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Discussione: Assisi o non Assisi?

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    Predefinito Assisi o non Assisi?

    Santità, fugga lo spirito di Assisi

    Appello di “alcuni cattolici gratissimi” affinché il Papa non riaccenda le confusioni sincretiste

    Il Foglio, 11 gennaio 2011


    Santo Padre Benedetto XVI, siamo alcuni cattolici gratissimi dell’opera da Lei compiuta come pastore della Chiesa universale in questi anni; riconoscenti per la sua grande valutazione della ragione umana, per la concessione del motu proprio “Summorum pontificum”, per il Suo proficuo rapporto con gli Anglicani che ritornano all’unità, e per molto altro ancora.
    Abbiamo preso il coraggio di scriverle dopo aver sentito, proprio nei giorni del massacro dei cristiani copti in Egitto, dell’ intenzione di convocare ad Assisi, per il mese di ottobre, un grande raduno interreligioso, venticinque anni dopo “Assisi 1986”.
    Tutti noi ricordiamo quell’evento di tanti anni fa.

    Un evento anche mediatico come pochi, che, a prescindere dalle intenzioni e dalle dichiarazioni di chi lo convocò, ebbe un contraccolpo innegabile, rilanciando, proprio nel mondo cattolico, l’indifferentismo ed il relativismo religioso.
    Proprio da quell’avvenimento prese vigore presso il popolo cristiano l’idea che l’insegnamento secolare della Chiesa, “una, santa cattolica e apostolica”, sull’unicità del Salvatore, fosse in qualche modo da archiviare.
    Tutti noi ricordiamo rappresentanti di tutte le religioni in un tempio cattolico, la chiesa di Santa Maria degli Angeli, allineati con in mano un ramoscello di ulivo: quasi a significare che la pace non passa da Cristo ma, indistintamente, da tutti i fondatori di un credo, quale che esso sia (Maometto, Budda, Confucio, Kalì, Cristo…).

    Ricordiamo la preghiera dei mussulmani in Assisi, cioè nella città di un santo che aveva fatto della conversione degli islamici uno dei suoi obiettivi.
    Rammentiamo la preghiera degli animisti, la loro invocazione degli spiriti elementali, e quella di altri credenti o di rappresentanti di religioni atee come il giainismo.
    Quel pregare “insieme”, qualsiasi fosse il fine, volenti o nolenti ebbe l’effetto di far credere a molti che tutti pregassero “lo stesso Dio”, solo con nomi diversi.

    Invece le Sacre Scritture parlano chiaro: “Non avrai altro Dio all’infuori di me” (I comandamento); “Io sono la Via, la Verità e la Vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14, 6).
    Chi scrive non nega certamente il dialogo, con ogni persona, di qualsiasi religione essa sia.

    Viviamo nel mondo, e tutti i giorni parliamo, discutiamo, amiamo, anche chi non è cristiano, perché ateo, incerto, o di altre religioni. Ma questo non ci impedisce di credere che Dio stesso sia venuto sulla terra, e si sia fatto uccidere, per insegnarci, appunto, la Via e la Verità, e non solo una delle tante e possibili vie e verità. Cristo è per noi cristiani il Salvatore: l’Unico Salvatore del mondo.
    Ricordiamo dunque con sgomento, tornando a quell’avvenimento di venticinque anni fa, i polli sgozzati sull’altare di santa Chiara secondo riti tribali e la teca con una statua di Budda posta sopra l’altare della chiesa di san Pietro, sopra le reliquie del martire Vittorino, ammazzato, 400 anni dopo Cristo, per testimoniare la sua fede.

    Ricordiamo i sacerdoti cattolici che si sottoposero a riti iniziatici di altre religioni: una scena raccapricciante, dal momento che, se è “sciocco” battezzare nella fede cattolica una persona adulta che non vi crede, altrettanto assurdo è il fatto che un sacerdote cattolico si sottoponga a un rito cui non riconosce alcuna validità né utilità. Così facendo si finisce infatti solo per far passare una idea: che i riti, tutti, non siano altro che vuoti gesti umani. Che tutte le concezioni del divino si equivalgano. Che tutte le morali, che da ogni religione promanano, siano intercambiabili.
    Ecco, quello “spirito di Assisi”, su cui poi i media e i settori della Chiesa più relativisti ricamarono a lungo, gettò confusione. Ci sembrò estraneo al Vangelo e alla Chiesa di Cristo, che mai, in duemila anni, aveva scelto di fare altrettanto. Avremmo voluto riscrivere, allora, queste ironiche osservazioni di un giornalista francese: “In presenza di tante religioni, si crederà più facilmente o che esse sono tutte valide o che sono tutte indifferenti; vedendo così tanti dei, ci si chiederà se tutti non si equivalgono o se ce n’è uno solo vero. Il parigino beffardo (scettico ed ateo, ndr) imiterà quel collezionista scettico, il cui amico aveva appena fatto cadere un idolo da una mensa: ‘Ah! Disgraziato, poteva essere il Dio vero’”.

    Trovammo conforto, allora, alle nostre perplessità, in tantissime dichiarazioni di pontefici che avevano sempre condannato un siffatto “dialogo”.
    Un Congresso di tutte le religioni era stato già organizzato, infatti, a Chicago, nel 1893, e a Parigi, nel 1900. Ma papa Leone XIII era intervenuto a vietare qualsiasi partecipazione cattolica.
    Lo stesso atteggiamento tenne Pio XI, il papa che condannò l’ateismo comunista e quello nazionalsocialista, ma che deplorò nel contempo il tentativo di unire gli uomini in nome di un vago e indistinto senso religioso, senza Cristo.

    Scriveva quel papa nella sua “Mortalium animos” (Epifania del 1928), proprio a riguardo dei congressi ecumenici: “Persuasi che rarissimamente si trovano uomini privi di qualsiasi sentimento religioso, sembrano trarne motivo a sperare che i popoli, per quanto dissenzienti gli uni dagli altri in materia di religione, pure siano per convenire senza difficoltà nella professione di alcune dottrine, come su un comune fondamento di vita spirituale. Perciò sono soliti indire congressi, riunioni, conferenze, con largo intervento di pubblico, ai quali sono invitati promiscuamente tutti a discutere: infedeli di ogni gradazione, cristiani, e persino coloro che apostatarono da Cristo o che con ostinata pertinacia negano la divinità della sua Persona e della sua missione. Non possono certo ottenere l’approvazione dei cattolici tali tentativi fondati sulla falsa teoria che suppone buone e lodevoli tutte le religioni, in quanto tutte, sebbene in maniera diversa, manifestano e significano egualmente quel sentimento a tutti congenito per il quale ci sentiamo portati a Dio e all’ossequente riconoscimento del suo dominio. Orbene, i seguaci di siffatta teoria, non soltanto sono nell’inganno e nell’errore, ma ripudiano la vera religione depravandone il concetto e svoltano passo passo verso il naturalismo e l’ateismo…”.

    Col senno di poi, possiamo dire che Pio XI aveva ragione, anche solo sul piano della mera opportunità: quale è stato, infatti, l’effetto di “Assisi 1986”, nonostante le giuste dichiarazioni di papa Giovanni Paolo II, volte ad impedirne una simile interpretazione?
    Qual è il messaggio che hanno rilanciato talvolta gli stessi organizzatori, i media, ed anche non pochi ecclesiastici modernisti, ansiosi di ribaltare la Tradizione della Chiesa?
    Ciò che è passato, presso moltissimi cristiani, tramite le immagini, che sono sempre le più evocative, e tramite i giornali e le tv, è molto chiaro: il relativismo religioso, che è poi l’equivalente dell’ateismo.

    Se tutti pregano “insieme”, hanno concluso in tanti, allora le religioni sono tutte “uguali”: ma se così è, significa che nessuna di esse è quella vera.
    A quell’epoca, Lei, cardinale e prefetto della Congregazione della Fede, insieme al cardinal Giacomo Biffi e a tanti altri, fu tra coloro che espressero forti perplessità. Per questo, negli anni successivi, non partecipò mai alle repliche proposte ogni anno dalla Comunità di Sant’Egidio.
    Infatti, come Lei ha scritto in “Fede, verità e tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo” (Cantagalli, 2005), proprio criticando l’ecumenismo indifferentista, al cattolico “deve risultare nettamente che non esistono ‘le religioni’ in generale, che non esiste una comune idea di Dio e una comune fede in Lui, che la differenza non tocca unicamente l’ambito della immagini e delle forme concettuali mutevoli, ma le stesse scelte ultime..”.

    Lei concorda perfettamente, dunque, con Leone XIII e con Pio XI sul pericolo di contribuire, con gesti come quelli di “Assisi 1986”, al sincretismo ed all’indifferentismo religioso.
    Rischio messo in luce anche dai padri conciliari del Vaticano II, che in Unitatis Redintegratio, a proposito, si badi bene, dell’ecumenismo non con le altre religioni, ma con gli altri “cristiani”, invitavano alla prudenza: “Tuttavia la comunicazione nelle cose sacre non la si deve considerare come un mezzo da usarsi indiscriminatamente per il ristabilimento dell’unità dei cristiani…”.

    Lei ha insegnato, in questi anni, non sempre compreso neppure dai cattolici, che il dialogo avviene e può avvenire non tra diverse teologie, ma tra diverse culture; non tra le Fedi, ma tra gli uomini, alla luce di ciò che tutti ci contraddistingue: la ragione umana.

    Senza ricreare l’antico Pantheon pagano; senza che l’integrità della Fede venga messa a repentaglio dall’amore per il compromesso teologico; senza che la Rivelazione, che non è nostra, venga rimaneggiata dagli uomini e dai teologi intenti a conciliare l’inconciliabile; senza che Cristo, “segno di contraddizione”, debba essere messo sullo stesso piano di Budda o di Confucio, che tra il resto non dissero mai di essere Dio.
    Per questo siamo qui a esporLe la nostra preoccupazione.
    Temiamo che qualsiasi cosa Lei dirà, tv, giornali e tanti cattolici interpreteranno alla luce del passato e dell’indifferentismo imperante; che qualsiasi cosa affermerà, l’evento sarà letto come la continuazione della manipolazione della figura di Francesco, trasformato, dagli ecumenisti odierni, in un irenista e in un sincretista senza fede. Sta già succedendo…

    Abbiamo paura che qualsiasi cosa Lei dirà, per fare chiarezza, i fedeli semplici, come siamo anche noi, in tutto il mondo non vedranno (e non gli sarà fatto vedere, ad esempio in tv) altro che un fatto: il vicario di Cristo non che parla, discute, dialoga con i rappresentanti di altre religioni, ma che prega con loro. Come se il modo e l’obiettivo della preghiera fossero indifferenti.
    E molti, sbagliando, penseranno che anche la Chiesa ormai ha capitolato, ed ha riconosciuto, in sintonia con la mentalità new age, che pregare Cristo, Allah, Budda o Manitù sia la stessa cosa. Che la poligamia islamica e animista, le caste induiste o lo spiritismo politeista animista… possano stare insieme alla monogamia cristiana, alla legge dell’amore e del perdono ed al Dio Uno e Trino.

    Ma come ha scritto sempre Lei, nel libro citato: “Con l’indifferenziazione delle religioni e con l’idea che esse siano tutte sì distinguibili, e tuttavia propriamente uguali, non si avanza”.
    Santo Padre, noi pensiamo che con una nuova “Assisi 1986” nessun cristiano in terre d’Oriente verrà salvato: né nella Cina comunista, né in Corea del nord, né in Pakistan o in Iraq… tanti fedeli, invece, non capiranno più perché proprio in quei paesi c’è ancora oggi chi muore martire per non rinnegare il suo incontro non con una religione, ma con Cristo. Come sono morti gli stessi apostoli.

    Di fronte alla persecuzione, ci sono vie politiche, diplomatiche, dialoghi personali e di Stato: si seguano tutte, nel modo migliore possibile. Con la Sua amorevolezza e il Suo desiderio di pace per tutti gli uomini.
    Ma senza che sia possibile a chi vuole confondere le acque e rilanciare il relativismo religioso, anticamera di ogni relativismo, una opportunità, anche mediatica, così ghiotta come la “riedizione” di “Assisi 1986”.

    Con devozione filiale



    Francesco Agnoli, Lorenzo Bertocchi, Roberto de Mattei, Corrado Gnerre, Alessandro Gnocchi, Camillo Langone, Mario Palmaro, Luisella Scrosati, Katharina Stolz

    Santità, fugga lo spirito di Assisi - [ Il Foglio.it › La giornata ]

  2. #2
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    Predefinito Rif: Assisi o non Assisi?

    Perché essere ad Assisi con il Papa

    di Andrea Tornielli

    La Bussola Quotidiana, 14-01-2011


    All’inizio dell’anno Benedetto XVI nel corso dell’Angelus ha annunciato la convocazione – con la sua partecipazione – di un incontro mondiale delle religioni ad Assisi, per invocare la pace, in occasione del venticinquesimo anniversario del primo raduno voluto dal venerabile (e presto beato) Giovanni Paolo II nell’ottobre 1986.

    Quel primo incontro fu preceduto e accompagnato da molte polemiche. Alcuni autorevoli cardinali espressero perplessità sull’opportunità di convocarlo. Mentre l’arcivescovo Marcel Lefebvre, all’epoca sospeso a divinis ma non ancora scomunicato, si appellò a sette porporati, tra i quali l’arcivescovo di Genova Giuseppe Siri, chiedendo loro di fermare il Pontefice che a suo dire continuava «a rovinare la fede cattolica» deridendo il Credo e il Decalogo, e definendo «abominevole» il meeting interreligioso.

    In quella occasione, non per responsabilità del Papa, si verificarono delle sbavature e qualche abuso (anche se non tutto ciò che circola e si auto-riproduce in proposito sul Web è vero). Il discorso di Giovanni Paolo II, alla cui stesura e revisione collaborò l’allora cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, fu chiaro. Anche se, come lo stesso Ratzinger sottolineò più di una volta, sono da prendere sul serio le preoccupazioni di quanti temono che questi incontri veicolino l’idea che tutte le religioni si equivalgono, che tutte sono ugualmente via di salvezza.

    Nei giorni scorsi alcuni storici e giornalisti cattolici vicini alla sensibilità tradizionale hanno firmato un appello a Benedetto XVI pubblicato sul quotidiano il Foglio, riprendendo quei dubbi e quelle preoccupazioni. Alcuni di loro sono collaboratori apprezzati sia della Bussola che del Timone. Essi chiedono al Papa di considerare i rischi di un evento del genere, e si dicono sicuri che qualunque cosa Ratzinger dirà o farà ad Assisi, il messaggio veicolato dai media sarà quello – sbagliato – del sincretismo religioso, di un pericoloso abbraccio tra verità ed errore che mette tutto e tutti sullo stesso piano. Ed è evidente che le perplessità che i firmatari esprimono sono condivise da più di qualcuno nella Chiesa.

    Nessuno nega la possibilità di criticare la decisione papale sulla base di motivazioni di convenienza, e non si può certo dire che l’appello su Assisi sia irrispettoso. Paolo VI, Giovanni Paolo II e ora Benedetto XVI sono stati sottoposti a critiche e a un dissenso interno alla Chiesa spesso corrosivo, feroce e ben più grave. Detto questo, a chi scrive sono però sembrate fuori luogo le motivazioni addotte nella lettera aperta al Papa, e il fatto che, nonostante la lunghezza dell’appello stesso, si sia omesso qualsiasi accenno alla seconda riunione mondiale delle religioni di Assisi, convocata, sempre da Giovanni Paolo II, nel gennaio 2002, dopo gli attentati alle Torri Gemelle.

    Veniamo innanzitutto alle motivazioni. I firmatari per convincere il Papa a ripensare ad Assisi, nella speranza che non ci vada (anche se non è esplicito, questo è il senso), hanno addotto ragioni teologiche, citando brani di Leone XIII e di Pio XI. Ovviamente più che legittimo, anche se a mio parere fuori luogo: l’effetto che si ottiene – al di là delle intenzioni – è infatti quello di voler spiegare a un Papa teologo, che conosce piuttosto bene il magistero dei predecessori, le motivazioni per le quali dovrebbe rimangiarsi un annuncio già fatto.

    E' azzardato appellarsi al Papa per spiegargli che non deve prendere una determinata iniziativa in quanto non è in linea con il suo pontificato. Perché, in fondo, questo è ciò che si legge in quell’appello. Si dice al successore di Pietro che per essere in linea con il suo stesso magistero deve cambiare idea. Il che dimostra l’esistenza di «ratzingeriani» i quali finiscono per essere o apparire più ratzingeriani di Ratzinger. L’iniziativa, insomma, non si limita a essere una lettera preoccupata di chi chiede al Pontefice che vengano evitati rischi e cattive interpretazioni e si presta a essere letta, invece, come la volontà di dettare la linea al Papa per evitare che esca dai programmi del suo stesso pontificato.

    Il che significa, in fin dei conti, che ci si è fatti un’idea di Benedetto XVI che non corrisponde alla realtà, anche perché è stato il Papa – senza subire pressioni o suggerimenti di alcuno – a decidere di convocare Assisi III.

    Veniamo al secondo rilievo. Fu Giovanni Paolo II, poco prima di partire per Assisi nel gennaio 2002, a volere a fianco a sé il cardinale Ratzinger. Che vi partecipò e al suo ritorno scrisse una profonda meditazione sul significato del gesto e sull’esperienza vissuta.

    «Non si è trattato – osservò il futuro Papa su Trentagiorni - di un’autorappresentazione di religioni che sarebbero intercambiabili tra di loro. Non si è trattato di affermare una uguaglianza delle religioni, che non esiste. Assisi è stata piuttosto l’espressione di un cammino, di una ricerca, del pellegrinaggio per la pace che è tale solo se unita alla giustizia». «Con la loro testimonianza per la pace, con il loro impegno per la pace nella giustizia - continuava l’allora cardinale Ratzinger - i rappresentanti delle religioni hanno intrapreso, nel limite delle loro possibilità, un cammino che deve essere per tutti un cammino di purificazione».

    Gli amici e colleghi firmatari dell’appello hanno presentato solo dubbi e rischi, evitando di citare le motivazioni del futuro Papa. Valeva invece la pena ricordare che nel libro Fede Verità e Tolleranza, sempre Ratzinger affermava che pur esistendo «pericoli innegabili» di fraintendimenti, «sarebbe però altrettanto sbagliato rifiutare in blocco e incondizionatamente la preghiera multireligiosa », la quale va legata a determinate condizioni e deve rimanere un «segno in situazioni straordinarie, in cui, per così dire, si leva un comune grido d’angoscia che dovrebbe riscuotere i cuori degli uomini e al tempo stesso scuotere il cuore di Dio»?.

    Si può dissentire, si può manifestare la propria preoccupazione, ma non si dovrebbe ignorare ciò che lo stesso Ratzinger ha detto proprio su questo argomento, spiegando il significato di tali gesti. Nel 2002 non si ripeterono le sbavature del 1986, come ha recentemente riconosciuto persino il superiore della Fraternità San Pio X, monsignor Bernard Fellay. Il venerabile e presto beato Papa Wojtyla volle riunire le religioni per togliere giustificazione teologica all’uso della violenza, all’abuso del nome di Dio per giustificare il terrorismo.

    In un momento in cui lo scontro di civiltà veniva presentato come inevitabile, volle indicare il compito delle religioni nella costruzione della pace. Da dieci anni a questa parte, ci sembra che sulla scena mondiale sia dominante l’idea del conflitto tra religioni e l’esasperazione di quest’ultimo, non l’abbraccio sincretistico che fa apparire tutti uguali e tutti buoni.

    Attribuire alle riunioni di Assisi la responsabilità della perdita della fede in Gesù unico salvatore, sostenere che a seguito di quei meeting interreligiosi la gente ha finito per considerare tutte le religioni uguali ci sembra oggettivamente ingiusto. Com’è ingiusto attribuire al Concilio Vaticano II la crisi della fede che ha caratterizzato gli ultimi decenni del secolo scorso.

    Il Papa ha indicato quest’anno la libertà religiosa come via indispensabile per costruire la pace, pochi giorni fa ha ricordato che non si può negare «il contributo delle grandi religioni del mondo allo sviluppo della civiltà». Il successore di Pietro ritiene che l’umanità oggi stia vivendo un momento così difficile da giustificare anche i rischi di un Assisi III.

    Si può non essere d’accordo con lui, ma non è giusto cercare di affermare che è il Papa a non essere d’accordo con se stesso. Se c’è uno del quale si può star sicuri che non darà adito a fraintendimenti, questo è proprio Joseph Ratzinger, oggi Benedetto XVI. Starà a noi che ci occupiamo di informazione, come del resto molti dei firmatari dell’appello, far passare il messaggio corretto su quell’evento.


    La Bussola Quotidiana notiziario cattolico di opinione online: Perché essere ad Assisi con il Papa

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    Predefinito Rif: Assisi o non Assisi?

    L'impegno ecumenico è irreversibile

    di Massimo Introvigne

    La Bussola Quotidiana, 26-01-2011


    Il modo sistematico e impegnativo con cui Benedetto XVI ha ribadito l'irreversibilità dell'impegno per l'ecumenismo in occasione della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani del 2011, conclusa il 25 gennaio con la celebrazione ecumenica dei Vespri a San Paolo fuori le Mura, ha sorpreso qualche commentatore. Sono però semplici fantasie quelle secondo cui saremmo di fronte a una svolta o a una novità nel Pontificato di Benedetto XVI.

    Chi pensa o scrive così ha dimenticato il primo messaggio del neo-eletto Pontefice, del 20 aprile 2005, in cui - tracciando un programma del suo pontificato, e dopo avere anzitutto richiamato lo sforzo per la corretta interpretazione e attuazione del Concilio Ecumenico Vaticano II - il Papa definiva suo «impegno primario», «ambizione» e «impellente dovere» la prosecuzione del cammino ecumenico. Cinque giorni dopo, il 25 aprile 2005 ribadiva a proposito dell'ecumenismo: «Sulle orme dei miei Predecessori, in particolare Paolo VI [1897-1978] e Giovanni Paolo II [1920-2005], sento fortemente il bisogno di affermare di nuovo l'impegno irreversibile, preso dal Concilio Vaticano II e proseguito nel corso degli ultimi anni».

    Nessuna novità dunque, ma attuazione di un programma annunciato fin dal primo giorno del pontificato. La Bussola Quotidiana ha già dato conto dei primi interventi di Benedetto XVI nella Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 2011, costruiti - come ha ribadito all'Angelus di domenica 23 gennaio - «su questi quattro “cardini”: la vita fondata sulla fede degli Apostoli trasmessa nella viva Tradizione della Chiesa, la comunione fraterna, l’Eucaristia e la preghiera. Solo in questo modo, rimanendo saldamente unita a Cristo, la Chiesa può compiere efficacemente la sua missione, malgrado i limiti e le mancanze dei suoi membri, malgrado le divisioni, che già l’apostolo Paolo dovette affrontare nella comunità di Corinto».

    A chi obietta che, se forse avanza con gli ortodossi, con i protestanti il dialogo ecumenico è sostanzialmente inutile, il Papa risponde in modo articolato, ricevendo in Vaticano il 24 gennaio una delegazione luterana tedesca, dopo che - come La Bussola Quotidiana ha a suo tempo riferito - la settimana prima aveva ricevuto altri luterani, quella volta finlandesi. Ai tedeschi, che lo avevano salutato ricordando trent'anni di dialogo con lui, il Papa ha spiegato con un certo puntiglio che come teologo prima e vescovo e Pontefice poi in verità sta dialogando con i luterani non da trenta, ma da cinquant'anni.

    Inutilmente? Il Papa ammette, discutendo in modo molto realistico con i luterani tedeschi, che non si è certo vicini all'unità: anzi, «la meta comune dell'unità piena e visibile dei cristiani oggi sembra essere di nuovo più lontana. Gli interlocutori ecumenici portano nel dialogo idee sull'unità della Chiesa completamente diverse. Condivido la preoccupazione di molti cristiani per il fatto che i frutti dell'opera ecumenica, soprattutto in relazione all'idea di Chiesa e di ministero, non vengono ancora recepiti a sufficienza dagli interlocutori ecumenici».

    Nessuna illusione, dunque. Ma allora perché dialogare? Il Papa fornisce quattro buone ragioni. La prima è che un clima di cordialità non sostituisce certo l'accordo dottrinale, ma è una delle premesse perché di dottrina si possa almeno discutere. «Nonostante le differenze teologiche che continuano a esistere su questioni in parte fondamentali, è cresciuto un "insieme" fra noi - dice il Papa ai luterani tedeschi - che diviene sempre più la base di una comunione vissuta nella fede e nella spiritualità fra luterani e cattolici. Quanto già raggiunto rafforza la nostra fiducia nel proseguire il dialogo perché soltanto così possiamo rimanere insieme lungo quella via che in definitiva è Gesù Cristo stesso».

    In secondo luogo, il dialogo ecumenico costituisce una testimonianza comune di fronte a una irreligione sempre più aggressiva, che trae pretesto dalle divisioni fra Chiese e comunità per sostenere che nessuna religione è vera. Di fronte a queste «sfide del mondo contemporaneo» - così si è espresso il Papa nei Vespri del 25 gennaio - la divisione delle testimonianze non può, aveva detto il giorno prima ai visitatori venuti dalla Germania, che «recare loro danno», mentre si tratta insieme di «lottare a livello mondiale per le questioni fondamentali».

    In terzo luogo, il dialogo permette alla Chiesa Cattolica di testimoniare in un clima cordiale ma fermo a favore dei principi non negoziabili su vita e famiglia, insistendo sul fatto che questi sono accessibili a tutti sulla base del semplice uso di ragione, e se del caso deplorando - ma senza rinunciare a spiegare, e a cercare di convincere - che alcune comunità protestanti si siano allontanate da tali principi. Senza sconti, però. «Fa piacere - ricorda ancora il Papa ai suoi interlocutori tedeschi - affermare che accanto al dialogo luterano cattolico internazionale sul tema "Battesimo e la crescente comunione ecclesiale", anche in Germania dal 2009 una commissione bilaterale di dialogo della Conferenza Episcopale e della Chiesa evangelica luterana tedesca ha ripreso la sua attività sul tema: "Dio e la dignità dell'uomo".

    Questo ambito tematico comprende in particolare anche i problemi sorti di recente in relazione alla tutela e alla dignità della vita umana, così come le questioni urgenti della famiglia, il matrimonio e la sessualità, che non possono essere taciute o trascurate solo per non mettere a repentaglio il consenso ecumenico raggiunto finora». No, dunque, a un ecumenismo che non parli di aborto e matrimonio omosessuale solo perché sa già che su questi temi con alcuni protestanti si manifesterebbe un dissenso. Sì, invece, a un dialogo che affronti apertamente questi temi, non per cercare un minimo comune denominatore che non esiste, ma per portare l'interlocutore a riconoscere la verità della posizione che la Chiesa Cattolica sostiene con argomenti di fede e di ragione.

    Ma, in quarto luogo, il motivo per cui l'impegno ecumenico è irreversibile è che la Chiesa, per quanto il compito appaia talora non solo difficile ma impossibile, lo percepisce come obbedienza alla volontà e alla chiamata di Dio stesso. È per questo che la Chiesa non si rassegna all'insuccesso, né si accontenta di successi parziali. «La ricerca del ristabilimento dell'unità tra i cristiani divisi non può pertanto ridursi ad un riconoscimento delle reciproche differenze ed al conseguimento di una pacifica convivenza: ciò a cui aneliamo è quell’unità per cui Cristo stesso ha pregato e che per sua natura si manifesta nella comunione della fede, dei sacramenti, del ministero. Il cammino verso questa unità deve essere avvertito come imperativo morale, risposta ad una precisa chiamata del Signore. Per questo occorre vincere la tentazione della rassegnazione e del pessimismo, che è mancanza di fiducia nella potenza dello Spirito Santo».

    Bisogna essere molto chiari. Chi afferma di volere seguire il Magistero di Benedetto XVI, «cum Petro et sub Petro», non può escludere da tale Magistero l'ecumenismo, presentato dal Papa fin dal suo primo messaggio del 2005 come una delle colonne portanti del suo pontificato. Il Pontefice ci chiede di «essere grati» a Dio per l'ecumenismo, di credere che «il movimento ecumenico, [è] “sorto per impulso della grazia dello Spirito Santo” ([Concilio Ecumenico Vaticano II,] Unitatis redintegratio, 1)», che proseguire su questa strada è un «nostro dovere» da prendere in modo «serio e rigoroso».

    Tutto si può dire meno che il Papa, in materia di ecumenismo, non abbia parlato chiaro. Ma non ci promette risultati. L'ecumenismo va perseguito da ogni fedele anzitutto «con la conversione del cuore e con la preghiera. Infatti, come ha dichiarato il Concilio Vaticano II, il “santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell’unità di una sola e unica Chiesa di Cristo, supera le forze e le doti umane” e, perciò, la nostra speranza va riposta per prima cosa “nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella potenza dello Spirito Santo” (Unitatis redintegratio, 24)».


    La Bussola Quotidiana notiziario cattolico di opinione online: L'impegno ecumenico è irreversibile

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    Predefinito Rif: Assisi o non Assisi?

    Mons. Bernard Fellay condanna con forza il prossimo convegno delle religioni ad Assisi

    Mons. Bernard Fellay condanna con forza il prossimo convegno delle religioni ad Assisi


    "Siamo profondamente indignati. Protestiamo con forza contro tale ripetizione delle giornate di Assisi. Tutto quello che abbiamo detto, tutto quello che già Mons. Lefebvre aveva detto all’epoca, lo facciamo nostro. E’ evidente, carissimi fedeli, che una simile cosa esige riparazione…
    Il Salmo 95 afferma che tutti gli dei pagani, sono demoni e Assisi, sarà piena di demoni. E’ la Rivelazione, è la Fede della Chiesa e l’insegnamento della Chiesa. Dov’è allora, la continuità? Dov’è, la rottura? …
    Se vogliamo essere salvati, non c’è che una via, ed è proprio quella di Nostro Signore Gesù Cristo…
    Pretendere di realizzare la pace sulla terra dimenticando questo mistero, (la divinità di Gesù Cristo) è affidarsi ad illusioni folli, alle utopie. Non è mai stato ciò che ha insegnato la Chiesa.”


    Predica del 9 gennaio 2011 a S. Nicolas du Chardonnay, Parigi

    Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo,

    Carissimi fedeli, se c’è una festa che deve riempirci di gioia, è proprio l’Epifania, festa tra le più antiche di tutta la liturgia che fino a Giovanni XXIII era annoverata tra le più importanti di tutto l’anno liturgico e che, da allora, è stata sminuita, declassata, in molti paesi perfino riportata alla domenica. Dobbiamo chiederci da una parte il perché di questa gioia – cosa celebriamo oggi, cosa vuole festeggiare la Chiesa? – e dall’altra anche il perché di questa degradazione. Epifania, Epifania del Signore, vuol dire manifestazione. Questa festa la troviamo nelle liturgie greche, dove è più antica del Natale , e vi sono riunite le principali manifestazioni della divinità del Verbo incarnato.

    Queste manifestazioni sono tre. L’Epifania è chiamata comunemente Festa dei Re, i Re Magi, perché effettivamente – ed è il Vangelo di oggi –vi vediamo questi re, venuti da paesi stranieri, stranieri non solo dal punto di vista territoriale, geografico, ma provenienti da nazioni pagane. La Chiesa vuole vedervi la venuta alla fede di tutti quelli che, fino allora, non avevano avuto accesso al Vecchio Testamento , riservato e ristretto al popolo eletto; ebbene, oggi sono tutte quelle nazioni che, a nome di quei tre re, vanno da Nostro Signore Gesù Cristo per adorarlo.

    La seconda manifestazione è quella del Battesimo di Nostro Signore, in cui si fa sentire la Voce del Padre e in cui vediamo anche Dio Spirito Santo in modo visibile sotto forma di quella colomba che si posa su Nostro Signore; manifestazione ancora una volta della divinità di Nostro Signore Gesù Cristo. La terza è il primo miracolo di Nostro Signore. Questa volta, è Gesù stesso a provare di essere Dio, veramente Dio. Facendo qualcosa che è al di sopra di tutte le forze, di tutte le capacità delle creature, in questo primo miracolo in cui trasforma l’acqua in vino: il miracolo di Cana. Sono questi tre avvenimenti ad essere celebrati nella festa dell’Epifania. Non li ritroviamo tanto nell’evocazione della Santa Messa, ma già nel breviario, nelle antifone, vengono manifestati. Dato che sono molto importanti, la Chiesa li riprende un po’ per volta: il Battesimo di Nostro Signore lo celebrerà in modo indipendente nell’Ottava dell’Epifania e poi, la Prima domenica dopo l’Epifania, celebrerà il miracolo di Cana.

    Ma tutte queste feste ,oggi, sono riunite; e anche nella liturgia latina, questa festa è più antica del Natale. Dove risiede la sua importanza? Sicuramente nell’affermazione della realtà della divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, quel piccolo neonato di cui abbiamo appena celebrato la nascita. Egli è veramente uomo, Egli è veramente Dio. Essendo Dio, fatto uomo, non ha perso nulla della Sua divinità e degli attributi della divinità. Il fatto che sia uomo, che sia visibile presso di noi come un bambino con tutte le fragilità e le debolezze di un neonato, non toglie assolutamente nulla alla Sua maestà infinita, alla Sua Onnipotenza, e dunque Egli ha diritto, da parte di ogni creatura, all’adorazione dovuta all’unico vero Dio.

    Ed è ciò che celebriamo, vedendo i re magi, dei re, delle persone importanti, dei rappresentanti, diciamo, di tutti i popoli pagani e che vengono dopo aver scorto la stella nel firmamento, quella nuova stella, quel segno chiarissimo annunciato in una profezia del Vecchio Testamento, la profezia di Balaam. Essi vengono. Dobbiamo ammirare, quest’iniziativa! Mettersi in cammino perché è apparsa una stella nel cielo, fare migliaia di chilometri – e, all’epoca, non era facile come oggi! – e lasciarsi condurre da quella stella che effettivamente fa loro da guida, li precede per tutto il tragitto fino a Gerusalemme e poi fino a Betlemme, quando Nostro Signore non era più nel presepio. I re magi trovano il Bambino con Sua Madre in una casa. È del tutto comprensibile che san Giuseppe e la Santa Vergine non abbiano lasciato troppo a lungo Nostro Signore in quell’abitazione più che precaria che era la stalla ed abbiano trovato qualcosa di più degno, di più consono nei primi anni fino all’evento che seguirà immediatamente la visita dei re magi. Ebbene, la Sacra Famiglia vive, vive a Betlemme in un’indifferenza possiamo dire totale da parte del popolo ebraico. Egli è il Salvatore, il Messia ed è completamente ignorato, in un silenzio impressionante. E quando arrivano i re magi fanno sensazione. Tutta Gerusalemme sarà in subbuglio. Quando Erode chiederà agli specialisti, agli esperti dell’epoca, agli scribi: “ Che succede? Dove deve nascere questo Messia? ” non c’è assolutamente nessuna esitazione, notate bene. Quegli scribi conoscono benissimo la Scrittura e quando si chiede loro “ Dove nascerà quel Bambino? ”, senza nessuna esitazione affermano: a Betlemme. Sarà quella la risposta di Erode ai re magi. Sanno e non sanno. In teoria, sanno tutto. In pratica ignorano superbamente la realtà.

    Viene voglia di fare un parallelo. Nel sentire questa storia di Assisi, viene davvero voglia di fare un parallelo. In teoria, sanno, in teoria, credono, ma nella realtà, credono veramente? Credono veramente che Nostro Signore sia Dio? Credono veramente che dalla Sua mano dipenda la pace degli uomini, delle nazioni? Credono veramente a tutte le conseguenze immediate, dirette, della Sua divinità? Non è per fare un pic-nic che vanno ad Assisi! Vanno forse, proprio come i re magi, per adorare il vero Dio, e ad aspettare da Lui, a chiedere a Lui la pace? Vanno forse dal Re della Pace, rex pacificus?

    Ahimè, come si ripete la storia! Sì, noi siamo profondamente indignati. Protestiamo con forza contro tale ripetizione delle giornate di Assisi. Tutto quello che abbiamo detto, tutto quello che già Mons. Lefebvre aveva detto all’epoca, lo facciamo nostro. E’ evidente, carissimi fedeli, che una simile cosa esige riparazione. Che mistero! Adorare cosa vuol dire? Adorare, vuol dire innanzitutto riconoscere, riconoscere la divinità; l’adorazione, la si dà soltanto a Dio. E riconoscere questa divinità implica immediatamente la sottomissione, una dichiarazione di sottomissione alla sovranità di Dio; significa riconoscere che Dio ha ogni diritto su di noi, che noi siamo realmente in totale dipendenza, in assoluta dipendenza da Dio per esistere, per vivere, per agire, per pensare, per desiderare, per volere. Ogni bene che possediamo proviene dalla bontà di Dio e ciò è vero non solo per i credenti, non solo per i cristiani, ma per ogni creatura. Dio, Creatore di tutte le cose visibili e invisibili, è anche Colui che governa il mondo, Colui che regge ogni cosa con la potenza del Suo Verbo, Colui nel quale ogni cosa ha la propria consistenza. Padrone della vita e della morte, degli individui e delle nazioni, Dio Onnipotente ed Eterno cui sono dovuti ogni onore e gloria.

    Sì, adorare, significa porsi in una condizione di umiltà che riconosce i diritti di Dio. Andiamo, andiamo da Nostro Signore anche se Egli nasconde la Sua divinità. Anche se è piccolo piccolo tra le braccia di Sua Madre, è veramente Dio; è il vero Dio mandato dalla misericordia del Padre per salvarci perché si è fatto uomo – e diventando uomo è diventato Salvatore – ed il Suo Nome imposto da Dio stesso, è Gesù il Salvatore, l’unico Nome dato sotto il cielo per mezzo del quale possiamo essere salvati, il solo Salvatore, il solo Santo, “ Tu solus sanctus ”, che vieni a portarci una cosa inaudita, l’invito all’eternità della felicità di Dio. Come sperare di poter ricevere le Sue bontà quando Lo insultiamo, quando Lo ignoriamo, quando Lo sminuiamo? E’ insensato! Come sperare la pace tra gli uomini quando ci si fa beffe di Dio. Il pensiero moderno fa delle specie di proiezioni davvero strane col pretendere che tutte le religioni, alla fine, adorano lo stesso ed unico vero Dio, cosa che è del tutto falsa. Anche nella Rivelazione, si trova già nei Salmi, il Salmo 95: tutti gli dei pagani, sono demoni, sono demoni, e Assisi, sarà piena di demoni. E’ la Rivelazione, è la Fede della Chiesa, è l’insegnamento della Chiesa. Dov’è allora, la continuità? Dov’è, la rottura? Che mistero!

    Sì, carissimi fedeli, se vogliamo essere salvati, non c’è che una via, ed è proprio la via di Nostro Signore Gesù Cristo. Questi magi recano tre doni, e la Chiesa, fin dai tempi più remoti vede in essi tre atti, tre riconoscimenti di Nostro Signore e al contempo, tre doni da parte delle creature: l’oro, l’incenso, la mirra. L’incenso, lo si dona a Dio, l’oro, che è un’espressione di potenza, lo si dona ai re, e la mirra, che per la sua amarezza esprime già quello che accadrà a Nostro Signore fatto uomo, incarnato. Essa rende già omaggio al Suo Sacrificio e alla Sua Passione, rende omaggio al Suo Sacerdozio, a Nostro Signore, Dio, Re, Sacerdote. Ci sono tanti tesori in questa Festa; è inesauribile. Bisognerebbe dilungarsi su ogni ciascuno di essi, ma non c’è tempo. Domandiamo a Dio e alla Chiesa, tutte le grazie racchiuse in questa Festa, perché possiamo beneficiare di tutte queste grazie: essere rafforzati nella fede nella divinità di Nostro Signore per essere capaci con i fatti di riconoscere la Sua regalità, aderendo pienamente al Suo Sacrificio cui Egli ci invita.

    E’ vero, è morto, è morto da solo per tutti, ma la Salvezza –dice sant’Agostino– non la compirà senza di noi. Colui che ti ha riscattato senza di te, non ti salverà senza di te. E’ necessaria, è Dio stesso a richiedere questa unione, questa associazione al Suo Sacrificio in riparazione dei peccati. Voi sapete, carissimi fedeli, ciò che è accaduto così poco tempo dopo questa festa, appena la notte seguente… Che mistero la vita di Nostro Signore, e quanti insegnamenti per noi! Le nazioni hanno appena reso omaggio al Re dei Re. Che gioia straordinaria! Ma nella notte, un angelo appare a san Giuseppe e gli dice: “ Prendi la Madre e il Bambino, Erode viene ad ucciderlo ”. E sarà la strage degli Innocenti. Qui c’è tutto un mistero, mistero di sofferenze legato a Nostro Signore e al riconoscimento di ciò che Egli è. Mistero legato a quella grande, terribile cosa che è il peccato. Pretendere di realizzare la pace sulla terra dimenticando questo mistero, è affidarsi ad illusioni folli, alle utopie. Non è mai stato ciò che ha insegnato la Chiesa. E’ vero, noi salutiamo Nostro Signore come Re della Pace. Ma è anche vero che fino alla fine dei tempi, la Chiesa avrà da soffrire e ci saranno persecuzioni contro di lei. Non è un caso che essa si chiami militante. I discepoli di Nostro Signore Lo seguiranno nella persecuzione.

    Viviamo nella nostra religione e non nelle illusioni, miei carissimi fedeli. Che grandi misteri! Il perché Dio abbia permesso la persecuzione del Bambino Gesù, quei martiri, quegli innocenti che non avevano fatto niente di male. Potremmo quasi dire che questi santi Innocenti diventano martiri a loro insaputa, a causa dell’odio contro Nostro Signore Gesù Cristo. I cristiani di oggi vorrebbero ricevere un trattamento diverso da parte del mondo? Nessuno qui può essere superiore al Maestro, “ Se il mondo Mi ha odiato, odierà anche voi ”, disse Nostro Signore. E’ così. Non serve a niente voler piacere al mondo. É un errore, è falso e porta ad una falsa religione. Quanti tesori nella festa odierna. Andiamo ancora una volta dalla Madonna, chiediamo a Lei – che conservava tutte queste cose nel suo cuore – di capire un po’ meglio, di aderire con tutto il cuore a questi grandi misteri.

    E’ difficile ammettere ed accettare tutto questo. Amiamo la pace certo, non ci piace essere disturbati. Non ci piace la persecuzione. E a chi potrebbe mai piacere? Ma ecco che il mistero della Redenzione passa dalla croce, passa dalla sofferenza. E Dio invita quelli che Lo amano a seguirlo. “ Se qualcuno Mi ama, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la croce, la sua croce quotidiana, e Mi segua ”. Il Signore non promette una pace sulla terra, Lui che è il Re della Pace e che è stato salutato con “ Pace agli uomini di buona volontà ” . Bisogna mantenere tutto questo. Bisogna tentare di far regnare la pace di Nostro Signore, che è innanzitutto la pace delle anime prima di essere la pace delle armi.

    Associamoci ai re magi. Chiediamo loro quei lumi, quella prudenza per giungere fino a Nostro Signore e per non tradirlo. Essi ripartono da un’altra strada. Non denunceranno Gesù ad Erode che vuol fargli del male. Chiediamo in questi tempi difficili una luce che ci guidi, che ci faccia agire giustamente. Finora, è evidente che Dio ha benedetto la via che seguiamo; via di fedeltà alla Tradizione della Chiesa cattolica. E’ talmente chiaro che non esista un’altra via. Noi non ne prenderemo altre. Con la Grazia di Dio e con il Suo Aiuto.

    Sì, domandiamo la Fede, carissimi fedeli, quella Fede che ha portato i re magi a mettersi in cammino, e non a restare nell’indifferenza, nella routine di tutti i giorni. Si sono lasciati toccare da quel segno che Dio aveva messo nel cielo. Ebbene, lasciamoci anche noi toccare da quei piccoli segni che Dio ci dà ogni giorno. Quei piccoli segni con cui ci ricorda che Egli è veramente il nostro Dio e vuole essere nostro Padre che ci ama, e aspetta che noi Lo riconosciamo come Tale.

    Non perdiamo, carissimi fedeli, questa gioia, la gioia di essere con Dio. Che essa domini i dolori, le sofferenze, la collera. Che resti al di sopra di tutto questo e ci aiuti a restare indefettibilmente uniti tramite la grazia e nella grazia e la Fede in Nostro Signore Gesù Cristo e nella Sua unica Chiesa, la Chiesa Cattolica, Romana, Una, Santa Cattolica e Apostolica. I tempi sono difficili; è la nostra prova, ma abbiamo anche la grazia di Dio. Quanti contrasti nel silenzio, nella discrezione di questa Festa ; è come Natale, da un lato vediamo giungere la carovana dei re, da un altro questo silenzio. Non c’è nessuno oltre ai re magi che va a quella casa, è sorprendente! Il Vangelo non ci dice di più. Ebbene, nella fede c’è un po’ di questo, c’è la discrezione. Dio non ha voluto imporre. Potrebbe moltiplicare i miracoli, tutte quelle manifestazioni che si impongono, a tutti gli uomini, come avverrà alla fine del mondo quando Nostro Signore comparirà sulle nubi, quando non ci sarà più spazio per le obiezioni. Saranno tutti proni, prostrati davanti a quella manifestazione indiscutibile della divinità. Ma in questo tempo di Fede, Dio ci chiede questo sforzo, lo sforzo della Fede. Chiediamo la grazia di non cadere nell’indifferenza del mondo, di fronte al mistero di Nostro Signore che viene fino a noi e ci chiede di andare da Lui. Offriamogli davvero quei tre tesori in cui la Chiesa vede la Fede, la Speranza e la Carità, in modo tale da amare ogni giorno sempre di più Dio e ottenere per le anime attorno a noi, e per noi stessi, la grazia quotidiana, la fedeltà e la pace tanto desiderata.

    Così sia.

    Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

    † Bernard Fellay
    Ultima modifica di Florian; 27-01-11 alle 11:07

  5. #5
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    Le posizioni di Mons. Fellay sono ben note e non stupiscono nessuno. E' invece di rilievo questa spaccatura apertasi sul fronte del cattolicesimo "ratzingeriano" tra i firmatari dell'appello contro Assisi, pubblicato sul Foglio, e la risposta (stizzita) di Tornielli, Introvigne, etc. sulla Bussola Quotidiana. E' un distinguo interno al tradizionalismo tra chi continua a considerare il Concilio Vaticano II negativamente (vedi il De Mattei, Centro Lepanto) e chi non più (Introvigne, Alleanza Cattolica).

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    ...

    Ricordiamo i sacerdoti cattolici che si sottoposero a riti iniziatici di altre religioni: una scena raccapricciante ...
    pietosa "mezza verità"...


  7. #7
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    La consapevolezza che l'unica Verità è quella di Gesù Cristo, come tramandataci dalla Chiesa, non può tramutarsi in disprezzo per chi non ha avuto l'immeritata fortuna che noi abbiamo ricevuto con il Battesimo.

    Esistono religioni contenenti culti oggettivamente satanici (senza andare nei riti voodoo secondo me basta pensare ad alcune credenze dei Testimoni di Geova), ma esistono anche religioni che contengono in esse stesse un frammento di verità. Frammento di verità che il Santo Padre attuale, come il suo benemerito predecessore, con lo "spirito di Assisi" tentano faticosamente di fare uscire.

    Chi pensa che Benedetto XVI possa cadere nel sincretismo o non conosce il Santo Padre, o non capisce ciò che da millenni la Chiesa predica: non basta DIRSI cristiani per salvarsi.
    Pensare alla Chiesa come ad un partito politico nel quale ti fai la tessera e cominci a militare è un errore madornale.
    “Pray as thougheverything depended on God. Work as though everything depended on you.”

  8. #8
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    Predefinito Rif: Assisi o non Assisi?

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Le posizioni di Mons. Fellay sono ben note e non stupiscono nessuno. E' invece di rilievo questa spaccatura apertasi sul fronte del cattolicesimo "ratzingeriano" tra i firmatari dell'appello contro Assisi, pubblicato sul Foglio, e la risposta (stizzita) di Tornielli, Introvigne, etc. sulla Bussola Quotidiana. E' un distinguo interno al tradizionalismo tra chi continua a considerare il Concilio Vaticano II negativamente (vedi il De Mattei, Centro Lepanto) e chi non più (Introvigne, Alleanza Cattolica).
    Ricordo in tal senso anche la polemica a distanza fra Roberto de Mattei e Introvigne sulla ricostruzione storica del Concilio Vaticano II.

  9. #9
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    Predefinito Rif: Assisi o non Assisi?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Ricordo in tal senso anche la polemica a distanza fra Roberto de Mattei e Introvigne sulla ricostruzione storica del Concilio Vaticano II.
    Infatti. E la cosa è tanto più sorprendente in quanto entrambi si rifanno alla TFP.

  10. #10
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    Predefinito Rif: Assisi o non Assisi?

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Infatti. E la cosa è tanto più sorprendente in quanto entrambi si rifanno alla TFP.
    La critica di Plinio Correa de Oliveira al Concilio Vaticano II fu implacabile. Per certi versi, paragonabile a quella lefebvriana.
    Non arrivò mai all'aperta resistenza nei confronti della Santa Sede.
    Tuttavia, mai poté capacitarsi del perché Paolo VI avesse acconsentito al trionfo del liberalismo e del modernismo 'mitigato' in seno al Concilio.

 

 

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