Vedova chiede aiuto a Berlusconi
La risposta: «Non curo casi individuali»
Madre di due figli cardiopatici cercava un lavoro
«Un intervento personale non è possibile, spiacenti»

La lettera della presidenza del Consiglio alla vedova
NAPOLI - Per lei non si è spinto a dire che bisogna aiutarla perché «è la nipote di Mubarak». Per lei non ha mai messo in gioco il suo buon nome e la sua reputazione. Eppure Maria Rosaria D’Angelo, vedova, con tre bambini di cui due cardiopatici, senza lavoro e senza una pensione, avrebbe veramente bisogno di una mano. A lei, però, Berlusconi ha risposto che «il Capo del Governo non può farsi carico dei casi individuali, anche se degni della massima considerazione» . Maria Rosaria, 35 anni, non chiedeva soldi, ma solo un’opportunità occupazionale. Un lavoro, la possibilità di guadagnarsi, col sudore e la fatica, il pane quotidiano per sé e per i suoi bambini. Ma forse, rispetto a Ruby, le manca qualcosa. Nel senso che la sua situazione non è abbastanza drammatica. «L’avviamento al lavoro ha le sue regole e nessuna Autorità può agire in deroga— dice il premier — Un intervento personale del presidente del Consiglio inteso a segnalare un nominativo non è esperibile, anche se dal punto di vista umano c’è sempre rammarico di non aver potuto dare una mano».
La lettera di risposta alla richiesta di aiuto, protocollata con numero 59606 e datata 8 luglio 2010, è partita dall’ufficio del presidente del Consiglio dei ministri, scritta dall’onorevole Valentino Valentini — secondo l’ex ambasciatore statunitense, «l’uomo chiave di Berlusconi in Russia» — il quale parla, come specifica egli stesso, «a nome dell’On. Silvio Berlusconi» . «Gli ho scritto diverse volte— racconta ora Maria Rosaria — forse alla fine mi ha risposto perché si è scocciato. L’ultima volta gli scrissi una lettera perché a mia figlia, che ha il prolasso della valvola mitrale e problemi di coagulazione del sangue, era caduto un dente e stava per morire dissanguata. In quel momento di disperazione non sapevo a chi altro rivolgermi. Mio marito, che lavorava al nero in uno sfasciacarrozze, non mi ha lasciato alcuna pensione. Non ho più i miei genitori, e ora non posso neanche più contare sui 350 euro al mese che percepivo con il reddito di cittadinanza. Ho visto che Berlusconi ha aiutato quella ragazza straniera perché era un caso bisognoso. Anch’io credo di essere un caso bisognoso. Il mio bimbo di 4 anni è nato col ‘‘ soffio’’ al cuore, i medici dicono che non può stare in una casa umida come la mia, e il mio timore più grande è che da un giorno all’altro gli assistenti sociali decidano di portarmelo via. Non chiedo soldi, solo un piccolo, umile posto di lavoro».
Nella sua risposta, il premier suggerisce poi di rivolgersi ad altri: «La informo— scrive Valentini — che in base alla normativa vigente, gli Enti Locali sono i soli che, per competenza ed in presenza di documentate istanze, possono fornire ogni utile sostegno a fronte di particolari situazioni di disagio economico. Pertanto, qualora lo ritenesse opportuno, potrà rivolgersi all’assessore alle Politiche sociali del suo Comune per trovare una possibile soluzione. Sono davvero spiacente di non poter far pervenire una risposta nel senso da Lei desiderato e con l’auspicio che possa superare presto questo difficile momento, La saluto cordialmente». In poche parole, dev’essere il Comune a occuparsi dei casi bisognosi, non il premier, perché lui, appunto, «non può farsi carico dei casi individuali».
Stefano Piedimonte
19 gennaio 2011