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Discussione: Osservatorio Iran

  1. #21
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    IRAN: CHAVEZ TELEFONA AD AHMADINEJAD PER FELICITARSI DELLA SUA VITTORIA

    Caracas, 13 giu. (Adnkronos/Dpa) - Il presidente del Venzuela, Hugo Chavez, ha telefonato oggi all'omologo iraniano Mahmoud Ahmadinejad, felicitandosi per la sua vittoria elettorale. "E' una vittoria grande e importante per i popoli che lottano per un mondo migliore", ha detto Chavez al telefono, secondo un comunicato diffuso dal suo governo.

    I due presidenti, da tempo molto vicini, hanno convenuto di continuare a lavorare per sviluppare ulteriormente i rapporti bilaterali e hanno stabilito d'incontrarsi nuovamente al piu' presto. La vittoria di Ahmadinejad e' stata annunciata oggi dal ministero degli Interni a Teheran, ma viene contestata dall'opposizione.

  2. #22
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Chi sta tradendo la voce dell'Iran?
    di Simone Santini - 18/06/2009

    Fonte: Clarissa [scheda fonte]





    L'analisi del voto iraniano comparsa sul Washington Post (La voce del popolo iraniano SudTerrae: Analisi VOTO IRANIANO del Washington Post: Chi ci guadagna? Chi sta tradendo la voce dell'Iran?) consente alcune importanti riflessioni. Eseguito da una società di sondaggi indipendente, americana, lo studio è stato finanziato dal Rockfeller Brothers Fund. L'agenzia ha certificato che, secondo le rilevazioni demoscopiche a tre settimane dal voto, il presidente Ahmadinejad avrebbe avuto un netto vantaggio sullo sfidante Moussavi, con un rapporto di 2 a 1, addirittura maggiore ai risultati elettorali reali.

    Se questi dati fossero aderenti alla realtà, anche solo in linea di massima, significa che le attuali manifestazioni popolari anti-governative si basano su falsi presupposti, ovvero che il voto sia frutto di frodi macroscopiche (si calcola che circa 10 milioni di voti sarebbero dovuti sparire). Al contrario, la rielezione di Ahmadinejad sarebbe, volente o nolente, legittima.
    Accanto a queste banali considerazioni di fatto, il dato politico che esce dalla lettura del quadro generale implica fortissime responsabilità di tutto lo scenario istituzionale che sta sprofondando lo stato iraniano nel baratro.
    Lo sfidante Mir Hussein Moussavi ha agito in modo del tutto irresponsabile ed avventurista. Ammesso che creda in buona fede che la sua sconfitta derivi da brogli, le improvvide affermazioni durante la notte del voto in cui dichiarava di essere il vincitore con oltre il 60% dei suffragi, il suo appello alla popolazione a resistere contro il pericolo di "tirannia", l'aver chiamato a raccolta i suoi sostenitori in una manifestazione di piazza oceanica, non ha fatto altro che creare i presupposti per un clima da scontro civile e offrendo soprattutto il destro (come ovviamente accaduto) a provocazioni e contro provocazioni di chi mira a far divampare l'incendio. Ora il rischio che le tensioni si avvitino e rincorrano senza più nessun controllo appare tangibile.
    Il presidente Ahmadinejad ha dimostrato incapacità nel cogliere i nessi profondi della posta in gioco. Invece di minimizzare le proteste avrebbe dovuto prontamente spiazzare il nemico spuntandone le armi, forte, se i dati sono veri, dell'ampio consenso popolare di cui gode. Senza indugio avrebbe potuto lui stesso chiedere un nuovo conteggio dei voti, se non addirittura sfidare ad un ballottaggio il contendente.
    Allo stesso modo la Guida spirituale Khamenei sembra aver assistito in maniera insipiente a quanto stava avvenendo sotto i suoi occhi. Dichiarazioni di prammatica, minimizzazioni, vuoti appelli alla calma ed alla legalità che di certo non hanno contribuito a stemperare le tensioni.
    Il risultato è che tutti sembrano aver interpretato, finora magistralmente, un ruolo. Sullo sfondo il popolo iraniano, anche esso, ci pare, utile strumento nella mani di un oscuro regista. A noi sembra che gli unici a poter trarre un vantaggio strategico da questa drammatica situazione siano i nemici geopolitici dell'Iran che stanno utilizzando per i loro scopi gruppi di potere dentro il regime, sia tra i riformisti che tra i falchi.
    In questo momento non ci sembra possibile che la rivolta popolare possa sfociare in un "regime change". Molto più probabile l'obiettivo di ottenere una dura repressione delle manifestazioni che porterebbe ad una unanime condanna internazionale, a stringere l'Iran ancor più nell'isolamento esterno e nella destabilizzazione interna. Terreno fertile per molte altre manovre a venire.

    Il timore evidente è che il popolo iraniano venga ancora una volta ingannato, tradito e oppresso, per impedirne la missione spirituale nel mondo. Ingannato, tradito e oppresso come nei quasi trenta anni di occidentalizzazione forzata ad opera dello Shah, dopo il colpo di stato che nel '53 stroncò un governo nazional-popolare; ingannato, tradito e oppresso in questi venti anni di teocrazia che nacque deviando la rivoluzione del '79, ancora una volta un ampio movimento nazional-popolare e laico (il primo presidente dell'Iran post-rivoluzione fu il socialista Bani Sadr col 75% dei voti), complice lo stato di guerra determinato dall'invasione da parte dell'Iraq di Saddam Hussein e il conflitto che durò otto anni. E in quegli anni, sotto la guida suprema dell'Ayatollah Khomeini, presidente era Alì Khamenei e primo ministro Mir Hossein Moussavi, due dei protagonisti di questi giorni terribili.
    Quale altro inganno, tradimento e oppressione si sta preparando per il popolo iraniano? Chi sta agendo lo fa su larga scala ed in modo criminale e spregiudicato, dal Mediterraneo all'Asia centrale passando attraverso Libano, Palestina, Iraq, Iran, Afghanistan, Pakistan, un arco di crisi lungo migliaia di chilometri pronto a scoppiare ed incendiarsi in uno qualsiasi dei suoi punti; oppure tenuto semplicemente a bruciare sotto la cenere, in un amplissimo progetto di destabilizzazione e "libanizzazione" di tutto intero il Medio Oriente.
    Chi ci guadagna? Chi sta tradendo la voce dell'Iran?

  3. #23
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Iran. Where is your brain?
    di Gianni Petrosillo - 18/06/2009

    Fonte: ripensaremarx [scheda fonte]






    Quello che sta accadendo in Iran è molto grave e potrebbe avere serie conseguenze per l’indipendenza di questo paese e per gli assetti geopolitici dell’area medio-orientale, con anche pesanti ripercussioni nella trama di rapporti che tale nazione ha intessuto, in questi anni, con altre potenze emergenti (vedi la Russia). Ma prima di addentrarci nei fatti dobbiamo commentare una notizia riportata dall’Ansa ieri.

    A Venezia, un gruppo di attivisti dei centri sociali (i soliti smidollati che tra una canna e l’altra giocano a fare i rivoluzionari di professione) ha occupato per un’ora (dopodiché avranno ripreso la ricreazione a base di oppio e di hashish) il padiglione iraniano della Biennale d’arte di Venezia al fine di esprimere solidarietà al popolo iraniano.

    I debosciati socialimbecilli dei centri sociali hanno voluto così contestare la “terribile violenza dispiegata dal 'regime' di Ahmadinejad nel reprimere le proteste di questi giorni''.

    Le scimmie antropomorfe dell’esercito di liberazione metropolitano dei fancazzisti (SAELMF) si sono poi arrampicate sui balconi del palazzetto che ospita l’Iran, in campo San Samuele, e qui hanno sostituito l’insegna d’ingresso con un lenzuolo dove era scritto: ''Freedom for Iran now''.


    Lo slogan, in inglese, la dice lunga sull’intelligenza di questi primati che utilizzano la lingua imperiale per esprimere il loro insensato e servile dissenso, così come la dice lunga sulla natura delle contestazioni che stanno avvenendo in Iran in questi giorni, laddove “folle oceaniche” di prezzolati contestatori scrivono sui loro cartelloni, in perfetto farsi: Where is my vote? Tutto ciò dovrebbe far aprire gli occhi sulla reale consistenza delle proteste in atto e sul sentimento patriottico che le anima. La stampa internazionale amplifica la portata dell’indignazione "popolare" iraniana, alimentando nella pubblica opinione di tutto il mondo l’idea dei brogli elettorali e della rete dei "cacicchi" di regime che avrebbero pilotato le elezioni a favore di Amadinejad. Eppure, l’atteggiamento di Moussavi, che ad urne ancora aperte aveva già proclamato la vittoria del suo partito e la differenza abissale di voti tra i due contendenti a spogli avvenuti (si parla di circa 10 milioni di voti di distacco, a favore del Presidente in carica), nonchè la preparazione con la quale i seguaci dell’opposizione si erano subito mossi (qualcuno li aveva istruiti a dovere?) avrebbe dovuto instillare, nelle persone di buon senso, per lo meno il germe del sospetto. Ma il buon senso è ormai una merce unica quanto rara e non alberga nemmeno più in quella sinistra estrema che, in altri tempi, era stata in grado di prendere posizioni meno supine all’imperialismo americano. Anche sul Manifesto, quotidiano pretenziosamente comunista, non si fa altro che dar voce, al pari di tutta la stampa capitalista filo-americana e filo-sionista, ai dissenzienti e fuoriusciti del regime, vagheggiando inoltre, con stolta eccitazione giornalistica, le enormi opportunità dischiuse da questa protesta popolare, la quale dovrebbe infine aprire delle brecce nel regime degli Ayatollah per l’avvio di una nuova fase di democratizzazione. Ma dire democratizzazione oggi significa esprimere ben altro concetto: quello di riallineamento alla prepotenza americana, a costo di una più pesante subordinazione dei popoli.

    Stando così le cose, mi auguro una repressione molto forte nei confronti di chi è sceso in piazza, in quanto tale tentativo di destabilizzazione l’Iran potrebbe provocare una più sanguinosa guerra civile, con sacrifico in vite umane moltiplicato. Ed auspico lo stesso trattamento per quei giovinastri in kefia e basco guevariano che, presi nella propaganda imperiale, hanno completamente smarrito il senso della politica e dei rapporti di forza in questo instabile mondo multipolare. Chissà che qualche botta in testa non li riporti alla ragione.

    Onestamente, sono un po’ sorpreso dalla reazione blanda dell’establishment iraniano al quale sembra che la situazione stia un po’ sfuggendo di mano. Esiste, evidentemente, una lotta intestina ai livelli più alti della Vecchia Guardia Rivoluzionaria che rende gli schieramenti in conflitto abbastanza fluidi e non ben definiti. L’Ayatollah Khameney, pur appoggiando Amadinejad, teme un eccessivo rafforzamento di costui che ha, tuttavia, dalla sua parte i pasdaran, l’apparato di intelligence, le milizie volontarie bassiji e tutto l’esercito. Ma in questa fase, se non vuol essere travolto dai suoi avversari, con a capo il padrino della “mafia del petrolio” Rafsnjani, Khameney dovrà mettere da parte le sue indecisioni ed agire concordemente col presidente.

    Quella che viene definita "l’opposizione al regime" è, invece, un coacervo di uomini corrotti che già in passato ha dimostrato la propria pasta e l’intenzione di riavvicinarsi agli Stati Uniti, con i quali condivide alcune idee sugli approvvigionamenti energetici. Queste bande di traditori vengono descritte dalla stampa internazionale come campioni di moderazione e di modernità, a dimostrazione del fatto che per l’occidente esiste un solo principio discriminate per ottenere la patente di paese democratico: la manifesta subordinazione alla egemonia statunitense. Si capisce così ancor meglio la natura dei messaggi serpenteschi che Obama aveva inviato, negli scorsi mesi, all’Iran e quali erano i veri destinatari di tali aperture. Le elezioni dovevano costituire un utile banco di prova (soprattutto se, com’era prevedibile, non fossero andate come sperato dagli americani) per vagliare la reale stabilità del regime e per dare avvio a moti di piazza, anticipatori di una futura rivoluzione di velluto.

    I conti sono presto fatti e diventano così anche meno oscure le ragioni che avevano spinto a perorare, da parte americana, una distensione delle relazioni tra i due paesi, proprio nei mesi precedenti alle elezioni. Dietro c'erano nobili scopi, come al solito.

    Ad esempio, come dimenticare le parole di Richard Morningstar ex ambasciatore americano presso l’UE ed ex rappresentante speciale dell’amministrazione statunitense nella regione del Caspio, il quale aveva parlato, in una conferenza a Sofia, dell’Iran come possibile fornitore di gas per il progetto Nabucco (dopo che l’Azerbaigian si era riavvicinato a Mosca firmando un contratto con questa per rifornire di gas azero i gasdotti russi, allontanandosi così dal progetto americano)? Quindi, senza un altro partner con abbondanti riserve di gas, il progetto Nabucco sarebbe stato definitivamente seppellito. Gli Usa vorrebbero, a questo punto, accelerare il "regime change" in Iran, perché dal ripristino di un certo ordine in questa area dipende la buona riuscita di altre mosse con le quali verrà sbarrata la strada ai principali contendenti geopolitici della fase, ovvero Russia e Cina. Tutto ciò è sempre molto democratico e modernizzante...

  4. #24
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    Brasile: Regolari le elezioni in Iran


    Il Presidente brasiliano Lula da Silva ha riconosciuto la validità del risultato delle elezioni tenutesi in Iran, dove Ahmedinejad è stato rieletto con ampio margine. Lula ha fatto il paragone con le controversie sorte nel 2006 dopo le elezioni presidenziali in Messico, e quelle degli Stati Uniti dove si "affermò" G.W.Bush.
    Dal Kazakistan, dove si trova in visita ufficiale, Lula sostiene che è impossibile manipolare un risultato elettorale dove il vincitore ha ottenuto più del 60% dei voti. "Credo che è impossibile per chiunque manipolare più del 30% dei suffragi. Impossibile in Iran e altrove".

    Ahmedinejad ha vinto, "...mi piacerebbe che mi spiegassero alcune cose. Non molto tempo fa, in Messico si tennero elezioni presidenziali e la differenza fu dell'1%", ricordò Lula. Eppure i Paesi che oggi sono in prima fila a protestare, ignorarono gli argomenti del candidato oppositore López Obrador e riconobbero la vittoria di Calderón.

    Lula ha sottolinento che il Presidente dell'Iran "..ha ottenuto una gran vittoria, è bene aspettare che diminuiscano le tensioni, però non è la prima volta che un oppositore che perde protesta con tanta veemenza".

  5. #25
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    KHAMENEI: IL POPOLO HA SCELTO, BASTA CORTEI
    TEHERAN -L'Iran ha bisogno di calma: lo ha detto la Guida suprema suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei, nel corso della preghiera del venerdì a Teheran. "L'Iran ha bisogno di calma, è difficile trovare la giusta via quando si è agitati", ha detto Khamenei, che interviene per la prima volta dopo le manifestazioni degli ultimi giorni dell'opposizione.

    "Il popolo ha scelto colui che voleva", ha detto la Guida suprema suprema iraniana, che ha poi difeso l'ayatollah Hashemi Rafsanjiani, ex presidente della repubblica, dall'accusa di corruzione rivoltagli durante la campagna elettorale dal presidente Mahmud Ahmadinejad.

    "Non è avvenuta nessuna manipolazione del voto", ha detto. Ci sono stati 11 milioni di voti di differenza tra Mahmud Ahmadinejad e Mir Hossein Mussavi, "come può essere stata una manipolazione?", ha aggiunto Khamenei. Bisogna "mettere fine" alle manifestazioni nelle strade, ha detto oggi la Guida suprema suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei. "Se pensano che con questi raduni possano imporre quello che vogliono alle autorità dello Stato si sbagliano", ha ammonito.

    "I nemici stanno cercando di distruggere la fiducia del popolo nel sistema islamico creando dubbi sulle elezioni", ha detto la Guida suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei. "Le elezioni sono state un terremoto per i nemici e una vittoria storica per i nostri amici in tutto il mondo", ha aggiunto, riferendosi all'alta partecipazione al voto per le presidenziali, pari a circa l'85% degli aventi diritto. Riferendosi ai quattro candidati alle presidenziali del 12 giugno, Khamenei ha detto che "la stampa estera ha cercato di far credere che fosse in corso una guerra al sistema islamico. Invece tutti e quattro i candidati fanno parte del sistema islamico". L'ayatollah ha precisato di "non aver mai preso posizione per nessuno dei candidati" e chiesto a tutte le autorità di non amplificare le false notizie "che vengono dall'estero".

    L'Alto commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, si è detto oggi preoccupato per "il numero crescente di arresti" in Iran, dove continua la contestazione del risultato delle elezioni presidenziali.

    ANSA.it - KHAMENEI: IL POPOLO HA SCELTO, BASTA CORTEI

  6. #26
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    Iran: Chavez Sostiene Ahmadinejad, Proteste Atti Diffamanti

    (ASCA-AFP) - Caracas, 17 giu - Come previsto il leader del Venezuela, Hugo Chavez, ha dato il suo sostegno al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad dopo la sua vittoria elettorale definendo le proteste in atto a Teheran come la parte di una ''campagna diffamante'' sostenuta dai Paesi stranieri. Il Venezuela ''esprime la propria ferma opposizione alla terribile e ingiustificata campagna'' condotta ''dall'esterno'', ha spiegato una nota dal ministero degli Esteri. Gli attacchi cercano di ''infiammare il clima politico'', ha affermato il ministero. Poco dopo il risultato elettorale, Chavez ha telefonato all'omologo iraniano felicitandosi per la sua vittoria. ''E' una vittoria grande e importante per i popoli che lottano per un mondo migliore'', aveva affermato Chavez al telefono.

  7. #27
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    HEIL AHMADINEJAD!


    di Dagoberto Husayn Bellucci


    "L'Occidente è la democrazia e la democrazia è anarchia. Non vogliamo saperne
    niente dell'Occidente e della sua anarchia"

    (Ayatollah Sayyed al Musawi al Khomeini - Fondatore della Repubblica Islamica
    dell'Iran e Guida Suprema della Rivoluzione Islamica)


    Il voto iraniano, svoltosi regolarmente nella giornata di venerdì scorso a
    Teheran e nelle altre città del paese, ha confermato una schiacciante vittoria
    del presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad e del fronte conservatore al
    potere dall'estate 2005.

    Con una prova di forza assoluta il Presidente ha trionfato sugli altri
    candidati aggiudicandosi , secondo quanto riportato dal Ministero degli
    Interni, un totale di 19.761.433 voti pari al 62.6% dei consensi tra gli
    elettori chiamati alle urne.

    Un voto storico che ha visto una massiccia partecipazione popolare pari a
    circa l'85% degli aventi diritto; la più alta dall'instaurazione della
    Repubblica Islamica dell'Iran - forma 'scolpita' di totalità organica perfetta
    e sublime 'apparizione' ierofanica di "Stato Tradizionale" nel XXmo secolo - ,
    nata trent'anni fa per volere del popolo iraniano e sotto la guida dell'Imam
    Khomeini (che Dio lo abbia in gloria).

    Agli altri candidati 'briciole' o, per essere esatti, i restanti voti: il
    33,7% a Mir Hossein Mousavi , rappresentante e candidato del fronte cosiddetto
    'riformista', il 2% all'ex comandante dei Basij-Pasdaran (i Guardiani della
    Rivoluzione) , dr. Mohsen Rezai e ancor più staccato l'ex presidente della
    Camera (Majlis) Mehdi Karroubi che ha totalizzato lo 0,9% delle preferenze.

    Una vittoria attesa e ampiamente pronosticata quella di Mahmoud Ahmadinejad
    secondo il quale il voto ha confermato la validità e solidità delle istituzioni
    iraniane, l'alto livello di responsabile 'disciplina' politica del popolo e
    l'insindacabile esattezza del percorso fino ad oggi perseguito dal suo Governo
    contro tutto e tutti, nemici interni ed esterni, pressioni internazionali e
    minacce americane e sioniste. Ahmadinejad ha definito l'esito del voto iraniano
    come l'ennesima prova di maturità del popolo iraniano: "quasi quaranta milioni
    di persone hanno partecipato a libere elezioni, hanno superato un grande test
    democratico di fronte al mondo e hanno scelto il cammino del risveglio ,
    l'orgoglio e la dignità" rifiutando i diktat della comunità internazionale, le
    provocazioni degli agenti contro-rivoluzionari (...siano sunniti, wahabiti,
    curdi, azeri, baluchi o rinnegati sciiti ...) ed il ricatto del terrorismo che
    ha colpito, duramente, anche questa consultazione elettorale provocando venti
    giorni fa la strage di Zahedan ai confini con il Pakistan.

    Ahmadinejad sfidando ripetutamente la cosiddetta "comunità internazionale"
    sull'affaire nucleare ha dimostrato al mondo che Teheran non arretrerà di un
    millimetro per quanto concerne i propri interessi nazionali. Anche
    immediatamente dopo l'esito del voto di venerdì Ahmadinejad ha ribadito che la
    questione del nucleare iraniano "appartiene al passato" confermando così che
    non ci sarà alcun cambiamento di rotta nella politica nucleare iraniana durante
    il suo secondo mandato nè, onestamente, si capirebbe cosa ci sia o ci debba
    essere da 'cambiare' considerando che Teheran ha sempre sostenuto il carattere
    pacifico delle sue installazioni e degli esperimenti sinora effettuati nella
    ricerca nucleare collaborando a più riprese con l'AIEA , l'Agenzia
    Internazionale per l'Energia Atomica, in tutte le sedi e forme ritenute
    opportune, aprendo i suoi stabilimenti agli ispettori inviati da Vienna e dando
    il massimo delle garanzie per ciò che concerne l'uso pacifico.
    Andassero a Dimona, nel deserto del Neghev occupato dai sionisti, a
    'ispezionare'....
    In merito alla questione delle reiterate e fondate, legittime e opportune
    dichiarazioni del Presidente iraniano sulla farsa olocaustica, alias il mito
    del preteso sterminio di sei milioni di soggetti giudei durante la seconda
    guerra mondiale, Ahmadinejad ha sempre confermato la necessità di un processo
    di revisione storica al fine di giungere ad un accertamento della verità e
    perciò si è andato attirandosi le ire del Sistema giudaico-mondialista e quelle
    dei mass media filo-sionisti - tutti, nel cuore dell'Occidente plutocratico,
    controllati dalle centrali di propaganda e disinformazione di Washington e Tel
    Aviv - ; 'garantendosi' l'appellativo "sistemico" e "diffamante" di "nuovo
    Hitler" del Vicino Oriente.
    Premesso che il Presidente ha le idee chiare e ha dimostrato sovente di
    disinteressarsi delle critiche provenienti dai giullari giornalistico-
    opinionistici della grande stampa mondiale e dei netwoork televisivi ;
    riteniamo assolutamente insindacabile quanto fino ad oggi sostenuto in merito
    alla "leggenda" olocaustica e irrilevanti e sostanzialmente inutili le
    'petulanti' lamentazioni falso-scandalizzate e finto-piagnone delle pecore
    matte della contemporaneità rovesciata e contorta.
    Il Presidente non si discute! Il Presidente è il Presidente! Il 'resto' sono
    'ciance' sioniste.
    Nel frattempo , mentre la Guida della Rivoluzione Islamica - Grande Ayatollah
    e Marjà et Taqlid Sayyed Alì al Khamine'ì - dichiarava che "la vittoria di
    Ahmadinejad costituisce una benedizione divina" approvando i risultati usciti
    dalle urne, scoppiava la protesta organizzata da bande mercenarie filo-
    americane e filo-sioniste, contro-rivoluzionari di ogni risma e colore, agit-
    prop al servizio della reazione e cani sciolti di ogni colore politico,
    ideologico e religioso camuffati da sostenitori del candidato riformista Mir
    Hossein Mussavi.
    Riprendendo slogans tipicamente occidentali e 'sbraitando' di improbabili
    'brogli elettorali' i facinorosi ed i teppisti contro-rivoluzionari hanno preso
    d'assalto le strade e le piazze della capitale Teheran , occupando alcuni
    uffici governativi e rapinando banche e negozi. Una protesta teppistico-mafiosa
    eterodiretta dai nemici della Rivoluzione Islamica e sostenuta dagli ambienti
    del Sionismo e dell'Imperialismo internazionali subito servilmente pronti a
    'disegnare' mass-mediaticamente una situazione da guerriglia urbana in una
    quanto mai 'agognata' "rivoluzione pacifica" contro il regime.
    Una situazione di disordini e caos della quale si sono immediatamente
    'felicitati' i giudei ed i giudaizzanti dei quattro angoli del pianeta, i
    ruffiani massmediatici di Sion, l'amministrazione statunitense e i dirigenti
    dell'emporio criminale sionista...'tutti' - Europa compresa - 'sbavanti' su
    improbabili "cambiamenti" e "rivolte" popolari in terra d'Iran. Non esiste!
    Il Presidente Ahmadinejad , parlando degli incidenti e delle agitazioni
    contro-rivoluzionarie in corso in queste prime quarantott'ore dalle elezioni,
    ha sostenuto che le proteste di quanti hanno messo in dubbio la correttezza del
    voto iraniano "non sono importanti" e che "non provocheranno alcun problema".
    "In Iran - ha sottolineato Ahmadinejad - c'è assoluta libertà e le elezioni
    sono state pienamente corrette."
    A Teheran l'ordine verrà ripristinato e la situazione normalizzata dai
    Guardiani della Rivoluzione e dalla polizia in azione fin dalle prime
    avvisaglie di disordini: non esiste, non esisterà mai nè potrà mai esistere
    alcuna "rivoluzione pacifica" nella Repubblica Islamica dell'Iran.
    La Repubblica Islamica rappresenta la forma spartana insindacabile e
    inarrivabile di un archetipo di società tradizionale ispirata direttamente
    dalla 'visione' repubblicano-platonica di "stato perfetto"; quintessenza dei
    valori rivoluzionari ed espressione massima della volontà popolare e della
    tenuta razziale di un intera nazione nonchè ierofanica presenza delineata dalle
    coordinate coraniche e lucida ed inenarrabile 'concezione' proveniente dalla
    dimensione spiritual-religiosa della dottrina shi'ita nella codificazione
    esemplare delineata dal compianto Imam Khomeini nel suo "Governo Islamico".
    Stato Tradizionale, Organizzazione rivoluzionaria popolare, Sovranità
    Nazionale e Politica, Entità ierofanica, radicale espressione dei valori e
    degli insegnamenti più sublimi dell'Islam nella sua versione shi'ita
    duodecimana la Repubblica Islamica dell'Iran non si 'discute'....il paese degli
    Ariya = ariani , culla della civiltà persiana, è la nostra Berlino... Se
    qualcuno, chiunque, 'intendesse' delegittimare le autorità della Repubblica
    Islamica dovrebbe lanciare contro l'Iran una riedizione della guerra totale (...
    il mondo 'contro'...) scatenata dalle demoplutocrazie occidentali e dal giudeo-
    bolscevismo contro la Germania Nazionalsocialista nel settembre 1939.
    Ma oggi, a settant'anni di distanza dall'inizio della guerra totale lanciata
    dall'Internazionale Ebraica contro l'Europa nazionalsocialista e fascista, chi
    'seriamente' intende mettere in discussione la geometrica, lineare, esemplare
    forma di Stato-Ideale rappresentata dalla Repubblica Islamica dell'Iran? Quali
    nemici, quanti 'sodali', e chi - soprattutto - 'pensa' una simile follia che,
    oltre a scaraventare l'intero Vicino Oriente nel baratro infernale di un
    conflitto che potrebbe assumere dimensioni extra-regionali, risulterebbe in
    primo luogo controproducente, inutile e eventualmente dannosa e negativa solo
    per gli eventuali 'attaccanti' (...francamente non se ne vede nemmeno
    l'"ombra"...)?
    "Chi osa attaccarci se ne pentirà profondamente!" ha ribadito nella giornata
    di ieri, domenica 14 giugno, il rieletto Presidente Ahmadinejad secondo il
    quale non esiste all'orizzonte alcun pericolo: "Chi osa attaccare l'Iran? Chi
    osa pensarci?" ha infine domandato affatto provocatoriamente rispondendo ad un
    giornalista nel corso di una conferenza stampa....
    Teheran non è Kabul! Teheran non è Baghdad! Teheran non è Belgrado!
    'Provateci' se ne siete 'capaci'...noi ...diciamo di no!
    Con Ahmadinejad fino alla Vittoria!
    Hasta siempre Presidente!

    DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
    Direttore Responsabile Agenzia di Stampa "Islam Italia"

  8. #28
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Parla Fereidoun Haghbin, che rappresenta in Italia la Repubblica islamica
    "Le schede saranno ricontate, ma non sarà tollerata la violenza per le strade"
    "Sul voto non nasconderemo nulla"
    Le certezze dell'ambasciatore iraniano
    Il diplomatico iraniano lamenta i "giudizi sommari" che arrivano dall'estero
    E invita a riflettere sulla complessità della realtà politica del suo Paese

    di VINCENZO NIGRO


    Fereidoun Haghbin
    ROMA - "In Iran non c'è nulla da nascondere su tutto quanto abbia a che fare con la democrazia e i suoi cittadini. Certo, manteniamo la dovuta riservatezza sulla sicurezza dello Stato, ma sulle questioni del voto, dei diritti dei suoi cittadini, non sarà possibile nascondere nulla".

    L'ambasciatore Fereidoun Haghbin rappresenta a Roma la Repubblica islamica: ragiona sui risultati del voto nel suo paese, fedele al mandato che il suo governo gli ha dato di difendere gli interessi del governo e della Repubblica islamica, soprattutto in questi giorni in cui la stampa mondiale critica il governo iraniano condividendo le accuse di brogli che arrivano dal campo di Mir Hussein Moussavi.

    "Le leggi e le regole della nostra Repubblica permettono ai candidati che ritengono di aver subito un torto di chiedere il riconteggio dei voti o comunque una correzione dei risultati", dice l'ambasciatore: "E' quello che sta già accadendo ed accadrà nelle prossime ore. Il Consiglio dei Guardiani incontrerà sabato i candidati che hanno presentato reclami, vedremo come andrà avanti questa procedura. Quello che non è tollerabile da una parte è che un gruppo di facinorosi, sconfessati anche dai candidati che hanno presentato reclami, possa portare devastazione nelle strade delle nostre città. Dall'altra parte è incredibile il tipo di attacchi che la Repubblica islamica sta subendo da molti media internazionali, guidati innanzitutto da enti come la Bbc inglese".

    Ambasciatore, i media internazionali non fanno altro che riportare le proteste degli stessi cittadini iraniani che si sentono traditi per il risultato del voto, che accusano chi è oggi al governo di aver truccato i risultati.
    "Scegliere le dichiarazioni di una o dell'altra parte senza considerare la complessità dell'elettorato iraniano rischia di dare una rappresentazione falsata di quanto è accaduto e sta accadendo. Durante i dibattiti pre-elettorali sono stati affrontati e discussi temi grandi e piccoli, sono emerse questioni di ogni tipo. La complessità della democrazia iraniana non può essere letta in bianco o nero. Quasi 40 milioni di cittadini hanno partecipato ad un voto che per partecipazione ha pochi uguali. Sarebbe facile fare un confronto fra la partecipazione in percentuale al recente voto per il Parlamento europeo in Europa e alle presidenziali iraniane. Negli ultimi 30 anni, considerate tutte le tornate elettorali, in Iran sono state messe dentro le urne più di 560 milioni di schede per eleggere tutte le istituzioni iraniane, a cominciare dalla Guida fino al presidente della Repubblica, al Parlamento e ai diversi Consigli. In ogni caso, non sarà possibile lavorare dall'esterno perché il processo democratico iraniano si trasformi in una rivolta contro l'intera Repubblica islamica".

    Lei insiste sulle possibili influenze esterne, mentre mai come questa volta sembra che tutto stia nelle mani degli iraniani e di chi continua a scendere in piazza nel suo paese.
    "Gli eventi di questi giorni, le pressioni dall'esterno, ricordano agli iraniani i casi, i colpi di mano del passato (la citazione implicita è quella del golpe contro Mossadegh fomentato dalla Cia, ndr); vedere le pressioni dall'esterno, vedere le interferenze degli occidentali ci fa tornare in mente quel periodo. Ma io voglio invitare al ragionamento: l'Iran è un paese complicato, dal punto di vista sociale è composto da una fascia alta, una media e una larga fascia più umile; dobbiamo aggiungere il fatto che siamo un paese multi-etnico e multi-culturale, e che soprattutto ci sono grandi diversità fra aree urbane e rurali. Tutto questo ha reso sempre difficilissimo prevedere il risultato dei voti in Iran. Come si fa a dire con sicurezza chi ha vinto o chi ha perso in Iran giudicando dall'esterno? Siete così sicuri che non abbia vinto il candidato che è risultato primo?"

    Lei vuol dire che dall'estero non si ha la percezione del lavoro fatto dall'attuale presidente, del suo rapporto con la massa, con la "pancia" della popolazione iraniana?
    "Voglio dire che il governo uscente si è rivolto molto, sin dall'inizio, alla base popolare del paese, a quella che vive in maggioranza nelle aree rurali. Nello stesso tempo è vero che le città e soprattutto Teheran sono lo scenario principale della competizione elettorale e in queste ore sono lo scenario delle importanti proteste. Ma dico tutto questo per ricordare che il risultato del voto è ancora al vaglio del Consiglio dei Guardiani: non mi esprimo sulle verifiche, mi esprimo sulla complessità della democrazia iraniana e sulla necessità che noi sentiamo come un imperativo di difendere la legittimità istituzionale del nostro processo elettorale.
    Certo, c'è una grande differenza di voti fra il candidato che è arrivato primo e il secondo, ma ripeto: le istituzioni dello Stato stanno facendo le loro verifiche".

    Lei per mestiere è naturalmente costretto a difendere tutto quanto arrivi dal governo di Teheran: ma non immagina che dalla parte di chi scende in piazza in questi giorni possa esserci qualche ragione?
    "Io difendo la volontà del popolo iraniano che si esprime nelle forme previste dalla legge. Ma dico: in più 45 mila seggi sono stati impegnati più di 500 mila scrutatori, ai quali dobbiamo aggiungere 110 mila rappresentanti dei candidati. Le schede sono state contate, reimmesse nelle urne e adesso le urne sono sigillate. Non c'è un solo, vero indizio di brogli così clamorosi, e se ci fossero brogli sarebbero un'offesa capitale innanzitutto alle famiglie delle migliaia di iraniani che si sono sacrificati nella lunga guerra per difendere la nostra nazione (dall'Iraq, ndr). Invito a riflettere sulla complessità della democrazia iraniana per cogliere i risultati veri di questa consultazione elettorale, per capire le ragioni profonde del nostro percorso".

    (19 giugno 2009)

  9. #29
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Le elezioni in Iran: cerchiamo di capire
    di Franco Cardini - 19/06/2009

    Fonte: francocardini [scheda fonte]




    Ad alcuni giorni dalle ultime elezioni in Iran, i media di tutto il mondo occidentale, sia pure con qualche sfumatura, ci hanno proposto uno schema interpretativo abbastanza semplice. L’Iran è guidato da un regime fondamentalista che tuttavia mantiene alcune parvenze di democrazia e di pluralismo (molti partiti politici, giornali e televisioni differenti ecc.); le ultime elezioni sono state pesantemente manipolate, sia attraverso il sistematico uso dell’intimidazione e della repressione, sia attraverso autentici brogli elettorali (perfino urne scambiate); tuttavia, dinanzi alla massiccia, coraggiosa e prolungata protesta popolare, le autorità si sono spinte fino a promettere un riconteggio dei voti; senonché, a detta di alcuni osservatori e di taluni oppositori, tale riconteggio non porterebbe a nulla sia perchè si svolgerebbe comunque in un clima d’incertezza e di violenza, sia perchè le autentiche schede sono state almeno in buona parte distrutte e sostituite; per cui, l’unica strada possibile per un qualche ristabilimento della legalità democratica sarebbe procedere a nuove elezioni sotto lo stretto controllo di osservatori delle Nazioni Unite, cosa che il governo non è disposto a concedere. Si sta quindi andando o verso una situazione di compromesso che non piacerà a nessuno, soprattutto alle opposizioni; o verso uno scontro frontale.

    Un quadro semplice. Ma tutti i problemi hanno sempre una risposta semplice. Peccato solo che, di solito, si tratti di quella sbagliata. Il punto di partenza, per noi, non può essere che una constatazione. Quella iraniana è una società complessa. Cerchiamo quindi di capirci qualcosa.

    I media occidentali hanno quasi tutti e costantemente cercato di accreditare l’idea che in Iran viga una “dittatura”. In passato – ricordate le proteste del 1999, che nel nostro paese unirono destra e sinistra? – si è accusato di essere una specie di dittatore perfino Khatamy, oggi considerato un garante dei valori democratici; eppure, a suo tempo, gli attacchi da parte dell’Occidente furono una delle cause della sua sconfitta.

    L’Iran non è soggetto ad alcuna dittatura. Il suo è piuttosto l’equilibrio complesso e non facile a riformarsi tra una società civile che per certi versi ricorda piuttosto il primitivo sistema sovietico – una pluralità di soggetti politici fluidi e litigiosi – controllato però da un “senato” religioso. Questo sistema sta cercando con scarso successo d’ingabbiare una società civile anagraficamente giovane, in generale colta e preparata (l’Iran e uno dei paesi che conta più laureati al mondo), dove l’occidentalizzazione frutto d’una sessantina d'anni circa di governo europeizzante della dinastia Pahlevi ha inciso fortemente, ma dove la “rivoluzione islamica” del 1979 è stata sul serio corale e popolare. Alla vigilia delle ultime elezioni, si è molto parlato di “conservatori” e di “riformisti” (termini superficiali e inadeguati rispetto alla situazione concreta), ma si è “dimenticato” di osservare come i quattro candidati avevano nei rispettivi programmi elettorali alcuni punti in comune: alla rivendicazione di un forte orgoglio nazionale, la ferma intenzione di procedere sulla linea della rivoluzione vinta nel ’79 da Khomeini, la volontà di continuare il programma teso a dotare il paese di un potenziale nucleare a scopi pacifici.

    I candidati erano quattro: Mahmoud Ahmedinejad, cinquantatreenne, che ha promesso di continuare sulla sua strada; Houssein Mousavi”, sessantesettenne, un’esperienza di primo ministro nel 1981, che rimprovera ad Ahmedinejad una politica estera dai toni troppo accesi che gli avrebbe alienato tutto l’Occidente e confida in Obama per avviare un processo di distensione; Mohsen Rezai, cinquantasettenne, ex generale dei pasdaran, che rinfaccia ad Ahmedinejad scarsa abilità e molta trascuratezza nella conduzione economico-finanziaria del paese; e Mehdi Karrubi, settantaduenne, membro del “clero” sciita, ex presidente del parlamento, considerato un “riformista”.

    La costituzione iraniana è un modello di complesso equilibrio di forze. Il suo motore è il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione (dodici membri, per metà religiosi nominati dalla Guida Suprema e per metà giuristi nominati dal Parlamento), che seleziona i candidati alle istituzioni statati, può opporre il veto alle leggi approvate dal Parlamento e propone una lista di candidati al ruolo di Vali-e faqih (Guida Suprema) a un’Assemblea degli Esperti eletta dal popolo. La Guida Suprema ha praticamente le prerogative di un capo di stato in una repubblica strettamente presidenziale, in particolare il diritto di nomina delle alte cariche statali. Invece il Presidente della Repubblica, in carica 4 anni, è una specie di capo del governo e nomina i ministri (salvo approvazione del Parlamento).

    Quel che ora è in atto è un braccio di ferro tra il “partito dei religiosi”, che in realtà è fautore di un programma di distensione con l’Occidente e si appoggia a un elettorato nel quale i ceti benestanti sono molto forti, e quello che Renzo Guolo (“La Repubblica”, 17.6.2009) chiama il partito dei “senza-turbante”, gli islamisti radicali seguaci di Ahmedinejad che propugnano una politica sociale più decisa e hanno l’appoggio dei ceti più poveri della popolazione. Contrariamente a quel che si tende a creder da noi, i più estremisti sono i “laici”, non i “religiosi” che portano il turbante. Ma Ahmedinejad negli ultimi quattro anni ha governato con il pieno appoggio di Ali Khamenei, lo ayatollah Guida Suprema: e ha riempito i suoi diretti collaboratori e i suoi seguaci di poteri, di privilegi, anche di danaro. E’ ovvio che ora essi vogliano tener duro: il loro obiettivo, del resto, è trasformare la repubblica islamica in un vero e proprio regime.

    Tuttavia il punto debole degli avversari di Ahmedinejad, i moderati appoggiati da buona parte del clero, è proprio la corruzione: uno degli uomini piu ricchi dell’Iran è il Presidente dell’Assemblea degli Esperti, Akbar Hashemi Rafsanjani: e i suoi cospicui patrimoni sono alquanto sospetti. Il suo ruolo è comlesso e cruciale: egli è in realtà presidente del “Consiglio per la determinazione del bene comune” (majma’e tashkhis e maslahat, spesso tradotto in inglese con “Expediency Council”, perchèèe l’organismo che può rendere “islamica” – per mezzo appunto di un “espediente” giuridico – una legge che islamica non è, sulla base dell’interesse comune) e appunto l’Assemblea degli esperti (majles-e khobregan), che in linea istituzionale ha il potere di destituire la stessa Guida Suprema.

    Forse esagerano dunque coloro che parlano, a proposito dei brogli e delle violenze, di un “colpo di stato” da parte di Ahnedinejad e dei suoi fautori. Certo però lo scontro è stato violento e l’opposizione sembra ben piu numerosa del 35% che sarebbe emerso dai conteggi ufficiali; in ogni caso, è agguerrita e non intenzionata a cedere. E un commento uscito il 14 giugno dall’autorevole penna di Ali Ansari fa pensare che i brogli ci siano stati davvero, per quanto sia difficile il provarlo.

    Che cos’hanno quindi portato di nuove, queste elezioni? I conteggi ufficiali parlano di un 65% guadagnato da Ahmedinejad: ma le proteste della minoranza, soprattutto dei fautori di Mousavi, sono state tante e tanto dure e corali da indurre il prudente Khamenei a promettere un riconteggio dei voti. Alle opposizioni, ciò non basta: ma, anche se appare difficile che il governo iraniano acceda alla loro pretesa di un controllo dell’ONU su nuove elezioni – e bisogna dire che nessun paese sovrano accetterebbe mai una condizione del genere -, l’eco internazionale di quel che sta accadendo in Iran è stato troppo forte e corrisponde a una vera e propria sconfitta politica di colui che almeno formalmente è il trionfatore elettorale.

    Con tutto ciò, non bisogna dimenticare due cose. Primo, la sostanziale coralità e fermezza di tutti gli schieramenti politici sui fondamenti della repubblica islamica e della sua stessa politica estera. Opposizione all’America, richiesta di soluzione del problema palestinese, esigenza di proseguire sul cammino dell’acquisizione del nucleare civile pur nel rispetto del trattato di non-proliferazione. Se questa è una crisi, lo è nel, non del sistema. E Ahmedinejad, che è subito volato a Mosca, lo ha confermato: l’era dell’impero unilateralistico statunitense è finita, il suo paese è tutt’altro che isolato, l’asse con la Russia tiene, i rapporti con la Cina e con molti paesi dell’America latina sono buoni.

    D’altronde, anche da parte occidentale si sono fatti degli errori. E’ vero che la censura governativa è intervenuta pesantemente contro alcuni giornalisti, ma è non meno vero che molti servizi usciti dall’Iran durante e subito dopo la competizione elettorale non brillavano per equità: filmavano esclusivamente le manifestazioni dell’opposizione, mandavano in onda interviste prese solo nei quartieri della buona borghesia di Teheran da sempre roccaforte degli avversari di Ahmedinejad e perfino dei nostalgici dello shah. Ci sono senza dubbio state violenze: mancano però le prove che le urne siano state sostituite e, quanto alle vittime, una decina di morti e centinaia di feriti sono senza dubbio un bilancio pesante: ma non certo un bilancio da tirannia. La repressione dei basaji – le milizie paramilitari ahmedijaniste – ha dato risultati piu simili a quella di Genova in occasione del G 8 del 2001 che non a quella di piazza Tienammen: e ciò vorrà ben dire qualcosa. Un pacato commento di Abbas Barzegar sul “Guardian” del 13 scorso, un organo molto autorevole, sottolinea che Teheran all’indomani delle elezioni sembrava sì in rivolta, ma soltanto su due viali dell’area settentrionale abitata dai ceti benestanti, mentre nel resto della città le manifestazioni di giubilo dei sostenitori di Ahmedinejad erano diffuse, imponenti e spontanee.

    L’episodio politico al quale stiamo assistendo è insomma un momento “caldo” della lotta per il potere tra due fazioni: da una parte i moderati che hanno la loro punta di diamante in Rafsanjani e i loro esponenti in Mousavi e Khatami, e che auspicano una distensione con l’Occidente contando sull’apertura dimostrata da Obama; dall’altra i radicali il vero capo dei quali resta Khamenei, che mirano a un rafforzamento del carattere islamico dello stato e che credono non tanto nell’intesa con l’Occidente, quanto nella creazione di un fronte internazionale politicamente, economicamente, tecnologicamente e militarmente alternativo ad esso. Obiettivo ultimo del fronte radicale è la trasformazione della jomhuri , la Repubblica Islamica, in un “Sistema” – nezam, così definisce costantemente la stato islamico l’ispiratore religioso di Ahmadinejad, l’ayatollah Mohammad Taqi Mesbah-e Yazdi – non contaminato da strutture politiche non islamiche. Il fatto che la Guida Suprema abbia ammesso la possibilità dei riconteggi (quindi, implicitamente, dei brogli) fa intravedere un progetto tattico teso a evitare sia lo scontro frontale sia la repressione troppo pesante facendo “rientrare” la protesta mediante patteggiamenti e concessioni politiche.

    Restano comunque del tutto inutili per comprendere la situazione, anzi pericolosi e dannosi, gli appelli come quello lanciato sul “Corriere” del 16 scorso da Bernard-Henry Lévy: il clima a Teheran è pesante, ma non “di terrore”; e il riferimento a un eventuale rafforzamento di Ahmedinejad come “un pericolo terribile per il mondo intero, perchè dotato di un arsenale nucleare che non esiterebbe a mettere immediatamente al servizio dell’Imam nascosto e della sua apocalittica riapparizione” sarebbe solo ridicolo, se non fosse irresponsabile. Tutti sanno che l’Iran non dispone ancora nemmeno del nucleare civile: come potrebbe mai minacciare sul serio di distruzione nucleare Israele, che invece il nucleare militare ce l’ha eccome? E si può davvero continuare a fingere di non sapere che eventuali pulsioni fondamentaliste e apocalittiche allignano anche in Israele, e che da lì non sono mancate voci che hanno affermato di esser pronte a servirsi dell’arma nucleare?

    Sono state comunque elezioni importanti. Auguriamoci che esse non conducano a un aggravarsi della tensione – ma la prospettiva d’una “guerra civile” appare improbabile - o al prevalere della repressione nella sua forma più dura, che condurrebbe all’autoritarismo teorizzato da Mesbah-e Yazdi. La richiesta di nuove elezioni, avanzata ora con fermezza dalle opposizioni, serve in realtà ad alzare il costo della normalizzazione della vita civile: forse si punta a un “governo di unità nazionale”, nel quale il potere di Ahmedinejad verrebbe ridimensionato. I principi della repubblica islamica, quelli del 1979, appaiono ben radicati tra gli iraniani e confermati dal fatto che tutti gli schieramenti li condividono: che a Mousavi sia andato anche il voto degli antikhomeinisti irriducibili è poco rilevante, dal momento che essi sono obiettivamente una minoranza. Ma il vero duello è tra la fazione di Khamenei e quella di Rafsanjani-Khatami, che prospettano due differenti configurazioni del sistema mondiale di alleanze. Il prevalere dei “moderati” dipenderà dunque in una qualche misura dalle mosse dell’Occidente, soprattutto del presidente degli Stati Uniti: al quale spetta il difficile compito di comporre le esigenze di riaprire il dialogo con l’Iran con le richieste che gli provengono da Israele, e che a loro volta sono spesso ispirate da istanze estremistiche. Questo appare, a tutt’oggi, il vero rischio.

  10. #30
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Elezioni iraniane: dall’Occidente il solito déjà vu
    di Stefano Di Ludovico - 19/06/2009

    Fonte: movimentozero [scheda fonte]




    Di fronte alle elezioni iraniane, assistiamo al solito déjà vù da parte dell’Occidente: poiché ha vinto Ahmadinejad, ovvero la nostra novella bestia nera, reo soltanto, come già Milosevic e Saddam, di voler portare avanti per il suo paese una politica estera sganciata dagli interessi occidentali, si dà per scontato che le elezioni siano state truccate e che in realtà il vero vincitore sia Moussavi, che ha l’unico merito di essere fautore, evidentemente, di una politica più allineata ed accomodante nei nostri confronti.
    Ovviamente nessuno – i nostri politici come i nostri media, ché basta dare un’occhiata ai circuiti d’informazione mediorentali per una lettura del tutto diversa degli eventi – si è ancora degnato di spiegarci per davvero in cosa sono consistiti questi presunti trucchi, dove e come sarebbero avvenuti gli eventuali brogli e che consistenza hanno avuto, senza contare il fatto che secondo i dati ufficiali Ahmadinejad avrebbe conseguito un vantaggio su Moussavi di oltre il 30%, quindi non si capisce come la scoperta di eventuali brogli potrebbe ribaltare l’esito della consultazione.
    E così, se Ahmadinejad, denunciando le evidenti interferenze occidentali in ciò che sta avvenendo nel suo paese, per le nostre cancellerie - e circo mediatico al seguito - delira e rivela il suo vero volto di dittatore sprezzante dei valori democratici, Moussavi, lamentando le presunte interferenze nello svolgimento delle elezioni di forze ostili alla democrazia, è invece un sant’uomo e la verità non può che stare dalla sua parte. E se centinaia di migliaia di manifestanti scendono in piazza a Teheran in favore di Moussavi, è segno della maturità democratica del popolo iraniano; se altrettanti ne scendono in piazza per Ahmadinejad, è segno che la presa del potere da parte dei mullah è ancora forte: i primi sono il fior fiore della gioventù iraniana con la voglia di Occidente; i secondi vecchi rottami khomeinisti manovrati e prezzolati dal regime.
    E a raccontarci il tutto, qui da noi, sono soprattutto schiere di sedicenti “esuli” che, mobilitati come spesso in queste occasioni dal circo di cui sopra, dai loro esili dorati in Occidente si abbandonano a fantasmagoriche ricostruzioni di ciò che sta accadendo in queste ore in un paese nel quale non mettono piede da decenni.
    Dunque, nulla di nuovo sul fronte occidentale. Sappiamo, del resto, come l’Occidente intende la democrazia, soprattutto quella di “esportazione”: se vincono quelli che la pensano come noi, i nostri amici, in poche parole i nostri lacchè, evviva la democrazia; se vincono quelli che la pensano diversamente, quelli che se ne vogliono andare per la propria strada, quelli che dei nostri “valori” non gliene importa un accidente perché stanno bene coi loro, allora ci sono stati brogli, allora il popolo non è ancora maturo per la democrazia; allora forse è meglio rinviare tutto e mandare un po’ di truppe e cooperanti vari ad educarli e portarli a più miti consigli.
    In Algeria, nel 1991, di fronte alla clamorosa vittoria del Fronte Islamico di Salvezza nelle elezioni parlamentari, l’esercito, spalleggiato dall’Occidente, pensò bene di attuare un colpo di stato a cui seguì una sanguinosissima guerra civile che in sette anni ha fatto circa 150.000 morti. In Egitto, dopo l’inaspettato successo dei Fratelli Musulmani nelle elezioni del 2005, il nostro amico Mubarak ha deciso di sospendere il processo di “democratizzazione” in atto nel paese, annullando le tornate elettorali successive e mettendo fuori legge i movimenti islamisti. Gaza, da quando Hamas ha assunto il controllo della situazione dopo la vittoria elettorale del 2006, è strangolata da un durissimo embargo economico messo in atto dall’Occidente; Occidente che di Hamas non riconosce il legittimo governo riconoscendo invece quello parallelo creato in Cisgiordania da Al Fatah che quelle elezioni aveva perso. E in Turchia, da quarant’anni a questa parte, non si contano i colpi di stato dell’esercito – il custode dei valori “laici” e “occidentali” – ogni qualvolta un partito di ispirazione islamica vince le elezioni e sale del tutto legittimamente al governo. Insomma, visti i precedenti, Ahmadinejad sembra essere solo il prossimo malcapitato di turno: come si è permesso di vincere lui? Come si è permesso di disattendere il verdetto del popolo… pardon, volevamo dire dell’Occidente?

    Auguri, Presidente Ahmadinejad: ne avrà bisogno. E congratulazioni per la vittoria.

    Stefano Di Ludovico

 

 
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