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    Predefinito I nostri amici immigrati

    Campasso, il quartiere dove anche gli stranieri non vogliono più stare
    Genova «Questo quartiere non mi piace, è pericoloso e quando avremo guadagnato abbastanza siamo pronti ad andarcene, a tornare nel nostro paese dove c’è più sicurezza e i bambini possono giocare in strada», a parlare è Nuiz, 33 anni mamma ecuadoriana di due bambini di 12 e 9 anni. Abita al Campasso, in via Fillak uno dei quartieri del ponente genovese più colonizzati dagli extracomunitari che hanno scelto Genova dopo aver lasciato il loro paese.
    Sono parole che sintetizzano al meglio quella che è la situazione di una delegazione ormai diventata di frontiera dove, negli ultimi 15 anni, gli appartamenti e i negozi una volta abitati dai genovesi hanno lasciato il passo alle famiglie che arrivano da Ecuador, Santo Domingo, Venezuela, Ucraina, Tunisia, Marocco e Cina. Un miscuglio di lingue ed etnie che ha messo in minoranza gli italiani, ormai pochi rimasti a vivere tra via Carlo Rolando e via Walter Fillak: quasi una enclave all’interno di una torre di Babele che ha portato delinquenza e insicurezza, violenza e degrado.
    «Chi può se ne va e se potessi me andrei anche io» racconta Marco che gestisce il bar che fondò suo padre all’inizio degli anni ’50. Per anni, a causa di una discoteca latino americana chiusa di recente dopo gravi episodi di violenza, era anche costretto ad alzare le saracinesche due ore dopo il suo orario e, per evitare che il locale venisse preso d’assalto, ha preferito non vendere bottiglie di birra oltre una certa dimensione e liquori particolarmente graditi ai latinos: «Ho avuto qualche rissa nel locale e li ho allontanati: ho fatto una scelta antieconomica ma di responsabilità - racconta -. Preferisco lavorare con gli anziani che rimangono, quelli che resistono in quello che ormai è un ghetto».
    C’è anche chi il Campasso lo ama e da qui per scelta preferisce non andarsene: «Nel mio palazzo ci sono sette appartamenti in vendita - racconta Luigi, 43 anni operaio -. Sono italiani che non resistono agli schiamazzi notturni e lasciano il quartiere. Io il Campasso ce l’ho tatuato addosso e non voglio cederlo ad altri che non lo apprezzano».
    Ma il quartiere dal venerdì alla domenica diventa pericoloso nelle ore notturne, quando si alzano le serrande delle discoteche vestiti da circoli culturali dove sui ritrovano le comunità sudamericane così come le bottiglierie che fanno affari d’oro. Fiumi di birra e scazzottate continue, liti furibonde, pisciate per strada e un caos totale che non permette a chi vuole di riposare. Superato il limite della tollerabilità e il ritornello che si ascolta è lo stesso: «Noi genovesi stiamo subendo una situazione di razzismo rovesciato: non ci rispettano e vogliono imporre il loro modo di vivere privo di regole». La gente si lamenta per la poca presenza notturna delle forze dell’ordine e qualcuno benedice gli alpini che si dedicano con i finanzieri a qualche ronda notturna.
    Passeggiando per via Fillak le saracinesche con insegne e personale italiano si contano sulle dita di una mano: la gastronomia, un macellaio, il bar, un negozio di accessori per auto e moto e un ferramenta. Il resto sono trattorie dominicane, macellerie islamiche, kebab, fruttivendoli gestite da nordafricani, cineserie e anche il barbiere («Anoir») non ha l’aspetto italiano.
    Campasso, il quartiere dove anche gli stranieri non vogliono più stare - Genova - ilGiornale.it del 20-07-2011

    Tunisini contro nigeriani, maxi rissa in stazione: 60 persone coinvolte, 3 feriti
    Pronto intervento dei carabinieri, rinforzi da polizia e militari dell'esercito. Screzi per il controllo del mercato della droga
    PADOVA - I carabinieri sono intervenuti in forze questa sera poco prima delle 20 per una violenta rissa che ha coinvolto una sessantina di africani in piazzale della stazione a Padova. A fronteggiarsi sono stati due gruppi di una trentina di tunisini contro altrettanti nigeriani. Solo il rapido intervento dei carabinieri con il rinforzo successivamente di equipaggi della polizia e dell'esercito impegnato nell'operazione strade sicure, ha scongiurato che la rissa degenerasse. Al pronto soccorso sono finiti tre stranieri: due valutati con il codice bianco, un terzo, che presenta un taglio al collo, in condizioni più serie, ma a una prima valutazione dei medici non in pericolo di vita. La prima ipotesi degli investigatori del nucleo operativo dei carabinieri è che all'origine della scazzottata possano esserci screzi mai sopiti per il controllo del mercato della droga.
    Tunisini contro nigeriani, maxi rissa in stazione: 60 persone coinvolte, 3 feriti*-*Il Gazzettino

  2. #2
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    Predefinito Rif: I nostri amici immigrati

    Citazione Originariamente Scritto da Erlembaldo Visualizza Messaggio
    Campasso, il quartiere dove anche gli stranieri non vogliono più stare
    Genova «Questo quartiere non mi piace, è pericoloso e quando avremo guadagnato abbastanza siamo pronti ad andarcene, a tornare nel nostro paese dove c’è più sicurezza e i bambini possono giocare in strada», a parlare è Nuiz, 33 anni mamma ecuadoriana di due bambini di 12 e 9 anni. Abita al Campasso, in via Fillak uno dei quartieri del ponente genovese più colonizzati dagli extracomunitari che hanno scelto Genova dopo aver lasciato il loro paese.
    Sono parole che sintetizzano al meglio quella che è la situazione di una delegazione ormai diventata di frontiera dove, negli ultimi 15 anni, gli appartamenti e i negozi una volta abitati dai genovesi hanno lasciato il passo alle famiglie che arrivano da Ecuador, Santo Domingo, Venezuela, Ucraina, Tunisia, Marocco e Cina. Un miscuglio di lingue ed etnie che ha messo in minoranza gli italiani, ormai pochi rimasti a vivere tra via Carlo Rolando e via Walter Fillak: quasi una enclave all’interno di una torre di Babele che ha portato delinquenza e insicurezza, violenza e degrado.
    «Chi può se ne va e se potessi me andrei anche io» racconta Marco che gestisce il bar che fondò suo padre all’inizio degli anni ’50. Per anni, a causa di una discoteca latino americana chiusa di recente dopo gravi episodi di violenza, era anche costretto ad alzare le saracinesche due ore dopo il suo orario e, per evitare che il locale venisse preso d’assalto, ha preferito non vendere bottiglie di birra oltre una certa dimensione e liquori particolarmente graditi ai latinos: «Ho avuto qualche rissa nel locale e li ho allontanati: ho fatto una scelta antieconomica ma di responsabilità - racconta -. Preferisco lavorare con gli anziani che rimangono, quelli che resistono in quello che ormai è un ghetto».
    C’è anche chi il Campasso lo ama e da qui per scelta preferisce non andarsene: «Nel mio palazzo ci sono sette appartamenti in vendita - racconta Luigi, 43 anni operaio -. Sono italiani che non resistono agli schiamazzi notturni e lasciano il quartiere. Io il Campasso ce l’ho tatuato addosso e non voglio cederlo ad altri che non lo apprezzano».
    Ma il quartiere dal venerdì alla domenica diventa pericoloso nelle ore notturne, quando si alzano le serrande delle discoteche vestiti da circoli culturali dove sui ritrovano le comunità sudamericane così come le bottiglierie che fanno affari d’oro. Fiumi di birra e scazzottate continue, liti furibonde, pisciate per strada e un caos totale che non permette a chi vuole di riposare. Superato il limite della tollerabilità e il ritornello che si ascolta è lo stesso: «Noi genovesi stiamo subendo una situazione di razzismo rovesciato: non ci rispettano e vogliono imporre il loro modo di vivere privo di regole». La gente si lamenta per la poca presenza notturna delle forze dell’ordine e qualcuno benedice gli alpini che si dedicano con i finanzieri a qualche ronda notturna.
    Passeggiando per via Fillak le saracinesche con insegne e personale italiano si contano sulle dita di una mano: la gastronomia, un macellaio, il bar, un negozio di accessori per auto e moto e un ferramenta. Il resto sono trattorie dominicane, macellerie islamiche, kebab, fruttivendoli gestite da nordafricani, cineserie e anche il barbiere («Anoir») non ha l’aspetto italiano.
    Campasso, il quartiere dove anche gli stranieri non vogliono più stare - Genova - ilGiornale.it del 20-07-2011

    Tunisini contro nigeriani, maxi rissa in stazione: 60 persone coinvolte, 3 feriti
    Pronto intervento dei carabinieri, rinforzi da polizia e militari dell'esercito. Screzi per il controllo del mercato della droga
    PADOVA - I carabinieri sono intervenuti in forze questa sera poco prima delle 20 per una violenta rissa che ha coinvolto una sessantina di africani in piazzale della stazione a Padova. A fronteggiarsi sono stati due gruppi di una trentina di tunisini contro altrettanti nigeriani. Solo il rapido intervento dei carabinieri con il rinforzo successivamente di equipaggi della polizia e dell'esercito impegnato nell'operazione strade sicure, ha scongiurato che la rissa degenerasse. Al pronto soccorso sono finiti tre stranieri: due valutati con il codice bianco, un terzo, che presenta un taglio al collo, in condizioni più serie, ma a una prima valutazione dei medici non in pericolo di vita. La prima ipotesi degli investigatori del nucleo operativo dei carabinieri è che all'origine della scazzottata possano esserci screzi mai sopiti per il controllo del mercato della droga.
    Tunisini contro nigeriani, maxi rissa in stazione: 60 persone coinvolte, 3 feriti*-*Il Gazzettino
    Il problema è che non sono solo i musulmani ma anche i cattolici sudamericani (si organizzano in bande e rapinano in metropolitana o fanno fare la lap dance sui pali della metropolitana alle ragazzine che vogliono entrare nella gang).

    Ma che cazzo di gente stiamo importando?

    Qualcuno pensa ai ragazzini, agli anziani e alle donne in metropolitana?

    Credo che poi fioriscono i movimenti razzisti. E' legittima difesa.
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  3. #3
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    Predefinito Rif: I nostri amici immigrati

    Gli elettori del nord italia e del centro-italia votano per la stragrande maggioranza i partiti immigrazionisti PdL, UDC, PD, IdV, SEL.

    Quindi alla stragrande maggioranza degli elettori del nord e del centro, l'immigrazione va bene o comunque la ritengono un problema secondario.

    La democrazia permette ad un popolo di scavarsi la fossa da solo.
    Ultima modifica di Italiano; 24-07-11 alle 17:54
    Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato.

  4. #4
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    Predefinito Rif: I nostri amici immigrati

    Robe da pazzi
    Gang albanese scatenata: botte e coltellate in viale Belforte
    Il fatto davanti al Club Oasis: un italiano è in prognosi riservata colpito con una lama all'addome. Il tutto perchè a due coppie non piaceva la musica slava
    Botte, coltellate e viale Belforte tramutato in un campo di battaglia grazie alla violenza di alcuni albanesi. Il tutto generato perchè in quattro (una coppia peruviana e una italiana) non apprezzavano la musica balcanica che il locale Oasis aveva deciso di mandare "in onda" alle 4 del mattino tra venerdì e sabato.
    Il conto finale parla di un italiano ferito gravemente all'addome da una lama, tre feriti e tre albanesi in manette.
    Questa la cronaca dei fatti. Davanti al Club Oasis c'erano 4 persone (le coppie di italiani e peruviani, di cui una donna incinta) la cui auto è stata circondata da una decina di albanesi. I quattro erano appunto usciti dal locale perchè avrebbero manifestato di non gradire la musica slava.
    Mentre i loro connazionali assistevano alla scena divertiti, i tre albanesi hanno colpito a calci e pugni i "rivali", spaccando una bottiglia in testa a uno e dando coltellate a un altro, l'italiano. Anche le due donne sono state prese a botte.
    Poi l'arrivo della Volante della Polizia ha bloccato il massacro: i tre albanesi hanno cercato di fuggire, ma uno è stato subito fermato - mentre altri peruviani usciti nel frattempo dal locale cercavano vendetta - e gli altri due sono stati beccati in mattinata. Ovviamente sono finiti ai Miogni.
    Il più grave resta l'italiano, un 29enne che ha preso le coltellate al fianco e che resta ricoverato con prognosi riservata. Il Club Oasis è stato chiuso per 15 giorni su ordine del questore per motivi di ordine pubblico.
    Gang albanese scatenata a Varese: botte e coltellate


    LEGA NORD: SERRACCHIANI, MARONI FERMI PAGINE RADIO PADANIA SU FB
    (ASCA) - Trieste, 23 lug - ''Chi teorizza l'intolleranza, lascia spazio a espressioni di odio, razzismo e violenza e svillaneggia il tricolore, mina le basi piu' elementari della convivenza civile''. Lo scrive l'europarlamentare del Pd Debora Serracchiani sul suo blog, denunciando le regole e i contenuti della pagina Facebook di Radio Padania. Premettendo di non essersi aspettata contenuti simili, ''perche' sono evidentemente consentiti da Radio Padania, che e' organo di un partito i cui esponenti occupano le piu' alte cariche del nostro Paese'', Serracchiani riporta alcune regole della pagina in base alle quali ''si e' bannati se si nega l'esistenza della Padania'' e ''si e' bannati se si pubblica il tricolore''.
    Uno status della pagina di Radio Padania informa che ''i padani e i leghisti hanno via preferenziale'' e che ''la media dei bannati sugli iscritti e' di 7 bannati al primo messaggio ogni 10 iscrizioni''.
    L'europarlamentare del Pd si rivolge quindi al ministro degli Interni Roberto Maroni, chiedendogli ''di intervenire e verificare al piu' presto eventuali responsabilita', e comunque di fare tutto quanto in suo potere per interrompere il flusso di insulti'', sottolineando come ''il fatto che egli sia un alto esponente della Lega deve essere un motivo in piu' per agire''.
    Un appello e' indirizzato anche al ministro per le Pari opportunita' Mara Carfagna ''che ha la delega sui temi dei diritti umani e contro le discirminazioni razziali o etniche, affinche' si faccia carico delle azioni competenti''.
    LEGA NORD SERRACCHIANI MARONI FERMI PAGINE RADIO PADANIA SU FB - Agenzia di stampa Asca


  5. #5
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    GRAN BRETAGNA
    Londra, ancora tensione:
    gang in azione ad Hackney
    Nuove violenze nei quartieri centrali della capitale dopo la rivolta di Tottenham. La protesta è scoppiata per l'uccisione di un giovane nero che cercava di sfuggire a un arresto. Nella notte tra domenica e lunedì ci sono stati violenti scontri con la polizia: 35 gli agenti feriti, oltre 100 le persone arrestate. Ma la tensione è rimasta alta: lunedì pomeriggio alcuni giovani a volto coperto hanno devastato alcuni negozi nel quartiere popolare di Hackney e poi hanno fronteggiato la polizia schierata in assetto antisommossa.

    NOTTE DI SCONTRI
    Dopo la rivolta di Tottenham 1 di sabato notte, le violenze hanno scosso ieri notte altri quartieri della capitale, dove gruppi di giovani si sono scontrati con la polizia saccheggiando negozi e danneggiando macchine ed edifici.In particolare a Brixton (già teatro anni fa di gravi violenze a sfondo razziale) centinaia di persone hanno saccheggiato un grande magazzino, lanciando pietre contro gli agenti; un'altra cinquantina di vandali ha causato danni a Oxford Circus, nel cuore turistico della capitale e altri scontri sono avvenuti a Enfield. Si tratterebbe di violenze almeno in parte organizzate, anche attraverso i social network. Le prime violenze erano scoppiate nella notte fra sabato e domenica nel quartiere multietnico di Tottenham.
    Londra, ancora tensione:gang in azione ad Hackney | Mondo | www.avvenire.it

    Notte di rivolta, in crisi la Londra multietnica
    di Erica Orsini
    Guerriglia a Tottenham. Scontri e incendi dopo la morte di un uomo di colore in una sparatoria con le forze dell’ordine. Interi edifici distrutti, distrutte automobili e negozi. Integrazione difficile.
    La scena è quella della peggiore guerriglia urbana. Interi edifici distrutti, automobili, negozi, perfino un autobus, dati alle fiamme. Dopo la rivolta iniziata sabato sera il quartiere londinese di Tottenham è ridotto ad un ammasso di macerie. Il bilancio finale è di 26 feriti e più di una quarantina di persone arrestate. E l’atmosfera nella zona resta carica di tensione, tutti sono consapevoli che basterebbe un nonnulla per far esplodere nuovi disordini. I residenti si dicono sorpresi da quest’ondata di violenza. Nonostante quello che era successo giovedì scorso, nessuno si aspettava una simile risposta.
    «Pare di essere tornati indietro ai tempi del Blitz» ha detto incredulo un uomo al corrispondente della Bbc mentre tentava invano di andare nella sua chiesa per la solita funzione domenicale lungo una via cordonata dalla polizia. «Mai vista una cosa simile» ha commentato l’uomo. Tottenham è un quartiere di frontiera, non nuovo a tensioni sociali e scontri. La povertà e le condizioni di vita difficili ne fanno un’area dove la storica Londra multietnica si è più volte inceppata.
    Tutto è cominciato sabato, durante la marcia di protesta per l’uccisione di Mark Duggan, da parte di un agente di polizia. L’incidente ha avuto luogo giovedì, nel corso di un’operazione di routine nel quartiere che aveva lo scopo di investigare sui crimini da arma da fuoco avvenuti nell’ambito della comunità africana e caraibica che vive nell’area. La polizia aveva fermato un minicab sul quale viaggiava mister Duggan che poi era stato ucciso nel corso di una sparatoria. Sul caso è stata aperta un’inchiesta e con la marcia di ieri la gente voleva far sentire la propria voce, far capire al governo e alla polizia che non intendeva dimenticare quanto era accaduto e che voleva fosse fatta giustizia.
    Tutto avrebbe dovuto svolgersi con calma invece la violenza è scoppiata quasi subito. I dimostranti hanno ingaggiato uno scontro corpo a corpo con gli agenti, hanno lanciato bombe molotov, hanno incendiato edifici e negozi, non hanno risparmiato nulla e nessuno. Gli agenti hanno fatto fatica a controllare la situazione, gli scontri sono durati tutta la notte e al mattino, Tottenham era ridotta ad un campo di battaglia. Ventisei poliziotti erano finiti all’ospedale, molti con ferite gravi alla testa e i vigili del fuoco accorsi sul posto avevano dovuto domare ben 49 incendi.
    Notte di rivolta, in crisi la Londra multietnica - Esteri - ilGiornale.it




  6. #6
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    Predefinito Rif: I nostri amici immigrati















    Ultima modifica di Bèrghem; 10-08-11 alle 22:09
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Erlembaldo Visualizza Messaggio
    GRAN BRETAGNA
    Londra, ancora tensione:
    gang in azione ad Hackney
    Nuove violenze nei quartieri centrali della capitale dopo la rivolta di Tottenham. La protesta è scoppiata per l'uccisione di un giovane nero che cercava di sfuggire a un arresto. Nella notte tra domenica e lunedì ci sono stati violenti scontri con la polizia: 35 gli agenti feriti, oltre 100 le persone arrestate. Ma la tensione è rimasta alta: lunedì pomeriggio alcuni giovani a volto coperto hanno devastato alcuni negozi nel quartiere popolare di Hackney e poi hanno fronteggiato la polizia schierata in assetto antisommossa.

    NOTTE DI SCONTRI
    Dopo la rivolta di Tottenham 1 di sabato notte, le violenze hanno scosso ieri notte altri quartieri della capitale, dove gruppi di giovani si sono scontrati con la polizia saccheggiando negozi e danneggiando macchine ed edifici.In particolare a Brixton (già teatro anni fa di gravi violenze a sfondo razziale) centinaia di persone hanno saccheggiato un grande magazzino, lanciando pietre contro gli agenti; un'altra cinquantina di vandali ha causato danni a Oxford Circus, nel cuore turistico della capitale e altri scontri sono avvenuti a Enfield. Si tratterebbe di violenze almeno in parte organizzate, anche attraverso i social network. Le prime violenze erano scoppiate nella notte fra sabato e domenica nel quartiere multietnico di Tottenham.
    Londra, ancora tensione:gang in azione ad Hackney | Mondo | www.avvenire.it

    Notte di rivolta, in crisi la Londra multietnica
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    Guerriglia a Tottenham. Scontri e incendi dopo la morte di un uomo di colore in una sparatoria con le forze dell’ordine. Interi edifici distrutti, distrutte automobili e negozi. Integrazione difficile.
    La scena è quella della peggiore guerriglia urbana. Interi edifici distrutti, automobili, negozi, perfino un autobus, dati alle fiamme. Dopo la rivolta iniziata sabato sera il quartiere londinese di Tottenham è ridotto ad un ammasso di macerie. Il bilancio finale è di 26 feriti e più di una quarantina di persone arrestate. E l’atmosfera nella zona resta carica di tensione, tutti sono consapevoli che basterebbe un nonnulla per far esplodere nuovi disordini. I residenti si dicono sorpresi da quest’ondata di violenza. Nonostante quello che era successo giovedì scorso, nessuno si aspettava una simile risposta.
    «Pare di essere tornati indietro ai tempi del Blitz» ha detto incredulo un uomo al corrispondente della Bbc mentre tentava invano di andare nella sua chiesa per la solita funzione domenicale lungo una via cordonata dalla polizia. «Mai vista una cosa simile» ha commentato l’uomo. Tottenham è un quartiere di frontiera, non nuovo a tensioni sociali e scontri. La povertà e le condizioni di vita difficili ne fanno un’area dove la storica Londra multietnica si è più volte inceppata.
    Tutto è cominciato sabato, durante la marcia di protesta per l’uccisione di Mark Duggan, da parte di un agente di polizia. L’incidente ha avuto luogo giovedì, nel corso di un’operazione di routine nel quartiere che aveva lo scopo di investigare sui crimini da arma da fuoco avvenuti nell’ambito della comunità africana e caraibica che vive nell’area. La polizia aveva fermato un minicab sul quale viaggiava mister Duggan che poi era stato ucciso nel corso di una sparatoria. Sul caso è stata aperta un’inchiesta e con la marcia di ieri la gente voleva far sentire la propria voce, far capire al governo e alla polizia che non intendeva dimenticare quanto era accaduto e che voleva fosse fatta giustizia.
    Tutto avrebbe dovuto svolgersi con calma invece la violenza è scoppiata quasi subito. I dimostranti hanno ingaggiato uno scontro corpo a corpo con gli agenti, hanno lanciato bombe molotov, hanno incendiato edifici e negozi, non hanno risparmiato nulla e nessuno. Gli agenti hanno fatto fatica a controllare la situazione, gli scontri sono durati tutta la notte e al mattino, Tottenham era ridotta ad un campo di battaglia. Ventisei poliziotti erano finiti all’ospedale, molti con ferite gravi alla testa e i vigili del fuoco accorsi sul posto avevano dovuto domare ben 49 incendi.
    Notte di rivolta, in crisi la Londra multietnica - Esteri - ilGiornale.it
    Rivolta a Londra, altre tre persone ammazzate Investiti mentre difendevano il proprio negozio - Esteri - ilGiornale.it




















    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  8. #8
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    W LA SOCIETA' MULTIRAZZIALE E MULTICULTURALEEEEE!!!! iaociao:

  9. #9
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    Londra, fine del multiculturalismo

    di Massimo Introvigne10-08-2011

    La rivolta di giovani immigrati, e inglesi figli di immigrati, disoccupati - in gran parte africani e caraibici -, scoppiata nel quartiere londinese di Tottenham dopo l'uccisione in un conflitto a fuoco del tassista e, secondo la polizia, spacciatore di droga Mark Duggan (1981-2011), rischia ora di estendersi a tutta la Gran Bretagna.

    Benché alcuni degli attivisti che cercano di guidarla siano affiliati a movimenti islamici, la rivolta non ha carattere religioso. Né nasce, come molti quotidiani dicono, dai Blackberry che - spiazzati dalla concorrenza degli iPhone - sono diventati a Londra i telefoni dei poveri e degli immigrati e sono serviti a convocare a colpi di SMS i rivoltosi, aggirando la polizia che sorvegliava invece Twitter e Facebook. I Blackberry sono evidentemente lo strumento, non la causa di un fenomeno che nasce - e in questo senso è simile alle rivolte che hanno dato origine in Tunisia e in Egitto alle cosiddette "primavere arabe" - dalla crisi economica e dal carovita. Ancora una volta, assistiamo a tumulti che ricordano quelli settecenteschi della "vie chère" in Francia, che - abilmente indirizzati e sfruttati da politicanti che però non li avevano suscitati né organizzati - prepararono la Rivoluzione francese del 1789.

    Se tuttavia la crisi economica ha prodotto e sta producendo in Gran Bretagna fenomeni così gravi, una causa va cercata anche nel fallimento - ormai ammesso anche da una parte della classe politica britannica - del modello multiculturalista di cui fino a qualche anno fa Londra andava orgogliosa, proponendolo anzi anche a noi come soluzione di tutti i problemi dell'immigrazione.

    La parola “multiculturalismo”, in realtà, è nata in Canada negli anni 1960 come evoluzione di “biculturalismo”, espressione ottocentesca creata per sottolineare la possibilità offerta alla comunità di lingua francese di mantenere la sua lingua e le sue tradizioni. Nonostante il separatismo sempre vivo nel Québec, l'esperimento è riuscito perché ai canadesi divisi dalla lingua è stata offerta quella che il sociologo inglese Tariq Modood ha definito "una narrativa comune", un insieme di simboli e di riferimenti alla patria canadese cementati dal comune impegno nelle guerre mondiali. Il successo del biculturalismo in Canada ha permesso nel XX secolo la sua trasformazione in “multiculturalismo”, accogliendo anzitutto tre grandi comunità - cinese, italiana e giamaicana - che hanno mantenuto, molto più che negli Stati Uniti, la loro lingua e cultura.

    In Gran Bretagna il multiculturalismo è diventato una parola d'ordine della sinistra e dei cosiddetti "professionisti dell'anti-razzismo" dopo il 1968 e ha significato sussidi e ampia autonomia per i vari gruppi etnici nigeriani, caraibici, indiani, pakistani. Ma la diffidenza di quella sinistra per il patriottismo ha impedito che agli immigrati fosse trasmessa una "narrativa comune" alla canadese.
    I primi problemi sono nati quando una rivendicazione di autonomia è stata avanzata dai musulmani che, a differenza degli italiani, dei cinesi e anche dei pakistani, non sono un gruppo etnico ma religioso, le cui domande vanno ben al di là della preservazione di una lingua, di una musica o di una cucina e investono la sfera fondamentale dei rapporti di famiglia e dei diritti umani.

    Questo equivoco che confonde etnicità e religione ha, per così dire, imbastardito il multiculturalismo, trasformandolo da rispetto per tradizioni culturali diverse che possono coesistere - all'interno, appunto, di una "narrativa comune" - in cedimento a pericolose pretese prima di musulmani e poi anche di altri di organizzarsi separatamente quanto al diritto di famiglia, a pratiche come l'uso di certe droghe "etniche" e alla gestione dei quartieri dove sono maggioranza.

    In tempi di prosperità economica, era almeno mantenuto un certo ordine pubblico, non senza rivolte occasionali. In tempi di gravissima crisi economica e di disoccupazione maggioritaria tra i giovani, i quartieri "ingestibili" dalla polizia esplodono e la presunta gestione responsabile e separata da parte delle singole comunità etniche si rivela inaffidabile.

    Il multiculturalismo britannico, dunque, è fallito. L'alternativa, tuttavia, non è l'uniculturalismo alla francese, che sostituisce il modello multiculturale con un laicismo che combatte ogni identità religiosa e culturale diversa dall'ideologia ufficiale laica e illuminista dello Stato. Come ricorda Benedetto XVI, la vera alternativa è la faticosa costruzione di un equilibrio fra un'affermazione forte dell'identità e della storia della maggioranza - che in Europa è cristiana - e una libertà religiosa e culturale offerta alle minoranze che rifiutino senza ambiguità la violenza e accettino i valori fondamentali della società di cui entrano a fare parte. È questa la vera porta d'ingresso a una "narrativa comune".

    In Italia la situazione potenzialmente non è meno esplosiva che in Inghilterra. A Torino, per esempio, il venticinque per cento dei giovani tra i quindici e i ventinove anni non ha genitori italiani, e il problema della disoccupazione non è meno grave che a Londra. Quello che finora ci ha salvato da rivolte sullo stile di Tottenham - dove muore il multiculturalismo - e delle banlieue parigine, dove è morto l'uniculturalismo, è una "terza via" italiana che ha cercato di evitare i quartieri-ghetto monoetnici e, senza forzature alla francese, si è sforzata di proporre una offerta d'integrazione alle singole famiglie immigrate piuttosto che delegare un'ambigua "gestione separata" alle singole comunità. Ma anche la nostra non è solo una storia di successi, e la tentazione di percorrere strade sbagliate - per esempio, non mancano nel nostro Parlamento tardivi cantori del multiculturalismo - è sempre dietro l'angolo.


    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Londra fine del multiculturalismo
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    Predefinito Rif: I nostri amici immigrati

    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Londra, fine del multiculturalismo

    di Massimo Introvigne10-08-2011

    La rivolta di giovani immigrati, e inglesi figli di immigrati, disoccupati - in gran parte africani e caraibici -, scoppiata nel quartiere londinese di Tottenham dopo l'uccisione in un conflitto a fuoco del tassista e, secondo la polizia, spacciatore di droga Mark Duggan (1981-2011), rischia ora di estendersi a tutta la Gran Bretagna.

    Benché alcuni degli attivisti che cercano di guidarla siano affiliati a movimenti islamici, la rivolta non ha carattere religioso. Né nasce, come molti quotidiani dicono, dai Blackberry che - spiazzati dalla concorrenza degli iPhone - sono diventati a Londra i telefoni dei poveri e degli immigrati e sono serviti a convocare a colpi di SMS i rivoltosi, aggirando la polizia che sorvegliava invece Twitter e Facebook. I Blackberry sono evidentemente lo strumento, non la causa di un fenomeno che nasce - e in questo senso è simile alle rivolte che hanno dato origine in Tunisia e in Egitto alle cosiddette "primavere arabe" - dalla crisi economica e dal carovita. Ancora una volta, assistiamo a tumulti che ricordano quelli settecenteschi della "vie chère" in Francia, che - abilmente indirizzati e sfruttati da politicanti che però non li avevano suscitati né organizzati - prepararono la Rivoluzione francese del 1789.

    Se tuttavia la crisi economica ha prodotto e sta producendo in Gran Bretagna fenomeni così gravi, una causa va cercata anche nel fallimento - ormai ammesso anche da una parte della classe politica britannica - del modello multiculturalista di cui fino a qualche anno fa Londra andava orgogliosa, proponendolo anzi anche a noi come soluzione di tutti i problemi dell'immigrazione.

    La parola “multiculturalismo”, in realtà, è nata in Canada negli anni 1960 come evoluzione di “biculturalismo”, espressione ottocentesca creata per sottolineare la possibilità offerta alla comunità di lingua francese di mantenere la sua lingua e le sue tradizioni. Nonostante il separatismo sempre vivo nel Québec, l'esperimento è riuscito perché ai canadesi divisi dalla lingua è stata offerta quella che il sociologo inglese Tariq Modood ha definito "una narrativa comune", un insieme di simboli e di riferimenti alla patria canadese cementati dal comune impegno nelle guerre mondiali. Il successo del biculturalismo in Canada ha permesso nel XX secolo la sua trasformazione in “multiculturalismo”, accogliendo anzitutto tre grandi comunità - cinese, italiana e giamaicana - che hanno mantenuto, molto più che negli Stati Uniti, la loro lingua e cultura.

    In Gran Bretagna il multiculturalismo è diventato una parola d'ordine della sinistra e dei cosiddetti "professionisti dell'anti-razzismo" dopo il 1968 e ha significato sussidi e ampia autonomia per i vari gruppi etnici nigeriani, caraibici, indiani, pakistani. Ma la diffidenza di quella sinistra per il patriottismo ha impedito che agli immigrati fosse trasmessa una "narrativa comune" alla canadese.
    I primi problemi sono nati quando una rivendicazione di autonomia è stata avanzata dai musulmani che, a differenza degli italiani, dei cinesi e anche dei pakistani, non sono un gruppo etnico ma religioso, le cui domande vanno ben al di là della preservazione di una lingua, di una musica o di una cucina e investono la sfera fondamentale dei rapporti di famiglia e dei diritti umani.

    Questo equivoco che confonde etnicità e religione ha, per così dire, imbastardito il multiculturalismo, trasformandolo da rispetto per tradizioni culturali diverse che possono coesistere - all'interno, appunto, di una "narrativa comune" - in cedimento a pericolose pretese prima di musulmani e poi anche di altri di organizzarsi separatamente quanto al diritto di famiglia, a pratiche come l'uso di certe droghe "etniche" e alla gestione dei quartieri dove sono maggioranza.

    In tempi di prosperità economica, era almeno mantenuto un certo ordine pubblico, non senza rivolte occasionali. In tempi di gravissima crisi economica e di disoccupazione maggioritaria tra i giovani, i quartieri "ingestibili" dalla polizia esplodono e la presunta gestione responsabile e separata da parte delle singole comunità etniche si rivela inaffidabile.

    Il multiculturalismo britannico, dunque, è fallito. L'alternativa, tuttavia, non è l'uniculturalismo alla francese, che sostituisce il modello multiculturale con un laicismo che combatte ogni identità religiosa e culturale diversa dall'ideologia ufficiale laica e illuminista dello Stato. Come ricorda Benedetto XVI, la vera alternativa è la faticosa costruzione di un equilibrio fra un'affermazione forte dell'identità e della storia della maggioranza - che in Europa è cristiana - e una libertà religiosa e culturale offerta alle minoranze che rifiutino senza ambiguità la violenza e accettino i valori fondamentali della società di cui entrano a fare parte. È questa la vera porta d'ingresso a una "narrativa comune".

    In Italia la situazione potenzialmente non è meno esplosiva che in Inghilterra. A Torino, per esempio, il venticinque per cento dei giovani tra i quindici e i ventinove anni non ha genitori italiani, e il problema della disoccupazione non è meno grave che a Londra. Quello che finora ci ha salvato da rivolte sullo stile di Tottenham - dove muore il multiculturalismo - e delle banlieue parigine, dove è morto l'uniculturalismo, è una "terza via" italiana che ha cercato di evitare i quartieri-ghetto monoetnici e, senza forzature alla francese, si è sforzata di proporre una offerta d'integrazione alle singole famiglie immigrate piuttosto che delegare un'ambigua "gestione separata" alle singole comunità. Ma anche la nostra non è solo una storia di successi, e la tentazione di percorrere strade sbagliate - per esempio, non mancano nel nostro Parlamento tardivi cantori del multiculturalismo - è sempre dietro l'angolo.


    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Londra fine del multiculturalismo
    Aggiungi anche che molti Padani adottano figli sudamericani o africani che, spesso, all'adolescenza vanno in crisi e diventano dei "fondamentalisti" del sudamerica o dell'africa.

    Comunque siamo seduti su una polveriera oggi perchè comunisti, E ORGANIZZAZIONI CATTOLICHE/CLERO, hanno spinto a una accoglienza indiscriminata.
    Prima di far entrare qualcuno in casa tua gli insegni che le regole da rispettare sono queste. Altrimenti ti riempi la casa di gente che ha regole proprie, di solito ininconciliabili con una vita civile. E SOPRATTUTTO GLI SPIEGHI CHE PER VIVERE BISOGNA LAVORARE TUTTA QUESTA FECCIA HA IN COMUNE UNA COSA SOLA: IL VOLER CAMPARE SENZA LAVORARE (A FORZA DI SUSSIDI) ATTACCANDOSI AL RAZZISMO QUANDO GLI FAI NOTARE CHE DOVREBBERO LAVORARE INVECE CHE FARE UN CAZZO (MA PIU' SPESSO DANNI) DALLA MATTINA ALLA SERA. Per quello votano tutti a sinistra. Non ci bastavano i terroni, abbiamo importato terroni da tutto il mondo. Li manteniamo tutti noi?

    Il fatto che nella metropolitana di Milano dei Padani si debbano sorbire delle quattordicenni sudamericane che ballano e mimano atti sessuali danzano la lap dance sui sostegni della metro (prova di iniziazione da fare ai maschi della gang) la dice lunga sul tipo di persone (pure cattoliche) che abbiamo importato.

    QUESTA FECCIA NON ANDAVA FATTA ENTRARE E BISOGNA SMETTERE DI FARLA ENTRARE, PERCHE' A PAGARE NON SONO I PRETI (CHIUSI IN CHIESA) O I RADICAL CHICH DI SINISTRA, CHE HANNO LA LAUREA MA L'INTELLIGENZA DI UN ADOLESCENTE DROGATO (ANCHE SE HANNO SESSANTANNI) E INSEGUONO UNA RIVOLTA DI CLASSE CHE SOSTITUISCE AGLI OPERAI GLI EXTRACOMUNITARI,
    CI VANNO DI MEZZO GLI ANZIANI, LE DONNE, I NOSTRI RAGAZZI, ACCERCHIATI E DERUBATI SULL'AUTOBUS O IN METRO DA FECCIUME VARIO.

    BASTA, CAZZO, BASTA, La nato non soccorre i migrani e noi andiamo a recuperalri anche in acque teritoriali straniere, perchè ci ammazzino i nostri anziani, ci derubino dell'assistenza sociale (perchè lavorano a nero), violentino le nostre donne, o ci riempiamo di puttane o di mafie d'importazionne?

    E finiamo di menarcela con la balla che non esistono differenze etniche: guardate il volto dei cittadini ripresi dai servizi televisivi dall'Inghilterra: chi pulisce i danni sono BIANCHI, chi assalta i poliziotto è negro, arabo o caraibico.

    VADANO A CAGARE: PD, COMUNISTI, PRETI, CATTOLICI. FANCULO. GENTE IRRESPONSABILE E OMICIDA. FANNO AMMAZZARE LA GENTE IN NOME DI UNA UTOPIA.
    FANCULO. TROVATEMI UN PASSO DEL VANGELO IN CUI SIA SCRITTO CHE DOBBIAMO ACCOGLIERE TUTTI INDISTINTAMENTE.
    CASOMAI E' SCRITTO IL CONTRARIO.
    Ultima modifica di Tyr; 11-08-11 alle 12:11
    Europeo, Veneto - Friulano, Longobardo. Non italiano

 

 
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