Ci sono film in cui non c’è spazio per le sfumature: i buoni sono buoni e i cattivi cattivi; per esempio quelli dove c’è un serial killer perverso e violento, che alla fine viene ammazzato con grande sollievo di tutti. Poi ce ne sono altri dove parteggiare è più difficile: vi ricordate “Blade Runner”? Roy Batty è un assassino fascinoso e tormentato; quella sua frase, “dammi più vita, padre”, ti torna in mente durante lo scontro finale con Rick Dekard; e, quando muore, non sei contento.
In ogni reato, anche il più odioso, c’è una considerevole probabilità di imbattersi in qualche storia che non giustifica, ma spiega. In questi casi non c’è solidarietà ma un po’ di pietà sì. Come se quell’assassino, quel rapinatore, perfino quel bancarottiere avrebbe potuto essere diverso: se non fosse successo quello, se non gli avessero fatto quell’altro… Poi, naturalmente, molte volte, si tratta proprio di un fiero delinquente, di quelli da sbattere in galera e buttare via la chiave. Però la possibilità di una spiegazione, di un’attenuante, perfino di una giustificazione c’è; e induce alla cautela.
Tradotto in termini giuridici, questa è la ragione del processo.
Siccome tutto non si riduce a Tizio ammazzato da Caio, i paesi civili stanno attenti a non cacciarsi in situazioni che possono trasformare una sentenza in un’ingiustizia. Per questo ci sono i vari gradi di giudizio, per questo, soprattutto, ci sono leggi che disciplinano la carcerazione preventiva.
E dunque, prima del processo, uno può essere messo in prigione solo per 3 motivi: se c’è pericolo che scappi, se inquina le prove, se c’è una forte probabilità che commetta altri reati.
Questa cosa alle vittime del reato proprio non piace: quello ha ammazzato nostro figlio, perché non è in prigione? Perché solo 6, 10, 15, 20 anni? Bisognava dargli l’ergastolo! Ed è ovvio che, dal loro punto di vista, hanno ragione. Ma come si può definire questo punto di vista? Vendetta, ecco come. Un sentimento che, agli inizi del tempo, era un’istituzione: la legge del taglione, si chiamava. Poi sono stati inventati i giudici: per capire e dare a ciascuno il suo. Dammi più vita, padre; è diverso dal farabutto che trascina la vecchietta sull’asfalto per rubarle la borsa. Solo che, quando si cerca di capire, può capitare di prendere decisioni che, a chi non ha capito, a chi non vuole capire, a chi è disperato e basta, sembrano assurde. E può capitare anche di sbagliare. Ma deve funzionare così, perché l’alternativa non è giusta, non è civile, è incompatibile con il vivere tutti insieme, disciplinati dalla legge.
Certo, la legge deve funzionare.
Se ci si mettono anni per fare i processi, se arrivano amnistie, prescrizioni, abolizione delle intercettazioni, processi lunghi o brevi, la vendetta guadagna consensi. Se la Giustizia non c’è, me la faccio da solo; la frase terribile che è il simbolo della morte dello Stato.
Alla fine, la risposta al desiderio di vendetta, non sta nell’inasprimento delle pene. Sta in un processo penale costruito per accertare la verità; e per infliggere pene che siano severe ma eque, e che siano scontate fino all’ultimo giorno. Chiunque sa che in Italia avviene il contrario.
Il Fatto Quotidiano, 19 agosto 2011
Processo, il rischio necessario | Bruno Tinti | Il Fatto Quotidiano




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