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Discussione: Eldorado

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    Predefinito Eldorado


    ELDORADO, PERSONAGGIO O LOCALITÀ DEL MISTERO?
    di Stelio Calabresi




    Rappresentazione della cerimonia iniziale d'investitura dello Zipa, il sovrano Muisca, un gruppo Chibcha stanziato nella regione di Bogotà (Colombia). Attorno alle rive del lago sacro Guatavita il neo-eletto veniva cosparso di resina e poi di polvere d'oro. Una volta fatto salire sulla zattera e arrivato al centro del lago, egli si gettava in acqua dopo aver sparso oggetti d'oro e pietre preziose.


    È proprio il nome di Eldorado che genera il primo equivoco.
    La parola "Eldorado" nello spagnolo del Sudamerica (El dorado) significa "terra dell'uomo d'oro", "uomo dorato": uomo o terra? Ma non è tutto.
    Infatti, se si tratta di un mito, tanto per incominciare non possiamo certo dire a quale popolo o cultura sudamericana appartenga.
    Ad esempio, presso la civiltà Muisca (1), è stata ritrovata una "balsa de oro" che riproduce una sorta di barca solare (?) sulla quale è l'eldorado.
    Quindi l'eldorado potrebbe indicare la "balsa" oppure lo "Zipa" (capo tribù).
    Questa ipotesi sembrerebbe confermata dal fatto che la narrazione prosegue affermando che lo "Zipa", spalmato di resine speciali ("Verniz de pasto") veniva coperto di polvere d'oro. Con questa acconciatura raggiungeva il centro del Lago Titicaca spargendo nell'acqua la sua preziosa copertura.


    ELDORADO ED I "CONQUISTADORES"

    Per la verità le migliaia di conquistadores che si affannarono alla ricerca di (o dello) Eldorado, non si posero certo problemi di semantica. La parola "oro" era sufficiente ad aguzzare gli appetiti ed i conquistadores erano di bocca buona.
    Ma l'equivoco dura ancor oggi sebbene si tratti di leggenda comune al Centro ed al Sud America che, probabilmente, nasconde un fondo di verità (anche se non è quella reclamizzata dalle agenzie turistiche) (2):


    CHI ERA L'UOMO "DORATO"?

    Resta comunque il problema di comprendere chi fosse questo "uomo dorato", ovvero, secondo le credenze valide tra il XVI e gli inizi del XVII secolo, "cosa fosse questo Eldorado".
    Sappiamo che gli spagnoli erano ossessionati dall'oro - vero o presunto che fosse - e per averlo, nelle Indie, si macchiarono di più di un genocidio (3).
    Per loro "Eldorado" (scritto con una sola parola) era un luogo, anzi il luogo dell'oro per eccellenza ed era collocato, più o meno, nei territori che oggi corrispondono alla Colombia, al Perù ed all'Ecuador, ricavato dalla roccia aurifera.
    Per gli alchimisti l'oro era invece la risultante della combinazione dei quattro elementi pitagorici primordiali.
    Se teniamo in considerazione queste affermazioni ci rendiamo conto che l'ossessione per l'oro derivava sia per il suo valore intrinseco, che per il suo valore simbolico.
    Mediante l'oro l'uomo del Rinascimento era convinto di realizzare la propria palingenesi: la conseguenza fu che in nome dell'oro venne scatenata una caccia di tale accanimento che è possibile averne un'idea solo pensando alle cacce scatenate in Klondike ed in California nel XIX secolo.
    Ma non possiamo nasconderci che Klondike e California erano solo il terzo atto di una tragedia iniziata nel XVI secolo.
    Tra il 1529 ed il 1616 venne organizzato e consumato il più colossale genocidio di indios che si possa immaginare.
    Il massacro più atroce della storia del nuovo mondo ebbe inizio nel 1520, a partire dal ritorno in Europa di Hernan Cortèz, il Conquistador del Mexico. Descrisse in quell'occasione i tesori di Montezuma (4), facendo comparire dinanzi agli occhi degli spagnoli la convinzione che esistesse una terra ove l'oro poteva essere trovato per terra.


    LE USANZE DEI "CHIBCHA" E IL SORGERE DI UNA LEGGENDA

    Cosa c'era di vero nelle fantasie dei conquistadores?
    Sotto il profilo storico lo Zipa era lo Sciamano dei Chibcha (5), eroe e protagonista di una singolare cerimonia.
    Ogni anno questi si presentava completamente nudo al bordo del lago sacro (il lago Titicaca). Come già detto, veniva ricoperto di una resina detta "Verniz de pasto" e su quella veniva soffiata della polvere d'oro mediante una piccola cerbottana. In tal modo assumeva l'aspetto di una statua d'oro.
    Allo Zipa così acconciato cui gli spagnoli potrebbero aver attribuito l'attributo di "dorado" (cioè "El Dorado" successivamente divenuto "Eldorado").
    Infatti con questa bardatura lo Zipa, quando il sole era allo zenit, raggiungeva il centro del lago di allora denominato Guatavita e vi si immergeva mentre i sudditi gettavano nelle acque oggetti votivi spesso realizzati in oro.
    Il conquistador Benalcàzar avrebbe sentito di questa cerimonia a Quito perché là si era trasferito lo Zipa frattanto divenuto principe.
    L'oro, di fatto, era molto diffuso tra le popolazioni andine: la cupidigia dei conquistadores avrebbe fatto il resto e si sarebbe cominciato a favoleggiare di una terra dell'oro.




    Zattera d'oro massiccio, ritrovata nel 1969 in una grotta, che raffigura la cerimonia muisca dell'uomo d'oro che avveniva nel Lago Guatavita una volta l'anno o il giorno dell'investitura. Quest'evento è uno degli elementi storici che hanno alimentato il mito dell'Eldorado.



    LA CITTÀ D'ORO

    El Dorado (personaggio: lo sciamano) si sarebbe trasformato in tal modo in Barca (quella utilizzata dallo Zita) e poi, lentamente in Eldorado (località imprecisata).
    Gli spagnoli (nella persona dei conquistadores) erano affetti da una vera e propria degenerazione maniacale.
    La trasformazione dell'"uomo dorato" in "terra dell'oro" sarebbe stata l'evoluzione - inevitabile, quanto rapida - di questa mentalità di tipo ossessivo.
    Tuttavia nulla avrebbe potuto giustificare gli incredibili sforzi e l'enorme spargimento di sangue che Eldorado di fatto scatenò nel giro di pochi decenni.
    Parallelamente, la notizia di un "uomo d'oro", l'Eldorado, cominciò ad ingigantirsi assumendo toni di leggenda.
    Tuttavia, ammesso che l'ipotesi storica possa essere considerata esatta, ben presto si crearono diversi altri equivoci di carattere spaziale. Ad esempio si perse di vista a quale zona dell'America Latina si facesse riferimento sicché non si seppe più dire se si stesse parlando dell'America centrale o meridionale.
    I cercatori però furono convinti che in posto imprecisato esistesse il territorio di Eldorado ove le strade e i tetti erano coperti di oro: si era generata una vera e propria febbre dell'oro.
    Tra il 1529 e il 1616 avventurieri come Ambrosius Dalfinger (6), Nicolaus Federmann (7), Sebastiàn de Belalcàzar (8), Gonzalo Jimenez de Quesada (9), Walter Raleigh (10), misero in piedi ben sei spedizioni che partirono alla ricerca di inesistenti città d'oro.
    Ma intanto Eldorado aveva perso la prerogativa di essere la sola terra dell'oro: l'Eldorado divideva questa qualifica con Ma-Noa, "isola in un gran lago salato" dal Gran Quivera nordamericano, da Cibola sudamericana.


    FINE DI UNA LEGGENDA

    Il 1616 non segnò comunque la fine di un sogno.
    Questo continuò fino al 1925 allorché il colonnello Fawcett scomparve nel Mato Grosso (Brasile) mentre era alla ricerca di un ennesimo Eldorado, della misteriosa Zeta.
    Il colonnello Percy Harrison Fawcett era un archeologo e un esploratore britannico che aveva sentito parlare di una città in cima a una montagna brasiliana e si era convinto che essa fosse "Zeta" la capitale del mitico El Dorado, e - nel contempo - una colonia di Atlantide.

    Note:
    1. Lo "Zipa", copriva il suo corpo (in quanto capo carismatico) con oro e di cui egli si serviva per farne offerta alla dea "Guatavita" al centro del lago sacro (il lago Titicaca). Era un'antica leggenda della tradizione Muisca che dette origine alla leggenda di El Dorado. Apparentemente l'enciclopedia Wikipedia sembra molto sicura nella individuazione delle fonti mitiche. Ma non è così perché si tratterebbe di una terza ipotesi rispetto a quelle già individuate: in questo caso si tratterebbe di una barca. In effetti i Muisca appartenevano alla cultura Chibcha organizzata nella Confederazione incontrata dagli Spagnoli nel 1537, al tempo della conquista della Colombia.
    2. Gli alberghi di Bogotà (Colombia) mettono in evidenza un invito, del tipo "VISITATE L'ELDORADO", per la modica spesa di una corsa in taxi che conduce nel più assoluto regno del falso e del Kitch. Il luogo ove il taxi vi conduce, Guatavita, non è la mitica città dell'oro, è un lago - che non è quello dell'El Dorado - ma un bacino artificiale che si trova in un posto diverso dal reale: unica consolazione: la corsa in taxi costa poco! Il laghetto delle immersioni di Eldorado, o meglio di El Dorado, si trova in un altro punto del rio Tominè, più in alto, ove si arriva dopo un'arrampicata di alcune ore attraverso passi andini da capre. Questo lago, minuscolo quanto anonimo, è finalmente quello della leggenda del "Dorato".
    3. Dagli Atzechi ai Guarany.
    4. "Un disco a forma di sole, grande come la ruota di un carro e d'oro finissimo... Venti anatre d'oro di squisita fattura... Ornamenti a forma di cani, tigri, leoni, scimmie".
    5. Gente indigena della Cordigliera orientale delle Ande della Colombia. Anche se il commercio con le tribù vicine era comune, il Chibcha sembra evolvere la sua coltura nell'isolamento comparativo. I Chibchas divennero i più fortemente interessati dei Colombians: la loro agricoltura finì con l'esercitare la fusione degli ornamenti lanciati, l'estrazione degli smeraldi, la tessitura e l'impasto delle terraglie. Queste attività hanno determinato anche l'evoluzione di una società per altri versi stratificata e la creazione di classi di "signori" e di "vassalli". La successione all'ufficio era matrilineare ed ereditaria mentre la successione nel patrimonio era personale e patrilineare. Fra i "proletari", o i coltivatori, l'organizzazione era patrilineare. Il sacerdozio per parte sua costituì un codice di categoria. Le cerimonie religiose inclusero il sacrificio umano.
    La fonte della leggenda del "El Dorado" è stata attribuita a loro, probabilmente a causa di una cerimonia dei Chibcha, forse parzialmente leggendaria, in cui un nuovo sciamano veniva ogni anno coperto di polvere di oro lavata in un lago sacro.
    Il Chibcha venne conquistato dallo spagnolo Gonzalo Jiménez de Quesada fra 1536 e 1541.
    6. Anche Ambrosius Ehinger, ovvero (Ambrosio Alfínger in spagnolo) Dalfinger, Thalfinger. Morto 31 maggio 1533 vicino a Chinácota Colombia, era un conquistador tedesco.
    7. Federmann, Nikolaus 1501-1542, avventuriero tedesco in Venezuela ed in Colombia. Al servizio dei fratelli del Welser, banchieri de Augusta, al quale Carlo V aveva assegnato una fattoria nel Venezuela.
    8. Sebastián de Belalcázar o de Benalcázar (Belalcázar, 1480 - Cartagena de Indias, 30 aprile de 1551), conquistador spagnolo. Suo vero nome era Sebastián Moyano, ma in Belalcázar o Benalcàzar in ricordo di Córdoba, luogo della sua mascita. Secondo varie fonti, potrebbe aver viaggiato fino al Nuovo Mondo con Cristoforo Colombo nel 1498, durante il terzo viaggio verso l'America. Un mulo lo avrebbe ucciso nel 1507.
    9. Gonzalo Jiménez de Quesada y Rivera (1509-1579) fu un esploratore e conquistador spagnolo in Colombia. Durante i suoi viaggi accumulò frandi quantità di oro e di smeraldi ma terminò la sua carriera in maniera diastrosa. Servì da modello a Cervantes per Don Chisciotte.
    10. Sir Walter Raleigh (c.1552 - 29 ottobre 1618), era contadino, poeta, cortigiano ed esploratore inglese famoso. Era responsabile dell'insediamento della prima colonia inglese nel nuovo mondo, il 4 giugno 1584, l'isola di Roanoke, nell'attuale Nord Carolina. Successivamente chiamata "la colonia perduta".

    Fonte:
    Edicolaweb - ELDORADO, PERSONAGGIO O LOCALITÀ DEL MISTERO? - di Stelio Calabresi

    NdR: Un avvincente saggio sull'argomento è: Alla scoperta dell'Eldorado di Robert Silverberg (1998 Piemme)

  2. #2
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    Predefinito Rif: Eldorado



    Alla ricerca della mitica El Dorado






    Da quando è stata scoperta l'America la ricerca di El Dorado non si è mai fermata, ma cosa sappiamo di questa leggendaria città?

    L'El Dorado (abbreviazione spagnola di El indio Dorado) è un luogo leggendario in cui vi sarebbero immense quantità di oro e pietre preziose, oltre a conoscenze esoteriche antichissime.

    In questo luogo, situato al di là del mondo conosciuto, i bisogni materiali sono appagati e gli esseri umani vivono in pace tra loro godendo della vita. Spesso viene associato al paradiso terrestre o all'Eden situato agli antipodi.

    In seguito alla scoperta europea delle Americhe il mito di un luogo leggendario e ricchissimo si rinforzò.

    Gli indigeni americani, che facevano largo uso di monili in oro fecero pensare agli spagnoli di essere giunti vicino ad un luogo mitico ricco di oro dove i bisogni materiali fossero appagati. Uno dei primi spagnoli a cercare un luogo mitico fu Juan Ponce de Leon, che nel 1513 cercò in Florida la fonte dell'eterna giovinezza, leggenda che aveva le sue origine nel medievale Romanzo di Alessandro.

    Hernán Cortés e Francisco Pizarro, nel conquistare gli imperi azteco e incas rispettivamente credettero di essere giunti in questo luogo leggendario ma poi la loro sete di potere e ricchezza li spinse a continuare la ricerca.

    Furono proprio i tesori riportati in Spagna da questi conquistadores a spingere i banchieri Welser di Norimberga a farsi coinvolgere nella ricerca dell'Eldorado. I Welser avevano ottenuto dall'Imperatore Carlo V i diritti di sfruttamento delle risorse naturali della colonia del Venezuela, a garanzia del prestito di 141mila ducati, necessari a corrompere i Grandi Elettori che lo elessero Sacro Romano Imperatore.

    Quando Sebastiano Caboto fu al comando, nel 1525, di una spedizione che aveva come scopo la ricerca del Birù (o Perù), i suoi luogotenenti, tra i quali Francisco Cesar, si inoltrarono nell'interno del Rio della Plata, e forse giunsero al confine dell'attuale Bolivia. Al loro ritorno si diffuse una leggenda, che narrava di una città ricchissima, pavimentata in oro, che loro non erano riusciti a vedere per pochissimo. Questa città fu chiamata "Ciudad de los Cesares". Pedro de Heredia depredò l'oro dei Sinù per lunghi anni e cercò una mitica miniera o città, che per lui era situata al confine tra l'attuale dipartimento di Córdoba e Antioquia (Colombia). Diego de Ordaz risalì il Rio Orinoco nel 1531 alla ricerca di una città d'oro, ma non la trovò, anche se alcuni indigeni gli dissero che più avanti nella selva vi era una montagna di smeraldo.

    Tra i finanziatori della spedizione di Caboto del 1525 c'era anche Ambrosius Dalfinger da Ulma (1500-1533). Quando i Welser ottennero da Carlo V la concessione di sfruttamento mandarono Dalfinger a dirigere la colonia, col titolo di "Governatore delle isole di Venezuela". Questo perché i primi esploratori erano convinti che si trattasse di isole formanti un arcipelago, da cui anche il soprannome di Piccola Venezia, in spagnolo Venezuela. Dalfinger nei documenti spagnoli è chiamato Cinger o Alfinger, e i coloni lo soprannominarono per comodità Micer (messere) Ambrosio. Si stabilì a Coro, allora l'unico insediamento della colonia, e nel 1529 guidò una prima spedizione esplorativa verso il lago di Maracaibo. Qui, nei pressi della strozzatura che divide il lago dal golfo omonimo, fondò la città di Maracaibo e sul versante opposto la città di Nuova Ulma. Oggi la città è scomparsa ma il posto è chiamato Campo de Ambrosio. Dalle popolazioni rivierasche l'interprete e scrivano del gruppo Esteban Martín seppe che una popolazione dell'interno, che viveva sugli altipiani, usava l'oro come merce, in cambio del cotone grezzo, dei coralli, delle perle e delle conchiglie giganti che gli indigeni usavano come trombe cerimoniali. Inoltre il loro territorio era ricco di pietre verdi che gli spagnoli supposero correttamente fossero smeraldi. Martín confidò le proprie idee a Pedro Limpias, e pare sia stato proprio quest'ultimo, al ritorno a Coro, a diffondere le voci sul mitico regno dell'oro. Furono complessivamente cinque le spedizioni partite dal Venezuela alla ricerca del mitico regno dell'oro.

    La prima, guidata come detto da Dalfinger, durò dall'agosto 1529 al 18 aprile 1530, quando i resti decimati della spedizione ritornarono a Coro. Dalfinger, debilitato e febbricitante, prima di imbarcarsi per Santo Domingo nominò provvisoriamente nel giugno 1530 Nicolaus Federmann il Giovane da Ulma (1506-1541) vicegovernatore, capitán general delle forze armate e alcalde mayor di Coro.

    Federmann, contravvenendo agli ordini di Dalfinger, che non gli aveva rivelato nulla del "regno dell'oro", allestì una propria spedizione di un centinaio di uomini. Versato nelle lettere, in italiano e spagnolo, fu autore di un saggio etnografico sulle popolazioni indigene conosciute durante il suo primo viaggio, di grande interesse dato che di quei popoli, sterminati di lì a poco, si conosce molto poco. Il saggio, Indianische Historia, Eine Schöne kurtz-weilige Historia fu pubblicato ad Hagenau nel 1557 dal cognato Hans Kiefhaber.

    La prima spedizione Federmann durò dal 16 settembre 1530 al 17 marzo 1531, senza approdare a nulla. Dalfinger, ritornato a Coro, quando seppe che Federmann si era addentrato nell'interno abbandonando la colonia, lo esiliò dal Venezuela per quattro anni.

    La seconda spedizione Dalfinger partì il 9 giugno 1531 da Coro e vi fece ritorno il 2 novembre 1533. Fu una delle più drammatiche, al termine della quale Dalfinger stesso morì, colpito da una freccia avvelenata.

    Il suo posto fu preso da Georg Hohermuth da Spira (1508-1540), ribattezzato dagli spagnoli Jorge de Espira, inviato dai Welser alla testa di un gruppo di coloni formato da spagnoli e tedeschi, oltre ad alcuni fiamminghi, inglesi, scozzesi e italiani. Hohermuth organizzò una sua spedizione, forte di 500 uomini, partita nel giugno 1535 e terminata il 27 maggio 1538. Il diligente cronista di questa spedizione fu Philipp von Hutten, cugino del famoso poeta e umanista, il cavaliere Ulrich von Hutten. Gli esploratori percorsero ben 1500 miglia verso sud, raggiungendo il rio Guaviare presso l'odierna Bogotà, e passando molto vicino all'altopiano di Jerira abitato dalle tribù chibcha, all'origine della leggenda dell'Eldorado, ma senza trovare una via d'accesso. Anche questa spedizione, durante la quale morì il veterano Esteban Martín, che aveva partecipato a tutte le esplorazioni precedenti, si concluse in un disastro che costò trecento morti, tra cui Hohermuth stesso, che ricoverato a Santo Domingo non riuscì a riprendersi dalle traversie subite durante il viaggio.

    Hohermuth, prima della partenza, terminati i quattro anni di esilio aveva permesso a Federmann di rientrare, dandogli l'incarico di esplorare le terre a ovest del lago di Maracaibo, per determinare i confini della concessione dei Welser e stabilirvi una fortezza. Federmann, dopo essersi scontrato con il governatore della colonia di Santa Marta, don Pedro Fernandez de Lugo, che rivendicò la giurisidizione sulle terre a ovest di Maracaibo, era tornato a Coro nel dicembre 1536. Convinto che Hohermuth fosse morto, nell'autunno 1537 ripartì alla ricerca personale della valle di Jerira, soprattutto dopo aver saputo che Gonzalo Jimenez de Quesada stava approntando a Santa Marta una grandiosa spedizione per trovare le terre dell'Eldorado. La seconda spedizione Federmann per poco non incrociò i superstiti del gruppo Hohermuth, convinti che Federmann si fosse mosso in loro soccorso, dopo che ebbero saputo del passaggio di un gruppo di conquistadores da parte degli indios. Lo sparuto gruppo era in realtà quanto rimasto della spedizione di Diego de Ordaz, che si riunì alla fine del 1537 con Federmann nei llanos tropicali. L'itinerario di Federmann si concluse nell'inverno 1539, con l'arrivo a Jerira, preceduto solo da poche settimane dalle spedizioni di Quesada e Belalcazar.

    La leggenda dell'El Dorado era arrivata a un punto di svolta quando i conquistatori spagnoli Gonzalo Jiménez de Quesada e Sebastian de Belalcazar sentirono parlare di un capo indigeno che si immergeva in una laguna ricoperto di polvere d'oro e gettava delle offerte d'oro nelle profondità delle acque. Sarebbe stato proprio Belalcazar, sentendo nel 1536 il racconto di un mercante indigeno nativo di Llactalunga, a coniare per primo il termine "El indio Dorado", abbreviato in El Dorado, a indicare il sovrano indio coperto di polvere d'oro che gli era stato descritto.

    La laguna in cui compiva le abluzioni rituali era la laguna di Guatavita, nelle vicinanze della attuale città di Bogotà, fondata da Quesada il 29 aprile 1539 con una breve cerimonia alla presenza degli altri due comandanti.

    Caso unico nella storia, ben tre conquistadores erano giunti contemporaneamente e per vie diverse nello stesso luogo, attirati dalla chimera dell'oro. Quesada era giunto per primo da nord-ovest, Belalcazar da sud e infine Federmann da nord-est.

    La civiltà che aveva dato origine alla leggenda dell'El Dorado era quella dei chibcha. Fu depredata da Quesada e non resse all'urto della conquista, estinguendosi nel giro di pochi decenni, tanto che ancor oggi il suo nome è poco noto e non viene mai annoverato tra le civiltà precolombiane travolte dal contatto con gli europei. Il clamoroso equivoco in cui incorsero i conquistadores a proposito dell'El Dorado è dovuto al fatto che i chibcha non possedevano oro in proprio, ma lo ricavavano a loro volta da traffici con le popolazioni finitime. Questo fece credere agli spagnoli che la "terra dell'oro" all'origine delle incredibili leggende fosse un'altra, e non quella che avevano scoperto e abbondantemente razziato. I chibcha possedevano invece miniere di sale e l'unico giacimento di smeraldi delle Americhe. L'oro, di origine alluvionale, abbondava lungo il corso del Cauca, e nella provincia dell'Ecuador settentrionale, al confine con la Colombia, chiamata Esmeraldas. Paradossalmente gli spagnoli chiamarono Esmeraldas la terra dove trovarono i primi smeraldi, provenienti dall'Eldorado, e chiamarono Eldorado la terra dove vi era l'oro proveniente dall'Esmeraldas!

    Successivamente l'El Dorado fu cercato nelle profondità della selva amazzonica dall'esploratore estremegno Francisco de Orellana, ma non fu mai trovato.

    La leggenda dell'El Dorado fu viva anche nell'America settentrionale, in quanto Francisco Vazquez de Coronado cercò a lungo le sette città di Cibola senza mai trovarle.

    Nel 1560 il sanguinario Lope de Aguirre prese il comando, uccidendo Pedro de Ursúa, di una spedizione nella selva amazzonica, e si proclamò "Re dell'Amazzonia". La spedizione aveva come scopo la ricerca dell'El Dorado, ma finì tragicamente: Lope de Aguirre fu giustiziato in Venezuela.

    Nel 2001 l'archeologo Mario Polia ha scoperto, negli archivi della Città del Vaticano delle lettere datate 1600 del missionario Andrea Lopez. Il missionario scriveva di una città ricchissima e nascosta nella selva a circa dieci giorni di cammino da Cuzco, vicino ad una cascata che veniva chiamata Paititi. Alcune teorie sostengono che il missionario abbia informato il Papa sulla ubicazione esatta della città, ma il Vaticano non abbia mai rivelato il segreto. Anche ultimamente vari archeologi e geografi ricercano resti di una civiltà antichissima nella selva peruviana. Uno di questi è il polacco Jacek Palkiewicz, nella sua spedizione del 2002. Nel 2006 lo statunitense Gregory Deyermenjian e il peruviano Paulino Mamani hanno intrapreso una spedizione nella selva di Pantiacolla (Amazzonia peruviana). In più, un' altra ipotesi sostiene che esistano molteplici città d'oro, anche se in luoghi diversi. Comunque, le registrazioni più comuni di esse sono situate in coordinate pari alle Ande centro settentrionali o addirittura nello Yucatan. Nel 2010 grazie allo studio di immagini satellitari e fotografie aeree è stata scoperta, al confine tra Brasile e Bolivia, una città subito additata come i resti di El Dorado.

    Fonte:
    Alla ricerca della mitica El Dorado

  3. #3
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    Predefinito Re: Eldorado

    Eldorado e il mito dell’America

    di Roberto Colonna


    Laguna di Guatavita
    Immagine tratta dal sito Wikimedia Upload

    Quando arrivarono in quel continente che dopo qualche anno Giovanni Caboto (1497) o Martin Waldseemüller (1507) chiameranno America, gli spagnoli, avendo compreso le incredibili ricchezze naturali di quelle antiche terre, decisero di avviare un intensivo e sanguinario sfruttamento di quel capitale vergine che sembrava stesse aspettando solo che qualcuno, “in cambio della grazia di Dio”, lo prendesse per il proprio beneficio. E i benefici in fondo non si fecero attendere: sono fin troppo noti gli effetti che ebbero, durante il Seicento, i preziosi metalli americani nei delicati (già allora) equilibri economici e politici dell’Europa.
    Questi avvenimenti appena (e forse troppo sinteticamente) ricordati furono accompagnati da un processo di mitizzazione delle ricchezze americane. Come fa mirabilmente notare Antonello Gerbi, la tappa iniziale di tale processo fu il Perù che, per merito soprattutto della fama delle miniere del Potosì (le quali, è doveroso sottolineare, avevano una produzione di gran lunga inferiore ai meno celebri giacimenti messicani), divenne quasi immediatamente un luogo edenico dove – almeno nelle speranze dei pionieri, spesso improvvisati, che vi arrivarono – chiunque vi andasse poteva diventare facilmente ricco; del resto la procellosa e trepida biografia del povero e ignorante Francisco Pizarro smentiva efficacemente qualsiasi confutazione che metteva in discussione questo assioma.
    Il mito del Perù fu tuttavia affiancato e poi addirittura superato da quello molto più longevo e diffuso di Eldorado. Eldorado, le cui prime attestazioni risalgono al 1535, è un vocabolo che ancor oggi richiama «un paese immaginario dell’America meridionale (in spagnolo “el dorado” è “il [paese] dorato”), che si credeva favolosamente ricco d’oro e di pietre preziose, ed esteso spesso per antonomasia a indicare genericamente un luogo d’abbondanza e di delizie» (“Eldorado” in “Vocabolario on line Treccani”). Quasi una sorta di antesignano Macondo, il mito di Eldorado nacque però in riferimento a un uomo e non, come invece sarà tramandato, a un luogo. Eldorado fu infatti il soprannome dato a un capo dei Chibcha (un popolo andino che, prima di essere sterminato dagli europei, visse per lungo tempo sull’altopiano di Bogotá in Colombia), il quale, seguito da tutti i suoi sudditi, si recava ogni anno sulle rive del laghetto di Guatavite dove, dopo essersi spalmato su tutto il corpo alcune alghe mucillaginose, si cospargeva di polvere d’oro (e per questa ragione definito “el dorado” da alcuni spagnoli che, nascosti, assistettero chissà in quale anno a questa funzione) e si immergeva nelle acque del lago, sacrificando, oltre a quella polvere ritenuta magica, cospicui tesori a una divinità simile a quella dei culti solari alessandrini.
    Questa liturgia lacustre creò sull’uomo d’oro uno strano destino: «da un rito barbaro e sudicio sorgeva la più strepitosa delle leggende» al punto che «quel cacicco nudo e abbagliante diventava un simbolo riassuntivo delle ricchezze sognate e bramate, l’eroe eponimo d’un paese ancora da scoprire» (A. Gerbi, “Il mito del Perù”, p. 51). L’Eldorado divenne così per l’America un’efficace metafora sin más e, allo stesso tempo, un incredibile pungolo che permise ai suoi “ospiti” di conoscere in modo consapevole la sua geografia. Se le prime esplorazioni avvennero infatti quasi per caso, con l’affermazione del mito di Eldorado furono organizzate numerose spedizioni finalizzate alla ricerca di un paradiso che in realtà non esisteva; un paradiso spesso utilizzato anche dalle popolazioni locali che, rinviando a nuove, lontane e “sicure” mete eldoraniane, cercavano di allontanare dalle loro case i delusi avventurieri senza scrupoli che li tormentavano. Per molti aspetti, parafrasando Chandler, se la ferrovia e il telegrafo crearono gli Stati Uniti, l’Eldorado creò l’America latina.

    politicamentecorretto.com - Eldorado e il mito dell'America
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 09-08-13 alle 18:30
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

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    Predefinito Re: Eldorado

    Nessuna legge può cancellare l' Eldorado dai sogni degli uomini.


    Film: <<Aguirre, furore di Dio>>

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    Predefinito Re: Eldorado

    Leggende e tragedie in cerca dell' Eldorado
    Leggende e tragedie in cerca dell' Eldorado

    Da quasi cinque secoli Perù è sinonimo di Incas e il nome di questo popolo è legato in maniera indissolubile all' oro, al mito dell' Eldorado. Il primo contatto concreto con l' Eldorado tanto cercato, gli spagnoli lo ebbero quando l' Inca Atahualpa, catturato da Pizarro e rinchiuso in una cella nella città di Cajamarca, cercò di ottenere la libertà promettendo in cambio tanto oro quanto ne poteva contenere la stanza dove era rinchiuso, riempita fino al punto in cui arrivava la sua mano alzata. Pizarro accettò l' offerta e fece stipulare un regolare contratto dell' accordo. Così da tutto l' impero arrivò l' oro richiesto che però non fu sufficiente a salvare la vita ad Atahualpa, strangolato dagli ufficiali spagnoli con l' assenso dello stesso Pizarro. Era il 26 luglio 1533. Da allora i galeoni cominciarono a portare in Spagna una quantità d' oro e d' argento che avrebbe cambiato il corso della storia europea. Le antiche cronache raccontano di navi così cariche che si sfondavano come ceste marce ancora prima di partire, o di oro fuso in forma di proiettili e nascosto negli affusti dei cannoni dai capitani che in questo modo cercavano di introdurlo in Europa senza doverne consegnare la parte spettante al re. Nessuno saprà mai quanti capolavori siano stati trasformati in lingotti e quanti siano finiti in fondo all' oceano. Le ricchezze attirarono nel Nuovo Mondo schiere di avventurieri con un solo obiettivo: l' oro. I porti e le taverne dell' Avana, di Cartagena e di Lima si affollarono di personaggi decisi ad arricchirsi con qualsiasi mezzo; una massa critica che divenne rapidamente un problema di non facile gestione per i governatori della Nuova Spagna i quali, ricorrendo all' espediente tante volte utilizzato dagli indios per allontanare i conquistadores, pur di sbarazzarsi di quella ciurmaglia dalle città, la incoraggiò a perlustrare l' intero Continente alla ricerca di tanti Eldorado, più o meno improbabili. Gran parte di quelle spedizioni scomparve nel nulla lasciando sulle piste del Sudamerica una quantità di cadaveri difficilmente calcolabile; unico effetto inatteso di tanti inutili sforzi fu la rapida e capillare esplorazione di gran parte del Sudamerica. Chi scampava alla morte, però, ritornava da quelle avventure con storie di città dai tetti d' oro, di bellissime Amazzoni e di uomini letteralmente coperti d' oro; tutte cose più sognate che viste, ma sufficienti a tenere vivo il mito dell' Eldorado che ebbe il suo battesimo ufficiale nel 1536, quando lo spagnolo Sebastian de Belalcazar, sentendo raccontare di un capotribù che si tuffava nella laguna di Guatavita, non distante da Bogotà, completamente ricoperto di polvere d' oro, coniò per primo l' espressione «El indio Dorado», cioè l' Eldorado. «Durante la cerimonia alla laguna - raccontò nel 1636 un testimone oculare - gli indigeni costruirono una zattera di giunchi addobbandola coi loro oggetti più belli. Sopra vi misero quattro recipienti in cui bruciavano incensi e molti altri profumi... A quel punto spogliarono l' erede al trono dei suoi abiti e lo unsero con una pasta vischiosa che cosparsero poi di polvere d' oro, ricoprendogli tutto il corpo di metallo. Lo fecero salire sulla zattera dove l' uomo rimase immobile e deposero ai suoi piedi un gran mucchio di oggetti d' oro e di smeraldi affinché ne facesse offerta al dio delle acque. Insieme a lui salirono sull' imbarcazione quattro personaggi interamente adornati di piume, corone, braccialetti, ciondoli e orecchini d' oro. Anch' essi erano nudi e ciascuno reggeva un' offerta. Quando la zattera lasciò la riva, ebbero inizio musiche e canti finché, quando la barca raggiunse il centro della laguna, essi alzarono uno stendardo per imporre il silenzio. L' indio ricoperto d' oro fece allora la sua offerta gettando tutto l' oro nel lago e i capi che lo scortavano fecero lo stesso coi loro doni. Con questa cerimonia l' uomo dorato fu accolto e riconosciuto come signore e re». Un rito di investitura che sarebbe stato originato da una tragica storia d' amore. Un antico signore del luogo, narrava il mito, convinto che la moglie lo tradisse la uccise gettandola nella laguna ma, accortosi poi del suo errore, cercò di riportarla in superficie tuffandosi ripetutamente in acqua. Fu tutto inutile anche perché la donna, molto bella, era trattenuta sul fondo dal mostro della laguna che s' era innamorato di lei. Da quel giorno lontano, ogni nuovo capotribù doveva offrire oro e gioielli al mostro e tuffarsi per tentare di liberare la donna. Oggi Guatavita è una meta turistica ma pochi sanno che, molto probabilmente, sul fondo c' è davvero un tesoro per il cui recupero, soprattutto nell' Ottocento, hanno perso la vita diverse centinaia di persone; tutte ingoiate dal mostro della laguna. Ora la ricerca dell' oro è proibita, ma ricordo bene d' aver visto le sue rive sconvolte dalle zappe dai cacciatori di tesori. Nessuna legge può cancellare l' Eldorado dai sogni degli uomini. RIPRODUZIONE RISERVATA La cerimonia. Domenici Viviano.

 

 

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