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Halberdier
Gheddafi: "Al Qaeda dietro rivolta" e attacca l'Italia: scuse per colonialismo - Repubblica.it
Gheddafi: "Al Qaeda dietro rivolta" e attacca l'Italia: scuse per colonialismo
Il leader libico si rivolge ad una platea di sostenitori in occasione del 34esimo anniversario dell'istituzione della jamahiria. "Non ho alcun incarico da cui dimettermi, potere in mano al popolo". Sul nostro governo: "Costretti in ginocchio, dovrà pagare". Barroso: "Se ne vada". Continua l'emergenza profughi alle frontiere, il Papa preoccupato. Le forze fedeli al raìs lanciano una controffensiva sul campo: battaglia per Brega
TRIPOLI - "Il potere è nelle mani del popolo, sfido chiunque a dimostrare il contrario". Muammar Gheddafi riappare in pubblico, circondato dai suoi sostenitori, e torna a far sentire la sua voce in occasione del 34esimo anniversario della jamahiria, "l'instaurazione dell'autorità del popolo". Immagini trasmesse dalla tv di Stato libica, rilanciate dai network internazionali, mostrano il raìs che si rivolge ad una platea che lo osanna, intonando canti a suo sostegno e applaudendo. E gli Usa fanno sapere - per bocca del ministro della difesa americano Robert Gates - che la creazione di una 'no-fly zone' richiederebbe un attacco contro la Libia.
Il discorso di Gheddafi: "Al Qaeda dietro i disordini". Rivolgendosi alla comunità internazionale, Gheddafi alterna frasi ad effetto, retorica e minacce, rivendicando prima di tutto la specificità del sistema politico libico: "Non siamo un regime presidenziale, il nostro sistema è diverso, tutto il potere è nelle mani dei comitati popolari" dice. "Il popolo è la guida del paese" aggiunge, sfidando la comunità internazionale chi gli chiede di dimettersi: "Dal 1977 non ho più poteri, né di tipo politico né di tipo amministrativo". Non ha alcun ruolo da cui dimettersi, quindi. Attacca ancora una volta l'Italia: "Abbiamo costretto l'Italia ad inchinarsi, deve scusarsi per il regime coloniale, ci pentiamo del rapporto che abbiamo avuto con loro, l'Italia dovrà pagare". A Berlusconi che dice che non controlla la Libia risponde: "La famiglia Gheddafi è la Libia".
Nel suo discorso fiume - il terzo dall'inizio della rivolta - accusa l'estero di fomentare la rivolta: "Tutto quello che sta accadendo è solo un insulto alla nostra storia", dice il colonnello, dando la responsabilità dei disordini che stanno spaccando il Paese alla rete del terrore di Bin Laden: "Ci sono i militanti di Al Qaeda e alcuni libici reduci dall'Afghanistan dietro la rivolta di questi giorni", denuncia il raìs. Che non risparmia, ancora una volta, la stampa estera, colpevole di aver "montato il caso di una sola e piccola manifestazione nella città di Bengasi". In caso di un intervento della Nato o degli Stati Uniti nel Paese, minaccia poi, ci saranno milioni di morti. E ancora: "Combatteremo fino per la Libia all'ultimo uomo e donna". Gheddafi lancia infine un avvertimento alle compagnie petrolifere: la produzione di petrolio in Libia è scesa ai livelli "più bassi", a causa della partenza dei dipendenti delle società straniere che operano nel paese dopo l'inizio della rivolta. "Siamo pronti a sostituire le compagnie occidentali con imprese dalla Cina e India", dice.
Emergenza profughi alle frontiere. Anche dalla Lega araba arriva un secco no all'ipotesi di un intervento militare in Libia, mentre la situazione nel Paese rimane molto tesa, con l'emergenza profughi, dramma nel dramma per il Paese dilaniato dagli scontri fra gli oppositori e le forze rimaste fedeli al raìs. Gli immigrati in fuga si stanno ammassando al valico di frontiera con la Tunisia, Ras Jedir, "al ritmo di 10.000 al giorno". E' quanto afferma il colonnello Moez Dachraui, responsabile delle operazioni di accoglienza in Tunisia, e si teme "una catastrofe umanitaria". Dall'Italia, fa sapere il ministro degli Esteri Frattini, verrà allestito in tempi molto
rapidi un campo di assistenza in territorio tunisino, al confine con la Libia, per dare "assistenza, cibo e cure mediche" alle decine di migliaia di profughi. Le navi sono pronte a partire, ha detto il ministro, "e questo avverrà entro 24-48 ore".
Barroso: "Gheddafi vada via". Informato della tragedia di chi cerca con ogni mezzo di lasciare la Libia, il Papa ha espresso tutta la sua preoccupazione, mentre la comunità internazionale continua a chiedere che il raìs si faccia da parte. "Se ne vada e liberi il suo popolo" ha detto José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea. Dalla Spagna, il governo ha annunciato che congelerà i beni di Gheddafi nel Paese, mentre il procuratore della Corte penale internazionale, Luis Moreno-Ocampo, ha deciso l'apertura di un'inchiesta formale sui crimini commessi in Libia dal 15 febbraio scorso. E la lega libica per i diritti umani, una ong con sede a Ginevra, ha fornito oggi un bilancio delle vittime dall'inizio degli scontri: 6000.
Controffensiva dei fedeli al regime, battaglia a Brega. Sul campo, le forze armate libiche rimaste fedeli al regime di Gheddafi hanno lanciato una controffensiva dopo che nei giorni scorsi gli insorti si erano spinti fino alle porte di Tripoli. Nella città di Brega, circa 200 chilometri a est di Bengasi, quartier generale dei ribelli, l'esercito regolare ha occupato con mezzi pesanti un quartiere residenziale e si sono scatenati pesanti scontri per il controllo del porto. Nel pomeriggio è stato riferito di un nuovo attacco aereo contro la città e gli oppositori. Nello stesso tempo l'aviazione libica avrebbe condotto raid nella regione di Ajdabiya, controllata dagli insorti, a quanto pare per distruggere un deposito di munizioni finito nelle mani dei rivoltosi nei giorni scorsi.
Il controllo di Brega e Ajdabiya è strategico per permettere agli insorti di lanciare un'offensiva contro la capitale nella speranza di riuscire a deporre il colonnello. Ieri le forze fedeli al regime erano riuscite a riprendere controllo della regione immediatamente a sud di Tripoli arrivando nei pressi della città di Zenten, a 145 chilometri dalla capitale. Nella stessa Tripoli intanto appare predominare la calma mentre l'aeroporto si è trasformato in una sorta di campo profughi con migliaia di persone che attendono di poter lasciare il Paese.
Stampa Usa: Insorti a favore di intervento militare in Libia. A chiedere aiuto all'estero sarebbero gli stessi insorti, invocando un intervento militare internazionale in Libia. Lo riporta oggi il Washington Post - ma la notizia è riferita anche da altri quotidiani Usa - citando un portavoce di un comitato di forze anti-Gheddafi formatosi a Bengasi, che si identifica con il suo nome di battaglia, Saadoun. "Vogliamo attacchi militari mirati contro le milizie di Gheddafi per fare in modo che tutto ciò finisca subito" ha dichiarato il portavoce al quotidiano americano, rifiutando di identificarsi con il suo vero nome per ragioni di sicurezza.
Navi Usa in Mediterraneo. Intanto, tre navi da guerra americane dirette verso la Libia sono entrate nel Mediterraneo dopo aver attraversato il canale di Suez, hanno reso noto le autorità egiziane. Si tratta della Uss Kearsarge, che trasporta elicotteri, e della Uss Ponce con a bordo munizioni e mezzi da sbarco. Oltre a queste è stato segnalato il passaggio di una terza nave americana, quella da trasporto Andrid che ha a bordo blindati.
Appello Unicef: servono fondi per donne e bambini. Fra le vittime di una situazione sempre più critica nel Paese africano ormai in preda al caos sono in primo piano donne e bambini. L'Unicef ha lanciato un appello di raccolta fondi per 5,2 milioni di euro per rispondere alle loro necessità immediate, "colpiti dalle violenze in Libia e per far fronte all'incombente minaccia di una crisi umanitaria su più vasta scala". L'appello, spiega l'agenzia Onu in una nota, servirà per aiutare nelle prossime 8 settimane 190.000 bambini e donne colpiti dalla crisi libica (60.000 in Tunisia, 30.000 in Egitto e 100.000 in Libia). Due squadre di tecnici Uniced sono state inviate in Egitto e Tunisia: saranno impegnate a intervenire nei settori acqua, sanità e igiene; protezione dei bambini; salute e nutrizione. E sono in corso trattative per preparare una presenza operativa in Libia.