La grande sfida del Mediterraneo
L’ondata dei movimenti interni di protesta sta travolgendo i regimi che non hanno mai fatto riforme verso la democrazia. Nessuna alternativa a Gheddafi, esercito debole, conflitti tribali e un'Europa incerta a tutto.
Nessuno poteva immaginare un Risiko più incredibile. Uno a uno i governi del Medio Oriente e del Nord Africa stanno cadendo o scricchiolando. L’ondata dei movimenti interni di protesta sta travolgendo i regimi che non hanno mai fatto riforme verso la democrazia, intesa non solo come metodo di partecipazione alla vita politica, ma anche e soprattutto come sistema per distribuire ricchezza e far crescere la classe media. Le speculazioni sulle materie prime, la tensione sul mercato dei cereali e l’assenza di libertà civili hanno innescato un patatrac continentale. Pane e voto, cibo e libera scelta sono la miscela che stava bollendo nel pentolone della coscienza collettiva. Nessuno di questi Paesi conoscerà in tempi brevi la democrazia e non è detto che qualcuno ci arrivi davvero.
A differenza di molti altri gazzettieri che in queste ore s’affannano con calamaio e pennino per esaltare la folla e inneggiare alle progressive sorti della Liberazione dal Dittatore, noi qui a Il Tempo restiamo saldamente agganciati al realismo. Abbiamo in mente parecchie rivoluzioni che i nostri soloni delle libertà salutarono come l’inizio di una nuova era dei diritti e poi invece si sono risolte in bagni di sangue e sofferenza. Una per tutte: la cacciata dello Scià e il ritorno di Khomeini in Iran. Era il 1979, è finita come sappiamo: in teocrazia atomica.
Caduto Ben Alì in Tunisia, defenestrato Mubarak in Egitto, ora la stessa sorte sembra toccare Gheddafi. Ma il caos della Libia non è paragonabile a quel che è successo a Tunisi e a Il Cairo. A pochi chilometri delle coste siciliane potrebbe affacciarsi lo spettro di una sanguinosa guerra civile e lo sfaldamento di uno stato grande come l’Alaska, con solo l’uno per cento del suo territorio coltivabile, uno sterminato deserto ricco di petrolio, gas e minerali di gesso, 6 milioni e 400 mila anime con un indice d’età media della popolazione di circa 24 anni. Gheddafi ha mantenuto il controllo della Libia con il pugno di ferro, al pari di quasi tutti gli altri capi di Stato dell’area e con il via libera de facto di tutta la comunità internazionale interessata alla stabilità e al business con quei Paesi.
Quel che sta accadendo in queste ore è un rivolgimento epocale del quale dobbiamo sforzarci di comprendere i contraccolpi. Gli avvenimenti sono rapidi e i pezzi sulla scacchiera si stanno muovendo con una velocità impressionante. Tutto questo succede proprio nel momento in cui la governance mondiale è in crisi e l'America ha poche carte da giocare nell'area.
Dobbiamo tutti sperare che il presidente Barack Obama riesca a tessere una tela che tenga insieme i cocci. Ma non è un semplice fatto volontaristico. Pochi ricordano, per esempio, che il Bahrein - altro Paese invischiato nell'ondata rivoluzionaria - è anche la sede del comando navale della Quinta Flotta degli Stati Uniti con 25 mila persone a bordo dei mezzi navali e altre 3 mila impegnate a terra. Mai come in questi istanti dobbiamo ricordare che la difesa non è un fatto casuale, in quell'area l'esercizio della potenza marittima assicura la nostra pace.
La Libia con Gheddafi era passata dalla dimensione di Stato terrorista - ricordiamo tutti la strage di Lockerbie, l'abbattimento di un aereo di linea americano, il volo Pan Am 103, sui cieli della Scozia il 21 dicembre 1988 - a forza stabile di una regione dove la guerra è un fatto permanente della storia.
La caduta di una dittatura è auspicabile quando c'è un'alternativa, ma nel caso di Gheddafi e del suo clan familiare siamo di fronte a un rebus. Ieri uno dei più affidabili think tank che studia le relazioni internazionali, con fonti affidabili in ogni angolo del mondo, Stratfor, ha dipinto un quadro da brivido. Secondo il pensatoio guidato da George Friedman, non solo non ci sono alternative credibili al Colonnello, ma la tenuta dell'esercito è in forse e di fronte a questo scenario dobbiamo tutti chiederci che cosa può fare anche un'Europa presa in contropiede e divisa. La sopravvivenza di Gheddafi dipende da due fattori: la lealtà delle tribù e la compattezza dell'esercito. In Tunisia e in Egitto l'esercito ha rappresentato il mezzo di passaggio e transizione da un regime a quel che sarà domani, in Libia questo elemento di equilibrio potrebbe saltare con la conseguenza di far cadere il Paese nella guerra civile e nella secessione.
C'è ben poco da esultare e non poche cronache che ho letto in questi giorni sulla nostra cosiddetta grande stampa sono frutto di provincialismo e mancanza di strumenti di analisi che fanno cascare le braccia. Leggere in chiave interna il fuoco che sta divampando in Libia, assimilare la caduta di Mubarak alla crisi del governo italiano è qualcosa che dovrebbe innescare una grassa risata, il problema è che nel caso della Libia - come spiega magistralmente Marlowe nella pagina seguente - la caduta del Colonnello è un grosso guaio, in particolare saranno Gheddafi amari per l'Italia - partner economico di primo piano - e per l'Europa che con il regime libico ha in piedi il business più ricco: quello dell'energia. Il segnale più chiaro che la situazione sta andando fuori controllo è arrivato quando due giganti del settore energetico, gli inglesi di British Petroleum e gli italiani dell'Eni, hanno deciso di rispedire a casa parte del personale che opera in zona.
La domanda di tutta la comunità internazionale è la solita: che fare? Appoggiare la caduta e vedere che succede? Agire con prudenza e puntellare una transizione meno cruenta possibile? Nessuna soluzione sembra essere nella disponibilità dei grandi giocatori del Risiko globale. Le violenze documentate in Libia sono spaventose e inaccettabili, ma dobbiamo buttare giù il velo dell'ipocrisia: le rivoluzioni sono quasi sempre sanguinose e provare sdegno e orrore non aiuta a trovare una exit strategy.
Se tutto il nostro dibattito politico punta a demolire la nostra partnership commerciale con la Libia, allora l'Italia non solo dimostra di essere il solito paesello impegnato a farsi del male, ma certifica la sua dimensione di Stato che non ha alcuna visione per partecipare al Grande Gioco che si è aperto nel Mediterraneo.
Qui è in corso una partita colossale. Grandi ondate migratorie sono alle porte dell'Europa. E il nostro Paese è quello più esposto a questo flusso di uomini, donne e bambini in cerca di futuro, di uno spazio vitale. L'Italia deve attrezzarsi e chiedere subito un piano d'emergenza. Ora è troppo tardi per immaginare - come giustamente aveva intuito anni fa Silvio Berlusconi, restando inascoltato - un piano Marshall per il Nord Africa e il Medio Oriente, questa è l'ora del pronto soccorso, dei cerotti. Il resto della cura a questo punto è tutto da scoprire e soprattutto inventare.
Il Mediterraneo non è un luogo geografico qualsiasi, ma uno spazio che da millenni è il teatro dell'ascesa e del declino di civiltà e nazioni. Il Mediterraneo abbraccia tre continenti (Europa, Africa e Asia) e due confini, quello del mondo musulmano e quello del Terzo Mondo. Una linea di guerra e povertà, una grande sfida che non si risolve con le nostre misere battaglie.
Mario Sechi
22/02/2011
Il Tempo - Politica - La grande sfida del Mediterraneo




Rispondi Citando
iaociao:



