Per evitare di fare figuracce.
E' una buona motivazione , tra le tante.
Speriamo.Vorrei chiudere, dunque.
La questione è complessa. Manca il Magistero Definitorio Infallibile. Perciò ci andrei piano a dire "è stato scartato od avvalorato".Mi risulta che in uno degli ultimi concili si sia chiaramente scartata l'ipotesi limbo.
Vabbeh, sei pigra.Se hai da riportare, a riguardo, qualche passaggio neotestamentario, a parole tue, fallo pure.
Ma io, più che per pigrizia, bensì per volontà di precisione ti riporto tutto.
LA SPERANZA DELLA SALVEZZA
PER I BAMBINI CHE MUOIONO SENZA BATTESIMO*
Il tema della sorte dei bambini che muoiono senza aver ricevuto il Battesimo è stato affrontato, tenendo conto del principio della gerarchia delle verità, nel contesto del disegno salvifico universale di Dio, dell’unicità e della insuperabilità della mediazione di Cristo, della sacramentalità della Chiesa in ordine alla salvezza e della realtà del peccato originale. Nell’odierna stagione di relativismo culturale e di pluralismo religioso, il numero dei bambini non battezzati aumenta considerevolmente. In tale situazione, appare più urgente la riflessione sulla possibilità di salvezza anche per questi bambini. La Chiesa è consapevole che essa è unicamente raggiungibile in Cristo per mezzo dello Spirito. Ma non può rinunciare a riflettere, in quanto madre e maestra, sulla sorte di tutti gli esseri umani creati a immagine di Dio, e in modo particolare dei più deboli e di coloro che non sono ancora in possesso dell’uso della ragione e della libertà.
È noto che l’insegnamento tradizionale ricorreva alla teoria del limbo, inteso come stato in cui le anime dei bambini che muoiono senza Battesimo non meritano il premio della visione beatifica, a causa del peccato originale, ma non subiscono nessuna punizione, poiché non hanno commesso peccati personali. Questa teoria, elaborata da teologi a partire dal Medioevo, non è mai entrata nelle definizioni dogmatiche del Magistero, anche se lo stesso Magistero l’ha menzionata nel suo insegnamento fino al Concilio Vaticano II. Essa rimane quindi un’ipotesi teologica possibile. Tuttavia nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1992) la teoria del limbo non viene menzionata, ed è invece insegnato che, quantoai bambini morti senza Battesimo, la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio, come appunto fa nel rito specifico dei funerali per loro. Il principio che Dio vuole la salvezza di tutti gli esseri umani consente di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo (cfr CCC 1261). Tale affermazione invita la riflessione teologica a trovare una connessione logica e coerente tra i diversi enunciati della fede cattolica: la volontà salvifica universale di Dio / l’unicità della mediazione di Cristo / la necessità del Battesimo per la salvezza / l’azione universale della grazia in rapporto ai sacramenti / il legame tra peccato originale e privazione della visione beatifica / la creazione dell’essere umano «in Cristo».
La conclusione dello studio è che vi sono ragioni teologiche e liturgiche per motivare la speranza che i bambini morti senza Battesimo possano essere salvati e introdotti nella beatitudine eterna, sebbene su questo problema non ci sia un insegnamento esplicito della Rivelazione. Nessuna delle considerazioni che il testo propone per motivare un nuovo approccio alla questione, può essere addotta per negare la necessità del Battesimo né per ritardare il rito della sua amministrazione. Piuttosto vi sono ragioni per sperare che Dio salverà questi bambini, poiché non si è potuto fare ciò che si sarebbe desiderato fare per loro, cioè battezzarli nella fede della Chiesa e inserirli visibilmente nel Corpo di Cristo.
Infine un’osservazione di carattere metodologico. La trattazione di questo tema ben si giustifica all’interno di quello sviluppo della storia dell’intelligenza della fede, di cui parla la Dei Verbum (n. 8), e i cui fattori sono la riflessione e lo studio dei credenti, l’esperienza delle cose spirituali e la predicazione del Magistero. Quando nella storia del pensiero cristiano si è cominciato a percepire la domanda sulla sorte dei bambini morti senza Battesimo, forse non si conosceva esattamente la natura e tutta la portata dottrinale implicita in questa domanda. Soltanto nello sviluppo storico e teologico avvenuto nel corso dei secoli e fino al Concilio Vaticano II, ci si è resi conto che tale specifica domanda meritava di essere considerata in un orizzonte sempre più ampio delle dottrine di fede, e che il problema può essere ripensato, mettendo in rapporto esplicito il punto in questione nel contesto globale della fede cattolica e osservando il principio della gerarchia delle verità, menzionato nel decreto del Concilio Vaticano II Unitatis redintegratio. Il Documento, sia dal punto di vista teologico speculativo sia dal punto di vista pratico-spirituale, costituisce uno strumento esplicativo utile ed efficace per la comprensione e l’approfondimento di questa problematica, che non è soltanto dottrinale, ma incontra urgenze pastorali di non poco rilievo.
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* NOTA PRELIMINARE.
Il tema «La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza Battesimo» è stato sottoposto allo studio della Commissione Teologica Internazionale. Per preparare questo studio venne formata una Sottocommissione composta dagli ecc.mi mons. Ignazio Sanna e mons. Basil Kyu-Man Cho, dai rev.mi professori Peter Damian Akpunonu, Adalbert Denaux, p. Gilles Emery O.P., mons. Ricardo Ferrara, István Ivancsó, Paul McPartlan, don Dominic Veliath S.D.B. (presidente della Sottocommissione) e dalla prof.ssa sr. Sara Butler M.S.B.T., con la collaborazione di p. Luis Ladaria S.I., segretario generale, e di mons. Guido Pozzo, segretario aggiunto della suddetta Commissione Teologica, nonché con i contributi degli altri suoi Membri. La discussione generale si è svolta in occasione delle Sessioni Plenarie della stessa CTI, tenutesi a Roma nel dicembre 2005 e nell’ottobre 2006. Il presente testo è stato approvato in forma specifica dalla Commissione, ed è stato poi sottoposto al suo presidente, il cardinale William J. Levada, il quale, ricevuto il consenso del Santo Padre nell’Udienza concessa il 19 gennaio 2007, ha dato la sua approvazione per la pubblicazione.
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Introduzione
1. San Pietro esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare ragione della speranza che è in loro (cfr 1 Pt 3,15-16) 1. Questo documento affronta il tema della speranza che i cristiani possono avere circa la salvezza dei bambini che muoiono senza avere ricevuto il Battesimo. Illustra come si è sviluppata questa speranza negli ultimi decenni, e su quali basi poggia, in modo che di tale speranza si possa dare ragione. Nonostante che a prima vista questo tema possa sembrare marginale rispetto ad altre questioni teologiche, una sua giusta soluzione, resa oggi necessaria da pressanti motivi di ordine pastorale, solleva invece interrogativi di grande spessore e profondità.
2. In questi nostri tempi sta crescendo sensibilmente il numero di bambini che muoiono senza essere stati battezzati. Spesso i genitori, influenzati dal relativismo culturale e dal pluralismo religioso, non sono praticanti, ma questo fenomeno è anche in parte conseguenza della fecondazione in vitro e dell’aborto. Alla luce di questi sviluppi si ripropone con nuova urgenza l’interrogativo sulla sorte di questi bambini. In una situazione del genere le vie attraverso le quali può essere conseguita la salvezza appaiono ancora più complesse e problematiche. La Chiesa, custode fedele della via della salvezza, sa che questa può essere conseguita soltanto in Cristo, per mezzo dello Spirito Santo. Ma essa non può rinunciare a riflettere, in quanto madre e maestra, sulla sorte di tutti gli esseri umani creati a immagine di Dio 2, in particolare dei più deboli. Gli adulti, essendo stati dotati di ragione, coscienza e libertà, sono responsabili del proprio destino, nella misura in cui accolgono o respingono la grazia di Dio. I bambini tuttavia, non avendo ancora l’uso della ragione, della coscienza e della libertà, non possono decidere per se stessi. I genitori provano un grande dolore e un senso di colpa quando non hanno la certezza morale della salvezza dei loro figli, e le persone trovano sempre più difficile accettare che Dio sia giusto e misericordioso se poi esclude dalla felicità eterna i bambini, siano essi cristiani o meno, che non hanno peccati personali. Da un punto di vista teologico, lo sviluppo di una teologia della speranza e di una ecclesiologia della comunione, insieme al riconoscimento della grandezza della misericordia divina, mettono in discussione un’interpretazione eccessivamente restrittiva della salvezza. Di fatto la volontà salvifica universale di Dio e l’altrettanto universale mediazione di Cristo fanno ritenere inadeguata qualsiasi concezione teologica che in ultima analisi metta in dubbio l’onnipotenza stessa di Dio, e in particolare la sua misericordia.
3. La teoria del limbo, cui ha fatto ricorso per molti secoli la Chiesa per indicare la sorte dei bambini che muoiono senza Battesimo, non trova nessun fondamento esplicito nella rivelazione, nonostante sia entrata da lungo tempo nell’insegnamento teologico tradizionale. Inoltre il concetto che i bambini che muoiono senza Battesimo sono privati della visione beatifica, concetto che così a lungo è stato considerato come dottrina comune della Chiesa, solleva numerosi problemi pastorali, a tal punto che molti pastori di anime hanno chiesto una riflessione più approfondita sulle vie della salvezza. La doverosa riconsiderazione di tali questioni teologiche non può ignorare le tragiche conseguenze del peccato originale. Il peccato originale comporta uno stato di separazione da Cristo, il che esclude la possibilità della visione di Dio per coloro che muoiono in questo stato.
4. Riflettendo sul tema della sorte dei bambini che muoiono senza Battesimo, la comunità ecclesiale deve sempre ricordare che Dio è, a rigor di termini, il soggetto, più che l’oggetto, della teologia. Primo compito della teologia è quindi l’ascolto della Parola di Dio. La teologia ascolta la Parola di Dio espressa nelle Scritture, al fine di trasmetterla amorevolmente a ogni persona. Tuttavia sulla salvezza di coloro che muoiono senza Battesimo, la Parola di Dio dice poco o niente. È quindi necessario interpretare la reticenza della Scrittura su questo tema alla luce dei testi che trattano del piano universale di salvezza e delle vie della salvezza. In breve, il problema, sia per la teologia sia per la cura pastorale, è come salvaguardare e riconciliare due gruppi di affermazioni bibliche: quelle che si riferiscono alla volontà salvifica universale di Dio (cfr 1 Tm 2,4) e quelle che identificano nel Battesimo il mezzo necessario per essere liberati dal peccato ed essere resi conformi a Cristo (cfr Mc 16,16; Mt 28,18-19).
5. In secondo luogo, e in considerazione del principio lex orandi lex credendi, la comunità cristiana prende nota del fatto che nella liturgia non si fa alcun riferimento al limbo. In effetti la liturgia comprende la festa dei Santi Innocenti, che vengono venerati come martiri, nonostante non siano stati battezzati, perché sono stati uccisi «per Cristo» 3. Si è inoltre avuto un importante sviluppo liturgico con l’introduzione dei funerali per i bambini morti senza Battesimo. Non preghiamo per coloro che sono dannati. Il Messale Romano del 1970 ha introdotto una messa funebre per i bambini non battezzati, i cui genitori avrebbero desiderato presentarli per il Battesimo. La Chiesa affida alla misericordia di Dio quei bambini che muoiono senza Battesimo. Nell’Istruzione sul Battesimo dei bambini del 1980 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ribadito che, «quanto ai bambini morti senza Battesimo, la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio, come appunto fa nel rito dei funerali per loro» 4. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (1992) aggiunge che «la grande misericordia di Dio che vuole salvi tutti gli uomini [1 Tm 2,4], e la tenerezza di Gesù verso i bambini, che gli ha fatto dire “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite” (Mc 10,14), ci consentono di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo» 5.
6. In terzo luogo, la Chiesa non può fare a meno di incoraggiare la speranza della salvezza per i bambini morti senza Battesimo per il fatto stesso che «essa prega perché nessuno si perda» 6, e prega nella speranza che «tutti gli uomini siano salvati» 7. Alla luce di un’antropologia della solidarietà 8, rafforzata da una concezione ecclesiale della personalità corporativa, la Chiesa ben conosce l’aiuto che può essere dato dalla fede dei credenti. Il Vangelo di Marco descrive proprio un episodio dove la fede di alcuni è stata efficace per la salvezza di un altro (cfr Mc 2,5). Pur consapevole che il mezzo normale per conseguire la salvezza è il Battesimo in re, la Chiesa spera quindi che esistano altre vie per conseguire il medesimo fine. Poiché, per mezzo della sua Incarnazione, il Figlio di Dio «si è unito in certo modo» a ogni essere umano, e poiché Cristo è morto per tutti e «la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina», la Chiesa ritiene che «lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associato, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale» (Gaudium et spes 22) 9.
7. Infine, nel riflettere teologicamente sulla salvezza dei bambini che muoiono senza Battesimo, la Chiesa rispetta la gerarchia delle verità e quindi comincia col riaffermare chiaramente il primato di Cristo e della sua grazia, che ha priorità su Adamo e il peccato. Cristo, nella sua esistenza per noi e nel potere redentore del suo sacrificio, è morto e risorto per tutti. Con tutta la sua vita e il suo insegnamento ha rivelato la paternità di Dio e il suo amore universale. Se la necessità del Battesimo è de fide, devono invece essere interpretati la tradizione e i documenti del Magistero che ne hanno riaffermato la necessità. È vero che la volontà salvifica universale di Dio non si oppone alla necessità del Battesimo, ma è anche vero che i bambini, da parte loro, non frappongono alcun ostacolo personale all’azione della grazia redentrice. D’altra parte il Battesimo viene amministrato ai bambini, che non hanno peccati personali, non solo per liberarli dal peccato originale, ma anche per inserirli nella comunione di salvezza che è la Chiesa, per mezzo della comunione nella morte e resurrezione di Cristo (cfr Rm 6,1-7). La grazia è totalmente gratuita, in quanto è sempre puro dono di Dio. La dannazione, invece, è meritata, perché è conseguenza della libera scelta umana 10. Il bambino che muore dopo essere stato battezzato è salvato dalla grazia di Dio e mediante l’intercessione della Chiesa, con o senza la sua cooperazione. Ci si può chiedere se il bambino che muore senza Battesimo, ma per il quale la Chiesa nella sua preghiera esprime il desiderio di salvezza, possa essere privato della visione di Dio anche senza la sua cooperazione.
1. «Historia quaestionis».
Storia ed ermeneutica dell’insegnamento cattolico
1.1. Fondamenti biblici
8. Una indagine teologica rigorosa dovrebbe partire da uno studio dei fondamenti biblici di qualsiasi dottrina o prassi ecclesiale. Quindi, per quanto attiene al nostro tema, dovremmo chiederci se la Sacra Scrittura affronta in un modo o nell’altro la questione della sorte dei bambini non battezzati. Appare tuttavia evidente, anche a un rapido esame del Nuovo Testamento, che le prime comunità cristiane non avevano ancora affrontato l’interrogativo della possibilità o meno di ottenere la salvezza di Dio per i neonati o i bambini morti senza Battesimo. Quando nel Nuovo Testamento si fa menzione della prassi del Battesimo, in genere ci si riferisce al Battesimo degli adulti. Le evidenze neotestamentarie, tuttavia, non escludono la possibilità che anche i bambini vengano battezzati. Quando negli Atti degli Apostoli 16,15 e 33 (cfr 18,8) e in 1 Cor 1,16 si parla di famiglie (oikos) che ricevono il Battesimo, è possibile che i bambini siano stati battezzati insieme agli adulti. L’assenza di riferimenti espliciti può spiegarsi con il fatto che gli scritti del Nuovo Testamento si preoccupavano essenzialmente della diffusione iniziale del cristianesimo nel mondo.
9. L’assenza, nel Nuovo Testamento, di un insegnamento esplicito sulla sorte dei bambini morti senza Battesimo non significa che la discussione teologica di questo tema non sia informata da diverse dottrine bibliche fondamentali. Tra queste possiamo citare:
I) la volontà di Dio di salvare ogni persona (cfr Gn 3,15; 22,18; 1 Tm 2,3-6) attraverso la vittoria di Gesù Cristo sul peccato e sulla morte (cfr Ef 1,20-22; Fil 2,7-11; Rm 14,9; 1 Cor 15,20-28);
II) la peccaminosità universale degli esseri umani (cfr Gn 6,5-6; 8,21; 1 Re 8,46; Sal 130,3), il fatto che a partire da Adamo sono nati nel peccato (cfr Sal 51,7; Sir 25,24) e che sono quindi destinati alla morte (cfr Rm 5,12; 1 Cor 15,22);
III) la necessità, ai fini della salvezza, da un lato della fede del credente (cfr Rm 1,16) e dall’altro del Battesimo (cfr Mc 16,16; Mt 28,19; At 2,40-41; 16,30-33) e dell’Eucaristia (cfr Gv 6,53), amministrati dalla Chiesa;
IV) la speranza cristiana supera completamente la speranza umana (cfr Rm 4,18-21); la speranza cristiana è che il Dio vivente, il Salvatore dell’intera umanità (cfr 1 Tm 4,10), farà partecipare tutti alla sua gloria e che tutti vivranno con Cristo (cfr 1 Ts 5,9-11; Rm 8,2-5.23-25), e i cristiani devono essere pronti a dare ragione della speranza che è in loro (cfr 1 Pt 3,15);
V) la Chiesa deve fare «suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini» (1 Tm 2,1-8), avendo fede che alla potenza creatrice di Dio «nulla è impossibile» (Gb 42,2; Mc 10,27; 12,24.27; Lc 1,37), e nella speranza che l’intera creazione parteciperà infine alla gloria di Dio (cfr Rm 8,22-27).
10. Sembra esserci una tensione tra due delle dottrine bibliche appena citate: da un lato, la volontà salvifica universale di Dio e, dall’altro, la necessità del Battesimo sacramentale. Quest’ultima sembrerebbe limitare l’estensione della volontà salvifica universale di Dio. Risulta quindi necessaria una riflessione ermeneutica su come i testimoni della Tradizione (i Padri della Chiesa, il Magistero, i teologi) hanno letto e utilizzato i testi e le dottrine della Bibbia con riferimento al tema qui trattato. In modo più specifico, occorre chiarire di quale tipo sia la «necessità» del sacramento del Battesimo, per evitare interpretazioni errate. La necessità del Battesimo sacramentale è una necessità di secondo ordine rispetto alla necessità assoluta, per la salvezza finale di ogni essere umano, dell’azione salvifica di Dio per mezzo di Gesù Cristo. Il Battesimo sacramentale è necessario in quanto mezzo ordinario attraverso il quale una persona partecipa agli effetti benèfici della morte e risurrezione di Gesù. Nella nostra analisi valuteremo attentamente come sono state utilizzate nella Tradizione le testimonianze bibliche. Inoltre, nell’affrontare i princìpi teologici (capitolo 2) e le ragioni della nostra speranza (capitolo 3), approfondiremo maggiormente le corrispettive dottrine e i testi biblici.
1.2 I Padri greci
11. Soltanto pochissimi tra i Padri greci hanno affrontato il problema della sorte dei bambini che muoiono senza Battesimo, in quanto su questo tema in Oriente non c’era alcuna controversia. Avevano inoltre una concezione diversa della condizione attuale dell’umanità. Per i Padri greci, in seguito al peccato di Adamo, gli esseri umani avevano ereditato la corruzione, l’emotività e la mortalità, da cui potevano essere risollevati grazie a un processo di divinizzazione reso possibile dall’opera redentrice di Cristo. Il concetto di un’eredità del peccato o della colpa, comune nella tradizione occidentale, era estraneo a tale prospettiva, poiché secondo loro il peccato poteva essere soltanto un atto libero e personale 11. Per questo motivo non sono stati molti i Padri greci ad avere affrontato esplicitamente il problema della salvezza dei bambini non battezzati. Hanno tuttavia trattato lo stato o condizione — ma non il luogo — di questi bambini dopo la morte. A questo riguardo, il problema principale con cui devono confrontarsi è la tensione tra la volontà salvifica universale di Dio e l’insegnamento del Vangelo sulla necessità del Battesimo. Lo Pseudo-Atanasio afferma chiaramente che una persona non battezzata non può entrare nel regno di Dio. Sostiene inoltre che i bambini non battezzati non entrano nel Regno, ma che neppure si perdono, poiché non hanno peccato 12. Anastasio del Sinai si esprime in modo ancora più chiaro: secondo lui, i bambini non battezzati non vanno nella Geenna. Ma non è in grado di dire di più; non esprime un’opinione su dove effettivamente vadano, ma lascia la loro sorte al giudizio di Dio 13.
12. Unico tra i Padri greci, Gregorio di Nissa ha scritto un’opera che verte specificamente sulla sorte dei bambini che muoiono, il De infantibus praemature abreptis libellum 14. L’angoscia della Chiesa traspare dagli interrogativi che si pone Gregorio: la sorte di questi bambini è un mistero, «qualcosa di molto più ampio di quanto possa essere compreso dalla mente umana» 15. Gregorio esprime la sua opinione circa la virtù e il suo premio; secondo lui, Dio non ha nessun motivo di concedere come premio ciò che si spera. La virtù non ha nessun valore se coloro che lasciano questa vita prematuramente senza avere praticato la virtù vengono immediatamente accolti nella beatitudine. Proseguendo lungo questo ragionamento, Gregorio si domanda: «Che cosa accadrà a coloro la cui vita si conclude in tenera età, e che non hanno compiuto né il bene né il male? Sono meritevoli di un premio?» 16. E risponde: «La beatitudine sperata appartiene agli esseri umani per natura, e soltanto in un certo senso è chiamata premio» 17. Il godimento della vera vita (zoe e non bios) corrisponde alla natura umana e viene conseguito in proporzione alla virtù praticata. Poiché il bambino innocente non ha bisogno di essere purificato da peccati personali, partecipa a questa vita in modo corrispondente alla sua natura, in una sorta di progresso regolare, secondo la sua capacità. Gregorio di Nissa fa una distinzione tra la sorte dei bambini e quella degli adulti che hanno vissuto un’esistenza virtuosa: «La morte prematura dei bambini appena nati non costituisce motivo per presupporre che essi soffriranno tormenti o che saranno nel medesimo stato di coloro che in questa vita sono stati purificati grazie a tutte le virtù» 18. Infine offre questa prospettiva alla riflessione della Chiesa: «La contemplazione apostolica fortifica la nostra indagine, poiché Colui che ha fatto bene tutte le cose, con sapienza (Sal 104,24), sa trarre il bene dal male» 19.
13. Gregorio Nazianzeno non scrive nulla in merito al luogo e allo stato dei bambini che muoiono senza Battesimo, ma amplia questo tema aggiungendo un’altra riflessione. Scrive cioè che questi bambini non ricevono né lode né punizione dal Giusto Giudice, in quanto hanno subìto un danno più che arrecarlo. «Chi non merita castigo non è per questo fatto meritevole di lode, e chi non merita lode non è per questo fatto meritevole di castigo» 20. L’insegnamento profondo dei Padri greci può essere riassunto nelle parole di Anastasio del Sinai: «Non è conveniente che l’uomo scavi con le proprie mani nei giudizi di Dio» 21.
14. Da una parte questi Padri greci insegnano che i bambini che muoiono senza Battesimo non patiscono la dannazione eterna, pur non conseguendo il medesimo stato di coloro che sono stati battezzati. D’altra parte non spiegano quale sia lo stato di questi bambini, o in quale luogo si trovino. Su questo tema, i Padri greci mostrano la loro tipica sensibilità apofatica.
1.3 I Padri latini
15. La sorte dei bambini non battezzati è stata per la prima volta oggetto di una valida riflessione teologica in Occidente durante le controversie antipelagiane all’inizio del V secolo. Sant’Agostino ha affrontato la questione in risposta a Pelagio, il quale insegnava che i bambini potevano essere salvati senza essere battezzati. Pelagio metteva in discussione che la Lettera di Paolo ai Romani insegnasse veramente che tutti gli esseri umani hanno peccato «in Adamo» (Rm 5,12) e che la concupiscenza, la sofferenza e la morte fossero conseguenza della caduta 22. Poiché negava che il peccato di Adamo fosse stato trasmesso ai suoi discendenti, considerava innocenti i bambini appena nati. Ai bambini morti senza Battesimo Pelagio prometteva l’ingresso nella «vita eterna» (non però nel «regno di Dio» [Gv 3,5]), affermando che Dio non avrebbe condannato all’inferno chi non fosse personalmente colpevole di peccato 23.
16. Nel ribattere a Pelagio, Agostino fu indotto ad affermare che i bambini che muoiono senza Battesimo sono consegnati all’inferno 24, appellandosi al precetto dato dal Signore, in Giovanni 3,5, e alla prassi liturgica della Chiesa. Perché portare al fonte battesimale i bambini in tenera età, soprattutto i neonati in pericolo di morte, se non per assicurare loro l’ingresso nel regno di Dio? Perché sottoporli ai riti dell’esorcismo e dell’insufflazione se non devono essere liberati dal diavolo 25? Perché rinascono se non hanno bisogno di essere rinnovati? La prassi liturgica conferma la fede della Chiesa che tutti ereditano il peccato di Adamo e devono essere trasferiti dal potere delle tenebre al regno della luce (Col 1,13) 26. C’è un solo Battesimo, che è identico per adulti e bambini, ed è per la remissione dei peccati 27. Se anche i bambini in tenera età vengono battezzati, quindi, è perché sono peccatori. Nonostante che evidentemente non siano colpevoli di un peccato personale, secondo Romani 5,12 (nella traduzione latina allora disponibile ad Agostino) hanno peccato «in Adamo» 28. «Perché dunque Cristo è morto per essi, se non sono colpevoli?» 29. Tutti hanno bisogno di Cristo come loro Salvatore.
17. Secondo Agostino, Pelagio intaccava la fede in Gesù Cristo, unico Mediatore (1 Tm 2,5), e nella necessità della grazia salvifica che egli ci ha ottenuto sulla croce. Cristo è venuto per salvare i peccatori. È il «Grande Medico» che offre persino ai neonati la medicina del Battesimo per salvarli dal peccato ereditato da Adamo 30. Unico rimedio al peccato di Adamo, trasmesso a tutti attraverso la generazione, è il Battesimo. Coloro che non sono battezzati non possono entrare nel Regno di Dio. Nel giorno del giudizio coloro che non entrano nel Regno (Mt 25,34) saranno condannati all’inferno (Mt 25,41). Non esiste uno «stato intermedio» tra paradiso e inferno. «Non è rimasto alcun luogo intermedio in cui tu possa situare i bambini» 31. «Non può essere se non con il diavolo chi non è con il Cristo» 32.
18. Dio è giusto. Se condanna all’inferno i bambini non battezzati è perchè sono peccatori. Nonostante che questi bambini siano puniti nell’inferno, patiranno soltanto una «condanna mitissima» (mitissima poena) 33, «la pena più lieve di tutte» 34, in quanto esistono pene diverse in proporzione alla colpa del peccatore 35. Questi bambini non erano responsabili, ma non c’è ingiustizia nella loro condanna, poiché tutti appartengono alla «medesima massa», la massa destinata alla perdizione. Dio non fa nessuna ingiustizia a coloro che non sono eletti, perché tutti meritano l’inferno 36. Perché alcuni sono vasi di collera e altri vasi di misericordia? Agostino ammette di non riuscire a trovare «una ragione che soddisfi adeguatamente». Può soltanto esclamare con san Paolo: «Quanto sono imperscrutabili i giudizi [di Dio] e inaccessibili le sue vie!» 37. Piuttosto che condannare l’autorità divina, dà una interpretazione restrittiva della volontà salvifica universale di Dio 38. La Chiesa crede che se qualcuno è redento, è soltanto grazie alla misericordia immeritata di Dio, ma se qualcuno è condannato, è per un giudizio ben meritato. Scopriremo nell’altro mondo la giustizia della volontà di Dio 39.
19. Il Concilio di Cartagine del 418 ha respinto l’insegnamento di Pelagio. Ha condannato l’opinione che i bambini «non contraggano da Adamo il peccato originale che viene espiato dal lavacro della rigenerazione che conduce alla vita eterna». Il Concilio ha invece affermato che «anche i bambini, che non abbiano potuto ancora commettere alcun peccato in se stessi, tuttavia vengono veramente battezzati per la remissione dei peccati, affinché mediante la rigenerazione venga in essi purificato quanto essi attraverso la generazione hanno contratto» 40. Ha inoltre aggiunto che non esiste «un qualche luogo posto nel mezzo o un luogo altrove, dove vivono come beati gli infanti che trapassarono da questa vita senza il Battesimo, senza il quale non possono entrare nel regno dei cieli, che è la vita eterna» 41. Il Concilio, tuttavia, non ha appoggiato esplicitamente tutti gli aspetti della severa dottrina di Agostino concernente la sorte dei bambini che muoiono senza Battesimo.
20. Era tale tuttavia l’autorità di Agostino in Occidente che i Padri latini (come, ad esempio, Girolamo, Fulgenzio, Avito di Vienna e Gregorio Magno) hanno di fatto adottato la sua opinione. Gregorio Magno afferma che Dio condanna anche coloro le cui anime sono macchiate anche soltanto dal peccato originale; persino i bambini che non hanno mai peccato di loro volontà devono andare incontro ai «tormenti eterni». A proposito della nostra condizione alla nascita di figli dell’ira cita Gb 14, 4-5 (LXX), Gv 3,5 ed Ef 2,3 42.
1.4 La Scolastica medioevale
21. Per tutto il Medioevo Agostino è stato su questo tema il punto di riferimento per i teologi latini. Anselmo di Canterbury è un buon esempio: ritiene che i bambini in tenera età che muoiono senza Battesimo siano dannati a causa del peccato originale e conformemente alla giustizia di Dio 43. La dottrina comune è così riassunta da Ugo di San Vittore: i bambini che muoiono senza Battesimo non possono essere salvati perché 1) non hanno ricevuto il sacramento, e 2) non possono fare un atto di fede personale in sostituzione del sacramento 44. Secondo questa dottrina sarebbe necessario essere giustificati nel corso della propria esistenza terrena per entrare nella vita eterna dopo la morte. Questa mette fine alla possibilità di scegliere se accogliere o respingere la grazia, ossia se aderire a Dio o allontanarsene; dopo la morte le disposizioni fondamentali di una persona rispetto a Dio non possono più essere modificate.
22. Tuttavia la maggior parte degli autori medioevali successivi, da Pietro Abelardo in poi, hanno invece messo in risalto la bontà di Dio, interpretando la «condanna mitissima» di Agostino come la privazione della visione di Dio (carentia visionis Dei), senza la speranza di poterla ottenere, ma senza alcuna pena aggiuntiva 45. Questo insegnamento, che modificava la severa opinione di sant’Agostino, è stato diffuso da Pietro Lombardo: i bambini in tenera età non soffrono alcuna pena, tranne la privazione della visione di Dio 46. Questa posizione condusse la riflessione teologica del XIII secolo a riservare ai bambini non battezzati una sorte essenzialmente differente da quella dei santi in cielo, ma anche parzialmente diversa da quella dei reprobi, a cui sono tuttavia associati. Ciò non ha impedito ai teologi medioevali di sostenere l’esistenza di due (e non tre) possibili esiti per l’esistenza umana: la felicità del cielo per i santi, e la privazione di questa felicità celeste per i dannati e per i bambini che muoiono senza Battesimo. Negli sviluppi della dottrina medioevale, la perdita della visione beatifica (poena damni) era vista come la giusta punizione per il peccato originale, mentre i «tormenti dell’inferno in perpetuo» rappresentavano la pena per i peccati mortali effettivamente commessi 47. Nel Medioevo, il Magistero ecclesiastico affermò più di una volta che coloro «che muoiono in peccato mortale» e coloro che muoiono «col solo peccato originale» ricevono «pene differenti» 48.
23. Poiché i bambini che non hanno raggiunto l’età della ragione non hanno commesso peccati attuali, i teologi sono giunti a una opinione comune secondo la quale i bambini non battezzati non provano alcun dolore, o addirittura conoscono una piena felicità naturale attraverso la loro unione con Dio in tutti i beni naturali (Tommaso d’Aquino, Duns Scoto) 49. Il contributo di quest’ultima tesi teologica consiste soprattutto nel riconoscimento di una gioia autentica nei bambini che muoiono senza il Battesimo sacramentale: possiedono una vera unione con Dio proporzionalmente alla loro condizione. Questa tesi poggia su un certo modo di concettualizzare la relazione tra gli ordini naturale e soprannaturale e, in particolare, l’orientamento al soprannaturale; non deve essere tuttavia confusa con lo sviluppo successivo del concetto di «natura pura». Tommaso d’Aquino, ad esempio, insisteva che soltanto la fede ci permette di conoscere che il fine soprannaturale della vita umana consiste nella gloria dei santi, ossia nella partecipazione alla vita del Dio Uno e Trino attraverso la visione beatifica. Poiché tale fine soprannaturale trascende la conoscenza umana naturale, e dato che ai bambini non battezzati manca il sacramento che avrebbe dato loro il germe di questa conoscenza soprannaturale, l’Aquinate ne concluse che i bambini che muoiono senza Battesimo non conoscono ciò di cui sono privati, e quindi non soffrono della privazione della visione beatifica 50. Anche quando hanno accolto questa opinione, i teologi hanno considerato la privazione della visione beatifica un’afflizione («pena») nell’economia divina. La dottrina teologica di una «beatitudine naturale» (e l’assenza di qualsiasi sofferenza) può essere vista come un tentativo di rendere conto della giustizia e della misericordia di Dio riguardo ai bambini che non hanno commesso alcun peccato attuale, dando quindi, rispetto ad Agostino, un maggior peso alla misericordia di Dio. I teologi che hanno sostenuto questa tesi di una felicità naturale per i bambini morti senza Battesimo manifestano un senso molto vivo della gratuità della salvezza e del mistero della volontà di Dio che il pensiero umano non è in grado di comprendere appieno.
24. I teologi che hanno insegnato, in una forma o nell’altra, che i bambini non battezzati sono privati della visione di Dio, hanno di norma sostenuto una duplice affermazione: a) Dio vuole che tutti siano salvi, e b) Dio, il quale vuole che tutti siano salvi, vuole ugualmente i doni e i mezzi che egli stesso ha disposto per questa salvezza, e che egli ci ha reso noti attraverso la sua rivelazione. La seconda affermazione, di per sé, non esclude altre disposizioni della divina economia (come è evidente, ad esempio, nella testimonianza dei Santi Innocenti). L’espressione «limbo dei bambini» poi venne coniata a cavallo tra il XII e il XIII secolo per designare il «luogo di riposo» di questi bambini (il «lembo» della regione inferiore). I teologi, tuttavia, potevano dibattere tale questione senza usare il termine «limbo». Le loro dottrine non dovrebbero essere confuse con l’uso della parola «limbo».
25. La principale affermazione di queste dottrine è che coloro che non erano capaci di un atto libero col quale consentire alla grazia, e che sono morti senza essere stati rigenerati dal sacramento del Battesimo, sono privati della visione di Dio a causa del peccato originale ereditato per generazione umana.
1.5 L’era moderna/post-tridentina
26. Il pensiero di Agostino è stato oggetto di un rinnovato interesse nel XVI secolo, e con esso la sua teoria sulla sorte dei bambini non battezzati, come testimoniato, ad esempio, da Roberto Bellarmino 51. Una delle conseguenze di questo risveglio dell’agostinismo è stato il giansenismo. Insieme ai teologi cattolici della scuola agostiniana, i giansenisti erano fieramente contrari alla teoria del limbo. Durante questo periodo i Pontefici (Paolo III, Benedetto XIV, Clemente XIII) 52 hanno difeso il diritto dei cattolici di insegnare la severa teoria di Agostino, secondo la quale i bambini che morivano col solo peccato originale erano dannati e venivano puniti con il tormento perpetuo delle fiamme dell’inferno, per quanto con «pena mitissima» (Agostino) in confronto alle sofferenze degli adulti puniti per i loro peccati mortali. D’altra parte, quando il sinodo giansenista di Pistoia (1786) denunciò la teoria medioevale del «limbo», Pio VI difese il diritto delle scuole cattoliche di insegnare che coloro che sono morti col solo peccato originale vengono puniti con l’assenza della visione beatifica (pena della privazione) ma non con sofferenze sensibili (pena del «fuoco»). Nella bolla Auctorem fidei (1794) il Papa condannò come «falsa, temeraria, offensiva per le scuole cattoliche» la dottrina «che rigetta come favola pelagiana [fabula pelagiana] quel luogo degli inferi (che i fedeli ovunque chiamano con il nome di limbo dei bambini) nel quale le anime di coloro che sono morti con il solo peccato originale sono punite con la pena della privazione senza la pena del fuoco; come se, in questo modo, coloro che escludono la pena del fuoco introducessero quel luogo e stato intermedio privo di colpa e di pena, fra il regno di Dio e la dannazione eterna, di cui favoleggiavano i pelagiani» 53. Gli interventi pontifici in questo periodo hanno quindi tutelato la libertà delle scuole cattoliche di affrontare questo tema. Non hanno adottato la teoria del limbo come dottrina di fede. Il limbo, tuttavia, ha rappresentato la dottrina cattolica comune fino alla metà del XX secolo.
1.6 Dal Vaticano I al Vaticano II
27. Nel periodo precedente al Concilio Vaticano I, e di nuovo prima del Concilio Vaticano II, da certi ambienti è emerso un forte interesse a definire la dottrina cattolica su questo tema. Tale interesse è apparso evidente nello schema riformulato della costituzione dogmatica De doctrina catholica, preparata per il Concilio Vaticano I (ma non sottoposta al voto del Concilio), che presentava la sorte dei bambini morti senza Battesimo come uno stato a metà strada tra quello dei dannati, da un lato, e quello delle anime del purgatorio e dei beati, dall’altro: «Etiam qui cum solo originali peccato mortem obeunt, beata Dei visione in perpetuum carebunt» 54. Nel XX secolo, tuttavia, i teologi chiesero di poter immaginare nuove soluzioni, inclusa la possibilità che questi bambini venissero raggiunti dalla piena salvezza di Cristo 55.
28. Nella fase preparatoria del Concilio Vaticano II, c’era chi desiderava che il Concilio affermasse la dottrina comune secondo la quale i bambini non battezzati non possono ottenere la visione beatifica, chiudendo così la questione. La Commissione Centrale Preparatoria si oppose a tale richiesta, consapevole delle molte argomentazioni a sfavore della dottrina tradizionale e della necessità di proporre una soluzione che meglio si accordasse con lo sviluppo del sensus fidelium. Ritenendo che la riflessione teologica su questo punto non fosse sufficientemente matura, il tema non fu incluso nel programma dei lavori; non entrò nelle deliberazioni del Concilio e fu lasciato aperto a ulteriori indagini 56. La questione sollevava tutta una serie di problemi la cui soluzione era oggetto di dibattito tra i teologi, e in particolare: il valore dell’insegnamento tradizionale della Chiesa sui bambini che muoiono senza Battesimo; l’assenza, nella Sacra Scrittura, di indicazioni esplicite al riguardo; la connessione tra ordine naturale e vocazione soprannaturale degli esseri umani; il peccato originale e la volontà salvifica universale di Dio; e i «succedanei» del Battesimo sacramentale che possono essere invocati sui bambini in tenera età.
29. La convinzione della Chiesa Cattolica in merito alla necessità del Battesimo per la salvezza era stata espressa con forza nel decreto per i Giacobiti al Concilio di Firenze nel 1442: i bambini «non possono essere aiutati se non col sacramento del Battesimo, che li libera dal dominio del demonio e li rende figli adottivi di Dio» 57. Questo insegnamento presuppone una percezione molto netta del favore divino dimostrato nell’economia sacramentale istituita da Cristo; la Chiesa non conosce nessun altro mezzo che possa assicurare ai bambini l’accesso alla vita eterna. La Chiesa, tuttavia, ha anche tradizionalmente riconosciuto dei succedanei del Battesimo d’acqua (che è l’incorporazione sacramentale nel mistero di Cristo morto e risorto), e cioè il Battesimo di sangue (incorporazione in Cristo attraverso la testimonianza del martirio per Cristo) e il Battesimo di desiderio (incorporazione in Cristo attraverso il desiderio o l’anelito al Battesimo sacramentale). Nel corso del XX secolo alcuni teologi, sviluppando alcune tesi più antiche, hanno proposto di riconoscere per i bambini o una qualche forma di Battesimo di sangue (in considerazione della sofferenza e della morte di questi bambini), o una qualche forma di Battesimo di desiderio, invocando un «desiderio inconscio» in questi bambini orientati verso la giustificazione, o il desiderio della Chiesa 58. Queste proposte si scontravano tuttavia con alcune difficoltà. Da un lato è difficile attribuire a un bambino l’atto di desiderio del Battesimo che può avere un adulto. Il bambino difficilmente è in grado di compiere quell’atto personale pienamente libero e responsabile che potrebbe sostituire il Battesimo sacramentale; un tale atto pienamente libero e responsabile si fonda su un giudizio di ragione, e non può essere compiutamente espresso se la persona non ha raggiunto un uso di ragione (aetas discretionis: «età del giudizio») sufficiente o appropriato. È d’altra parte difficile comprendere come la Chiesa possa «supplire» ai bambini non battezzati. Completamente diverso è invece il caso del Battesimo sacramentale, in quanto quest’ultimo, amministrato ai bambini, ottiene la grazia in virtù di ciò che è specificatamente proprio del sacramento in quanto tale, ossia il dono certo della rigenerazione per mezzo della potenza di Cristo stesso. Per questo motivo Pio XII, richiamando l’importanza del Battesimo sacramentale, si è così espresso nella sua allocuzione alle ostetriche italiane nel 1951: «E tuttavia lo stato di grazia nel momento della morte è assolutamente necessario per la salvezza; senza di esso non è possibile giungere alla felicità soprannaturale, alla visione beatifica di Dio. Un atto di amore può bastare all’adulto per conseguire la grazia santificante e supplire al difetto del Battesimo: al non ancora nato o al neonato bambino questa via non è aperta» 59. Queste parole hanno dato luogo a una nuova riflessione da parte dei teologi sulle disposizioni dei bambini circa la recezione della grazia divina, sulla possibilità di una configurazione extrasacramentale a Cristo e sulla materna mediazione della Chiesa.
30. Tra le questioni discusse che hanno attinenza con questo tema è anche opportuno citare quella della gratuità dell’ordine soprannaturale. Prima del Concilio Vaticano II, in altre circostanze e riferendosi ad altre questioni, Pio XII aveva portato con decisione questo tema all’attenzione della Chiesa affermando che se si sostiene che Dio non può creare esseri intelligenti senza ordinarli e chiamarli alla visione beatifica viene snaturato il concetto della gratuità dell’ordine sovrannaturale 60. La bontà e la giustizia di Dio non significano che la grazia venga donata necessariamente o «automaticamente». Tra i teologi, quindi, la riflessione sulla sorte dei bambini non battezzati ha comportato, da quel momento in poi, una considerazione rinnovata dell’assoluta gratuità della grazia e dell’ordinazione di tutti gli esseri umani a Cristo e alla redenzione che egli ha ottenuto per noi.
31. Senza rispondere direttamente all’interrogativo sulla sorte dei bambini non battezzati, il Concilio Vaticano II ha indicato numerosi percorsi che potevano guidare la riflessione teologica. Il Concilio ha richiamato più volte l’universalità della volontà salvifica di Dio che si estende a tutte le persone (1 Tm 2,4) 61. Tutti «hanno un solo fine ultimo, Dio, del quale la provvidenza, la testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti» (Nostra aetate 1; cfr Lumen gentium 16). Seguendo un’impostazione più particolare, in cui si presenta una concezione della vita umana fondata sulla dignità dell’essere umano creato a immagine di Dio, la costituzione Gaudium et spes ricorda che «la ragione più alta della dignità dell’essere umano consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio», precisando che «fin dal suo nascere l’essere umano è invitato al dialogo con Dio» (Gaudium et spes 19). La medesima costituzione proclama con forza che solamente nel mistero del Verbo Incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Ricordiamo inoltre la celebre affermazione del Concilio: «Cristo, infatti, è morto per tutti, e la vocazione ultima dell’essere umano è effettivamente una sola, quella divina: perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale» (Gaudium et spes 22). Nonostante che il Concilio non abbia espressamente applicato questo insegnamento ai bambini che muoiono senza Battesimo, questi testi aprono una strada per dare ragione della speranza in loro favore 62.





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