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Discussione: Guerra alla Libia

  1. #71
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    Predefinito Rif: Guerra alla Libia

    Citazione Originariamente Scritto da Avanguardia Visualizza Messaggio
    Se si resta nei paesi rurali, non ci sono solo italiani pastasciutta, ma se ti sposti nelle città o nelle cittadine, c'è da deprimersi.:giagia: Dell' Italia dei santini, dell' Isola dei Merdosi, non mi interessa, e la voglio a fuoco.
    Ai tempi della reppublica di Weimerd come avresti ragionato? onf:

  2. #72
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    Predefinito Rif: Guerra alla Libia

    Torniamo in argomento...

    LIBIA CECCHINI LEALISTI UCCIDONO RIBELLI A ZINTAN - Agenzia di stampa Asca



    Forza colonnello!Schiaccia la coalizione quedista-occidentale.

  3. #73
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  4. #74
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    Predefinito Rif: Guerra alla Libia

    Citazione Originariamente Scritto da Italiano Visualizza Messaggio
    Gli italiani da 60 anni votano i partiti filoatlantici di destra e sinistra, snobbando i partiti anti-sistema ed anti-atlantici.
    Ma partiti come il PD durante le campagne e i comizi elettorali dicono di essere contrari a queste guerre, salvo poi tacciare di irresponsabilità chi vota contro la guerra.
    Basta leggere la stampa italobamiana e vedi che i vari Furio Colombo spendono gran parte del proprio tempo a dire "Ma quelli della Lega Nord sono dei bastardoni perché sono contrari alla guerra soltanto perché Gheddafi non affonda più i barconi!". In pratica denigrano gli avversari che sono per la pace, ignorano gli alleati (IDV, ma mi pare anche Marino) che sono per la pace e ignorano la loro stessa posizione.

  5. #75
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  6. #76
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    Predefinito Rif: Guerra alla Libia

    La povertà è dietro l`angolo... e andiamo pure in guerra
    di Ugo Gaudenzi



    Passano le settimane e la Libia di Gheddafi – assediata e bombardata da ogni dove – è ancora lì, con la “guida” a pilotare il suo popolo nella resistenza. Di certo non è questo il risultato che i due siamesi atlantici, Sarkozy e Cameron, le creature di Hillary Clinton e della sua marionetta Obama, si attendevano.
    Lo stesso ordine di cattura della Corte dell’Aja - il tribunale fantoccio messo su dagli atlantici per condannare (o suicidare) i loro nemici – è soffuso dal ridicolo: i “crimini contro l’umanità” imputati al colonnello e a suo figlio per aver “ordinato l’utilizzo di munizioni e armamenti pesanti” contro manifestanti pacifici, oltre che ad essere contraddetto dagli stessi “manifestanti pacifici” (alquanto pesantemente armati, secondo tutti i reportages video e fotografici…: anche con aerei da guerra ex governativi) suona alquanto come vergognosa beffa. Ci sembra infatti assodato (e non lo diciamo noi, ma lo stesso vescovo cattolico di Tripoli) che la Nato, con le sue bombe “umanitarie” stia facendo strage di civili, neonati compresi. E che i ribelli stiano procedendo ad esecuzioni mirate, con squadre della morte, dei dissidenti pro-governativi nell’area di Bengasi.
    Non solo, ma la motivazione “umanitaria” si rivela particolarmente faziosa semplicemente osservando il totale silenzio atlantico e dell’Aja sulle “altre” rivolte arabe, ben più cruentamente represse da polizia, militari e, addirittura, forze di intervento saudite e del Qatar, come accade nel Bahrein. Un “regno” evidentemente superprotetto perché principale base americana nel Golfo Persico.
    La Nato, abbastanza tronfia, ha promesso di “mettere in ginocchio” Gheddafi entro questo mese. Per adesso ha soltanto distrutto quartieri interi di una nazione civile e progredita. Un po’ come aveva già fatto nella vergognosa aggressione del 1999 a Belgrado e alla Serbia. Gli atlantici non danno nemmeno retta alle voci dell’Onu o dell’Unione africana che pretendono una tregua. Il governo inglese, si sa, ha un’ “idea migliore” per mettere fine alla “guida” libica: vuole farlo fuori fisicamente. Il capo di Stato maggiore britannico, sir David Richards, e il suo omologo statunitense Curtis LeMay fautore delle bombe su Cuba e sul Viet Nam, pensano sic et simpliciter di bombardare a morte istallazioni, palazzi governativi, stazioni di polizia uffici e aree residenziali, “per giungere alla meta”.
    Quanto questo significhi “proteggere la popolazione civile” è molto, ma molto, poco chiaro.
    Tale strategia di bombardamento delle città è d’altronde parte integrante del pedigree atlantico. L’utilizzo del terrore aereo contro obiettivi civili come “forma di persuasione chirurgica” per indurre i popoli dell’Asse lo ricordano bene i nostri padri. Se in Europa, contro il fascismo, i bombardamenti a tappeto delle città, come dicono, riuscirono forse a estraniare i popoli dai loro governi, in Viet Nam o nella stessa Serbia è stato dimostrato che le bombe non portarono certo alla sollevazione delle masse vietnamite contro Ho Chi Minh o Milosevic, ma il contrario. Nello stesso Afghanistan la disfatta Usa è più che evidente, anche se ancora non dichiarata formalmente.
    Contro la Libia di Gheddafi, la risoluzione dell’Onu di cui si fa scudo la Nato per fare la sua guerra, pur ambigua, non permette né azioni di terra (ma con i ribelli operano missioni militari e “contractors” di tutti i Paesi occidentali), né colpire obiettivi civili o, anche se armati, non impegnati in azioni di guerra, né la promozione della guerra civile con la sponsorizzazione di tribù e clan ostili a Tripoli, né un cambio di governo, né tantomeno l’assassinio di Muammar Gheddafi e dei suoi familiari, soltanto un’area di interdizione aerea e la “protezione dei civili”...
    Ma la “grande menzogna” va avanti senza essere nemmeno vittoriosa. La stessa imputazione di Gheddafi per “crimini contro l’umanità” si è risolta in un boomerang. Certo adesso la “guida” libica non si arrenderà tanto facilmente: il passo atlantico dell’Aja esclude di fatto negoziati e idee di esilio.
    Così Madama Clinton con Sarkozy, Cameron e lo zerbino Frattini, fregandosene come hanno fatto del dovere di non ingerenza negli affari interni di uno Stato, non possono che sperare che una delle tante bombe sganciate via cielo o via mare dalla Nato colpisca, magari nei pressi di un’oasi nel deserto, Gheddafi.
    E poiché anche la “gloria” che a costoro poteva riversare una tale “vittoria” si allontana, ecco che le pagine dei giornali e i volti delle televisioni d’Occidente minimizzano o censurano una guerra vergognosa e ingiusta. Per prenderne le distanze e poter dire, fra qualche anno – come accaduto con la Serbia – che le loro azioni o i loro scritti erano stati “imparziali”…
    Andatevene via.



    La povertà è dietro l`angolo... e andiamo pure in guerra, Ugo Gaudenzi
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  7. #77
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    Predefinito Rif: Guerra alla Libia

    Alto tradimento?



    Premesse e retroscena della guerra di aggressione alla Libia
    Se si intende portare alla luce specifica e somma delle complicità politiche e istituzionali che hanno affiancato i poteri forti del Bel Paese per regalarci una nuova guerra di aggressione, questa volta alla Jamahiriya, occorre partire dal 17 Aprile 2008 quando atterra in Sardegna, all’aeroporto di Olbia, l’Ilyushin 96-300 di Vladimir Putin.
    Il premier russo arriva da Tripoli dove è stato graditissimo ospite di Gheddafi. Hanno parlato di nuovi, imponenti investimenti della Russia, di assistenza tecnica nell’estrazione di energia fossile, di concessioni petrolifere e dello sfruttamento del giacimento “Elephant“ che si sta rivelando il più gigantesco e promettente dell’intero asset della Libia, potenzialmente capace di rimpolpare da solo, per decine di anni, le già larghe capacità di esportazione di greggio del Colonnello.
    L’accordo con Gheddafi prevede anche una consistentissima fornitura di armi, capaci di rendere la Jamahiriya lo Stato militarmente più forte nel continente africano dopo Egitto e Unione Sudafricana e appena qualche spanna sotto l’Algeria di Bouteflika.
    La lista comprende batterie di micidiali missili antiaerei-antimissile S-300 Pm 2, gli altrettanto efficaci Thor M1-2 antiarei-anticruise, 30-35 cacciabombardieri Sukhoi-30, un numero non precisato di carri da battaglia T-90 e un “upgrade” per T-72. Per un acquisto, iniziale, di 3.5-4 miliardi di dollari.
    Fonti indipendenti accrediteranno la trattativa andata a buon fine anche nei numeri.
    Con le sole dotazioni di batterie mobili di S-300 e Thor, Gheddafi avrebbe neutralizzato qualsiasi capacità della “Coalizione dei Volenterosi” di attaccare dall’aria la Jamahiriya e costretto gli USA a porre in campo, per mesi, nel Mediterraneo un grosso e dispendioso dispositivo di forze aereo-navali, mettendo peraltro in conto perdite “non sopportabili” senza ricorrere al meglio della sua tecnologia aerea come gli F-22.
    Cacciabombardieri “stealth” che gli USA possiedono in un numero limitato per strikes contro “Stati canaglia” in possesso di centrali o armamento atomico come Iran, Corea del Nord e Pakistan.
    Putin, in quell’occasione, assicura a Gheddafi che il pacchetto ordini sarà evaso in un arco di tempo di 4-5 anni.
    Per rendere le batterie mobili pienamente operative sia a lungo raggio (120-200 km) che a breve (6- 12 Km), integrate da radar di sorveglianza e di tiro, occorrerà un bel po’ più di tempo. Addestrare dei piloti al combattimento aereo con cacciabombardieri di ultima generazione, oppure a “vedere” e “colpire” jets o missili in avvicinamento, sarà un lavoro duro.
    L’addestramento del personale libico è sempre stato laborioso e spesso ha dato, in passato, risultati modesti anche con “istruttori“ italiani impegnati a far familiarizzare gli “utenti” con vettori jet ampiamente meno sofisticati di un Sukhoi-30 e di un Mig-35.
    Il salto di professionalità che sarà richiesto alle forze armate libiche non potrà non essere severo.
    Rafforzare l’alleanza con la Libia consentirà a Mosca di fare ottimi affari e di rientrare in gioco nel Mediterraneo centro-occidentale.
    E’ un progetto che non potrà essere portato a termine.
    La presidenza Medvedev cambierà, di fatto, le linee strategiche della politica estera di Putin nel Golfo Persico e nel Mediterraneo. La rimozione dell’ambasciatore Vladimir Chamov e la sua immediata sostituzione con Vitalievich Margelov, che si schiererà dalla parte dei “ribelli” prima della chiusura della sede diplomatica a Tripoli, ne è la prova più evidente. Chamov, con al collo una kefìa, atterrerà a Mosca accusando esplicitamente Medvedev di “volgare tradimento” degli interessi della Russia. Un accusa che, almeno nella Federazione, ha ancora oggi un impatto devastante.
    Lavrov lo manterrà in organico al Ministero degli Esteri.
    Medvedev rimbrotterà nuovamente Putin per aver dichiarato che… “la guerra alla Libia è una nuova crociata”.
    La mancata fornitura degli S-300 all’Iran, che costerà alla Russia 750 milioni di dollari di penale, ha già segnalato delle “dissonanze” nelle stanze del potere moscovite. Il caso Khodorkovsky farà emergere le prime, serie frizioni tra Cremlino e “Casa Bianca”. La Guardia Presidenziale, intanto, si è eclissata. La motivazione addotta dal portavoce di Medvedev parlerà di una stagione estiva particolarmente afosa che ha costretto all’abbandono la scorta, per non compromettere con colpi di sole la salute dei militari di guardia al Cremlino. Si respira aria di smobilitazione anche alla Gazprom. Uscita quasi sicura per Alexei Miller, ebreo di origini tedesche amico di Medvedev.
    RIA Novosti filtrerà lo scontro ventilando un accordo, tattico.
    Il via libera alla risoluzione ONU 1973 di Russia e Cina, con l’astensione, che effetti geopolitici potrà produrre nel Mediterraneo e in Medio Oriente?
    E’ pensabile che tra Mosca e Pechino non ci sia stata consultazione sulla decisione da prendere, dopo la 1970, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, considerato che fanno parte sia dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai che del BRICS e mantengono stretti rapporti di amicizia?
    L’attacco alla Libia sposterà il baricentro dell’”impegno” di USA e NATO dal Centro Asia al Mediterraneo? Aprirà la porta a un maggior onere militare e finanziario di Bruxelles nell’Europa del Sud e nel Mediterraneo, spostandolo da Balcani e Paesi dell’Est?
    E’ finalizzato a creare qualche crepa nell’Alleanza Atlantica?
    La Russia e la Cina fanno ormai “politica di potenza” e gli Stati nazionali sono solo pedine sulla grande scacchiera planetaria?
    Non c’è risposta certa.
    Nel quadrante Centro-Orientale c’è, al momento (Aprile 2008), Bashar Al Assad a offrire l’opportunità di un ritorno in forze di Mosca nell’ex “Mare Nostrum“.
    I lavori in corso per l’allargamento del porto di Latakia serviranno ad ospitare molte delle unità russe con elevate capacità antinave, antiaeree e antisommergibile messe sotto minaccia di sfratto dalla base di Sebastopoli. L’Ucraina di Juschenko-Timoshenko è in quel momento un Paese ostile alla Federazione Russa.
    Mosca si lascia aperta una porta per il ridispiegamento delle sue unità da guerra del Mar Nero nella base navale siriana.
    Un attacco aereo di “Gerusalemme“ contro Damasco – per complesse ragioni militari, tattiche e strategiche che in questa sede non possono essere affrontate – con la nuova allocazione diventerebbe, più che impossibile, largamente suicida.
    L’attuale attacco militare alla Libia e degli apparati propagandistici di USA, Europa e Qatar alla Siria, rientrano in un piano più vasto di contrasto a un ritorno di influenza della Russia nel Mediterraneo, che per i prossimi venticinque anni punta ad affiancare la penetrazione “commerciale“ della Cina nel continente africano?
    La risposta è sì, anche se dietro c’è dell’altro: la necessità di alleggerire le sempre più evidenti criticità geopolitiche e militari di “Israele“ in Medio Oriente.
    Dalle colonne d’Ercole al Bosforo, “Gerusalemme“ nell’intera regione non può più contare su un solo Paese “amico“. Il traballante regno hashemita che, peraltro, ha il solo sbocco al mare nel Golfo di Aqaba, è ormai l’ultimo “alleato“, spendibile, ai confini di “Israele“ che ospita una comunità maggioritaria di origine palestinese sempre più influente, agguerrita ed emotivamente sensibile al richiamo per la liberazione di “Al Qods”.
    Il progressivo sganciamento dell’Egitto da una stretta collaborazione con lo Stato sionista, le continue, gelidissime prese di distanze del governo Sharaf da Washington, il rapporto ampiamente conflittuale ormai esistente tra Ankara e “Gerusalemme“, la “melina” di Erdogan e Davutoglu con USA e NATO, la nuova collocazione del Libano (governo di coalizione con Hezbollah), la ritrovata amicizia tra Ankara e Damasco, il rafforzarsi del patto politico e militare della Siria con l’Iran, le ampie aperture commerciali di Ankara a Teheran, stanno disegnando un nuovo Medio Oriente. Quello vagheggiato da Bush e dalla Rice è ormai definitivamente morto e sepolto e non risorgerà certo con il cadavere Obama e le sue flagranti, miserabili, barzellette sull’uccisione e sulla sepoltura in mare di Osama, con Twitter o Al Jazeera.
    In Waziristan Islamabad, dal canto suo, spara apertamente, con tanto di comunicati delle Forze Armate, contro gli elicotteri USA e NATO e blocca, o fa distruggere da gruppi armati non identificati, i convogli logistici ISAF che arrivano via mare a Karachi per il “governo” di Kabul. Un preludio, inevitabile, allo sgombero della Coalizione dall’Asia centrale.
    Nel Golfo Persico il vento della rivolta scuote dalle fondamenta molte delle monarchie cleptocratiche, alla bancarotta, alleate dell’ Occidente.
    Torniamo all’Aprile del 2008.
    Le forze armate libiche sono “invecchiate“, hanno materiale militare largamente obsoleto dopo anni di sanzioni ONU.
    Il leader della Jamahiryia ha già largamente aperto a Pechino e Mosca per controbilanciare l’arrivo a Tripoli dell’ambasciatore di Washington, che si da un gran da fare per strappare vantaggiose concessioni energetiche a favore delle multinazionali a stelle e strisce che operano nel Paese. L’apertura del “rais“ a Bush si è resa necessaria per superare l’embargo decretato dal Palazzo di Vetro alla Libia per “terrorismo“. L’ambasciatore russo a Tripoli Vladimir Chamov sta inoltre facendo un ottimo lavoro. Sua, tra l’altro, l’iniziativa di spacchettare la titolarità di ENI in “Elephant“.
    Il 16 Aprile, Gheddafi offrirà a Putin il definitivo via libera per l’ingresso di Gazprom con un 33% nei diritti di sfruttamento dei giacimenti, dopo un accordo preliminare andato a buon fine tra le due società ratificato a Mosca appena quattro giorni prima da Scaroni e A. Miller.
    L’aereoporto di Olbia è a un tiro di sputo dalla Costa Smeralda e da Villa Certosa. Vladimir Vladimirovic trascorrerà la notte del 17 Aprile e il giorno successivo nella faraonica residenza del Presidente del Consiglio. Il 19 Aprile, con Berlusconi a Sassari Putin darà vita a una conferenza stampa congiunta.
    Un’inviata, arrivata fresca fresca da Mosca, dove lavora per un giornale di opposizione a “Russia Unita“ finanziato dal Dipartimento di Stato USA, rivolgerà una domanda fuori dalle righe a Putin su una sua presunta relazione sentimentale con l’olimpionica kazaka Alina Kabaeva. Nessuno, sul momento, darà troppo peso alla cosa. Il “proprietario” del quotidiano, nella settimana successiva, farà fagotto per Londra.
    Il 22 Aprile, l’Economist titolerà in prima pagina: “Berlusconi inadatto a governare“.
    Il Cavaliere di Arcore ha molto di peggio da farsi perdonare: la progressiva liquidazione dello Stato sociale, la paralisi dell’apparato amministrativo e la disintegrazione dell’Etica Pubblica attraverso l’uso di un mostruoso quanto sofisticato sistema di “informazione” che determina anche la “legittimità” del consenso elettorale.
    Un sistema che sostiene attivamente sia maggioranza che “opposizione” per il mantenimento di un bipolarismo di stampo neolib e neodem, che ricorda da vicino il “partido blanco” e il “partido colorado” delle presidenze caraibiche, per la complementarità delle decisioni politiche e sociali quando si alternano al governo.
    Detto che condividemmo allora e condividiamo, a maggior ragione oggi, il giudizio espresso in quell’occasione dal giornale di Sua Maestà, ribadito che Berlusconi è affetto da gravi, ripetuti disturbi della personalità (da Noemi al Bunga Bunga) e manifesta una evidente perdita di contatto con la realtà di un Paese ormai in ginocchio come il nostro, preso atto dell’esistenza di una sua maniacale affettività per le amministrazioni USA e del perdurare di un solidissimo legame con “Gerusalemme“, quella descritta è la semplice cronologia degli avvenimenti che finiranno per coinvolgerlo.
    E’ il primo pezzo di strada che si doveva percorrere per arrivare alla individuazione di mandanti ed esecutori, collocati ai vertici istituzionali e politici della Repubblica delle Banane, che hanno intenzionalmente trascinato l’Italia ad aggredire, prima con le menzogne e poi con la guerra, la sovranità della Repubblica Araba Socialista di Libia.
    Una guerra destinata a costarci carissimo. Gli effetti di trascinamento, politici, economici e sociali, che produrrà sul Paese non potranno non essere di devastante portata.




    Alto tradimento?, Giancarlo Chetoni
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  8. #78
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    Predefinito Rif: Guerra alla Libia

    Vi consiglio di sentire questo, e lungo ma molto interessante:

    LIBERTAD - JUSTICIA - DIGNIDAD
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    http://adversariometapolitico.wordpress.com/

  10. #80
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    Predefinito Rif: Guerra alla Libia





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    LIBERTAD - JUSTICIA - DIGNIDAD
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    http://adversariometapolitico.wordpress.com/

 

 
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