che di più incomprensibile esista nell’universo: ovvero la proiezione suprema e totale del tuo irrimediabile destino di essere ignorante.
Dopo questo addestramento, diventare atei, rifiutando la metafisica, serve a poco: perché significa soltanto abbandonare tutte quelle domande principali senza aver tentato di rispondere.
Nel mondo, chi non vuole più essere ignorante non è ben visto, perché è pericoloso. Socrate fu uno dei filosofi che scontarono duramente quel tipo di sforzi, a cui si dedicava e a cui esortava gli amici: i capi ateniesi si accorsero che costituiva una minaccia per l’ordine vigente. Ogni volta che un suo interlocutore intavolava una qualche certezza, Socrate incominciava a smontarla dicendo: io, per conto mio, so di non sapere. E intendeva: so che quello che oggi si sa è un non sapere abbastanza, di cui troppi si accontentano; e, accontentandosene, si accontentano anche del loro modo di vita, di ciò che dicono i capi, di ciò che insegnano i sacerdoti, e in generale di come va il mondo – perché il mondo attuale è soltanto quel che attualmente sai del mondo, e se ti basta quel che ne sai, anche il mondo attuale ti basta. Invece, non appena si fa strada nella tua mente il dubbio che quel che sai è troppo poco, anche il mondo in cui oggi ti tocca vivere diventa troppo poco. Solo se sai di non sapere, puoi cominciare a sapere di più, e ad ampliare tutto ciò che è tuo: esigenze, diritti, desideri – in una parola, la tua libertà. Solo chi può sapere, può essere libero. L’ignoranza è ignorarlo.
Anche Gesù la pensava così, dato che disse: «La verità vi farà liberi» (Giovanni 8,32). E finì anche peggio di Socrate
LA PAURA
Anche tu avrai paura, di tanto in tanto, in questo capitolo. E, quando avverrà, ti raccomando di tenere desta la tua attenzione, e di far caso a una caratteristica di ogni nostra paura: la sensazione che possa essere invincibile.
È una sensazione realistica. Nel mondo la paura è veramente invincibile, in tutte le sue forme: sia come paura di qualche cosa conosciuta o sconosciuta, sia come paura della paura, sia come paura della paura della paura, sia come paura della paura della paura della paura – che è la più frequente di tutte.
Nel coraggio facciamo soltanto ciò che la paura ci impedirebbe di fare: e in tal modo lasciamo che la paura limiti le nostre possibilità d’azione – le quali, altrimenti, sarebbero migliaia in ciascun istante della nostra giornata. Per esempio: se un nostro amico superstizioso ha paura di un determinato numero, perché crede sia nefasto, può darsi che un giorno trovi il coraggio, su un aereo straniero, di sedersi in un posto che abbia proprio quel numero (sui nostri aerei, com’è noto, la numerazione dei posti tiene conto delle paure superstiziose); e magari il viaggio andrà felicemente, e nei giorni seguenti non capiterà nessun grave contrattempo a quel nostro amico, che potrà così convincersi di avere sconfitto, quella volta, la sua paura del tal numero.
Ma non l’avrà affatto sconfitta: avrà soltanto scelto uno dei due comportamenti che la sua paura del tal numero gli consentiva: fuggire da quel numero, o sfidarlo.
Proprio come prima, anche dopo quel suo viaggio i numeri non saranno per lui quel che semplicemente sono, cioè le unità minime di significato della lingua della matematica, bensì ricettacoli di misteriosi poteri, che per ragioni ancor più misteriose emanano da alcuni numeri e da altri no, e che lui, il nostro amico, ha finalmente avuto il coraggio di affrontare – cosa di cui ora è inutilmente fiero. Né si tratterà soltanto dei numeri: per poter credere nei loro influssi, il nostro amico deve aver strutturato molte altre sue interpretazioni della realtà in maniera che non contrastino con quella sua credenza: deve, cioè, credere che nelle lettere degli alfabeti non ci siano i pericoli che ci sono invece nei numeri: che tutte le lettere siano “buone” mentre certi numeri no. In tal modo, dato che i numeri e gli alfabeti definiscono tutto ciò che conosciamo, la sua paura sta influenzando, per lui, tutto ciò che esiste. Non possiamo neppure dire che nel nostro amico agiscano meccanismi di difesa per giustificare la sua paura dei numeri, ma è questa paura ad attivare un meccanismo di difesa che, per lui, è grande quando l’intero universo.
Da ciò deriva che al dominio che una qualsiasi nostra paura esercita su di noi si può sfuggire solo a una condizione: abbandonando il mondo che la nostra paura ci ha plasmato, e la nostra mentalità che ha prodotto la paura e se ne è lasciata plasmare. Tale abbandono è possibile solo adottando il “so di non sapere” in maniera radicale: pensando, cioè, che tutto ciò che il mio io sa adesso, e dunque tutto il suo mondo, non abbia valore per un altro mio io, che si è accorto di poterne sapere di più, e dunque di avere un mondo diverso.