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Discussione: Osservatorio Iran

  1. #11
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Leggere "Lolita" a Teheran? No grazie
    di Carlo Gambescia - 16/06/2009

    Fonte: Carlo Gambescia [scheda fonte]


    L’amico Attilio Mangano si chiede, alla luce di quello che sta accadendo in Iran, se la sinistra sarà in grado di capire che “la domanda da porsi comincia a essere questa, la sinistra del futuro si chiama Lolita a Teheran” ( attilio mangano come discutere della sinistra del futuro senza Lolita a Teheran? : ISintellettualistoria2 ). Nel senso, se abbiamo capito bene, di una chiara scelta di campo in favore di quel diritto alla felicità, difeso da Azar Nafisi in Leggere Lolita a Teheran, e non di discussione, autenticamente liberale, sulla necessità di non imporre mai alle persone, come invece pare avvenire nell’Iran di Ahmadinejad, una certa idea di cosa "debba essere" il bene e la felicità per loro.
    Crediamo, infatti, che il problema sia molto più complesso. E che riguardi il diritto o meno per ogni popolo di scegliere la sua strada, sulla base dei propri valori storici. Fermo restando(ecco il punto), all’interno di una scelta collettiva condivisa democraticamente, il diritto per ogni cittadino di dissentire.
    Il che significa che il futuro della sinistra, non può essere rappresentato dalla difesa di un astratto diritto alla felicità buono per ogni latitudine, sostanzialmente occidentalista, ma dalla difesa dei concreti diritti individuali (di pensiero, parola, voto, eccetera), quando e se minacciati da un visione monolitica di ciò che "debba essere il bene per il popolo”. Dal momento che è giusto che ogni popolo scelga il proprio cammino, ma è altrettanto giusto che siano tutelate le minoranze dissenzienti.
    Insomma, l'occidentalismo come pensiero unico, è una cosa, il liberalismo come tutela del pluralismo di pensiero, un'altra. Mai dimenticarlo.
    Ora, non sappiamo di preciso che cosa stia accadendo in Iran: il velo occidentalista, ben più spesso di quello islamico, che caratterizza l’informazione, impedisce qualsiasi forma di documentazione oggettiva sulla situazione iraniana, ma di una cosa siamo sicuri: se la "battaglia" post-elettorale in corso, come sembra ritenere Mangano, è solo quella tra un astratto diritto alla felicità e il diritto di un popolo a vivere come democraticamente decide, allora crediamo che l’Iran debba essere lasciato libero di scegliere. O, se si preferisce, di sbagliare da solo…
    Per contro, desiderando andare oltre questa scelta secca, si può sostenere che vero punto della questione, non sia quello, come suggerisce Mangano, di sposare una delle due cause (o il diritto dei popolo, o il diritto alla felicità), ma di individuare il "punto critico" dove il diritto di un popolo, facendosi opprimente sconfini nella tirannia e nell’oppressione del singolo.
    Un’opera che di regola viene concretamente affidata e svolta da apposite commissioni Onu di controllo elettorale . Ma si pensi anche al ruolo innovativo che potrebbe giocare una vera internazionale socialista e liberale, capace di porsi, quantomeno moralmente, al di là degli schieramenti, e così svolgere attività di Terzo Garante, come dire, Elettorale. E qui piace ricordare il nome di Lelio Basso, che tanto fece per coniugare, pur combattendo un astratto diritto alla felicità, diritti dei popoli e diritti individuali.
    Ovviamente, anche qui c’è una controindicazione: siamo infatti assolutamente consapevoli che proporre commissioni "neutrali" - già difficilmente proponibili in tempi normali - in un mondo in guerra e diviso blocchi, ( di qua l’Occidente, di là l’Islam) può sembrare molto ingenuo. E lo è.
    Cosa che però non implica il dover essere d’accordo con la scelta puramente occidentalista, racchiusa nell’idea di un astratto diritto alla felicità “a prescindere”, che Mangano sembra considerare la via maestra per la sinistra.
    Concludendo: Leggere Lolita a Teheran? No grazie.

  2. #12
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    L'esito del voto iraniano. Dove nasce il consenso di Ahmadinejad
    di Farian Sabahi - 16/06/2009

    Fonte: L'Unità [scheda fonte]




    Farian Sabahi, iraniana, insegna storia dei Paesi islamici all’università di Torino. Le chiediamo di aiutarci a capire cosa stia accadendo a Teheran.
    La situazione pare in continua evoluzione. Che sbocchi può avere il movimento di protesta secondo lei?
    «Essendo una storica di professione, preferisco non ipotizzare scenari futuri. Una cosa mi pare evidente. L’esito del voto non si spiega solo con i brogli. Mentre la campagna elettorale di Mousavi è durata tre settimane, quella di Ahmadinejad è andata avanti per più di tre anni, durante i quali ha elargito a destra e a manca, incrementando del 50% le pensione e del 30% gli stipendi degli insegnanti. Inoltre 22 milioni di cittadini in più hanno ottenuto l’assistenza sanitaria gratuita. Tutto ciò gli ha guadagnato consensi, anche se ha provocato la crescita di inflazione e disoccupazione. Le proteste sono sincere, ma esiste anche un altro Iran, al di fuori della capitale, che spesso non viene considerato. Ci sono 4 milioni di nomadi la cui scelta elettorale non è un fatto individuale. E quando tu vedi il presidente che si sporca le scarpe di polvere per andare nei villaggi a stringere le mani dei tuoi capi, questo basta a orientare il tuo voto».
    Lasciamo stare il futuro allora. Cosa sta accadendo oggi ai vertici del potere in Iran?
    «Un fenomeno interessante è la frattura avvenuta all’interno del sistema istituzionale della Repubblica islamica. La propaganda di Ahmadinejad ha preso di mira figure di spicco dell’élite politico-religiosa. Le accuse di corruzione hanno messo in serio imbarazzo il candidato riformatore Karroubi, la terza carica dello Stato Rafsanjani, grande sponsor di Mousavi, e altri ancora, senza escludere personaggi vicini alla Guida suprema Khamenei. Si è frantumata la coesione e l’omertà interna all’establishment. Il blocco di forze che fa capo ai Pasdaran è emerso sempre più distinto ed autonomo rispetto agli altri centri di potere».
    Si può allora ipotizzare che Mousavi, nel chiedere l’annullamento delle elezioni, punti soprattutto a stabilire un legame fra il movimento di cui è in questo momento leader e settori importanti dell’élite religiosa? Pur sapendo che il voto non sarà invalidato, cerca di rafforzare le basi dell’opposizione che si candida a guidare nei prossimi anni?
    «Si forse sta appunto pensando alle presidenziali del 2013 e non all’irrealistica ipotesi di ripetere quelle appena svolte. È possibile che, come lei dice, tenti di approfittare della divisioni fra clero e Pasdaran. Ma Mousavi per 20 anni è stato ai margini della politica. Non vediamo in lui un raffinato stratega, un Andreotti iraniano. Lo stesso Khatami, che sta dalla sua parte, viene spesso sopravvalutato. La sua natura di riformatore è discutibile. Lo è forse per gli standard iraniani, così come un conservatore del calibro di Rafsanjani, in contrapposizione ad Ahmadinejad, è stato etichettato come moderato pragmatico».

    di GA.B.

  3. #13
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    FROM KYEV TO TEHRAN", THE NEW REPUBLIC SPIEGA....
    www.napoLibera. eu

    I colori sono i più variopinti, ma lo schema della "rivoluzione" , ossia del
    colpo di Stato ameri.com/unista, è sempre lo stesso, come in Ucraina 6 anni
    fa. Organizzazioni "non"-governative e media controllati dai servizi anglo-
    ameri.com, gridano: "al broglio ! al broglio !", per rovesciare il governo
    liberamente eletto dalla maggioranza ed imporre uno scrutinio truffaldino
    controllato da organismi "super-nazionali" . Così elessero il fantoccio
    Yushenko, un traditore del suo paese figlio di un collabò, nella Seconda
    Guerra, con gli anglo-nazisti che miravano al Caucaso; e marito di una
    finanziera americana appartenente ai circoli più eletti.
    Un burattino che ora sta portando l' Ucraina al fallimento, non fosse per le
    elargizioni, al satellite USAC, della Banca Centrale Europea, tutte a spese
    nostre. Oggi, nei sondaggi per le nuove elezioni presidenziali, che ceramente
    non andranno come allora, Yuschenko è dato al 3 o massimo 4% del voto
    popolare.... In Italia lo schema è quello invece del kombinat mediatico-
    giudiziario, con il necessario contorno militare di Brigate già Rosse,
    oggi "Arancione" come Il Ribollista, a completare il quadro terroristico,
    creando una atmosfera "emergenziale" ....Sapete chi lo rivela ? Due giornali
    USA ! Il primo, "THE WASHINGTON POST", afferma chiaramente in un articolo che
    davvero gli fa onore, che in Iran le elezioni sono state regolari, e che,
    secondo loro controlli, i risultati sono in linea con i sondaggi della stessa
    Amabasciata USA, con Ahmadinejad chew ha circa il doppi dei voti dell'
    antagonista Mussawi...Il secondo è "THE NEW REPUBLIC", che spiega
    compiaciuto come funziona, passo per passo, il meccanismo "rivoluzionario" : la
    firma è di Joshua A.Tucker,pseudonimo che viene generalmente identificato con
    Dick Cheney in persona....Li pubblichiamo entrambi in questo napoLibera
    straordinario dedicato ai fatti più straordinari dai tempi del colpo di Stato
    anglo-USA contro il legittimo governo di Mossadeg, rovesciato da una congiura
    capeggiata dal caposcalo CIA a Tehran, Kermit Roosevelt, nel lontanissimo
    1953, di cui il Vesuvio però ha tuttora vividissimo, traumatico ricordo !
    Perché aveva nazionalizzato il petrolio: allora come adesso. QUESTA E' LA VERA
    COLPA !
    LA SUMMA:
    1) DA "THE WASHINGTON POST": 16 GIUGNO 2009 UNA LEZIONE DI GIORNALISMO AGLI
    ASCARI ITALIANI DELLA CARTA PIOMBATA CAUDATARIA.. ..
    "THE ELECTIONS ARE RIGHT". BY KEN BALLEN AND PATRICK DOHERTY, su cortese
    segnalazione di Gianfranco La Grassa
    2) DA "THE NEW REPUBLIC" 17 GIUGNO 2009: "FROM KYEV TO TEHRAN",
    BY JOSHUA A.TUCKER
    3) EDITORIALE: "ALSO SPRACH AHMADI NEJAD". Il Presidente iraniano accolto da
    Dmitry Medvedev al vertice della Shangai Cooperation, spiega che bisogna
    cambiare la Moneta Unica di riserva...
    by IGOR NETTO (Direttore ISSO*)
    4) EDITORIALE: L' IRAN, E LA VERGOGNA DEI MEDIA AMERI.COM.
    BY ALEX LATTANZIO
    5) EX-LIBERTA' DI STAMPA E SERVILISMO ONTOLOGICO
    Il Caso Venezuela ed Hugo Chavez
    di GENNARO CAROTENTUTO
    6) ALAN GARCIA STERMINA GLI INDIOS NEL PERU' AMAZZONICO
    DI GENNARO CAROTENUTO
    7) GIRAF-FINIS
    DI ANTONINO AMATO
    8) CARNI CRUDE
    Una chiusura "distensiva" , letteralmente: con la sesta puntata del romanzo
    sentimentale di
    SILVIA REA
    www.napoLibera. eu

  4. #14
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    PERCHE' NAPOLIBERA E' AMICA DELL' IRAN

    www.napoLibera. eu

    Ma perché napoLibera è amica dell' Iran ? Molto semplicemente, perchè nL tiene
    prima di tutto all' INTERESSE NAZIONALE. Per chi fa finta di non sapere, l'
    Italia, prima ancora della Germania, è il paese col più grande intescambio nei
    confronti di quel grande paese: pari al 22% di tutta la cosiddetta Unione
    Europea, calcolato in circa 12 miliardi annui di euro. E perdipiù in settori
    ad altissimo valore aggiunto, ingneristica, impiantistica, ricerca energetica.
    Se l' Iran cadesse nelle mani degli anglo-americani, tutti questi settori
    finirebbero nelle mani di HALLIBURTON e bros...proprio come in Iraq. Dove le
    imprese italiane, a seguito della occupazione USAC, SONO STATE TUTTE CACCIATE
    da quel ricco mercato, e neppure adesso, a sei anni dai fatti, l' ENI è
    riuscito a rientrare in possesso degli ex-suoi pozzi petroliferi di Kirkuk.
    Non solo: ma a Finemccanica è stato annullato il contratto AGUSTA-WESTLAND per
    la fornituta di elicotteri, VINTA IN REGOLARE GARA D' APPALTO !
    O forse pure quella "truccata", come le elezioni iraniane, perché non le hanno
    vinte gli scagnozzi degli USAC ?
    Voi ci chiederete: ma allora perchè il TG P 3, e RAI 24, vanno così forte
    contro l' Iran ? Che c' entra: quelli, DI BELLA E MINEO,
    cosiddetti "Direttori", sono spie anglo-americane figli di spie anglo-
    americane che LA MAFIA mise ai posti di comando del giornalismo
    collaborazionista, tramite Lucky Luciano di cui erano parenti, GIA' IN AMERICA
    PRIMA ANCORA DELLO SBARCO ! "Pigghiatevi i picciuotti nuosti, pè ffà i
    gghiurnalisti !", dissero ai generali che condussero le truppe nello sbarco in
    Sicilia. E ancora li sopportiamo: per fortuna si è estinta
    autonomamente la "razza Pintor", che altrimenti.. ...
    E così dicasi per Gianni Riotta, liquidato dal Tg 1, ma salvato da Giulio
    Tremonti per ordine del Capt.Merrill jr: spostato al SOLE-24 ORE della sig.na
    Marcegaglia, della nota famiglia.... che se alza di un millimetro il becco,
    li mandano tutti in galera. Altro che orgette a Palazzo Grazioli !
    Loro difendono l' INTERESSE PERSONALE, come i berlingueriani- manconiani; noi
    che siamo poveri in canna di beni al Sole, è il caso dire, ma condividiamo
    solo quello della INTERA COMUNITA' ITALIANA, perché è l' unica che può dare
    lavoro ai nostri figli diciamo allora: ben vengano i capitali della Libia,
    della Russia e dell' Iran, che gli ameri.com ci invidiano, perché l' unica
    attività che conoscono e praticano, ignorandone ogni altra, E' L' USURA
    FINANZIARIA, e perdipià accollandoci tutti i costi dei loro superprofitti:
    ieri Bushenstein jr., oggi Obama bin zio Tom, gli fanno cani da guardia !
    www.napoLIbera. eu

  5. #15
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    Ahmadinejad: l'ordine internazionale capitalista batte in ritirata. Finita l'era degli imperi
    di Leonardo Coen - 17/06/2009

    Fonte: La Repubblica [scheda fonte]




    Ahmadinej ad in Russia attaccagli Stati Uniti "Finita l'era degli imperi"

    Anche perché è arrivato con 24 ore di ritardo al summit dell`Organizzazione di Cooperazione di Shangai, un gruppo di sei Paesi - l`Iran è ancora un Paese "osservatore"- creatonel 2001 per affrontare e gestire la sicurezza regionale. Ma ad accoglierlo c`era Medvedev in persona.

    Un incontro "blitz" di primo mattino: voluto dal Cremlino per rassicurare il neo rieletto presidente iraniano. Le elezioni iraniane e le proteste contro il loro esito sono «una questione interna», ha spiegato poco dopo Sergej Rjabkov, viceministro degli Esteri, e Mosca non ci vuole mettere il naso, «quello che conta ed è significativo è che il suo primo viaggio all`estero dopo le elezioni lo abbia fatto qui in Russia: questo ci fa sperare nel miglioramento delle relazioni bilaterali».

    Risolto l`empasse diplomatico, e evitato ogni riferimento a ciò che stava accadendo in Iran, Ahmadinejad ha attaccato gli Stati Uniti, prendendo la parola durante i lavori del vertice che erano incentrati sulla necessità di modificare le strutture finanziarie internazionali e sul dollaro,valuta che i sei di Shangaivorrebbero sostituire almeno a livello regionale con unità monetarie convenzionali locali: «L`ordine internazionale capitalista batte in ritirata. E` chiaro che l`era degli imperi è finita e che non tornerà più. L`Iraq è ancora occupato», ha proseguito, «non c`è ordine in Afganistan e la questione palestinese continua a restare irrisolta». Fallimenti della politica Usa, fallimento della moneta Usa: basta con l`onnipresenza del dollaro, salvaguardato da una struttura globale ormai anacronistica: «Nonostante l`emergere di crisi ricorrenti e gravissime, le strutture e i meccanismi politici ed economici esistenti nel mondo sono rimasti intatti. Possiamo ancora credere che tutti i problemi potranno essere risolti con tali meccanismi e strumenti obsoleti?». Certo che no, bisogna operare «inevitabili e indiscutibili cambiamenti radicali».

  6. #16
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Un sondaggio americano aveva previsto la travolgente vittoria di Ahmadinejead
    PRIMO FRONTE - Iran
    Scritto da Ken Ballen e Patrick Doherty
    Lunedì 15 Giugno 2009 209
    Il “pensiero unico” della stampa occidentale incrinato dal Washington Post

    In queste ore, mentre le vie di Tehran sono percorse dal corteo degli sconfitti, la grande stampa occidentale prende e rilancia per buona ed indiscutibile la tesi dei brogli elettorali.
    Il voto del 12 giugno, che abbiamo definito uno schiaffo all’imperialismo, ha fatto male a molti: alla grande borghesia iraniana che si era raccolta attorno a Moussavi, ad Obama ed ai leaders europei, al governo israeliano.
    La sconfitta è stata netta e c’è chi vorrebbe ribaltare il risultato delle elezioni. Oggi lo stesso Ban Ki Moon, giusto per ricordarci da chi prende ordini l’Onu, è sceso in campo per mettere in dubbio la regolarità del voto.
    Non ci riusciranno, il popolo iraniano non consentirà una replica delle “rivoluzioni arancioni” promosse e sostenute dall’imperialismo.

    Ora, quando si parla di brogli si dovrebbero portare anche elementi concreti a sostegno. Cosa che invece non sta avvenendo. Non solo: lo scarto di voti tra Ahmadinejead e Moussavi è stato talmente ampio (oltre 10 milioni di voti) che discutere di ipotetici brogli appare francamente ridicolo.
    In realtà la stampa occidentale, che evidentemente aveva finito per credere alle proprie stesse menzogne, non sa capacitarsi del rovescio subito: “come si sono permessi gli iraniani di contraddire le nostre analisi? Chi credono di essere?”

    C’era però chi la verità la conosceva molto bene. Non che i sondaggi siano il Vangelo. Non che debbano essere presi per oro colato, ma qualcosa in genere sanno dire, perlomeno sulle grandi tendenze.
    Il sondaggio di cui parla l’articolo odierno del Washington Post che pubblichiamo di seguito, evidentemente riservato oltre che finanziato da un’istituzione non propriamente dedita alla beneficienza, ma neppure al sostegno dei nemici della Casa Bianca (la Rockefeller Brothers Fund) dava tre settimane fa numeri corrispondenti all’esito ufficiale uscito dalle urne iraniane.
    Il sondaggio conferma anche altri dati emersi dal voto di venerdì scorso: non solo il voto massiccio ad Ahmadinejead delle classi popolari, ma anche la sua netta vittoria nella forte minoranza azera ed il grande sostegno avuto dai giovani. Dati questi che smentiscono clamorosamente i luoghi comuni diffusi in occidente.
    L’articolo offre poi una chiave di lettura del voto ad Ahmadinejead del tutto discutibile. Ma non è questo che conta, dato che i due autori ragionano dal punto di vista degli interessi americani. Contano invece i numeri nudi e crudi del loro sondaggio elettorale, numeri che coincidono con i dati ufficiali e smentiscono nella sostanza tutti i discorsi della stragrande maggioranza dei media occidentali.
    Anche questo sondaggio, alla faccia della famiglia Rockefeller, sarà stato viziato dai demoniaci brogli di Ahmadinejead?

    la redazione


    Iran, parla il popolo iraniano

    di Ken Ballen e Patrick Doherty
    The Washington Post, 15 giugno 2009

    I risultati elettorali in Iran potrebbero riflettere la volontà del popolo iraniano. Molti esperti stanno sostenendo che il margine di vittoria del presidente in carica, Mahmoud Ahmadinejad, è stato il risultato di frodi o manipolazioni, tuttavia il nostro sondaggio dell’opinione pubblica iraniana a livello nazionale tre settimane prima del voto mostrava Ahmadinejad in testa con un margine di oltre 2 a 1 – superiore a quello con cui apparentemente ha vinto nelle elezioni di tre giorni fa.

    Mentre i servizi giornalistici da Tehran nei giorni che hanno preceduto il voto rappresentavano una opinione pubblica iraniana entusiasta del principale avversario di Ahmadinejad, Mir Hossein Mussavi, il nostro campionamento scientifico in tutte e 30 le province dell’Iran mostrava Ahmadinejad in testa di parecchio.

    I sondaggi nazionali indipendenti e non censurati dell’Iran sono rari. Di solito, i sondaggi pre-elettorali vengono condotti o monitorati dal governo, e sono notoriamente inaffidabili. Invece, il sondaggio realizzato dalla nostra organizzazione no-profit dall’11 al 20 maggio era il terzo di una serie negli ultimi due anni. Condotto per telefono da un Paese confinante, le rilevazioni sul campo sono state eseguite in Farsi da una società di sondaggi il cui lavoro nella regione per conto di ABC News e della BBC ha ricevuto un Emmy Award. Il nostro sondaggio è stato finanziato dal Rockefeller Brothers Fund.

    L’ampiezza del sostegno per Ahmadinejad era evidente nel nostro sondaggio pre-elettorale. Nel corso della campagna elettorale, ad esempio, Mussavi ha sottolineato la sua identità di azero, il secondo gruppo etnico in Iran dopo quello dei persiani, per cercare di accattivarsi gli elettori azeri. Il nostro sondaggio indica, tuttavia, che gli azeri preferivano Ahmadinejad a Mussavi nel rapporto di due contro uno.

    Gran parte dei commenti hanno rappresentato i giovani iraniani e Internet come precursori del cambiamento in queste elezioni. Ma il nostro sondaggio ha scoperto che solo un terzo degli iraniani hanno accesso a Internet, mentre, di tutti i gruppi di età, quello dei giovani fra i 18 e i 24 anni comprendeva il blocco di voti più forte a favore di Ahmadinejad.

    Gli unici gruppi demografici nei quali Mussavi era in testa o competitivo rispetto ad Ahmadinejad, secondo i risultati del nostro sondaggio, erano gli studenti universitari e i laureati, e gli iraniani con la fascia di reddito più alta. Quando è stato realizzato il nostro sondaggio, inoltre quasi un terzo degli iraniani erano ancora indecisi. Tuttavia, le distribuzioni di riferimento che abbiamo trovato allora rispecchiano i risultati riferiti dalle autorità iraniane, il che indica la possibilità che il voto non sia il prodotto di frodi diffuse.

    Alcuni potrebbero argomentare che il sostegno dichiarato per Ahmadinejad da noi rilevato riflettesse semplicemente la riluttanza degli intervistati impauriti a fornire risposte oneste ai rilevatori. Tuttavia, l’integrità dei nostri risultati è confermata dalle risposte politicamente rischiose che gli iraniani erano risposti a dare a un sacco di domande. Ad esempio, quasi quattro iraniani su cinque – compresa la maggioranza dei sostenitori di Ahmadinejad – hanno detto di voler cambiare il sistema politico per avere il diritto di eleggere la Guida Suprema, che attualmente non è soggetta al voto popolare. Analogamente, gli iraniani hanno definito libere elezioni e una libera stampa come le loro priorità più importanti per il governo, praticamente alla pari con il miglioramento dell’economia nazionale. Non propriamente risposte "politically correct" da esprimere pubblicamente in una società generalmente autoritaria.

    Anzi, e coerentemente in tutti e tre i nostri sondaggi nel corso degli ultimi due anni, più del 70 % degli iraniani si sono detti favorevoli a dare pieno accesso agli ispettori sugli armamenti, e a garantire che l’Iran non sviluppi o possieda armi nucleari, in cambio di aiuti e investimenti esterni.
    E il 77 % degli iraniani era favorevole a rapporti normali e commercio con gli Stati Uniti, un altro dato in accordo con i nostri risultati precedenti.

    Gli iraniani considerano il loro sostegno a un sistema più democratico, con rapporti normali con gli Stati Uniti, in armonia con il loro appoggio ad Ahmadinejad. Non vogliono che lui continui con le sue politiche intransigenti. Invece, gli iraniani apparentemente considerano Ahmadinejad il loro negoziatore più tosto, la persona meglio posizionata per portare a casa un accordo favorevole – una sorta di Nixon persiano che va in Cina.

    Le accuse di frodi e manipolazioni elettorali serviranno a isolare ulteriormente l’Iran, e probabilmente ne aumenteranno la belligeranza e l’intransigenza nei confronti del mondo esterno. Prima che altri Paesi, compresi gli Stati Uniti, saltino alla conclusione che le elezioni presidenziali iraniane sono state fraudolente, con le conseguenze serie che accuse di questo tipo potrebbero portare, essi dovrebbero valutare tutte le informazioni indipendenti. Potrebbe darsi semplicemente che la rielezione del presidente Ahmadinejad sia quello che voleva il popolo iraniano.


    Ken Ballen è presidente di Terror Free Tomorrow: The Center for Public Opinion, un istituto senza fini di lucro che si occupa di ricerche sugli atteggiamenti nei confronti dell’estremismo. Patrick Doherty è vice direttore dell’American Strategy Program presso la New America Foundation. Il sondaggio condotto dai due gruppi dall’11 al 20 maggio si basa su 1.001 interviste in tutto l’Iran, e ha un margine di errore di 3,1 punti percentuali.


    (Traduzione di Ornella Sangiovanni – Osservatorio Iraq))

  7. #17
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    IRAN: TURCHIA; ERDOGAN SI CONGRATULA CON AHMADINEJAD
    >
    > (ANSA) - ANKARA, 18 GIU - Nonostante le
    > pressioni interne e
    > internazionali per una verifica della regolarita' del voto
    >
    > presidenziale in Iran, il premier turco Tayyip Erdogan si
    > e'
    > gia' congratulato con Mahmoud Ahmadinejad per la sua
    > vittoria
    > elettorale. Lo riferisce il quotidiano economico Referans.
    > Secondo il giornale, il governo di Ankara
    > aveva scommesso
    > sulla vittoria del leader conservatore, con cui le
    > relazioni
    > diplomatiche in questi anni sono state molto intense.
    > Inoltre,
    > gli esperti turchi non crederebbero che l'accertamento di
    > eventuali irregolarita' potra' cambiare l'esito del voto.
    > (ANSA).

  8. #18
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    BRZEZINSKI DIETRO LE RIVOLTE IN IRAN ?

    DI PAOLO FAIS
    controventopg.splinder.com

    Dalle urne un verdetto che pare inaccettabile per l’alta finanza.

    Il recente viaggio di Obama in Medio Oriente, culminato nel discorso in Egitto, mostrato da tutti i media del pianeta come un gesto di apertura al mondo musulmano, all’insegna della discontinuità con l’Amministrazione George W. Bush, ha colto nel segno. Il tentativo di fomentare indirettamente le opposizioni tanto minoritarie quanto storiche negli Stati maggiormente non allineati alla politica atlantica (su tutti l’Iran degli Ayatollah) pare essere riuscito: la destabilizzazione libanese col recente scossone che ha consentito alla enorme coalizione filo occidentale di sconfiggere le forze di Hizbollah, ha fatto da preludio alla destabilizzazione stavolta soltanto verbale e “morale” del voto in Iran, poco dopo un attentato molto strano avvenuto pochi giorni or sono nel nord del Paese mediorientale, per cui sono stati già condannati a morte tre sedicenti membri di una cellula fondamentalista sunnita.

    Un’operazione mediatica abile e manipolante ha inculcato nelle teste dell’opinione pubblica di quasi tutto il Pianeta che Ahmadinejad, legittimo presidente della Repubblica Islamica, fosse in netto calo e che l’affluenza di moltissimi giovani alle urne avrebbe quasi certamente garantito la vittoria almeno al secondo turno al riformista e moderato Mussavi. Chiaramente tutto ciò si è rivelato falso, tanto che, stante la grande affluenza, nessun sondaggio né alcuna proiezione a spoglio iniziato, hanno lontanamente confermato i proclami deliranti dello sfidante filo occidentale, che a due ore dalla chiusura del voto, si è persino dichiarato vincitore.

    Nel 2007 un tuonante Zbigniew Brzezinski, storico stratega della geopolitica statunitense, asseriva, durante un'audizione della Commissione Difesa del Senato degli Stati Uniti d'America, che era evidente “il fallimento [del governo] iracheno nell'adempiere ai requisiti [posti dall'amministrazione di Washington], cui faranno seguito le accuse all'Iran di essere responsabile del fallimento, indi, mediante qualche provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti attribuito all'Iran, [il tutto] culminante in un'azione militare 'difensiva' degli Stati Uniti contro l'Iran”, lasciando esterrefatti un buon numero di addetti ai lavori. Di fatto, veniva legittimata all’interno dell’Amministrazione d’oltre oceano, l’idea di poter “orchestrare” un attentato a proprio vantaggio, manipolandone gli effetti in termini di opinione pubblica, costruendo dal nulla un fertile terreno di liceità per un eventuale attacco. Non è una novità nemmeno l’osservazione dello stesso Brzezinski a proposito del caso riguardante il falso dossier inglese usato per mostrare l’esistenza di un armamento anticonvenzionale nell’Irak di Saddam Hussein, che mise nei guai di un vero e proprio scandalo la coppia Bush/Blair. Egli affermò che “al Presidente venivano attribuite preoccupazioni per il fatto che avrebbero potuto non esserci in Iraq armi di distruzioni di massa, che si sarebbero dovute mettere in piedi altre basi per sostenere l'azione bellica” sostenendo implicitamente che la pratica di costruire “teoremi ad hoc” non era certo inedita.

    Brzezinski, Soros e Roathyn, ovvero gli agenti primari della geo-economia e della finanza mondiale, tra i principali sponsorizzatori della campagna che ha portato Obama al risultato "storico" e alla elezione alla prima carica degli Stati Uniti, da decenni muovono le fila dello scacchiere geopolitico. Dopo aver fondato Al Qaeda in funzione antisovietica, dopo aver finanziato il terrorismo degli indipendentisti ceceni in funzione anti Putin, dopo aver organizzato, assieme ai suoi sodali, tra cui ben 4 figli tutti impiegati nell'establishment della Nato e dell'intelligence yankee, le rivoluzioni "democratiche e arancioni" in Ucraina e in Georgia, il polacco Brzezinski, punterebbe dritto verso l'obiettivo finale: la distruzione della Repubblica Islamica e la conquista dell'Iran.

    Il suo libro "La grande scacchiera", scritto nel 1996, sembrava ai più un delirante saggio di politica internazionale, piuttosto fantasioso nonchè cinico e spietatamente in grado di delineare un globo sempre più americanocentrico, indicando nel cordone eurasiatico i punti centrali in materia strategica ed energetica per la sopravvivenza del Capitalismo e dei suoi paesi-modello. Invece, pian piano, in pochi anni il quadro si è rivelato quanto mai reale tanto da mettere un certo spavento, per la geometrica perfezione con cui si è concretizzato. Oggi in Iran le manifestazioni dell'opposizione nettamente sconfitta, ed il quadro neo-golpista che ne potrebbe emergere, saranno da soppesare con la dovuta cautela: Ahmadinejad ha già lanciato pesanti e lecite accuse contro la vergognosa disinformazione che l'Occidente ha portato avanti, paventando inesistenti brogli da due mesi e annunciando un vantaggio dell'opposizione nei sondaggi che nei fatti non ha mai trovato alcuna minima conferma.

    Le delegazioni dei giornalisti olandesi e di quelli spagnoli son state espulse dal Paese, e le manifestazioni sono state nei fatti vietate. E' incredibile come, malgrado il risultato non lasci dubbi e sia nettamente a favore del presidente iraniano (andato ben oltre il 60% dei consensi), l'opinione mondiale sia ancora critica e nutra dubbi: mai visto per dire tanto fervore per elezioni in Paesi assolutamente non democratici come Arabia Saudita o Egitto, che però hanno il "pregio" di essere Stati "amici" nei confronti degli Stati Uniti d'America. Basterebbe pensare che mentre, anche dall'Italia piovono critiche contro il governo di Tehran, qui da noi, a Roma, andava in scena un patetico siparietto di strisciante accoglienza nei confronti di Gheddafi, un personaggio che non ha mai rappresentato sicuramente un "democratico esempio" di leadership politica, ma che negli ultimi anni si è progressivamente e palesemente aperto all'Occidente e alla sua "libera economia".

    Siamo alle solite: due pesi e due misure. E mentre Ahmadinejad paventa ai mezzi di informazione la presenza di "forze esterne" che stanno fomentando un clima irreale di tensione, la Guida Suprema Ayatollah Alì Khamenei ha assicurato che partirà un'inchiesta per approfondire la questione dei presunti brogli elettorali. Brogli sempre più fantomaticamente sbandierati da un leader riformista fermo al 32% dei consensi, e mai dato in vantaggio da alcun organo o istituto mediatico in alcun dato parziale durante lo spoglio, ad eccezione di sè stesso, autoproclamandosi vincitore a due ore dalla chiusura delle urne, in pieno svolgimento delle operazioni elettorali. Un'arroganza e una presunzione che suonano sospette: chi e cosa si cela dietro l'opposizione filo occidentale di Mussavi?

    Andrea Fais
    Fonte: www.controventopg.splinder.com
    Link: Brzezinski dietro le rivolte in Iran? | www.controventopg.splinder.com
    15.06.2009

  9. #19
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    TEHRAN TURMOIL

    DI AMIR AHMADI

    Quanti elementi di dissonanza nelle recenti diatribe pro-Mousavi.

    Prima, banale considerazione: Tehran non è l'Iran. Questo Ahmadinejad l'aveva capito benissimo, e ci ha giustamente puntato. I milioni di elettori sparsi per il paese non si identificano con la quota di ventenni nati dopo la rivoluzione e cresciuti tra pasdaran di giorno ed MTV la notte, e le cifre parlano chiaro. L'unico che sembra non averlo ancora capito è proprio Mousavi.

    Secondo: che il "moderato" Mousavi abbia iniziato a proclamare vittoria a scrutinio in corso aveva già di sé del ridicolo; che denunci brogli dopo essere stato travolto è grottesco. Potrei capire la rabbia di chi viene superato con poco scarto, ma se il tuo avversario prende il doppio dei tuoi voti, recita un mea culpa e tornatene a scaldare il té, non a fomentare rivolte, irresponsabile. Leggo che si sarebbe dichiarato "pronto ad un nuovo confronto"; ma perché mai, di grazia, il trionfatore "nemico" dovrebbe prestarcisi, con questi numeri? Alla faccia del pragmatico moderato; questo è proprio un fesso.



    Terzo: da dove salta fuori tutta quest'aura di "riformismo" in capo a Mousavi? Per chi non lo sapesse, costui è già stato per 8 anni capo di stato all'epoca di Khomeini. Ce lo vedo poco, ora che è pure più anziano, a fare la parte del liberatore.

    Quarto: non prendiamoci in giro, se vogliamo criticare il sistema elettorale in Iran non basta appellarsi al riconteggio dei voti a "frittata fatta". Prima di arrivare al voto di venerdì, il consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, potentissimo organo statale, aveva già rasoiato le candidature di altri 400 soggetti circa. Il che implica due ulteriori ipotesi:
    A-che Mousavi sia un ipocrita ad accettare il "sistema" finché funziona per lui, e poi a vaneggiare di "colpi di stato" una volta sconfitto dal referendum;
    B-che se anche Mousavi avesse vinto, non avrebbe cambiato di una virgola l'attuale conformazione del potere in Iran. Proprio perché sarebbe stata un'elezione figlia di uno scrutinio a monte.

    Quinto, ancora sui numeri del referendum e la presunta "sorpresa" di quelli coi lacrimoni della Vannuccini di Repubblica e paccottiglia varia: alla stessa vigilia del voto, nessuno avrebbe scommesso un rial sulla sconfitta di Ahmadinejad. Anzi, la sorpresa è stata quella di vedere un voto a favore inferiore alle aspettative! La stessa CIA dava una proiezione nell'ordine di un semplice 14 per cento a favore di Mousavi. Anche solo statisticamente, aggiungerei, non risulta esserci mai stato un caso di capo di stato che, in Iran, abbia fallito la riconferma del mandato dopo i primi quattro anni.

    Ora, stante la certezza dei numeri e l'infondatezza delle accuse dei delusi sostenitori di Mousavi, proviamo a dipingere scenari e ad interpretare i fatti odierni alla luce dei molteplici interessi in gioco:

    Dalla parte di Khamenei, ovvero del potere che conta in Iran.
    Il paese era, l'abbiamo visto tutti, sotto i riflettori di ogni tv straniera. E' molto probabile che, dopo il sermone di Obama al Cairo e le elezioni in Libano (che hanno visto la sconfitta di Hezbollah), il referendum iraniano fosse visto come l'opportunità di voltare pagina in tutto il medio-oriente in pochi mesi. E' verosimile immaginare che la "caduta" di Ahmadinejad fosse un sogno proibito più extra-iraniano che altro.
    La conferma dell'ex sindaco di Tehran invece lancia un messaggio molto chiaro: i programmi non cambiano di una virgola, ed ora che sappiamo chi sarà il nostro portavoce per altri 4 anni, sarà lui a valutare le "aperture" (finora solo verbali) degli Stati Uniti. E sappiate (ma lo sapete già) che il tipo è tosto, per usare un eufemismo.

    Dalla parte dell'asse USA- Israele: l'accennato discorso di Obama ha avuto la prevedibile ondata emotiva che ha fatto riguadagnare consenso all'amministrazione statunitense, ma una lettura più attenta del discorso tradisce le intenzioni del giovane presidente. Limitandomi questa volta al perno iraniano, ritengo sia stato riduttivo, per non dire offensivo, parlare del paese unicamente in termini di sviluppo nucleare. Questa parte non è passata inascoltata dagli iraniani, dalle alte alle basse sfere, ed ha rinforzato la posizione di Ahmadinejad come unico uomo forte in grado di reggere il confronto sul tema e guadagnare la tecnologia nucleare (cui neanche i sostenitori di Mousavi si sognano di rinunciare, sia chiaro).

    Dalla parte degli ahimé stereotipati osservatori che "tifano per la libertà dei popoli" e si sorbettano le quotidiane corbellerie ora dei delinquenti esuli iraniani in esilio, ora dei cosiddetti "giornalisti" che invece di fare i reporter nella maggior parte dei casi fanno gli opinionisti dall'ufficio:
    appoggiare la rivolta in nome della libertà e del progresso di una nazione quando invece un cambio di regime lo farebbe ripiombare trent'anni indietro è irresponsabile e criminale.
    schierarsi a favore di un candidato di fatto sconosciuto ai più e che ha ottenuto un quarto delle preferenze è semplicemente stupido. Senza offesa.

    Vorrei anche sapere, dai facinorosi protestanti che addirittura partecipano a cortei di fronte alle ambasciate, come mai l'ipotesi di un broglio in un paese orientale è un "segno di dittatura", mentre in occidente è un semplice "errore della democrazia"?
    Dov'erano tutti questi scandalizzati, quando l'impunito Bush rubò le elezioni nel 2000 e nel 2004?

    I cori di proteste che arrivano dai giovani impiastri non sortiranno altro effetto se non quello di isolare ulteriormente l'Iran. Tutti si riempiono la bocca di parole come libertà e giustizia, ma è al solito ritmo dei tamburi belligeranti, mai sopiti in sottofondo, che vanno giorno dopo giorno a segnare il destino di coloro dalla cui parte pretenderebbero di stare.

    Amir Ahmadi
    16.06.2009

  10. #20
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    L'INVASIONE DELLE BALLE GIGANTI

    DI GIANLUCA FREDA
    Blogghete!

    Ora che gli artigli economici e militari del drago americano si sono spezzati sulla crisi del dollaro e sulle guerre senza via d’uscita in Medio Oriente, tocca ai valletti adibiti alle pubbliche relazioni fare le veci del grande mostro indisposto, sciorinando il meglio delle proprie baggianate in sua difesa e attendendo con fiducia l’esito della convalescenza.

    Prendiamo ad esempio le elezioni in Libano. I media occidentali hanno fatto un ottimo lavoro nel presentarle come “un chiaro rifiuto del programma di coalizione di Hezbollah” (come scrive Thomas Friedman sul New York Times). La realtà è un po’ diversa.

    Intanto, quando si parla di elezioni in Libano bisognerebbe tener presente che la distribuzione dei seggi nel Parlamento libanese è stabilita da un accordo del 1989, che assegna ad ogni gruppo religioso un certo numero di rappresentanti secondo criteri che non hanno nulla a che fare con la rilevanza numerica nazionale del gruppo in questione. Ad esempio sciiti e sunniti hanno rispettivamente 873.000 e 842.000 elettori registrati e ad entrambi i gruppi spettano un massimo di 27 seggi. I cristiano-maroniti e i drusi hanno rispettivamente 697.000 e 186.000 elettori, ma a loro spettano rispettivamente un massimo di 34 e 8 seggi. Come si vede l’elezione di un rappresentante in Parlamento ha ben poco a che vedere con la rilevanza numerica dei votanti. A ciò si aggiunga che in questa tornata elettorale più di 120.000 espatriati libanesi sono stati pagati dal gruppo di Hariri (il neoeletto capo del governo, filooccidentale, figlio dell’ex primo ministro Rafik Hariri assassinato nel 2005) per tornare in patria a votare, e oltre tre quarti di essi hanno votato per Hariri. Ma tutto questo impegno ha dato risultati limitati. L’opposizione guidata da Hezbollah ha ricevuto la preferenza del 55 per cento degli elettori (840.000 voti) ma solo il 45 per cento dei seggi. La coalizione di governo ha avuto la preferenza del 45 per cento degli elettori (692.000 voti) e il 55 per cento dei seggi. Nella scorsa legislatura Hezbollah e i suoi compagni di coalizione avevano 58 seggi contro i 70 della coalizione di governo. Ora ne hanno 57 contro 71, ma si tenga presente che tre di questi 71 seggi erano stati ottenuti dai candidati indipendenti che hanno deciso di allearsi con la maggioranza solo dopo le elezioni. Clamoroso poi il fatto che il generale Michel Aoun, alleato con Hezbollah, abbia ricevuto il 52 % del voto cristiano, ma un numero di seggi inferiore a quello dei suoi avversari cristiani.

    Insomma, l’effetto “rifiuto di Hezbollah” esiste solo nella vanvera dei media occidentali e nella propaganda di coloro che ne dettano le veline. La realtà è che la coalizione di Hezbollah gode della preferenza della maggioranza degli elettori libanesi ed è solo la perversa alchimia elettorale ad impedirle di divenire maggioranza parlamentare. La situazione del paese è in stallo, rispetto alla legislatura precedente, ma la grande vittoria della coalizione filooccidentale esiste solo nel mondo di pura fantasia in cui gli strateghi del rimbecillimento mediatico rinchiudono i loro lettori quando scoprono che i piani dei dominanti sono andati, parzialmente o totalmente, in vacca.

    Altro esempio tipico sono le elezioni presidenziali in Iran, che presentavano all’opinione pubblica la scelta tra un quisling israelo-americano come Moussawi e il presidente uscente Ahmadinejad. Ovviamente Ahmadinejad ha stravinto: solo un popolo di deficienti completi avrebbe potuto votare per un individuo che avrebbe svenduto il paese agli interessi stranieri. Non esiste al mondo un popolo così imbecille, forse neanche in Italia. Perfino nel nostro paese, fiore all’occhiello dell’analfabetismo letterario e politico teleindotto, la coalizione più prona agli interessi USraeliani (il centrosinistra) viene sistematicamente boicottata dagli elettori da ormai 15 anni ed è costretta, per sopravvivere, ad additare Berlusconi come minaccia permanente. Senza Berlusconi il centrosinistra cesserebbe di esistere. Se neanche gli italiani sono così fessi da dare la maggioranza ad un maggiordomo delle potenze straniere, figuriamoci gli iraniani. Moussawi, come tutti i fantocci USraeliani, si è mostrato così carico di arrogante sicumera da dichiarare la propria vittoria prima ancora che fossero chiuse le urne, in un paese in cui le rilevazioni demoscopiche non sono certo così capillari come da noi. Così si è tradito, e non appena sono apparse le prime proiezioni che davano ad Ahmadinejad la vittoria schiacciante non gli è rimasto altro da fare che chiamare a raccolta i suoi quattro gatti (foraggiati da USA e giudei) perché facessero quanto più casino possibile. Solitamente a me non piace la repressione dei movimenti di piazza, quale che sia il potere da cui viene disposta. In questo caso farò un’eccezione: considerato il livello della posta in gioco, spero che questi traditori del loro paese, questi venduti al nemico, vengano zittiti con la massima durezza possibile, in modo tale da far arrivare a burattini e burattinai il chiaro messaggio: abbiamo capito il trucco, i vostri giochetti sono finiti. Naturalmente i media occidentali fanno da cassa di risonanza alla tesi dei brogli elettorali, rivelando impudicamente il proprio servilismo. Come sempre, tra la stampa sguattera, si è distinta per dedizione e comicità la nostra Repubblica, la cui inviata, Vanna Vannuccini, dopo aver richiesto un paio di scalmanati della loro opinione, ha sposato in toto e senza dubbi la tesi dei brogli, colorandola di folklore locale: fanciulle iraniche in lacrime, vecchi pietosi che le offrono protezione contro gli “sgherri in motocicletta” invece di abbandonarla serenamente alle manganellate sulla crapa, come avrei fatto io, onesti cittadini ricolmi di sdegno per la mancata corrispondenza delle panzane di Repubblica con il mondo reale. Chissà dov’era la Vannuccini quando Bush truccava le elezioni americane del 2000 e 2004 e in Italia, nel 2006, le elezioni politiche venivano manipolate attraverso il voto elettronico? Probabilmente era nella sua stanzetta d’hotel, a ripetere il mantra del giornalista-lavapiatti: “I brogli li fanno solo le dittature antioccidentali; qui da noi ci sono al massimo democrazie che sbagliano”.

    Sempre Repubblica si è resa protagonista, nelle scorse settimane, del più clamoroso attacco diffamatorio verso un politico “ribelle” ai diktat israelo-americani che mai si sia visto a queste latitudini. Sto parlando ovviamente dell’affaire Lario-Noemi-Berlusconi con il quale il giornalaccio di De Benedetti ha toccato davvero il fondo della sua non certo limpida carriera al servizio del potere coloniale che ci domina da ormai quasi 65 anni. Le bordate di letame, mai sparate prima con simile intensità, sono iniziate quando Berlusconi ha dato chiaro segnale di voler creare un asse con la Libia (da cui importiamo il 25% del nostro petrolio e circa il 10% del gas) e la Russia di Putin (favorendo accordi energetici tra Eni e Gazprom). Si sa che io non amo Berlusconi, ma tutto ciò avrebbe garantito all’Italia una certa indipendenza energetica. Un’indpendenza che il potere coloniale americano non può consentire, tanto più che tali accordi vanno a scapito del famoso gasdotto Nabucco, che avrebbe dato agli americani il controllo energetico dell’Europa bypassando Russia e Ucraina. Dopo il discorso di Gheddafi (un capo di Stato di gigantesca statura politica a confronto dei nostri sguatteri) a Palazzo Giustiniani, Berlusconi è stato convocato d’urgenza dal “preside”. Traggo dal sito Blitz quotidiano: Cronaca, Politica, Sport, Gossip :

    A Washington non hanno gradito, ma soprattutto non hanno, letteralmente, capito. Quando al Dipartimento di Stato e alla Casa Bianca hanno letto il testo delle dichiarazioni di Gheddafi, il commento, non ufficiale ma unanime è stato «Incredibile», “Pazzesco”. Non tanto e non solo il fatto che il leader libico abbia equiparato Reagan a Bin Laden, abbia spiegato che la democrazia è solo quella libica, abbia ironizzato sui diritti umani. Ciò che ha stupito fino all’incredulità l’amministrazione americana è che l’Italia si sia prestata con somma disponibilità e nessuna cautela a far da palcoscenico allo show del Colonnello. Nelle sedi istituzionali e politiche e perfino all’Università di Roma La Sapienza, con quel rettore, Luigi Frati, che null’altro ha trovato da dire e comunicare che la sua ammirazione per le amazzoni, mitigata solo dal fatto che “mia moglie è in sala”.

    Ma se questo appartiene al folklore civile e culturale italico e quindi poco importa agli Usa, la scelta di far da platea e claque a Gheddafi ha indotto Obama ad una decisione netta: chiederà conto a Berlusconi, chiederà in un faccia a faccia diretto al premier italiano a che gioco gioca l’Italia in campo internazionale. Ecco l’elenco delle domande che Obama ha pronte per Berlusconi quando si vedranno lunedì 15 a Washington.

    Prima: che senso ha la ripetuta affermazione di voler “mediare” tra Usa e Russia? E poi anche tra Usa e Iran? È una ricerca di protagonismo o l’affermazione di una posizione equidistante? E, se è così, quale equidistanza?

    Seconda: che peso va data all’affermazione di Berlusconi di non volere una società multietnica? In Italia questa frase non ha fatto molto rumore, ma in tutti i paesi dell’Occidente è di fatto impronunciabile da un capo di governo. Gli Usa devono archiviarla come voce dal sen fuggita o prenderne atto come linea effettiva di governo?

    Terza: che peso va dato all’affermazione di Berlusconi di essere il leader più esperto del G8?

    Quarta: le assicurazioni date da Gheddafi sui rifornimenti energetici all’Italia e i complimenti del leader libico, «fortunati voi italiani ad esser governati da Berlusconi, con la sinistra le imprese italiane farebbero meno affari in Libia», valevano la rinuncia ad esercitare qualunque accordo preventivo sulle dichiarazioni di Gheddafi in Italia? Contrariamente a quanto accade in diplomazia, Gheddafi ha avuto licenza di dire quel che voleva come voleva senza avvertire prima gli italiani, oppure gli italiani sapevano ed hanno acconsentito?

    Quinta: dopo le elezioni in Afghanistan l’Italia ritirerà le truppe mandate di rinforzo?

    Sesta: in che misura l’Italia appoggia davvero la politica ambientale di Obama?

    Settima, ultima e riassuntiva domanda: «Dear Silvio, a che gioco giochi con l’amico Putin, il figliol prodigo Gheddafi e, soprattutto, ci fai o ci sei quando ti atteggi a fratello maggiore di Obama?».

    Appuntamento nello Studio Ovale, tra le 16 e le 17 del 15 giugno, con la richiesta ferma e già fatta pervenire che le risposte non siano sorrisi e abbracci ma impegni e chiarimenti.

    Come si vede si tratta di un vero e proprio terzo grado, un autodafé con cui si chiede a colui che – nel bene e nel male – è nostro primo ministro di rinnovare il giuramento di servitù verso i padroni d’oltreoceano. Gli americani, di fronte ai tentativi di svolta autonomistica berlusconiani, sono rimasti davvero di sasso. Come si dice: finché ti morde un lupo, pazienza, quello che fa veramente male è quando ti morde una pecora. Obama è stato morso dalla pecora italiana, dallo staterello più prono e ubbidiente fra tutti i suoi possedimenti d’oltremare e questo grida vendetta. Per Berlusconi, il morsicatore, rischia di finire veramente male, come anticipato dall’avvertimento odierno, in stile paramafioso, di D’Alema: il quale ha invitato l’opposizione a “tenersi pronta per eventuali scosse”. Quali possano essere queste scosse, con Berlusconi convocato per domani pomeriggio dinanzi all’alta e risentita presenza di Sua Maestà Obama I, non è difficile immaginarlo. Riuscirà Berlusconi a salvarsi sfoderando l’inchino delle feste? Tergiverserà e prenderà tempo raccontando barzellette idiote, come è sua specialità? Basterà tutto ciò a placare la furia di Obama e dei suoi manovratori industrial-finanziari? Lo sapremo tra pochi giorni. Il balletto delle italiche fantesche, croce e tormento degli ultimi 15 anni di vita politica nazionale, sembra prossimo ad una svolta decisiva.

    Gianluca Freda
    Fonte: Gianluca Freda BLOGGHETE !!!
    Link: Gianluca Freda BLOGGHETE!!
    14.06.2009

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    DIETROLOGIA IRANICA PER PRINCIPIANTI
    postato da Gianluca Freda (15/06/2009)

    Il mio articolo di ieri ha sollevato alcune critiche, soprattutto nella parte riguardante la situazione postelettorale in Iran. Le critiche sono di tre tipi:

    1) Ho affermato che Mousawi, lo sfidante di Ahmadinejad che ha perso con disonore le elezioni presidenziali, è un quisling americano; in realtà, mi fanno notare, egli è stato primo ministro per ben 8 anni ai tempi di Khomeini;

    2) Ho affermato che i sostenitori di Mousawi, che stanno facendo di tutto per svendere il loro paese agli interessi israelo-americani, sono “quattro gatti”. In realtà sarebbero un sacco di gente (e vai con le foto delle folle oceaniche in via Azadi);

    3) Ho affermato che i capi politici e religiosi dell'Iran - sempre che le rivalità reciproche in cui sono da tempo impelagati non prevalgano sull’interesse nazionale - dovrebbero stroncare senza pietà e con tutti i mezzi a disposizione le manifestazioni pro-Mousawi. Tale mia speranza renderebbe impossibile pensare ad Ahmadinejad e ai suoi sostenitori come ai profeti di un mondo migliore.

    Riguardo la prima obiezione, confesso di averla girata e rigirata da ogni lato ma di non averla capita. E già, Mousawi è stato primo ministro per 8 anni sotto Khomeini. E quindi? In che modo ciò gli impedirebbe di essere un fantoccio manovrato da zampe USraeliane? Immagino che nella fervida fantasia di chi muove quest’obiezione un tale possa dirsi manovrato dagli Stati Uniti solo se ha la barba a pizzetto e la tuba a stelle e strisce come lo Zio Sam e solo se ingurgita cheeseburger a pranzo e cena. Anche se vive in una Repubblica Islamica e deve guadagnarsi il favore di folle islamiche. A chi muove quest’obiezione non posso che offrire la mia disponibilità a prestargli, quando lo desidera, la mia lunga scala da potatura che lo aiuti a scendere dal pero.

    Riguardo l’obiezione numero due, devo effettivamente correggermi. I sostenitori di Mousawi non sono semplicemente “quattro gatti”: sono quattro gatti ben finanziati e istruiti da chi tenta di utilizzarli per garantirsi un maggior controllo sulla politica interna del paese, nonché ottimamente sostenuti e pubblicizzati dall’intera stampa filoamericana internazionale. Solo uno scemo potrebbe pensare che una manifestazione di protesta possa tenersi nel centro di Teheran, contro le disposizioni del governo, in una congiuntura così delicata, senza essere appropriatamente sostenuta, favorita e logisticamente diretta da un apparato di potere di qualche rilevanza. Per gestire una simile manifestazione occorre garantire che i trasporti funzionino, che le comunicazioni siano efficaci, che i leader dell’adunata siano ben protetti e ciascuno al proprio posto, che i poliziotti entro certi limiti lascino fare e che la stampa internazionale assicuri una copertura tale da scongiurare un’azione di forza opportunamente drastica. In questo senso Repubblica, giornale-maggiordomo dei nostri colonizzatori, ha svolto un lavoro eccellente, riferendo senza esitazione dei “milioni di persone” in piazza a Teheran (immagino non si tratti di dati della questura), delle terribili e antidemocratiche manganellate buscate dai facinorosi (come se ci si potesse difendere dall’ingerenza di potenze straniere nella politica nazionale con le orazioni francescane) e supportando senza esitazione la tesi dei brogli elettorali basandosi sulla pura parola d’onore di Mousawi. Chi crede che le manifestazioni di protesta di questo tipo sorgano “spontaneamente” dall’anima del popolo ha urgente bisogno di darsi una ripassata alla fenomenologia delle “rivoluzioni colorate” dell’est europeo. Anche la mia scala dai molti pioli potrebbe essergli utile.

    Infine la terza obiezione: manganellare e prendere a calcioni nelle palle un branco di decerebrati traditori del proprio paese non contribuirebbe all’edificazione di un mondo di pace in cui il leone giaccia con l’agnello. Ora, io so poco di leoni e di agnelli e che trombino come ricci o si facciano reciprocamente a cotolette poco mi cale. Quello che so è che se si desidera un mondo non dico “migliore”, ma appena diverso dall’obbrobrio attuale, occorre una trasformazione degli assetti geopolitici presenti. Tali assetti geopolitici vedono Stati Uniti e Israele in posizione di netta e monolitica dominanza politico-strategica in molte zone del globo, particolarmente nella nostra. Vedono ogni paese che desideri una qualche autonomia (economica, politica, militare, energetica, industriale, perfino ideologica) dallo strapotere di questo moloch bifronte venire sistematicamente zittito e schiacciato con una prepotenza e una crudeltà senza eguali. So che solo in un mondo policentrico, in cui il potere USraeliano sia soltanto uno degli attori in gioco, sarà possibile trovare quel minimo di libertà di movimento che ci consenta di fare progetti di qualunque tipo, compresi quelli concernenti lo status relazionale di leoni e agnelli. Sperare che la bestia USraeliana rinunci a parte del proprio potere senza lottare equivale a essere suicidi, rimbecilliti o traditori. E i traditori – come sono appunto in Iran i sostenitori di Mousawi – vanno schiacciati, non solo per profilassi, ma anche per privare i dominanti della loro migliore e più efficace arma segreta: il rincoglionimento ideologico collettivo che riduce la ribellione ad agitazione scomposta e mediaticamente sostenuta di scimpanzè ammaestrati. Chi pensa che tutto ciò si possa ottenere con le bandiere della pace e i digiuni gandhiani si faccia pure avanti ad elencare i suoi successi.

    Per capire ciò che sta succedendo a Teheran sarebbe sufficiente, ad un lettore appena smaliziato, ascoltare ciò che i padroni del mondo hanno da dire sugli avvenimenti in corso. La Casa Bianca ha appena espresso la sua "preoccupazione" sulla regolarità delle elezioni” (le irregolarità di casa loro sono evidentemente meno preoccupanti). E il dipartimento di Stato è "profondamente turbato" dalle notizie delle violenze seguite al voto. Il primo ministro inglese Gordon Brown ha detto che Teheran dovrà rispondere (a chi?) su “seri interrogativi” riguardo al voto. Anche un idiota capirebbe, a questo punto, per chi parteggiano questi marpioni. E si sa che nel loro modus operandi non esiste il parteggiare privo di sostegno finanziario e organizzativo.

    Per rendere le cose ancora più chiare, vorrei infine citare un paio di brani tratti da questo articolo di Robert Fisk sull’Independent. Fisk è al di sopra di ogni sospetto di faziosità: detesta Ahmadinejad, inorridisce dinanzi alle repressioni poliziesche contro i sostenitori di Mousawi, apostrofa il rieletto presidente soprannominandolo “The Democrator”. Tuttavia, essendo pur sempre un giornalista (specie ormai rara) e non uno sguattero dell’ideologia imperiale, non può non far notare alcune evidenze. Cito e traduco dal suo articolo. Riguardo a Mousawi, Fisk scrive:

    La vita, per il presidente Barack Obama, sarebbe molto più semplice se Mir Hossein Mousawi risultasse vincitore delle elezioni in Iran. L’uomo che fu primo ministro durante la guerra Iran-Iraq degli anni ’80 dice di mirare alla distensione con l’occidente, chiede a Mr. Obama di parlare insieme a lui alle Nazioni Unite ed ha avanzato l’idea di una commissione internazionale che sovrintenda alle procedure di arricchimento dell’uranio in Iran.

    Chiaro a tutti? Mousawi vuole essere eletto per spostare l’asse dei rapporti internazionali dell’Iran, finora felicemente sbilanciato verso la Russia, a favore dei peggiori nemici del suo paese. Non è ancora stato eletto e già lecca i piedi a chi minaccia, un giorno sì e uno no, di intervenire militarmente per impedire il legittimo progresso scientifico e militare della nazione di cui aspira a diventare l’indegno presidente. Ma c’è molto di più. Fisk prosegue:

    Egli [Mousawi] è a favore della liberalizzazione economica, sostiene il controllo dell’inflazione attraverso politiche monetarie e vuole rendere la vita più facile alle aziende private. Ha anche promesso di “modificare” l’immagine estremistica che l’Iran si è guadagnato all’estero sotto la presidenza di Ahmadinejad ed ha attaccato la spesa sregolata di petrodollari e denaro contante a favore dei poveri, la quale, egli afferma, ha provocato l’aumento dei prezzi al consumo. Ha anche perorato la rimozione del divieto imposto alle aziende private di possedere stazioni televisive.

    Noi sudditi dell’Impero abbiamo già largamente sperimentato le gioie della liberalizzazione economica, delle politiche di controllo dell’inflazione, dei tagli al welfare, delle privatizzazioni e della svendita ai privati delle emittenti televisive. Chissà chi ha scritto questo originalissimo programma politico del candidato “moderato”?

    Infine due parole sui tanto sbandierati “brogli elettorali”:

    Faccio una pausa pranzo con un fedele e sincero amico della Repubblica Islamica, un uomo che conosco da molti anni, che ha rischiato la propria vita, che è stato in carcere per il suo paese e che non mi ha mai mentito. Abbiamo cenato in un ristorante che offre esclusivamente cucina iraniana, insieme a sua moglie. Egli è stato spesso critico verso il regime. E’ un uomo senza paura. Ma io devo ripetere ciò che mi ha detto: “I risultati delle elezioni sono corretti, Robert. Qualunque cosa tu abbia visto a Teheran, nelle altre città e in migliaia di paesi tutti hanno votato a stragrande maggioranza per Ahmadinejad. A Tabriz ha votato per Ahmadinejad l’80 per cento degli elettori. E’ stato lui che ha aperto in città i corsi universitari per la minoranza azera, affinché potessero laurearsi in lingua azera. A Mashad, la seconda città dell’Iran, si è determinata un’ampia maggioranza a favore di Ahmadinejad dopo che l’imam della grande moschea ha attaccato Rafsanjani del Consiglio d'Esame Rapido, il quale aveva iniziato ad allearsi con Mousawi. Essi hanno capito cosa significava: dovevano votare per Ahmadinejad”.

    E direi che noi tutti possiamo capire che cosa significhi, nell’ambito della lotta interna per il potere, questa alleanza dell’ex presidente iraniano Rafsanjani, a suo tempo sconfitto proprio da Ahmadinejad, con un candidato dalle posizioni così marcatamente filoamericane. Lo capiamo benissimo. Qualcuno crede sul serio che gli iraniani siano più stupidi di noi?

 

 
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