Capisco l'indignazione, ma prova a guardare il problema più approfonditamente: l'indebitamento ha permesso l'immissione di liquidità nel sistema e l'espansione economica, ha sostenuto la crescita e i consumi, ha creato un sistema in cui i benefici non solo diretti ma anche indiretti sono stati alti. Per tutti. Prima o poi, però, il conto va pagato, perché se pretendi di vivere oltre le tue disponibilità arriva il giorno in cui la banca che ti finanzia bussa la porta. Certo, i soldi potevano essere spesi meglio e usati sotto forma di investimenti oculati, cosa che avrebbe consentito di rientrare dei capitali. Ma la storia dice altro. Quando scrivo che lo Stato siamo noi, intendo proprio dire: siamo noi. Siamo noi che abbiamo costruito il nostro patrimonio in Italia, che abbiamo i risparmi investiti in questo paese, immobili in questo paese. Siamo noi che dovremmo pagare il conto di un eventuale default. Per i più facoltosi non è difficile trasferire queste ricchezze, per gli altri si. Molto difficile. E prima che venga quel giorno, io spero che il governo faccia ciò che deve fare: rientrare di 1/3 del debito e riscrivere le regole per il futuro: vogliamo esautorare lo Stato dall'essere gestore dei servizi pubblici? Approvo, lo ripeto, redistribuire il reddito non significa che medici e insegnanti debbano essere a libro paga di ASL o provveditorato. Questa è una concezione che può essere tranquillamente superata. Ma il debito pubblico italiano (116% sul PIL) è una spada di Damocle che non possiamo più permetterci.





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