PD: "D" come Democratico o "D" come De Benedetti?
I legami tra Soros, De Benedetti e il Partito Democratico
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Per comprendere cosa sia il PD, non possiamo trascurare la sua genesi e non possiamo trascurare l'anno 1992. Dobbiamo ricordare cosa abbia voluto dire per l'Italia quell'anno: gli omicidi di Falcone e Borsellino, lo scoppio del caso "Mani pulite" (che stravolse l'assetto politico italiano), l'attacco speculativo alla lira ed altre valute europee orchestrato dal megaspeculatore George Soros (oggi abitualmente presentato come un filantropo). Ma se questi sono eventi ben noti ai più, meno noto è un fatto passato molto in sordina sui media. Il 2 giugno 1992, sul panfilo della regina Elisabetta II, il Britannia, si svolgeva una riunione semi-cospirativa[3] tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, alcuni manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato. Oggetto di discussione: le privatizzazioni.
Queste ultime, lungi dall'essere uno strumento di "moderna" democrazia volto a rendere più efficiente l'economia nazionale, hanno rappresentato il passo preteso dall'oligarchia finanziaria per trasferire immense fette dell'impresa pubblica (industria, banche, infrastrutture) e dell'economia partecipata da piccolissimi imprenditori (il commercio) ad una ristretta oligarchia finanziaria decisa a finanziarizzare quanto più possibile l'economia mondiale per impedire lo scoppio della mega bolla speculativa che dal 1971, con l'abbattimento degli accordi di Bretton Woods, è andata crescendo in modo esponenziale, parassitando l'economia reale ed impedendone la ripresa reale. Questo processo di finanziarizzazione, oltre a coinvolgere l'impresa nazionale, ha coinvolto pure i risparmi degli italiani, trasferendoli durante gli anni '90 dai buoni del Tesoro al mercato azionario. Questi risparmi si volatilizzarono con lo scoppio della bolla della new economy, artatamente creata dal sistema bancario e dai media. Ma in questo processo rientra pure la progressiva distruzione del sistema di welfare, con sempre maggior attenzione al sistema previdenziale e pensionistico ed a quello sanitario.
Quando divenne chiaro alla cittadinanza il bluff che si celava dietro la campagna ideologica del "più impresa meno Stato", il termine "privatizzazioni" fu sostituito con il termine "liberalizzazioni"; più concorrenza, più libertà di mercato, avrebbero migliorato produzioni e servizi e fatto scendere i prezzi. Ed invece, dal commercio alle utilities, in Italia come nel resto del mondo, dove è intervenuto un processo di liberalizzazione, si è assistito a risultati diametralmente opposti a quelli promessi, e perfettamente coincidenti con il risultato del progressivo trasferimento della ricchezza nelle mani dell'oligarchia finanziaria. Se la guerra culturale[4] fatta di menzogne ripetute all'infinito dai media, e più in generale dal complesso culturale, ha fatto metter radici all'idea per cui le liberalizzazioni siano un fenomeno positivo per la gente, la classe politica ha fatto sì che i frutti della pianta seminata finissero nelle mani dei finanziatori della propria carriera politica.
Circa George Soros, egli non è semplicemente uno speculatore, bensì ricopre nella politica mondiale un ruolo che sempre da più parti gli viene riconosciuto.
Tra Soros, De Benedetti ed il PD italiano vi è un rapporto molto stretto, come faceva comprendere il Corriere della Sera[5] già nel 2005, con un articolo di Francesco Verderami. E' da questo stretto legame che si può evincere l'attuale natura oligarchica, invece che democratica e repubblicana, del Partito democratico italiano. Chi è uscito dall'incantesimo per cui i partiti funzionerebbero grazie alle sovvenzioni pubbliche, capisce bene che se un soggetto finanzia un partito, ha sullo stesso una certa influenza.
George Soros è famoso per il suo cinismo, per essere stato – per sua stessa ammissione – all'origine di varie spedizioni speculative (per esempio quella in Europa nel '92 e quella nel Sud-est asiatico nel '97-'98), ma anche famoso per avere finanziato le rivoluzioni "democratiche" a giro per il mondo, dall'Europa (come quelle in Ucraina, Georgia e Bielorussia), all'Asia e al Sud-America, nonché per il suo tentativo di legalizzare la droga a livello mondiale.
Il livello di moralità di questo sicario economico è ben referenziato da una sua affermazione, ripresa dal documento Lo sviluppo moderno dell'attività finanziaria alla luce dell'etica cristiana, preparato dalla Commissione pontificia Justitia et Pax; Soros testualmente dice:
«Sono certo che le attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore. Non ho neanche l'ombra di un rimorso perché faccio un profitto dalla speculazione sulla lira sterlina. Io non ho speculato contro la sterlina per aiutare l'Inghilterra, né l'ho fatto per danneggiarla. L'ho fatto semplicemente per far soldi».
Sia chiaro, si tratta di attività che si ammantano del crisma della legalità (anche se nel 2002 una corte francese lo condannò per insider trading), ma questo genere di legalità non è certo quello che consente di qualificare una persona come "filantropo".
Dice Verderami sul Corriere:
«Quando Francesco Rutelli è entrato ieri al numero 888 della Settima Avenue per conoscere George Soros, le presentazioni erano di fatto già avvenute. Perché il leader della Margherita era stato preceduto da una lettera inviata giorni fa da Carlo De Benedetti. Poche righe in cui l'Ingegnere aveva tracciato al potente finanziere il profilo dell'ex sindaco di Roma, definito «un giovane brillante politico italiano". I rivali di Rutelli diranno che si è fatto raccomandare, che per essere ricevuto si è valso di una lettera per accreditarsi. Ma la tesi stride con la genesi dell'incontro, se è vero che l'idea risale a due settimane fa, e che l'approccio è avvenuto via email. Con la posta elettronica Lapo Pistelli provò infatti a contattare il magnate americano. Il responsabile Esteri dei Dl si trovava insieme a Rutelli a Cipro per un incontro del Partito democratico europeo: studiando l'agenda del viaggio negli Stati Uniti, si accorsero che mancava qualcosa, "ci sono gli appuntamenti politici, però ne servirebbe uno con il mondo della finanza". è una storia tipicamente americana quella capitata al capo della Margherita, visto che quando partì il messaggio nessuno pensava di ottenere risposta, "nessuno in Italia - commenta Pistelli - si sognerebbe di entrare in contatto così con un industriale o un banchiere": "La storia del nostro incontro con Soros dimostra che in America, dall'altro capo del telefono o del computer, c' è sempre qualcuno pronto a darti attenzione".»
Non è la prima volta che Carlo De Benedetti funge da tramite tra politici italiani ed il megaspeculatore. La stessa cosa era già avvenuta anni prima con Antonio Di Pietro.
E' doveroso però puntualizzare alcune cose che, se non conosciute, non fanno comprendere a fondo la portata di questo articolo del Corriere. Rutelli gode dell'ammirazione del salotto di De Benedetti, per il cinismo delle soluzioni politiche "innovative" adottate, e che presto si dimostreranno disastrose (si pensi alla privatizzazione-quotazione di Acea, l'utility di Roma attiva nell'acqua e nell'energia). Queste operazioni consentono la quotazione in borsa dei cespiti dell'economia reale, nonché la partecipazione dei gruppi finanziari al capitale sociale di queste aziende. Per l'oligarchia finanziaria non è tanto importante la partecipazione in sé stessa, quanto ciò che essa consente di fare nei mercati finanziari; essa rappresenta cioè il sottostante su cui creare strumenti finanziari derivati (principalmente over the counter, fuori mercato) che consentono di sostenere ed alimentare la bolla speculativa globale.
Questa strumentalità alla grande finanza, dimostrò di averla anche Walter Veltroni, quando nel 2007, si rese protagonista dello scontro con il settore taxi, considerato dall'establishment un vero e proprio tavolo di prova che avrebbe consentito di procedere più spediti sul fronte della privatizzazione di tutti i servizi pubblici e para-pubblici. Veltroni, poi, dimostrando di aver compreso la lezione liberista dei Chicago boys, parlò più volte di "terapia shock" come metodo per l'attuazione dell'agenda economica. Lapo Pistelli, oggi candidato alle primarie del PD per le elezioni amministrative fiorentine, con assoluta nonchalance, parla dell'appuntamento con Soros, come di un fatto accidentale, come a dire: «Prima la politica, e poi la finanza, sia chiaro!», poi, da navigato sofista della politica, sottolinea che quel contatto via e-mail indica che nella terra di zio Tom vi sarebbe sempre qualche buon samaritano.
Con il soi disant filantropo, ha storiche relazioni pure Romano Prodi. Quest'ultimo racconta di aver collaborato con lui, dopo che lasciò la presidenza dell'Iri (addirittura partecipando alla cerimonia per laurea honoris causa conferita a Soros dalla facoltà di economia dell'Università di Bologna, e presentando l'edizione italiana del suo libro autobiografico).
Carlo De Benedetti, invece, oltre che essere famoso per avere contribuito alla distruzione di importanti industrie italiane (Olivetti e Fiat) è famoso per il suo ruolo di alter ego a Silvio Berlusconi sul fronte dei media (Repubblica, L'Espresso, vari giornali locali, Radio Deejay, Radio Capital, ecc.).
Se negli Stati Uniti è Soros che prova ad influenzare costantemente il Partito Democratico americano, in Italia è De Benedetti che prova a compiere la medesima operazione. Ma che visione ha De Benedetti sul come debba funzionare la Repubblica e quale sia la sua Costituzione? Da un'intervista del dicembre 2005 rilasciata al Corriere della Sera[6] , se ne rileva un quadro piuttosto chiaro. A parte il fatto di avere previsto che Prodi avrebbe avuto vita breve nel centro-sinistra – "amministratore straordinario" profetizzò – (probabilmente non l'ha imposto, ma grazie ai media ed ai soldi, si riescono ad attuare nei politici più deboli, meccanismi di vera e propria sudditanza psicologica) e che Veltroni e Rutelli sarebbero stati i leader del partito – non si può spiegare in termini propriamente democratici la candidatura di quest'ultimo a sindaco di Roma, quando con il progetto Margherita aveva conseguito risultati fallimentari ad ogni elezione, ed era responsabile dello scandalo delle tessere di partito intestate a deceduti … la meritocrazia … – , ci sono una serie di passaggi in quell'intervista, che fanno luce in merito a quelli che sono stati alcuni momenti decisivi della recente storia politica italiana, e quelli che dovranno essere gli obiettivi della sua creatura politica.
De Benedetti per esempio considera troppo poco liberiste le riforme fatte nel diritto del lavoro negli ultimi anni. Così, individuando anche le reali responsabilità storiche del processo di arretramento delle tutele lavorative, egli afferma: «Sul mercato del lavoro c'è un'elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più». E su chi debba essere il pilastro del sistema politico ed economico, egli fuoriesce completamente dal dettato costituzionale che fin dai suoi primi quattro articoli impernia tutta la sua visione sociale intorno a lavoro e lavoratore. Egli infatti afferma: «Il referente del Partito democratico deve essere il consumatore».
Recentemente, invece, dopo essere stato beneficiato da alcuni provvedimenti presi in Sardegna da Renato Soru, avrebbe individuato in quest'ultimo, il futuro leader del PD. Si tratterebbe di un'ulteriore involuzione del PD, vista la mentalità finanziarista e decrescitista dell'ex patron Tiscali.
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Claudio Giudici
PD: "D" come Democratico o "D" come De Benedetti?
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