



Ti scrivo anch'io in quanto quasi coetaneo (ho 26 anni), non in quanto esperto in materia. Anch'io ho iniziato a interessarmi a queste "questioni" attorno ai vent'anni, e so che è una strada tutt'altro che facile, una via solitaria e che a volte può sembrare sterile. Io ancora non sono arrivato da nessuna parte (e penso sia naturale), ma per la mia esperienza ti posso dire che ciò che stai passando è necessario. La filosofia, la metafisica, la saggezza, le cose futili, la mondanità, il lavoro, il divertimento, lo studio, le amicizie scanzonate e la solitudine sono tutti veli, che velano e svelano ciò che c'è dietro.
Anche sentirsi soli, abbandonati come Cristo sulla croce fa parte della nigredo alchimistica. E' un dolore necessario, attraverso il quale arrivare più vicini a "ciò che c'è oltre". E col tempo si può scoprire quali, degli obiettivi "banali e inutili" che indichi, sono veramente tali (e allora non ti sembreranno più nemmeno obiettivi) oppure non sono affatto banali e inutili, e allora torneranno ad avere senso come le riflessioni più profonde e astratte. L'importante è non avere fretta, e avere fiducia che in qualche modo tutto, anche il dolore e la futilità, contribuirà a dare un senso alla vita.
Se vuoi puoi scrivermi in privato
Resurgens
Dei due tipi di idealismo, quello teologico merita rispetto per i risultati ottenuti, quello razionalistico per le sue intenzioni - H. P. Lovecraft


Oggi, leggendo il Zarathustra di Nietzsche, mi è capitato sotto gli occhi questo passo... forse ti sarà utile, forse no.
DELL'ALBERO SUL MONTE
L'occhio di Zarathustra aveva veduto che un giovane cercava di sfuggirlo. E quando una sera se ne andava solo per i monti che circondano la città, che è detta "La vacca variopinta", ecco che scorse camminando quel giovane appoggiato ad un albero, che guardava con occhio stanco nella vallata. Zarathustra afferrò l'albero presso cui il giovane sedeva e così parlò:
"Se io volessi scuotere quest'albero con le mie mani, non vi riuscirei.
Ma il vento che non vediamo lo tormenta e lo piega dove vuole. Sono le mani invisibili quelle che più i ci piegano e ci tormentano."
Allora il giovane si levò allarmato e disse: "Sento Zarathustra; proprio ora pensavo a lui." Zarathustra ribatté:
"Perché ti spaventi per questo? Accade con l'uomo quello che accade con l'albero.
Quanto più vuole crescere verso la luce, tanto più tenaci si radicano le sue radici, nel terreno, giù, nell'oscurità, nel profondo, nel male. "Sì, nel male!" urlò il giovane. "Come è possibile che tu abbia scoperto la mia anima?"
Zarathustra sorrise e disse: "Taluna anima non si riesce mai a scoprirla veramente, fosse anche un'anima da noi scoperta."
"Si, nel male!" gridò ancora il giovane. "Hai detto la verità Zarathustra. Io non ho più fiducia in me stesso da che voglio salire in alto, e nessuno ha più fiducia in me; com'è che ciò accade?
Io mi muto troppo rapidamente: il mio oggi distrugge il mio ieri. Spesso salto i gradini mentre salgo, e questo i gradini non me lo perdonano.
Poiché sono in alto, mi trovo sempre solo. Nessuno parla con me, il gelo della solitudine mi fa tremare. Ma che cosa voglio mai in realtà lassù?
Come mi vergogno del mio salire e incespicare! Come rido del mio asmatico sbuffare! Come odio chi vola! Come sono stanco di stare in alto!"
E qui il giovane tacque. Zarathustra guardò l'albero a cui stavano entrambi appoggiati, e parlò così:
"Quest'albero sta qui solo sul monte; è cresciuto alto sull'uomo e sull'animale.
Se volesse parlare, non troverebbe nessuno che lo comprenda, tanto in alto è cresciuto.
Ora attende e attende; che cosa attende? Sta troppo vicino a dove stanno le nuvole: attende forse il primo fulmine?"
Quando Zarathustra ebbe detto questo, il giovane gridò gesticolando: "Sì, Zarathustra, tu dici la verità. Quando volevo salire e salire, tendevo verso la mia dissoluzione, e tu sei il fulmine che attendevo! Guarda, che cosa sono ío ancora da che tu sei apparso? È l'invidia di te, che mi ha distrutto!" Così parlò il giovane, e pianse amaramente. -Ma Zarathustra pose il suo braccio intorno a lui e lo condusse via con sé.
Quando furono andati avanti per un buon tratto dl cammino, Zarathustra cominciò a parlare così:
"Mi dilania il cuore. Meglio delle tue parole, il tuo occhio mi dice tutto il pericolo che corri.
Ancora tu non sei libero; stai solo cercando la libertà. E la tua ricerca ti ha reso pallido, stanco e insonne.
Nei liberi cieli vuoi salire, e di stelle ha sete la anima tua. Ma anche i tuoi cattivi istinti hanno sete di libertà.
I tuoi cani selvaggi vogliono la libertà; abbaiano di gioia nella loro cantina, quando il tuò spirito tenta aprire tutte le loro prigioni.
Tu sei per me ancora un prigioniero, che ha sete dl libertà: ahimè, ai prigionieri della tua specie l'anima si fa saggia, ma anche amaramente astuta e cattiva.
Anche il liberato dello spirito deve purificarsi. Molta ragione e muffa gli è rimasta attaccata: il suo occhio deve tuttora purificarsi.
Sì, conosco il tuo pericolo. Ma ti scongiuro, per il mio amore e la mia speranza: non gettar via il tuo amore e la tua speranza!
Tu ti senti tuttora nobile, e nobile ti sentono tuttora gli altri, che ce l'hanno con te e ti guardano con occhio cattivo. Sappi che a tutti il nobile dà noia.
Anche ai buoni dà noia il nobile: ed anche se lo dicono un buono, tentano di metterlo da parte.
Il nobile vuole creare il nuovo e una nuova virtù. Mentre il buono vuole solo il vecchio, e conservare tutto ciò che è vecchio.
Non è tuttavia questo il pericolo del nobile, che egli diventi un buono, ma che diventi un maligno, uno sprezzante, un annientatore.
Ahimè, ho conosciuto degli uomini nobili che perdettero la loro ultima speranza. E finirono col negare ogni altra speranza."
Così parlò Zarathustra.


Se cerchi la Via , prova con questo:
TuttoCitt
Preferisco di no.


Ciao Miles




Sei come la mitica fenice: risorgi sempre da te stesso...
Mi fa piacere incontrarti di nuovo.
When one has a goal, even the desert becomes a road
(Tibetan proverb)


Ultima modifica di Miles; 14-02-11 alle 01:10
Preferisco di no.


Non c'è alcuna "via". La via è quella che ti capita in sorte ogni giorno, nelle situazioni che ti capitano di momento in momento e che la quotidianità ti richiede.
«Quando ho fame mangio, quando sono stanco dormo».
Segni particolari: "macchina da espansione razziale euro-siberiana" (Giò91)