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    Predefinito La Camorra come al Qaeda?

    LA CAMORRA COME AL QAEDA?
    di Rita Pennarola [ 02/02/2011]


    E' la guerra della dis-informazione. Combattuta dagli Stati attraverso la creazione di “fantocci”, altrettanti mostri tali da giustificare agli occhi del mondo le peggiori nefandezze istituzionali. I Servizi nostrani il metodo lo hanno mutuato dalla Cia e tutto e' cominciato al tempo di Portella delle Ginestre. E cosi' oggi si spiega perche' il terrorismo “paga”, e perche' camorristi come Michele Zagaria godono di protezioni altolocate.

    * * *

    Il reato, se non andiamo errati, dovrebbe essere quello previsto dal codice penale come “abuso della credulita' popolare”, articolo 661. Dove ad “abusare” e' la ristretta cupola che decide le sorti dei Paesi. E i creduloni sono tutti gli altri, i popoli, il resto del mondo. Noi.
    Lo scenario da brividi prende forma mettendo insieme in maniera semplicemente logica i piccoli segnali che arrivano dalle crepe del Sistema, il ferreo apparato di potere che fa della disinformazione la sua arma strategica per il consenso delle masse. Alt. Qui non siamo in presenza delle ormai note e pur degnissime argomentazioni sul “Nuovo ordine mondiale”. Qui cerchiamo di capire come e perche' da tempo i Governi si fabbricano mostri su misura.
    Il modello lo offrono gli apparati d'intelligence degli Stati Uniti con Al Qaeda: prendi i tanti gruppuscoli terroristici dispersi in Medio Oriente, crea un capo, addestra i migliori uomini di quei gruppi ed alla fine avrai fra le mani il piu' formidabile strumento per dar vita ad un'economia di guerra permanente, condivisa da quella opinione pubblica internazionale che, diversamente, mai potrebbe restare inerte di fronte allo sterminio programmato di intere etnie di civili inermi. Cosa sono, in fondo, poco piu' di duemila cittadini statunitensi periti nell'attacco alle Torri, di fronte alle ingenti ricchezze per il popolo americano derivanti dall'esproprio di risorse e tesori nei territori invasi, senza contare i giri da miliardi di dollari su armi, eserciti mercenari e ricostruzione? La sola Blackwater, il principale contractor per gli eserciti privati al soldo degli Stati Uniti, addestra circa 40 mila uomini all'anno e a fine novembre scorso si e' vista rinnovare dal sottosegretario di Stato Hillary Clinton l'incarico, per quella che e' gia' stata definita come una “guerra appaltata”, fino a tutto il 2011.
    Questa, ormai, e' storia. Ne' varrebbe la pena si soffermarvicisi oltre se non fosse per quanto dichiara alla Voce un ex 007 italiano da anni in fuga per il mondo, ma ospite proprio della nostra redazione qualche anno fa. Lui e' Alessandro Vanno de' Vanni, ora vive in Svizzera e ci scrive in questi giorni per ricordarci che fin dal 1999, quando si presento' da noi con una valigia carica di dossier, ci aveva mostrato, fra gli altri, il documento con cui informava le autorita' italiane di un attentato fin da allora in preparazione nell'ambito di un “attacco dal cielo all'America”, obiettivo i grattacieli. «La lettera - scrive Vanno - era stata inviata al procuratore generale di Roma e, in copia, all'ambasciata degli Stati Uniti. Avevamo raccolto in Libano quelle informazioni riservate che, a fine anni ‘90, erano dunque gia' note alle nostre autorita', compreso il ministero della Difesa».
    Scheggia fuoriuscita dagli apparati di “sicurezza”, col suo bagaglio di conoscenze e informazioni top secret, Vanno sapeva di andare incontro al rituale processo di delegittimazione toccato a tanti altri come lui: visite psichiatriche, corti militari, privazione della dignita' del lavoro, annientamento della sfera familiare. Da allora non ha mai piu' rivisto sua figlia Letizia, la ricorda bambina e non smette di pubblicare l'unica foto in suo possesso sulle pagine del blog.
    «Lo stesso destino - spiega un ex del Sisde, in pensione da anni - e' toccato a chiunque si illudesse di poter entrare in polemica aperta coi vertici. Se sei in possesso di documenti e non sei piu' controllabile, allora la tua credibilita' deve diventare pari a zero. Ma sono regole che vigono negli apparati investigativi di Stato anche all'estero. Il problema, qui da noi, e' piuttosto quello di destreggiarsi fra Servizio e Servizio. Le deviazioni? Non esistono, di per se'». Piuttosto, come spiega lo storico dell'intelligence Giuseppe De Lutiis, «le cosiddette “deviazioni" dei servizi segreti e di settori della Polizia e dei carabinieri, avvenute negli anni ‘70 e ‘80, erano in realta' ordini illegali di protezione di eversori neofascisti e di mafiosi, i primi spinti a compiere orribili stragi in nome della difesa della patria dal comunismo, e i secondi protetti in cambio del loro appoggio a settori politici governativi. La magistratura che indagava su quegli eventi fu ostacolata con tutti i mezzi, compresi gli assassinii. Alcune di queste operazioni furono attuate dall' “Anello”, ma oggi noi sappiamo ancora troppo poco su questa struttura per poter attribuire ciascun intervento protettivo all'uno o all'altro corpo militare dello Stato. Un fatto e' certo: la parola “deviazione” e' impropria, perche' lascia pensare ad iniziative di singole “mele marce” o di sparuti gruppetti. All'epoca gli strateghi della tensione erano cervelli pensanti prevalentemente da oltreatlantico».

    CUPOLE SUPERCUPOLE
    Eccolo, il modello “a cupola” che governa gli affari italiani e che ha mostrato piu' volte il volto oscuro dei suoi diversi componenti. Il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, ma anche il caso di Ciro Cirillo, vedono in azione tavoli i cui partner sono “regolarmente” esponenti istituzionali e piduisti, insieme a uomini di Cosa Nostra o della Nco. Il “mostro” da combattere ad ogni costo in quelle vicende si chiamava Brigate Rosse: il fantoccio armato in funzione del quale ogni delitto per mano di Stato, o di “giustizia”, diventava legittimo.
    A descrivere questo particolare aspetto di due tra i misteri italiani per eccellenza, Moro e Cirillo, e' stata la giornalista Stefania Limiti ne L'Anello della Repubblica (Chiarelettere), con prefazione proprio dello stesso professor De Lutiis.
    Si parte dalla connection, gia' solida, fra camorra e terrorismo. «Raffaele Cutolo - scrive Limiti - non si e' spinto a raccontare dei suoi rapporti diretti con le Br fuori dalle carceri, ma la pistola del tipo Beretta 7.65 trovata nel covo di via Gradoli il 18 aprile del 1978, in pieno sequestro, era sicuramente di provenienza camorrista, come accertarono le indagini». Ecco alcune dichiarazioni di Cutolo riportate nel libro: «Avrei potuto salvare la vita dell'onorevole Moro perche', grazie a informazioni ottenute da alcuni membri della banda della Magliana, avevo saputo dove era la sua prigione. Mi incontrai con il sedicente “inviato di Cossiga” che mi promise persino sconti di pena. Ma in seguito ricevetti una visita del mio fedele luogotenente Vincenzo Casillo, latore di un messaggio di alcuni politici campani: “Don Rafe', facitevi ‘e fatte vuoste”».
    Il caso Moro, non meno del rapimento di Ciro Cirillo, sono solo due fessure della storia dalle quali si intravedono i partner della Cupola all'opera. In entrambe le vicende i Servizi - Sisde e Sismi, non apparati deviati - eseguono il compito loro impartito da autorita' istituzionali: trattare con la malavita organizzata all'interno di quella vasta zona grigia che collega le cosche con gli apparati del “terrorismo”.

    DA GIULIANO A ZAGARIA
    «Durante la seconda guerra mondiale - dice alla Voce De Lutiis - si stabilirono i legami fra mafia e istituzioni in funzione degli interessi militari degli Angloamericani. La mafia italoamericana collaboro' con i vertici militari statunitensi per rendere meno rischioso lo sbarco in Sicilia nel 1943. Nel dopoguerra i governi centristi ebbero l'appoggio della mafia siciliana nell'ottica della comune lotta al comunismo. Fu cosi' che le mafie, e la camorra tra esse, ebbero modo di rafforzare il loro potere. Solo negli anni Ottanta Polizia, Carabinieri e magistratura furono lasciati relativamente liberi di combattere le mafie, che pero' reagirono duramente, e vi fu un'ecatombe di servitori dello Stato. E' indubbio che decenni di non belligeranza avevano provocato contiguita' e talvolta complicita' che in parte sopravvivono ancora oggi».
    «Non ci meraviglia dunque - sottolinea lo studioso - che vi siano superlatitanti che hanno contatti con ambienti politici e istituzionali. Il problema e' che cio' avvenga dopo sessant'anni di pretesa lotta alla mafia».
    Insomma, dopo Salvatore Giuliano che diventa un formidabile alleato dei servizi italiani e statunitensi in funzione anticomunista, arriva un personaggio come “il signor Franco”, l'uomo del Sismi al fianco di Vito Ciancimino nelle connection con Bernardo Provenzano. E poi le stragi del ‘92, fino alle trattative per la “consegna” di Toto' Riina, prima, e poi dello stesso Provenzano. Il “Salvatore Giuliano” dei nostri giorni ha probabilmente un nome: Michele Zagaria. Stesso curriculum criminale, stesse protezioni altolocate ed una cattura data per imminente da oltre 15 anni. «Vedrete - dicono al suo paese, Casal di Principe - che “si consegnera'” a casa sua, col sorriso beffardo stampato sulla faccia, come e' stato per Mario Iovine. Ma lo fara' solo quando lo avranno deciso “loro”, quelli che ne hanno garantito finora la dorata superlatitanza». Zagaria, insomma, serve. Cosi' come finora erano stati funzionali ad un qualche preciso disegno i Riina, i Provenzano, i Bidognetti, gli Iovine o gli Schiavone. E' lo scenario fosco di uno Stato che, attraverso suoi apparati strategici, favorisce l'escalation di simili personaggi.
    A fine 2006, quando sta per scoppiare la piu' terribile emergenza rifiuti fra quelle che travolgeranno Napoli, una dopo l'altra, fino ai nostri giorni, Michele Zagaria partecipa ad una “riunione d'affari”: sul tappeto, le spinose questioni sulla localizzazione di un nuovo termovalorizzatore a Santa Maria La Fossa, in pieno territorio dei Casalesi, terra di mozzarelle pregiate made in camorra. Zagaria riesce a spuntare una serie di ristori per i caseifici dei clan, nonche' garanzie certe sul controllo del futuro impianto. Nulla di nuovo, se si fosse trattato di un summit camorristico come i tanti balzati negli anni alle cronache. Stavolta invece seduti intorno a quel tavolo con “l'inafferrabile” boss ci sono esponenti del commissariato regionale per l'emergenza rifiuti (lo guidava un prefetto, Corrado Catenacci). E ci sono uomini dei servizi. Una cupola in piena regola, quella su cui sta indagando la Dda partenopea. Ma non l'unica.
    I segni, gli indizi di protezioni altolocate lungo la strada di sangue della camorra sono anche altri. A cominciare da quello specialissimo autista che per anni accompagnava lady Iovine, Enrichetta Avallone, durante la latitanza dorata del marito nella capitale, per uno shopping nelle vie del centro adeguato alla primadonna dei casalesi. Lui, l'autista-finanziere, era un uomo degli apparati di intelligence. E p
    oi, ci dice qualcosa il fatto che ancora oggi in zona Casal di Principe numerose ville dei clan sono state affittate da ufficiali della Nato? Ottimi saranno stati anche i rapporti tra la base americana - quella di Grazzanise, in piena area d'influenza dei Casalesi - e Francesco Schiavone in persona: stando alle rivelazioni del cugino Carmine Schiavone, pentito, Sandokan avrebbe intrattenuto negli anni della “fuga” un love affaire non con una sola, ma con ben due avvenenti ufficiali in gonnella della vicina Us Navy.

    CICLONE GANAPINI
    Solo coincidenze? E come considerare, allora, quell'autentico ciclone che furono, a giugno 2008, le rivelazioni dell'ambientalista Walter Ganapini, all'epoca da pochi mesi assessore regionale all'Ambiente nella Campania di Antonio Bassolino?
    Rilanciate a inizio gennaio 2011 da Wikileaks, benche' presenti su Youtube da almeno due anni, le parole di Ganapini aprono un ulteriore, illuminante squarcio sulle cupole mafioso-istituzionali all'opera grazie alla supervisione dei Servizi nostrani. E ci spiegano ancora una volta che i Casalesi, oggi, e la Nco, ieri, o tutti gli altri gruppi criminali che dominano la scena economica del Paese ed oltre, lo Stato se li e' allevati su misura per avere le mani libere nelle operazioni piu' sporche a danno del Paese, dei cittadini e della democrazia.
    Ma cosa dice esattamente su questi punti, Ganapini? Il file e' solo un audio perche' l'assessore, terminata l'intervista ufficiale, riteneva di parlare a microfoni spenti. Difende legittimamente la sua buona fede e si sfoga. Il quadro e' quello di una regione in cui esistono impianti di compostaggio nuovi, mai utilizzati e lasciati marcire. Ma soprattutto mai e poi mai ci sarebbe stata l'emergenza rifiuti, visto che nel casertano, in localita' Parco Saurino, a fronte di due discariche esaurite ne esisteva una terza dalla bellezza di 900 metri cubi, fatta a regola d'arte, coi teli d'argilla immacolati, completamente vuota. Ganapini capisce: «in quel momento ho provato paura». Ma decide di andare avanti. E cosi' arrivano moniti e avvertimenti. «Per due volte l'attuale capo dei Servizi mi urla che sulla vicenda si e' esposta la Presidenza della Repubblica. O penso che sia ubriaco o cerco di capire». Quello che non si spiega, l'assessore, e' «perche' Prodi si sia assunto quelle responsabilita'». Gia'. perche' tutto questo avviene nel 2008, quando a Palazzo Chigi siede lo stesso Romano Prodi che durante il caso Moro dichiaro' di aver ricevuto durante una seduta spiritica la notizia che il corpo dello stastista si trovava “a Gradoli”, scatenando le ricerche - vane - in un paesino con questo stesso nome e non, come sarebbe stato ovvio, in via Gradoli, a Roma. E chi si trovava al fianco di Prodi durante la seduta medianica del 2 aprile 1978? Lui, Alberto Clo', il padrone di casa. Uno che di rifiuti la sapeva lunga, lunghissima, dal momento che e' stato il “padre” del termovalorizzatore Asm di Brescia, fra i piu' grossi e contestati d'Italia.
    Ma torniamo a Ganapini. E decodifichiamo. Mentre Michele Zagaria siede al tavolo della spartizione sui rifiuti e sul termovalorizzatore, Romano Prodi e la Presidenza della Repubblica si adoperano attraverso il capo dei Servizi Gianni De Gennaro affinche' la possibile soluzione dell'emergenza, lampante, semplice ed efficace, resti occultata. E la registrazione di tutto questo pandemonio, per bocca di Ganapini, rimane per due anni sul web senza che nessuno - meno che mai la magistratura, che oggi si affretta a farlo - decida di convocare l'ex assessore. Soprattutto perche' nello stesso file audio lui racconta che, dopo i moniti ricevuti dal capo dei Servizi, per due volte viene speronato in autostrada, fino all'aggressione dei motociclisti col casco integrale di notte in piazza del Gesu', nel centro di Napoli. Il filmato era stato trasmesso anche da Rai News 24. Risultato: niente. Ci si muove solo oggi, quando una “fonte confidenziale” ripropone lo scenario del boss al tavolo delle trattative e Wikileaks rilancia Ganapini. E intanto il 18 gennaio scorso, l'UE spedisce a Napoli i suoi 007 per fare chiarezza sulle connection dei rifiuti...
    «Io ho lavorato in Sicilia - dice Ganapini - e so che in questo Paese esistono le negoziazioni di Stato contro Stato (...) ma vorrei conoscere Isidoro Perrotta, il tecnico di Casal di Principe che nel 2005 rilascio' a Pansa (Alessandro Pansa, all'epoca prefetto di Napoli e commissario all'emergenza rifiuti, ndr) il parere che gli consenti' di cancellare la discarica di Parco Saurino». Dov'e' oggi Isidoro Perrotta? Naturalmente al vertice del Consorzio di bacino Napoli-Caserta, l'organismo che sovrintende a tutte le operazioni sui rifiuti nell'intera area.
    «La verita' - commenta a denti stretti un dipendente della Prefettura partenopea - e' che negli assetti governativi della Campania, compreso questo Palazzo, se non riesci ad eseguire ordini senza aprire bocca, o te ne vai o ti cancellano loro». Il riferimento - l'ultimo in ordine di tempo - e' a Salvatore Carli, coraggioso commissario prefettizio partenopeo, inflessibile firmatario di documenti e relazioni al calor bianco, con tanto di prove, che hanno portato allo scioglimento di numerosi comuni dell'interland casertano e partenopeo per infiltrazioni camorristiche. Reduce da minacce ed attentati sotto casa sua, Carli non ha ottenuto nemmeno la proposta di una scorta. Ed oggi e' stato dislocato ad occuparsi di multe automobilistiche.

    LA CAMORRA COME AL QAEDA?

  2. #2
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    Predefinito Rif: La Camorra come al Qaeda?

    interessantissimo !
    la questione ganapini è incredibile e ancora più incredibile è che nessuno ne parla

 

 

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