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Discussione: Stranieri

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    Predefinito Stranieri

    Alla scoperta dell’identità, attraverso la differenza di razza, etnica; diversità come equilibrio antropologico e sociale

    Gli stranieri ci piacciono perché… sono stranieri

    di Emanuele Liut


    È evidente: razza, popoli, migrazione, se non affrontati nella “maniera giusta”, nella maniera obbligatoria, per così dire, sono argomenti tabù. Ci sono atti di tribunale a confermarlo, anni di carcere scontati in sacrificio alla democrazia, e la polizia del pensiero è sempre con le orecchie dritte; ma non è solo questo. Sono parole che evocano qualcosa di ancestrale, e perciò stesso, all’uomo dell’oggi che dimentica così facilmente la propria origine e che, perciò, vive nel presente come un fantasma tradendo ogni giorno il proprio sangue e il proprio suolo, angoscianti e repellenti idee. La sua arroganza saccente non le intende; e basta sfogliare le pagine dei libri di testo, dalle scuole dell’obbligo all’università (fatte salve le rare eccezioni di buon senso), per capire come i cervelli vengano plagiati dalla cosiddetta istruzione. Si finisce in generale per non dare troppo peso all’argomento, lo si affronta con sconcertante trivialità – proprio allo stesso modo in cui un malato finge a sé stesso di non esserlo, piuttosto di affrontare a viso aperto le proprie ferite e gli organi interni che stanno inesorabilmente deperendo, così la nostra società evita questi argomenti scottanti, proprio perché, se ne renda conto o meno, più che ogni altro la riguardano.
    Si è costretti poi, ideologicamente, a cadere in una posizione dicotomica e massificante: o razzisti o antirazzisti. O “pietosamente” ci si prodiga come pacifici soldati all’ecumenico progressismo della nova iglesia, o si sta dalla parte popolana del becero razzismo di stampo leghista. Da un lato il mantra della tolleranza, a parole, il pietoso volontarismo da buona coscienza che arriva finanche a una perversa sottomissione; dall’altro, nei fatti, l’acuirsi dell’intolleranza verso le altre razze e l’inconsistenza dei rimedi. Oppure si fomenta una becera intolleranza, per aizzare un poco gli animi plebei – ma si capisce quanto sia importante l’arrivo dei nuovi schiavi per l’economia di sfruttamento capitalistica. Lo scontro si gioca tra due falsari che appoggiano la stessa organizzazione criminale. La loro moneta è la stessa, ed è falsa da entrambi i lati. Il terzo non è escluso, ma è ancora peggiore: l’accondiscendenza a tutto, finché non si viene toccati personalmente, la passività di una disarmante indifferenza...
    Possibile che si debba per forza essere o aperti ad angolo retto o ottusamente sciovinisti? Una cultura come quella greca non aveva forse costruito la sua grandezza nella convivenza, e nello scontro salutare, tra orgoglio etnico e differenza, tra appartenenza e apertura razionale alle conoscenze che faceva proprie, provenienti da tutto il mondo conosciuto? Altri tempi. Ora si è ingabbiati in questo aut-aut funzionale alla distruzione delle identità – individuali quanto nazionali: perchè un popolo sano prospera nelle differenze –, nello spaesato equilibrio in cui le popolazioni, succubi inconsapevoli dei poteri di sovversione mondiale, si trovano a vivere – o meglio: a vegetare... in un mondo che sta diventando ormai troppo piccolo; troppo “unico” - ma sempre più privo delle unicità che lo rendevano magnifico nell’incontro e scontro tra le culture. Opprimente, pesante da portare. Uguale da Pechino a New York; immenso come lo spazio di una prigione. Un tugurio per uomini senza personalità. Perchè così ci vogliono: individui senza storia, senza identità, senza coscienza.
    La razza, per contrasto, fa paura ai nemici dell’uomo perchè risveglia un nucleo spirituale che affonda le radici nel sangue della storia, perchè spazza via con la sua profondità ogni intellettualismo, ogni falso bisogno e ogni artificiosità. E si impone come principio primario nell’esistenza dei popoli. Non parlo, non solo, del colore della pelle. Parlo della vitalità: che senso ha un popolo che non si tramanda nella forza, un popolo sofferente, che lascia fare i figli agli immigrati e se li fa non li sa educare alla salute? Che non è quindi “di buona razza”? Sarà un popolo sottomesso, un popolo che farebbe meglio a perire andando alla guerra, o a essere invaso da altri più forti. L’Inghilterra esisterà fra pochi anni solo geograficamente. E l’Italia...
    L’attuale configurazione dei processi socio-politici ed economici che hanno preso il nome di globalizzazione non ammette facili speranze. Il destino sembra segnato, il nemico troppo forte per essere soltanto scalfito. E le conseguenze prendono piede: Rosarno, la rivolta delle banlìeu, senza guardare i numerosi fatti quotidiani che sempre più testimoniano delle difficoltà di convivenza, sono solo i primi sintomi di un fuoco già acceso. Fomentato dall’alcol della crisi economica e del disagio dell’individuo moderno, esso non potrà che ardere sulla legna umana fornita a pieno ritmo dalla migrazione globale. Il paesaggio è desolante. Una semplice domanda come “che fare?” ci atterrisce quanto il piombo. Ma non tutto è perduto; e come diceva Voltaire, non si è perso niente se si è conservato l’onore. Si tratta allora, senza speranze e senza abbattimenti, consapevoli che “nessuno, oggi, può sperare di ribellarsi all’oscurantismo progressista e democratico sperando di vincere. Ma solo perchè sente il dovere di prestare testimonianza”, di capire gli eventi, di divinare le necessità ancora inespresse di cui è gravido il nostro futuro, di carpire le possibilità in esso insite; e di comprendere come, attraverso il passato – che, come nota Giovanni Damiano in Elogio delle differenze (Ed. di Ar, 1999), “può sempre di nuovo irrompere nel presente, sconvolgendo quel rassicurante orizzonte storico che vuole esorcizzare insieme il passato e il futuro” –, attraverso la consapevolezza della libertà nella storia, della “storia come libertà”, - si possano riaprire nuovi varchi per un futuro altro da ciò che ci viene prospettato come ineluttabile: per una reale contrapposizione alla decadenza globale – alla mascherata del progresso – delle razze e dei popoli. Attraverso la differenza far riemergere la radice dell’identità. Prepararsi al gioco, comprenderlo: giocarlo per non esserne giocati. La reinterpretazione della storia influisce sul presente e sul futuro: il Terzo Reich non sarebbe stato senza i Greci di Nietzsche.... Per concludere, tornando alla disincantata conversazione iniziale, si confluì infine a questo pensiero: “è così bello che ci siano le razze. Che esistano le differenze tra i popoli e tra gli individui. Ed è davvero assurdo, triste e omologante, il volere l’uguaglianza, questa pretesa e chimerica uguaglianza, a tutti costi”. È un sintomo di debolezza, di masochismo, di depersonalizzazione, di oblio nella e della storia, aggiungo ora.
    Qualche tempo dopo, leggendo l’ottimo romanzo di Jean Mabire sul Barone Roman Feodorovich von Ungern-stenberg, Il dio della guerra, trovai un’edificante e ben più schietta conferma: “contro la rivoluzione rossa che vuole trasformare il genere umano in una massa indistinta - il vecchio sogno cristiano - restituiremo a ciascuno la propria personalità. Un buriato non sarà mai un calmucco, né un bianco un giallo. Però possono combattere fianco a fianco, proprio per affermare nel mondo la differenza necessaria tra i popoli e tra gli uomini. Odio l’uguaglianza. È la menzogna dei profeti. Non vi è un solo popolo che assomigli a un altro popolo. Gli stranieri mi piacciono perché sono stranieri”. Sì! Gli stranieri ci piacciono perchè sono stranieri! - basta quest’ultima frase per smontare le lamentose pretese dei paladini del buonismo egualitario e i pietosi samaritani.

    Gli stranieri ci piacciono perché… sono stranieri | Rinascita.eu - Quotidiano di Sinistra Nazionale


    carlomartello
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