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  1. #1
    acquenere
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    Predefinito Le privatizzazioni anni 90

    Prendiamo la lista postata da Giò91:

    a) Nell’anno 1992/93 (Governo Amato, poi Ciampi)

    * ITALGEL (IRI-SME) - 1.600 dipendenti - quota ceduta 62% per 431 miliardi a Nestlè
    * CIRIO-BERTOLLI-DE RICA (IRI-SME) - quota ceduta 62% per 310 miliardi a FISVI poi Unilever e Cragnotti
    * CREDITO ITALIANO (IRI) - 15.800 dipendenti - quota ceduta 55% per 1801 miliardi - l’80% a piccoli azionisti, controllo Mediobanca ed altri.
    * SIV (vetro EFIM) - 3.800 dipendenti - quota ceduta 100% per 210 miliardi all’inglese Pilkington
    * NUOVIO PIGNONE (ENI) - 5100 dipendenti - quota ceduta 70% per 713 miliardi a GENERAL Electric (USA) - (ulteriore 9% ceduto a G.E. nel 1997)

    b) Nel 1994 (Governo Ciampi, poi Berlusconi)

    * IMI (Min. Tesoro) - 900 dipendenti - ceduta prima tranche 33% per 2.180 miliardi - controllo a banche (San Paolo, Cariplo, Montepaschi)
    * BANCA COMMERCIALE ITALIANA (IRI) - 18.000 dipendenti quota ceduta 51% per 2891 miliardi - piccoli azionisti 85%, controllo a Mediobanca, Generali, Paribas, Commerzbank
    * INA (Min. Tesoro) - 4.600 dipendenti - ceduta prima tranche 47% per 4.530 miliardi - controllo a banche (San Paolo, Cariplo)
    * ACCIAI SPECIALI TERNI (IRI) - 24.300 dipendenti - quota ceduta 100% per 600 miliardi a KAI (Krupp, Falk, etc.)
    * SME (IRI) 18.900 dipendenti - ceduta prima tranche 32% per 723 miliardi a Luxottica/Benetton

    c) Nel 1995 (Governo Dini)

    * ITALTEL (IRI-STET) - 15.000 dipendenti - quota ceduta 50% per 50% per 1.000 miliardi a Siemens (Germania)
    * ILVA LAMINATI PIANI - 18.000 dipendenti - quota ceduta 100% per 1.929 miliardi a Gruppo Riva
    * IMI (Min Tesoro) - ceduta seconda trance 19% per 1.200 miliardi
    * SME (IRI) - ceduta seconda tranche 15% per 341 miliardi a Luxottica/Benetton
    * ENI (Min. Tesoro) - 95.000 dipendenti - ceduta prima tranche 15% per 6.229 miliardi ad azionariato diffuso
    * ISE (IRI settore energia) - 150 dipendenti - quota ceduta 74% per 370 miliardi a Edison-EDF (Francia)
    * ENICHEM-AUGUSTA (ENI) - 1.100 dipendenti - quota ceduta 70% per 336 miliardi a cessionari non noti.
    * INA (Ministero Tesoro) - ceduta seconda tranche 18,4% per 1.887 miliardi a banche

    d) Nel 1996 (Governo Dini, poi Prodi)

    * DALMINE (IRI) - 4.700 dipendenti - quota ceduta 84% per 301 miliardi a Technit/Rocca
    * ITALIMPIANTI (IRI) - 1.200 dipendenti - quota ceduta 100% per 42 miliardi a cessionari non noti
    * NUOVA TIRRENIA (CONSAP navigazione) - 900 dipendenti - quota ceduta 91% per 548 miliardi
    * SME (IRI) - ceduta terza ed ultima tranche 15,2% per 121 miliardi
    * INA (Min. Tesoro) - ceduta terza tranche 312% per 3.260 miliardi
    * MAC - quota ceduta 50% per 247 miliardi a GEC-Marconi (GB)
    * IMI (Min. Tesoro) - ceduta terza tranche 5,9% per 501 miliardi
    * MONTEFIBRE - quota ceduta 65% per 183 miliardi
    * ENI (Min. Tesoro) - quota ceduta seconda tranche 15,8% per 8.872 miliardi azionariato diffuso
    * ALFA ROMEO AVIO (IRI-FINMECCANICA) - quota ceduta 75% per 200 miliardi a Fiat

    e) Nel 1997 (Governo Prodi)

    * ENI (Min Tesoro) - ceduta terza tranche 17,6% per 132.309 miliardi ad azionariato diffuso
    * TELECOM (Min. Tesoro) - quota ceduta 92,5% per circa 26.000 miliardi ad azionariato diffuso - controllo a nucleo stabile (7,5% azioni) costituito da banche, FIAT/IFIL, soci stranieri
    * FINCANTIERI (IRI) - ceduto 100% NEW SULZER AG per 151 miliardi a società finlandese
    * SEAT (IRI) - ceduto 44,7% per 1.600 miliardi a Comit, De Agostini, etc.
    * Banco di Napoli (Min Tesoro) 60% per 62 miliardi

    f) Nel 1998 primo semestre (Governo Prodi)

    * ENI (Min Tesoro) - ceduta quarta tranche 14,2% per 13.000 miliardi ad azionariato diffuso (con la quarta tranche ENI risulta privatizzato al 62% con 41.000 miliardi di incasso totale)
    * ITALIA NAVIGAZIONE (IRI-Finmare) - quota ceduta 100% per 150 miliardi ad armatori privati italiani (D’Amico)
    * AEM (Comune di Milano) - quota ceduta 49% per 1.400 miliardi ad azionariato diffuso
    * ALITALIA (IRI) - cessione controllo alla olandese KLM (attraverso scambio azioni o cosiddetta “joint venture”)
    * ELSAG-BAILEY (IRI-Finmeccanica) - quota ceduta 100% per cifra non nota ad acquirenti stranieri
    * LLOYD TRIESTINO (IRI-Finmare) - quota ceduta 100% per cifra non nota a gruppo Evergreen (Taiwan)
    * Banca Nazionale del Lavoro (Min Tesoro) - quota ceduta 67,8% per 6.707 miliardi ad acquirenti non noti
    Certo, io mica voglio uno stato che mi faccia anche la pummarola Cirio, e di certo aiutarono il risanamento, ma in concreto come si sono tradotte in benefici di prezzo o servizio ?
    Sono state un fattore positivo o negativo?
    Ultima modifica di giacomo; 29-01-11 alle 19:13

  2. #2
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    Predefinito Rif: Le privatizzazioni anni 90

    E' un vezzo tutto fascista l'utilizzo di un apparato economico industriale organizzato sotto una bandiera per la persecuzione di finalità che nulla hanno a che vedere con il benessere. Siano esse la volontà di potenza, di espansione militare, di sterminio.

    Ovviamente per far cose simili servono un apparato statale potente e mezzi economici da sperperare. Questo però non porta alcun beneficio come è stato disastrosamente dimostrato nel secolo scorso.
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
    https://www.youtube.com/watch?v=7NPC47qMJVg

  3. #3
    acquenere
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    Predefinito Rif: Le privatizzazioni anni 90

    Citazione Originariamente Scritto da Razionalista Visualizza Messaggio
    E' un vezzo tutto fascista l'utilizzo di un apparato economico industriale organizzato sotto una bandiera per la persecuzione di finalità che nulla hanno a che vedere con il benessere. Siano esse la volontà di potenza, di espansione militare, di sterminio.

    Ovviamente per far cose simili servono un apparato statale potente e mezzi economici da sperperare. Questo però non porta alcun beneficio come è stato disastrosamente dimostrato nel secolo scorso.
    Guarda sono d'accordo con te. Eppure la domanda "sui benefici di servizio e prezzo" rimane aperta.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Le privatizzazioni anni 90

    L'analisi della Corte dei Conti

    Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010[4], ormai ultimata la stagione delle privatizzazioni che prese il via quasi 20 anni prima, la Corte dei Conti ha reso pubblico uno studio nel quale elabora la propria analisi sull'efficacia dei provvedimenti adottati. Il giudizio, che rimane neutrale, segnala sì un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controlo privato; un recupero che, tuttavia, non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza quanto piuttosto all'incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, etc ben al di sopra dei livelli di altri paesi Europei. A questo aumento, inoltre, non avrebbe fatto seguito alcun progetto di investimento volto a migliorare i servizi offerti.[5] Più secco è invece il giudizio sulle procedure di privatizzazione, che: [6]
    « evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall'elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito »

    http://it.wikipedia.org/wiki/Privatizzazione

  5. #5
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    Predefinito Rif: Le privatizzazioni anni 90

    Secondo il rapporto si limitano a far pagare di più i servizi rispetto al resto d'Europa

    Corte dei Conti: le ex aziende pubbliche ora fanno i soldi grazie a tariffe più care

    Per i giudici contabili banche, telefonia e autostrade privatizzate non sono più efficienti di prima

    MILANO - Altro che privati più efficienti del pubblico, per far tornare in attivo le aziende privatizzate i nuovi gestori si sono limitati ad aumentare le tariffe contando sulle posizioni di forza da loro occupate.

    IL RAPPORTO DELLA CORTE DEI CONTI -Ad affermarlo è la Corte dei Conti nel rapporto su «Risultati e obiettivi delle operazioni di privatizzazioni di partecipazioni pubbliche» facendo riferimento anche alle banche e alle autostrade. Nel rapporto si sottolinea che l'aumento della capacità di generare profitti delle utilities privatizzate «è in larga parte dovuto più che a recuperi di efficienza sul lato dei costi all'aumento delle tariffe che, infatti, risultano notevolmente più elevate di quelle richieste agli utenti di altri Paesi europei».

    INCASSI - Tuttavia il processo di privatizzazione, almeno sul fronte delle entrate per lo Stato ha raggiunto i suoi obiettivi. Per incassi del programma di privatizzazioni l'Italia «Si pone al secondo posto, dopo il Giappone, nella classifica globale», sia considerando come punto di partenza la delibera Cipe di fine 1992 (ad oggi 93 operazioni per 119 miliardi) sia guardando al censimento del «barometro delle privatizzazioni» per il periodo 1985-2007 (152 miliardi). Un processo di «portata storica», sottolinea la Corte dei Conti, che lo analizza in un rapporto evidenziando risultati e criticità. Ha «nel complesso sostanzialmente conseguito gli obiettivi di lungo termine previsti». Ma ci sono state «importanti criticità» nelle modalità, e alti costi, pari a 2,2 miliardi, rileva la Corte. Oneri per i quali «sono state rilevate anche significative e non compiutamente spiegate incongruenze nelle contabilizzazioni». Per esempio «notevoli ritardi» nei versamenti al fondo ammortamenti dei titoli di stato che ne hanno consentito «un temporaneo utilizzo per soddisfare esigenze di liquidità del tesoro oltre che per ottimizzare la gestione operativa del debito». Quanto alle modalità con sui sono state realizzate le operazioni di privatizzazione, «evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall'elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito».

    Redazione online
    26 febbraio 2010
    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    Corte dei Conti: le ex aziende pubbliche ora fanno i soldi grazie a tariffe più care - Corriere della Sera

  6. #6
    acquenere
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    Predefinito Rif: Le privatizzazioni anni 90

    Citazione Originariamente Scritto da dedelind Visualizza Messaggio
    L'analisi della Corte dei Conti

    Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010[4], ormai ultimata la stagione delle privatizzazioni che prese il via quasi 20 anni prima, la Corte dei Conti ha reso pubblico uno studio nel quale elabora la propria analisi sull'efficacia dei provvedimenti adottati. Il giudizio, che rimane neutrale, segnala sì un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controlo privato; un recupero che, tuttavia, non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza quanto piuttosto all'incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, etc ben al di sopra dei livelli di altri paesi Europei. A questo aumento, inoltre, non avrebbe fatto seguito alcun progetto di investimento volto a migliorare i servizi offerti.[5] Più secco è invece il giudizio sulle procedure di privatizzazione, che: [6]
    « evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall'elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito »

    http://it.wikipedia.org/wiki/Privatizzazione
    Insomma la CdC dice che sono state fatte male. Su alcune ho evidenza anche io.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Le privatizzazioni anni 90

    Citazione Originariamente Scritto da giacomo Visualizza Messaggio
    Insomma la CdC dice che sono state fatte male. Su alcune ho evidenza anche io.
    Rete Telecom e rete Autostradale
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  8. #8
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    Predefinito Rif: Le privatizzazioni anni 90

    Citazione Originariamente Scritto da giacomo Visualizza Messaggio
    Prendiamo la lista postata da Giò91:



    Certo, io mica voglio uno stato che mi faccia anche la pummarola Cirio, e di certo aiutarono il risanamento, ma in concreto come si sono tradotte in benefici di prezzo o servizio ?
    Sono state un fattore positivo o negativo?
    Una grande fattore positivo, un opera necessaria e inevitabile, fatta molto bene, dopo il folle magna magna del CAF in cui un paeese sull'orlo della bancarotta aveva bisogno di fare cassa velocemente.

    Cose positive:

    A) Si è fatta cassa, vitale a quei tempi

    B) Si sono evitate le perdite successive e i succesivi buchi di bilancio per lo Stato, dato che erano baracconi fonte di rimessa continua

    C) Si siono indeboliti i politici e le loro infinite fonti di spesa, corruzione e clientelismo

    D) Settori chiave, come Energia, Infrastrutture e Industria Militare sono restate sotto il controllo dello Stato

    E) Settori importanti (Nuovo Pignone, su tutti) sono stati valorizzati dai privati creando posti di lavoro, alzando stipendi e distribuendo ricchezza.

    Cose negative

    A) Autostrade..un monopolio naturale non si privatizza, o meglio, lo si fa, ma con regole più rigide (e soprattutto, non si mette sotto il controllo di Lunardi, che gli ha concesso tutto)

    B) Alitalia..una pagina vergognosa, in cui si sono fatti solo regali agli amici del piduista, mentre chi paga le tasse ha ricevuto un conto ulteriore

    C) Non sono seguite le necessarie liberalizzazioni

    Poi è ovvio..servitù politiche, politici, prenditori vogliosi di subappalti e consulenze, i fasciocomunisti nostalgici dell'URSS le guardano con diffidenza: ma questo rinforza la bontà dell'iniziativa.
    “Productivity isn't everything, but, in the long run, it is almost everything. A country’s ability to improve its standard of living over time depends almost entirely on its ability to raise its output per worker.”
    — Paul Krugman

  9. #9
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    Predefinito Rif: Le privatizzazioni anni 90

    A proposito del “Disastro di una Nazione”*
    di Salvatore Verde - 30/06/2007

    Fonte: libreriaar



    recensione a: IL DISASTRO DI UNA NAZIONE. SACCHEGGIO DELL'ITALIA E GLOBALIZZAZIONE, Edizioni di Ar, euro 16,00



    Il silenzio dei grandi economisti di questo paese -non solo di quelli che fanno la spola fra la cattedra e gli incarichi politici, ma anche di quelli che si dicono professori ‘puri’, cioè privi di ambizioni politiche e di aspirazioni alle consulenze del settore pubblico- su un tema di fondamentale importanza qual è quello della
    eliminazione del settore pubblico (e di buona parte di quello privato) dall’‘ancoraggio’ nazionale (ossia dal mantenimento di buona parte dell’economia italiana in mano italiana), sarebbe sorprendente se il veleno liberista, che tanto colpisce oggi la classe politica e quella imprenditoriale, non fosse asceso all’empireo del dogma pseudoscientifico.
    Quell’empireo, che vanamente i vari Adam Smith e David Ricardo cercarono di scalare nel XVIII swecolo, allo scopo di permettere all’industria inglese di dominare il mondo e di impedire l’industrializzazione tanto dell’Europa continentale quanto dei neonati Stati Uniti d’America.
    Creatosi, con il crollo dell’Unione Sovietica, il clima adatto, sulle basi gettate dalla ’scuola’ monetarista di Milton Friedman e da tutti i ragionieri-’economisti’ allevati nelle varie banche centrali di emissione, BRI, Banca Mondiale, oltre che nel FMI e nel GATT (1), era inevitabile che la classe politica si arrendesse a discrezione, se questo era (e lo era) il prezzo da pagare. Un prezzo che essa ha puntualmente pagato, o meglio, che ha pagato il popolo che bovinamente le aveva -e le ha- affidato il proprio avvenire.
    Si è tanto parlato, a proposito dell’industria di Stato, di “carrozzoni” di cui l’IRI rappresentava l’esempio maggiore.
    Nessuno discute la necessità di risanare quel pozzo senza fondo, in cui si scorgeva una gestione catastrofica sopra tutto di Finsider e Finmare. Ma una cosa è il risanamento, ben altra cosa, invece, è la liquidazione; Era possibile risanare?
    Riguardo all’Italsider, se si tiene conto che i deficit erano causati sopra tutto da gravosissimi oneri bancari, da approvvigionamenti a prezzi eccessivi e dalla pletora di mano d’opera, la risposta deve essere affermativa: certo, era possibile risanare.
    Per azzerare gli oneri bancari, sarebbe stato sufficiente fornire alla gestione i mezzi necessari al normale funzionamento, a interesse zero. Eventualmente -come già si usava praticare nei confronti degli Enti Locali- tramite la Cassa Depositi e Prestiti, dato che la grande liquidità (proveniente dal risparmio postale) di quest’ultima lo avrebbe facilmente consentito.
    Per ridurre fino al 50% gli oneri del personale, sarebbe bastato attrezzare con le ultime applicazioni tecnologiche gli impianti e la movimentazione, nonché eliminare le assunzioni clientelari e le assurde remore interne imposte da sindacati ebbri di demagogia.
    Per approvvigionarsi a prezzi di mercato, sarebbe stato opportuno operare mediante aste trasparenti, anziché agire sulla base di tangenti. Inoltre si sarebbe dovuto, da una parte, puntare maggiormente sui nuovi processi di produzione e sugli acciai speciali; dall’altra, diversificare ulteriormente le fonti, acquistando magari le migliori ‘maniere’ estere. (Giappone docet). Anche per quel che riguarda il gruppo Finmare la risposta non può che essere affermativa. Per riportare ordine nei suoi conti sarebbe bastato -in difetto di idee originali- copiare il “know how” e la tecnologia giapponesi -e/o quelli della cantieristica norvegese- tanto in materia di organizzazione del lavoro quanto in fatto di flessibilità di rotte, di gestione dei container, di riduzione dei tempi morti di permanenza nei porti o in navigazione; si sarebbe inoltre potuto curare una migliore dinamica nell’acquisizione degli ordinativi e nello sfruttamento dei volumi di carico. Tutto ciò, senza dimostrare alcuna sudditanza nei riguardi di committenti eccellenti o di clienti politicamente protetti.
    In entrambi i casi (Finsider e Finmare), una immediata messa in disponibilità dei fondi di dotazione avrebbe fatto risparmiare -con o senza il ricorso alla Cassa Depositi e Prestiti- migliaia di miliardi di interessi passivi.
    Il medesimo discorso vale, mutatis mutandis, per le altre imprese del Gruppo IRI.
    A quel punto, ovvero a risanamento ottenuto, si sarebbe anche potuto vendere -però, a imprese o a consorzi italiani (o a maggioranza nazionale), con notevoli ricavi per l’Erario e, quindi, per il contribuente, mantenendo così in Italia la “cabina di pilotaggio”. Ma tant’è... Attraverso Mario Sarcinelli (2), Bankitalia aveva evidentemente già promesso (3) agli uomini della Finanza internazionale la svendita del patrimonio degli Enti di Stato -quindi....bisognava ottemperare!
    Nel suo saggio, il Venier sintetizza alcuni aspetti del disastro dell’industria italiana, rivelando nella propria agile ricognizione una lucidità e una acutezza che di rado si riscontrano pure nelle rare analisi anticonformistiche di questo tema. Di ciò, tutti gli italiani -o meglio tutti gli italiani che, pensando, rimangono pensosi di fronte alla sorte di questa Nazione- debbono essergli grati.
    La materia, in realtà, meriterebbe un’analisi più vasta e articolata, attraverso uno studio complessivo, munito di tabelle a confronto e -elemento, questo, non meno importante- integrato da un ‘libro bianco’ (o ‘nero’?), redatto dai principali protagonisti della galassia IRI. Un ‘libro bianco’scritto sopra tutto da coloro che, fra questi ultimi, non furono pedissequi esecutori di ordini politici e di ‘ukase’ della Finanza.
    Certo, sarà vano attendersi un testo siffatto da uomini come Romano Prodi che, dopo aver rappresentato in Italia gli interessi della “Goldman & Sachs”, venne nominato presidente dello stesso
    IRI: con quei risultati -a suo dire- “straordinari”, che tuttavia non impedirono la liquidazione del Gruppo a condizioni catastrofiche non solo per l’erario ma anche per l’indipendenza industriale e navale nazionale, per le maestranze, e per una miriade di professionalità irrecuperabili.
    Possa quindi questo saggio di Antonio Venier essere il primo di una più ampia letteratura specializzata. E siano resi al medesimo autore la simpatia e l’omaggio che meritano i pionieri della ricerca, in campi dove chi si avventura deve combattere non solo contro i muri di gomma ma, sopra tutto, contro l’ostilità ostinata di chi sapendo non osa parlare.
    * Note al testo di Antonio Venier, Il disastro di una nazione. Saccheggio dell’Italia e globalizzazione, presentazione di Bettino Craxi, collezione ‘Le due bestie’, pp. 160, Edizioni di Ar, 2000.

    (1) Tutte istituzioni, queste, agli ordini delle varie Lazard Bros, Lehman Bros, Goldman & Sachs, First Boston, Warburg & Co., Hong Kong ¦ Shanghai B. Corp., Rothschild etc., con contorno di Deutsche Bank, Parisbas, UBS, Mediobanca etc.
    (2) Universalmente noto, costui, peò non essersi mai opposto, nella sua qualità di vicepresidente della Banca europea di ricostruzione e sviluppo, alle follie del suo infausto presidente Jacques Attali.
    (3) Nei primi anni ’90, a bordo del panfilo reale “Britannia”?

    Indice:

    CAPITOLO PRIMO

    LE PREMESSE ED IL CONTESTO: ITALIA ED EUROPA INTORNO AL 1990
    1. La vulnerabilità dell'Italia ........................ 15
    2. La situazione in Europa .......................... 16
    3. La situazione in Italia............................ 19


    CAPITOLO SECONDO

    L’ ITALIA NELLA GLOBABLIZZAZIONE
    4. Il trattato di Maastricht........................... 23
    5. Gli effetti delle direttive
    della Commissione Europea di Bruxelles ............ 25
    6. I vincoli europei, le manovre recessive
    e le «privatizzazioni» ............................ 27
    7. Il problema del debito pubblico e l'esproprio
    del risparmio italiano ............................ 32
    8. La cessione di sovranità e le conseguenze
    economiche dell'Unione Monetaria Europea.......... 39


    CAPITOLO TERZO

    ATTACCO AL SISTEMA POLITICO ITALIANO E CRONOLOGIA 1992-1996
    9. La preparazione e le motivazioni................... 43
    10. Inizio dell'attacco alla «classe politica».
    Il governo Amato ............................... 44
    11. La grande svalutazione del 1992...................... 47
    12. Il governo extra-parlamentare di Carlo Azeglio Ciampi
    ed il culmine dell'azione eversiva .................. 49
    13. Le elezioni del marzo 1994 ed il governo Berlusconi .... 51
    14. Il governo Dini e le nuove elezioni anticipate del 1996 .. 53


    CAPITOLO QUARTO

    LA DEMOLIZIONE DEL SISTEMA INDUSTRIALE ITALIANO
    15. L'attuazione del grande esperimento
    neo-liberista in Italia.............................. 57
    16. La funzione delle industrie di alta tecnologia.......... 59
    17. Caratteristiche specifiche
    del sistema industriale italiano...................... 62
    18. La funzione fondamentale delle industrie a partecipazione statale e del sistema bancario pubblico............... 65
    19.1 fattori di debolezza della piccola industria........... 71


    CAPITOLO QUINTO

    LA DEMOLIZIONE DEI SERVIZI PUBBLICI E DELLO «STATO SOCIALE»
    20. La demolizione dei servizi pubblici ................. 77
    21. Ferrovie, poste, energia elettrica.................... 82
    22. L'attacco contro lo «Stato sociale» .................. 91
    23. Le proposte per l'Italia: produttività, flessibilità,
    bassi salari ed esportazioni povere .................. 96


    CAPITOLO SESTO

    IL DISASTRO ECONOMICO DELL'ITALIA
    24. Le dimensioni del disastro (I):
    le privatizzazioni bancarie ed industriali ............. 103
    25. Le dimensioni del disastro (II):
    piccole imprese ed industrie di alta tecnologia......... 107
    26. La liquidazione dell'Italia
    come grande paese industriale ..................... 109
    27. L'Italia come serbatoio
    di lavoro sottopagato e di risparmio ................. 111
    28. La cosiddetta ipotesi del complotto ................. 114


    CAPITOLO SETTIMO

    LA SITUAZIONE ITALIANA ALLA FINE DELL'ANNO 1998
    29. La conclusione dell'operazione
    sul sistema economico italiano...................... 123
    30. Incertezze sull'evoluzione della situazione
    politica ed economica............................. 124
    31. Le autonomie regionali........................... 125


    CAPITOLO OTTAVO

    CONCLUSIONI. CHE FARE?
    32. Bilancio 1992-1998, le perdite e i profitti ............. 129
    33. Accettare la distruzione dello Stato nazionale italiano? . . . 130
    34. Alcune proposte per la ricostruzione ................ 131
    35. Un discorso per l'Italia ........................... 135


    APPENDICE - DATI STATISTICI
    Al. Risultati delle elezioni politiche italiane dalla V
    alla XI legislatura ............................... 139
    A2. Andamento del prodotto interno lordo (PIL)
    nei maggiori paesi europei ........................ 142
    A3. Andamento del debito pubblico italiano
    dal 1900 al 1996................................... . 144
    A4. Indebitamento pubblico verso l'estero
    dei maggiori paesi europei (1984-1997) .............. 146
    A5. Costo medio del lavoro
    nei maggiori paesi industriali...................... 148
    A6. Spese di protezione sociale in Europa ............... 149
    A7. Alcuni dati sulle privatizzazioni ................... 151


    Salvatore Verde, in 'Margini' n. 33, gennaio 2001


    A proposito del “Disastro di una Nazione”*, Salvatore Verde

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    Predefinito Rif: Le privatizzazioni anni 90

    Antonio Venier


    Antonio Venier, Il disastro di una nazione. Saccheggio dell'Italia e globalizzazione, presentazione di Bettino Craxi, Padova, Edizioni di Ar ("Le due bestie 1") 1999, 157 pp., 28.000 lire.

    * pubblicato su Diorama Letterario, 249 (gennaio 2002), pp. 25-27



    Ammesso che li conoscessero, quale pathos storico sarebbero mai in grado d'ispirare ai non addentrati gli avvenimenti economici italiani dell'ultimo decennio? Apocalittico, addirittura, se limpidamente spiegati come sono in questo breve saggio delineano il « disastro di una nazione », consumato come segreta guerra sotto i nostri occhi inconsapevoli.

    Di questi giorni, in cui la cronaca è inflazionata da critiche genericamente filantropiche alla globalizzazione, un simile libro può aver l'effetto d'una doccia fredda per tante anime belle, serenamente dimentiche dei propri ventri pasciuti.

    E' facile infatti per gli stessi italiani amanti della protesta perdere di vista che il loro Paese si annovera ancora fra le dieci nazioni dal maggior prodotto, appetto degli oltre duecento stati esistenti sul pianeta. Ebbene, Venier ce lo rammenta per mostrarci che da tale posizione stiamo venendo rovinosamente scalzati ad opera di oculate strategie, le quali ci pongono fra le prime vittime eccellenti del nuovo assetto mondiale. Magra consolazione sapere di essere in compagnia di altri grandi Paesi come la Russia (1), soprattutto quando gli effetti sulla società cominciano già a farsi tangibili.

    Non proverete insomma noia alcuna scorrendo i dati profusi da questo dossier economico-politico, antiliberista e antiglobalista a modo suo, cioè coi piedi sensatamente piantati a terra. Lo divorerete come un libro giallo, e sovvenendovi delle mezze verità lasciate cadere da giornali e tv, vi desterà semmai sorpresa, rabbia, e un inquietante sentimento di luce davanti al riordino di tante tessere musive sinora scomposte.

    In maniera spesso convincente, con coraggio, l'opera rovescia i fondamentali luoghi comuni della nostra storia recente: il fenomeno "Mani pulite", viene riletto come l'eliminazione pianificata della classe dirigente che sarebbe stata capace di opporsi alla spoliazione del Paese; il trattato di Maastricht è visto come subordinazione agli interessi tedeschi; il federalismo, accusato di eversione; la riduzione del debito pubblico, in realtà un gioco di prestigio nelle tasche degli italiani; le privatizzazioni, indicate senza mezzi termini quale svendita disastrosa dei pezzi ancora sani e necessari di un grande Paese, a vantaggio di pochi affaristi.

    Ricorre spesso il nome di Romano Prodi, e in un libro dedicato alla memoria di Enrico Mattei non è certamente per lodare questo eterno promosso dagli errori che l'Italia sta pagando: smembramento dell'IRI, totale asservimento alle decisioni della Bundesbank, rilascio delle migliori aziende italiane al capitale straniero, drammatici tagli alla spesa pubblica, svendita delle imprese di pubblica utilità, dal Nuovo Pignone al Credito Italiano, distruzione della siderurgia italiana (ILVA), sottomissione ai parametri europei nonostante ci penalizzino, demolizione del sistema industriale, agroalimentare e dei servizi pubblici.

    Chiariamo subito che le accuse non hanno nulla da spartire con la ridda partitica, tant'èche gli unici politici trattati favorevolmente dall'Autore sono quelli defunti: fattuali, vengono sempre supportate da analisi schiette, dati alla mano (2).

    Molta attenzione viene ad esempio riservata ai conti delle privatizzazioni. Il documento ufficiale del Ministero del Tesoro che avrebbe dovuto spiegare con trasparenza agli italiani scopo, modalità e frutto di tale operazione (Relazione sulle privatizzazioni, 1998) non dice quanto sia stato effettivamente incassato, né fornisce una stima - come logica vorrebbe - su fatturato e profitti delle aziende cedute. Considerando così che il processo di vendita, iniziato nel 1994 e accelerato improvvisamente dal 1996 (con la cessione di: IRI, TELECOM, ENI, CREDIT, COMIT, e i maggiori impianti siderurgici ed agroalimentari) ha reso sulla carta soltanto 150.000 miliardi in sei anni, del tutto inutili a ridurre il debito pubblico; e che ad esso si sono accompagnati aumento della pressione fiscale e tagli alla spesa, l'Autore accusa di ladrocinio l'intera operazione la quale, fra l'altro, sostanzialmente si è svolta col denaro dei cittadini che erano già proprietari della ricchezza comune. Ora gli stessi beni stanno saldamente nelle mani di gruppi stranieri e dei pochi, soliti « principi » locali i quali con quote del solo 2 o 3% controllano colossali strutture (e profitti) già patrimonio nazionale.

    Ma, si obietterà, le privatizzazioni non erano forse inevitabili a fronte del debito pubblico italiano, questo mostro con tanta premura denunciato dai giornali, dalla Germania e dall'Unione Europea?

    Venier spiega che il debito pubblico non solo è da sempre uno degli strumenti normali di finanziamento dello Stato, ma chiarisce (fonti EUROSTAT e OECD ) che nel 1996 il vero debito - cioè quello verso l'estero - era minimo rispetto a quanto contratto dallo Stato con i propri cittadini. Gran parte del debito nazionale, insomma, coincideva col risparmio degli italiani, sotto forma di obbligazioni e titoli di Stato. Il debito pubblico, dunque, non equivaleva come ripetono ad nauseam da anni certi giornali, all'ipoteca delle generazioni future; tale sarebbe potuto essere solo il credito esigibile dall'estero, che però fino a qualche anno fa era ben contenuto grazie all'andamento dell'economia del Paese. Chi piuttosto soffriva di questo problema (debito pubblico interno 460,3 miliardi di ECU, debito pubblico estero 275,5 miliardi di ECU, dove l'Italia viaggiava con misure di 928,3 mil. per l'interno e soltanto 41,6 mil. verso l'estero), era la Germania. Il trattato di Maastricht, grazie alla liberalizzazione del trasferimento dei capitali nell'area comune e all'impegno a contenere il debito nella sua interezza (gross financial liabilities), ha praticamente invertito la clessidra del nostro debito nazionale dando inizio a un impressionante travaso di capitali verso altri Paesi, e in particolare porgendo su un piatto d'argento alla Germania quella liquidità del risparmio italiano di cui aveva bisogno. Oltre che indebitata fuori confine, l'Italia è così risultata gravemente impoverita dal mancato investimento in titoli di Stato, con conseguente necessità di riduzione della spesa e aumento della pressione fiscale, azioni entrambe dannose allo sviluppo economico. Sulla base della libertà d'investimento nella U.M.E., i vincoli di Maastricht, e la campagna d'informazione terroristica sul debito pubblico si è insomma avviato un meccanismo di sottosviluppo per il nostro Paese, dagli effetti a medio termine gravissimi.

    Un altro importante capitolo è dedicato alla silenziosa e dolorosissima perdita di innumerevoli aziende piccole e medie, spina dorsale del nostro sistema economico, vendute all'estero (3) o cedute in apparenti joint venture di facciata (4). Fra queste, e sopra tutte, il polo strategico dell'alta tecnologia, fondamentale al mantenimento di un ruolo fra i Paesi che contano, e che nessun altro membro del G8 si sognerebbe minimamente di alienare.

    Tutto il processo ha già cominciato a trasformare l'Italia in ricettacolo dell\rquote indotto industriale europeo (ad es. nella produzione di accessori per le grandi case automobilistiche tedesche), e per un'unica concomitante ragione: il basso costo dei suoi bravi operai. Perduto il primato industriale tecnologico, saremo ridotti a riserva di lavoro qualitativamente appetibile a prezzi concorrenziali rispetto all'Europa. Si ponga mente al fatto, mai abbastanza risaputo, che un operaio italiano costa esattamente la metà di un suo collega tedesco. La riserva, naturalmente, durerà fino al giorno non remoto in cui i Paesi in via di sviluppo, la cui manodopera è ancora meno pretenziosa, non avranno raggiunto analoghi standard operativi.

    Se dunque tale situazione genera per il momento un flusso di entrate liquide notevole, mitigando gli effetti del declino, sul lungo periodo dipendenza e vulnerabilità del sistema porteranno a sottooccupazione, ed impotenza a reagire in caso di recessione.

    L'attacco allo stato sociale, ultimo passo del grande esperimento neoliberista in atto sulla nostra pelle, viene anch'esso inquadrato nella logica di un progetto d\rquote Italia flessibile, dai bassi salari e destinata al mercato delle esportazioni povere. La demolizione di quei servizi pubblici che sono una delle ragion d'essere dello Stato, è il risultato inevitabile della stessa logica perversa ed eteronoma.

    Quali, infine, le cause sostanziali del disastro? Secondo l'Autore, che pur non disdegna l'ipotesi del complotto (segnalando però il rischio del « complottismo », che scredita qualsiasi critica valida confondendola con le fantasie) sono le stesse che lamentava il Guicciardini sei secoli fa nel carattere degli italiani: prevalenza degli interessi particolari su quelli generali, tentazione di scambiare la ricchezza dei singoli per segno di potenza, grande zelo nel sottomettersi ai padroni di turno, e perciò cronica incapacità a realizzare un forte Stato nazionale. Già in passato regolarmente tali pecche congenite promossero danni al bene pubblico: dalla Banca Romana di sabauda memoria all'acciaio Falck, la storia insegna. Ma il nuovo contesto della globalizzazione, ove gli appetiti e gli strumenti per soddisfarli si fanno giganteschi, ha reso micidiale l'ultima opera di distruzione.

    E allora quali le soluzioni? Al di là degli avvertimenti tecnici la passione prorompente nel richiamo conclusivo del libro (« Un discorso per l'Italia »), la medesima che imbrigliata nella freddezza dell'analisi ha dato anima ad ogni capitolo come un fuoco sotterraneo, sembra essere la vera risposta.

    Sì, innanzitutto Venier propone una disamina imparziale della situazione, cui ben difficilmente aderirebbero i coautori del disastro e del consenso ad esso: politici, giornalisti, giudici, faccendieri; indi l'interruzione delle ultime privatizzazioni, tornando a salvaguardare i servizi di pubblico interesse; la ripresa della spesa pubblica investendo in sanità, difesa e progetti industriali a lungo termine, finanziandola col deficit di bilancio ed il debito pubblico interno (o debito virtuoso); infine, fondamentale, il rilancio dell'alta e media tecnologia. Tutto questo tralasciando per contesti supernazionali la critica all'economia finanziaria globale che ha sinora avallato e persino promosso troppe acrobazie ai danni dei popoli e a vantaggio di pochi individui senza scrupoli.

    Ma qualsiasi soluzione, dice l'Autore, sottintende la riscoperta della volontà di salvare lo Stato nazionale italiano. Non è facile mettere mano a quest'opera, conclude, « Ma dobbiamo volerlo fare: perché l'Italia viva ».

    Questa conclusione idealmente slanciata verso l'azione, coerente allo spirito del libro, amaro e sovente sarcastico, sì, ma altrettanto intenzionato a trovare una via d'uscita, lo allontana da certa pubblicistica in voga negli ultimi anni. Dico quei testi che rileggendo in maniera fosca, e bisogna pur dire realistica, la nostra storia nazionale conferiscono ferite talvolta meritate, ma senza lenimento e dunque inutili, all'anima del Paese (5).

    Avremmo visto bene, anche se apparentemente si sarebbe usciti dall'argomento che ha il suo fuoco analitico e passionale sull'Italia, un allargamento di prospettiva al piano internazionale. Colpiscono ad esempio i paralleli fra certe operazioni e gli avvenimenti che portarono lo Stato Vaticano sull'orlo del baratro finanziario due decenni fa. Ma più interessante ancora sarebbe stata un'analisi di quegli accenni eversivi, secondo il medesimo copione di "Mani pulite", ripetutisi a stretto giro di anni in Germania (il caso Khöl), Russia (il caso Eltsin) e Francia (il caso Chirac). I primi due grandi uomini politici hanno pagato gli attacchi giudiziari a regia verosimilmente estera con l'abbandono della carica. Ma la reazione degli Stati, in tutti e tre i casi, è stata degna delle grandi nazioni cui hanno la responsabilità di sovrintendere. Espansione militare ed economica sull'Adriatico da parte della Germania già preponderante nella Unione Europea (Croazia) e nuova politica dell'immigrazione tecnologicamente qualificata; emersione e ripresa del controllo del Paese da parte della struttura di sicurezza che ha sempre rappresentato il vero potere in Russia (il corso di Putin e dei nuovi governatori). In tutti e tre i casi, comunque, nessuna Rivoluzione ha avuto seguito alla caduta o alla difensiva dei presidenti. Tale resistenza non è andata esente da una terribile e drammatica escalation immediatamente scatenata "dall'altra parte", e forse un giorno sui libri di storia si leggerà dello scampato pericolo d'una guerra mondiale cominciata con l'infiltrazione propagandistica e giudiziaria e fermatasi con le bombe su Belgrado e la punizione politica del solo alleato atlantico, l'Austria, che osò anteporre alla prepotenza del nuovo impero le proprie ragioni nazionali.

    Venier accenna più volte agli interessi di potenti lobby internazionali, e al sistema finanziario mondiale selvaggiamente teso a imporre ovunque il deserto neoliberista, come alle vere cause remote del disastro italiano. Simile tesi non assurge però a una formula chiara, e le concrete soluzioni avanzate, per quanto sensate, peccano del limite operativo nazionale, quando la partita, per stessa ammissione dell'Autore, si giuoca ormai su ben altri scacchieri. Soprattutto sembrano quasi impossibili ad applicarsi a fronte di un nemico tanto potente e generosamente dotato di infiltrati.

    Anche dovendo tuttavia limitarsi per ragioni pratiche ai nostri confini , brilla per la sua assenza una critica al sistema parlamentare italiano, ormai troppo permeabile non solo ad interessi di parte, ma agli stessi metodi inquisitori e propagandistici del nuovo totalitarismo; non si parla del ruolo funesto delle società di pubbliche relazioni né della gestione della cosiddetta "informazione" mediatica; non v'è una riga a favore della responsabilizzazione della magistratura; e infine, se non implicitamente, non si discute per una rifondazione critica del concetto stesso di democrazia nell'era dell'esautoramento della politica, e del dominio scientifico delle coscienze mediante una propaganda acuta e onnipotente, secondo la peggiore pratica totalitaria che mai abbia visto la luce dall'inizio della storia.

    In fondo viene da domandarsi se il libro, ove le sue analisi siano corrette, non descriva altro se non i passaggi locali d'un dramma storico di ben più vasta portata: la morte dello Stato, l'avvento del nuovo ordine supernazionale fondato su quell'impalpabile, onnipervadente e spietato sacramento della violenza che sub specie elettronica e globale è divenuta la convenzione finanziaria. La nuova volontà di potenza, indifferente persino all'aretè definitivamente domina i popoli ed elimina dalla scena le loro vecchie strutture socio-politiche a favore di un'inaudita, sinora, ed anonima epifania del Potere. Ma se così fosse, varrebbe ancora la pena scommettere sulla politica? L'Autore sembrerebbe rispondere di sì, senza però indicarci con chiarezza le vie praticabili.

    Il saggio tuttavia porta inevitabilmente a riflettere su questi argomenti cruciali, e ciò è assai importante. Un solo uomo, con un solo libretto, di questi tempi, poteva fare di più, e altrettanto bene? Crediamo fermamente di no. Diceva un grande amico dell'Italia, Henry Furst: « Chi tace, e tacendo perpetua e acuisce il suo male, è il vero nemico dell'umanità » (6) . Dobbiamo perciò essere grati ad Antonio Venier per la sua lucida denuncia. Essa merita di essere meditata, diffusa e discussa, come il primo passo, ch'è sempre il più difficile e il più importante, di un cammino forse disperato ma necessario.

    Stefano Serafini



    Note

    (1) Le disastrose "cure da cavallo" neoliberiste nella ex URSS al seguito della perestrojka, le svendite delle più importanti società statali (si pensi solo a Gazprom), i criminali attacchi al rublo operati da Soros hanno ipotecato in pochi anni il futuro di una popolazione superiore a quella dell'intera Europa. Cfr. Giulietto Chiesa, Roulette russa, Milano, Guerini e Associati, 1999. Per farsi un'idea della propaganda sbugiardata dai fatti: Abel G. Aganbegjan, La perestrojka nella economia, Milano, Rizzoli, 1988.

    (2) Notevole per utilità l'appendice che correda il libro di statistiche sul cursus politico nazionale, sul debito pubblico europeo comparato, sulla spesa sociale, e che fornisce la lista dei beni privatizzati fra il 1992 ed il 1999.

    (3) Per es. Birra Moretti, Rinaldo-Piaggio, Moto Guzzi, le aereonautiche ex EFIM.

    (4) Esemplari i casi di Alenia, Alitalia, Agusta.

    (5) Cfr. ad es. Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Casale Monferrato, Piemme, 1998 e la sua amarissima revisione del Risorgimento. Il mito fondante del Paese viene castigato duramente, smascherandone menzogne, atrocità e colossali ipocrisie, ma nessuna soluzione alternativa vi ene offerta al pur innegabile, autentico, e tradito fin che si vuole, ideale d'Italia che percorre la storia.

    (6) Henry Furst, Simun, Milano, Longanesi, 1965.



    Antonio Venier

 

 
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