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Discussione: Osservatorio Iran

  1. #41
    Hic Sunt Leones
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Citazione Originariamente Scritto da Spetaktor Visualizza Messaggio
    anche il Foglio ne ha sparate, ma almeno non ha fatto pagliacciate in strada.
    Proprio alle pagliacciate mi riferivo.
    Ricordo che nel 2005 dopo le frasi di Ahmadinejad su Israele, la manifestazione davanti l'ambasciata iraniana di Roma fu indetta proprio da Il Foglio e Ferrara.
    Ora pare che il pesce-pilota per iniziative del genere siano diventati Il Riformista e Polito (furono sempre loro ad organizzare la dimostrazione l'anno scorso, in occasione dell'arrivo di Ahmadinejad a Roma in occasione del vertice FAO)

  2. #42
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Citazione Originariamente Scritto da Canaglia Visualizza Messaggio
    Proprio alle pagliacciate mi riferivo.
    Ricordo che nel 2005 dopo le frasi di Ahmadinejad su Israele, la manifestazione davanti l'ambasciata iraniana di Roma fu indetta proprio da Il Foglio e Ferrara.
    Ora pare che il pesce-pilota per iniziative del genere siano diventati Il Riformista e Polito (furono sempre loro ad organizzare la dimostrazione l'anno scorso, in occasione dell'arrivo di Ahmadinejad a Roma in occasione del vertice FAO)
    Ferrara avrà precisi ordini di non alzare la voce

  3. #43
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Video del discorso dell'Ayatollah Ali Khamenei, in inglese:

    ShiaTV.net - The Largest Shia Muslim Video Portal

  4. #44
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Iran: l'apparato repressivo del regime
    Pasdaran e basij sono i due «cani da guardia» della rivoluzione khomeinista e del potere teocratico sciita

    Guido Olimpio
    20 giugno 2009




    WASHINGTON – Al regime iraniano non mancano certo le forze per reprimere in modo feroce la protesta popolare. Sin dai primi giorni della rivoluzione, nel 1979, i mullah hanno costruito un duplice apparato. Il primo è composto dalla polizia e dai guardiani della rivoluzione. I pasdaran sono l’anima della teocrazia o come diceva Khomeini «il sangue della rivoluzione». Risoluti, pronti a tutto, i guardiani sono «uno Stato nello Stato». E come tali hanno mezzi a sufficienza – decine di migliaia di uomini – e carta bianca per intervenire. Si battono non solo per proteggere il potere ma anche per i loro interessi economici, visto che possiedono centinaia di imprese.

    Il secondo perno repressivo è rappresentato dalle milizie. Innanzitutto i basij, oltre un milione di «volontari», legati ai pasdaran. Creati nel 1979 e impiegati a ondate contro l’esercito iracheno, sono stati poi convertiti in massa di manovra dal regime. Se c’è da controllare la «piazza», gli ayatollah mobilitano i basij, che operano in borghese armati di catene, coltelli e bastoni. Alcuni reparti utilizzano motociclette per spostarsi rapidamente da un punto all’altra della città. Una vecchia tradizione quella delle moto che risale al conflitto Iran-Iraq e all’intervento in Libano ed è stata poi piegata alle esigenze di sicurezza.

    Il ruolo dei basij è importante perché permette ai mullah di presentarli come «difensori spontanei» della rivoluzione. Inoltre, agendo al fianco dei pasdaran, sono disponibili per qualsiasi tipo di operazione. In nome della legge oppure in modo clandestino. Non diversa è la funzione degli Ansar Allah, altra organizzazione che il potere ha lanciato negli attacchi contro gli oppositori e in particolare gli studenti universitari. Dietro le quinte, infine, operano i servizi segreti – la Vevak - ai quali spetta la missione di neutralizzare gli avversari considerati più pericolosi. La storia della Repubblica islamica è segnata dall’eliminazione all’interno del Paese e all’estero di decine di oppositori. Uccisi da killer o fatti «suicidare» in carcere.


    Vi torna tutto?

  5. #45
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Citazione Originariamente Scritto da msdfli Visualizza Messaggio

    Vi torna tutto?
    cosa?

  6. #46
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    LA CIA E IL LABORATORIO IRANIANO

    DI THIERRY MEYSSAN
    Réseau Voltaire

    La notizia di una possibile frode elettorale si è sparsa per Teherán alla velocità della luce e ha fatto scendere in piazza i sostenitori dell’ayatollah Rafsanjani contro quelli dell’ayatollah Khamenei. Questo caos è stato provocato dietro le quinte dalla CIA, che semina la confusione sommergendo gli iraniani di SMS contraddittori. Thierry Meyssan spiega questo esperimento di guerra psicologica.

    Nel marzo del 2000 la segretaria di Stato Madeleine Albright ha riconosciuto che l’amministrazione Eisenhower organizzò un cambio di regime in Iran nel 1953 e che questo avvenimento storico spiega l’attuale ostilità degli iraniani per gli Stati Uniti. La settimana passata, durante il suo discorso al Cairo rivolto ai mussulmani, il presidente Obama ha riconosciuto ufficialmente che «in piena Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo nell’abbattimento di un governo iraniano eletto democraticamente [1].

    A quell’epoca, l’Iran era controllato da una monarchia da operetta diretta dallo Shah Mohammad Reza Pahlavi. Questi era stato insediato sul trono dai britannici, che avevano obbligato suo padre, l’ufficiale cosacco filonazista Reza Pahlavi, a dimettersi. Però lo shah si ritrovava un Primo Ministro nazionalista, Mohammed Mossadeq. Quest’ultimo, con l’appoggio dell’ayatollah Abu al-Qassem Kachani, nazionalizzò le risorse petrolifere [2].

    Furiosi, i britannici convinsero gli Stati Uniti a fermare la deriva iraniana prima che il paese sprofondasse nel comunismo. Allora la CIA mise in moto l’«Operazione Ajax», diretta ad abbattere Mossadeq con l’aiuto dello shah e sostituirlo con il generale nazista Fazlollah Zahedi, fino allora imprigionato dai britannici. Zahedi instaurò il regime di terrore più crudele dell’epoca, mentre lo shah faceva da copertura ai suoi abusi posando per le riviste di gossip occidentali.

    L’Operazione Ajax fu diretta dall’archeologo Donald Wilber, lo storico Kermit Roosevelt (nipote del presidente Theodore Roosevelt) e dal generale Norman Schwartzkopf senior (il cui figlio omonimo fu comandante dell’Operazione Tormenta nel Deserto). Tale operazione è tuttora un modello di sovversione. La CIA progetta uno scenario che dà l’impressione di una sollevazione popolare mentre si tratta di un’operazione segreta. Il punto culminante dello spettacolo fu una manifestazione a Teheran, con 8.000 comparse pagate dall’Agenzia, per fornire foto convincenti alla stampa occidentale [3].

    La storia si ripete? Washington ha rinunciato ad attaccare militarmente l’Iran e ha dissuaso Israele da prendere questa iniziativa. Per ottenere un «cambio di regime», l’amministrazione Obama preferisce giocare la carta -meno pericolosa anche se più incerta- dell’azione segreta. In occasione delle elezioni presidenziali iraniane, grandi manifestazioni contrappongono nelle piazze di Teheran i sostenitori del presidente Mahmud Ahmadinejad e la sua guida Ali Khamenei da una parte e i sostenitori del candidato sconfitto Mir Hossein Moussavi e dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani dall’altra. Tali manifestazioni riflettono una profonda divisione nella società iraniana tra un proletariato nazionalista e una borghesia che lamenta la sua emarginazione dalla globalizzazione economica [4]. Agendo dietro le quinte, Washington cerca di influire sugli avvenimenti per abbattere il presidente rieletto.

    Ancora una volta l’Iran è un terreno di sperimentazione di metodi innovativi di sovversione. Nel 2009 la CIA si basa su una nuova arma: il controllo dei telefoni cellulari.

    Da quando c’è stata una diffusione generalizzata dei cellulari, i servizi segreti anglosassoni hanno moltiplicato le loro capacità di intercettazione. Mentre l’ascolto dei telefoni fissi necessita dell’installazione di cavi di derivazione, e pertanto di agenti sul terreno, l’ascolto dei cellulari si può fare a distanza grazie alla rete Echelon. Tuttavia questo sistema non permette di intercettare le comunicazioni telefoniche via Skype, e da qui il successo dei telefoni Skype nelle zone di conflitto [5]. Così la National Security Agency (NSA) ha di recente proposto ai provider di tutto il mondo di fornire la loro collaborazione. Quelli che hanno accettato sono stati retribuiti generosamente [6].

    Nei Paesi che occupano -Iraq, Afghanistan e Pakistan- gli anglosassoni intercettano tutte le conversazioni telefoniche effettuate tramite cellulari o in connessione con questi. L’obiettivo non è quello di ottenere trascrizioni di questa o quella conversazione, ma individuare le «reti sociali». In altre parole i telefoni sono i delatori che permettono di conoscere con chi si relaziona una certa persona. A partire da qui si possono individuare le reti di resistenza. Successivamente i telefoni permettono di localizzare gli obiettivi individuati e «neutralizzarli».

    Per questo nel febbraio 2008 i ribelli afghani hanno ordinato ai diversi gestori di interrompere le loro attività tutti i giorni dalle 17:00 alle 3:00, per impedire che gli anglosassoni seguissero i loro movimenti. Le antenne di quelli che non hanno obbedito a quest’ordine sono state distrutte [7].

    Al contrario (eccetto la centrale telefonica danneggiata per errore), l’esercito israeliano si è ben guardato di bombardare le antenne telefoniche a Gaza durante l’operazione Piombo Fuso nel dicembre 2008-gennaio 2009. Qui compare un cambiamento totale di strategia da parte degli occidentali. Dalla guerra del Golfo prevaleva la «teoria dei cinque anelli» del colonnello John A. Warden: il bombardamento delle infrastrutture telefoniche era considerato un obiettivo strategico per diffondere la confusione nella popolazione e contemporaneamente interrompere le comunicazioni tra i centri di comando e i combattenti. Ora è il contrario, è necessario proteggere le infrastrutture delle telecomunicazioni. Durante i bombardamenti di Gaza, l’operatore Jawwal [8] ha fornito credito ai suoi abbonati, ufficialmente per aiutarli, in realtà per interesse degli israeliani.

    Spingendosi più oltre, i servizi segreti anglosassoni e israeliani hanno sviluppato metodi di guerra psicologica basati sull’utilizzo estensivo dei cellulari. Nel luglio 2008, dopo lo scambio di prigionieri e cadaveri tra Israele e Hezbollah, i robot hanno inviato decine di migliaia di chiamate ai cellulari libanesi. Una voce in arabo avvertiva di non partecipare in alcun modo alla resistenza e denigrava Hezbollah. Il ministro libanese delle Telecomunicazioni Jibran Bassil [9], ha presentato una denuncia all’ONU contro questa flagrante violazione della sovranità del Paese [10].

    Sulla stessa linea, decine di migliaia di libanesi e siriani ricevettero una chiamata automatica, nell’ottobre 2008, che offriva 10 milioni di dollari per qualsiasi informazione che permettesse di localizzare e liberare i soldati israeliani prigionieri. Le persone interessate a collaborare dovevano rivolgersi a un numero nel Regno Unito [11].

    Questo metodo viene ora utilizzato in Iran per intossicare la popolazione con la diffusione di notizie allarmistiche e per canalizzare il malcontento che suscitano.

    In primo luogo è stata diffusa via SMS durante la notte dello scrutinio la notizia che il Consiglio dei Guardiani della Costituzione (equivalente al Tribunale Costituzionale) aveva informato Mir Hossein Moussavi della sua vittoria. Così l’annuncio, diverse ore dopo, dei risultati ufficiali -la rielezione di Mahmud Ahmadinejad con il 65% dei voti- apparve come un’enorme frode. Tuttavia, tre giorni prima, Moussavi e i suoi amici consideravano sicura la netta vittoria di Ahmadinejad e si sforzavano di spiegarla con gli squilibri nella campagna elettorale. Così l’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani articolava le sue lamentele in una lettera aperta. Gli istituti statunitensi di sondaggi in Iran pronosticavano un vantaggio di Ahmadinejad di 20 punti su Moussavi [12]. In nessun momento è parsa possibile la vittoria di Moussavi, anche se è probabile che i brogli abbiano accentuato il margine tre i due candidati.

    Successivamente sono stati selezionati dei cittadini tra quelli che si sono fatti conoscere in Internet per conversare su Facebook o tra gli abbonati alle linee di informazione Twitter. Quindi hanno ricevuto, sempre tramite SMS, le informazioni -vere o false- sull’evoluzione della crisi politica e sulle manifestazioni in corso. Si trattava di messaggi anonimi che diffondevano notizie di sparatorie e di numerosi morti; notizie che ad oggi non hanno avuto conferma. Per una sfortunata coincidenza di calendario, l’impresa Twitter ha dovuto sospendere il servizio per una notte, il tempo necessario per la manutenzione delle sue installazioni. Ma il Dipartimento di Stato USA è intervenuto per obbligarla a sospendere questa operazione [13]. Secondo il New York Times, queste azioni hanno contribuito a seminare la sfiducia nella popolazione [14].

    Simultaneamente, con un nuovo sforzo, la CIA ha mobilitato i militanti anti iraniani negli Stati Uniti e nel Regno Unito per aumentare il disordine. E’ stata distribuita una Guida pratica della rivoluzione in Iran, che comprende vari consigli pratici tra i quali:
    - Impostare gli account Twitter sul fuso orario di Teheran.
    - Centralizzare i messaggi sugli account Twitter@stopAhmadi, iranelection e gr88.
    -Non attaccare i siti internet ufficiali dello Stato iraniano. «Lasciate fare all’esercito» USA per questo (sic).

    Una volta attuati, questi consigli impediscono qualsiasi autentificazione dei messaggi Twitter. Non si può più sapere se li inviano testimoni delle manifestazioni a Teheran o agenti della CIA da Langley, e non si può distinguere il vero dal falso. L’obiettivo è quello di creare ancora più confusione e spingere gli iraniani a combattersi tra loro.

    Gli stati maggiori di tutto il mondo seguono con attenzione gli avvenimenti a Teheran. Tutti cercano di valutare l’efficacia di questo nuovo metodo di sovversione nel laboratorio iraniano. E’ ovvio che il processo di destabilizzazione ha funzionato. Ma non è sicuro che la CIA possa canalizzare i manifestanti perché essi stessi facciano quello che ha rinunciato a fare il Pentagono se non desiderano farlo: cambiare il regime, chiudere con la rivoluzione islamica.
    NOTE

    [1] «Discurso en la Universidad de El Cairo», Barack Obama, 4 giugno 2009.

    [2] «BP-Amoco, coalition pétrolière anglo-saxonne», Arthur Lepic, Rèseau Voltaire, 10 giugno 2004.

    [3] Sul golpe del 1953, l’opera di riferimento è All the Shah’s Men: An American Coup and the Toots of Middle East Terror, di Stephen Kinzer, John Wiley & Sons editori (2003), 272 pp.

    [4] «La société iranienne paralysée», Thierry Meyssan. Réseau Voltaire, 5 febbraio 2004.

    [5] «Taliban using Skype phones to dodge MI6», Glen Owen, Mail Online, 13 settembre 2008.

    [6] «NSA offering ’billions’ for Skype eavesdrop solution», Lewis Page, The Register, 12 febbraio 2009.

    [7] «Taliban Threatens Cell Towers», Noah Shachtman, Wired, 25 febbraio 2008.

    [8] Jawwal è il marchio di PalTel, la società del multimilionario palestinese Munib Al-Masri.

    [9] Jibran Bassil è uno dei principali leader della Corrente Patriottica Libera, il partito nazionalista di Michel Aoun.

    [10] «Freed Lebanese say they will keep fighting Israel», Associated Press, 17 luglio 2008.

    [11] L’autore di questo articolo è stato testimone di queste chiamate. Si consulti anche «Strange Israeli phone calls alarm Syrians. Israeli Intelligence services accused of making phone calls to Syrians in bid to recruit agents», Syria News Briefing, 4 dicembre 2008.

    [12] Citato in «Ahmadinejad won. Get over it», Flynt Leverett e Hillary Mann Leverett, Politico, 15 giugno 2009.

    [13] «U.S. State Department speaks to Twitter over Iran", Reuters, 16 giugno 2009.

    [14] «Social Networks Spread Defiance Online», Brad Stone e Noam Cohen, The New York Times, 15 giugno 2009.


    Thierry Meyssan Giornalista e scrittore, presidente del Réseau Voltaire.

    Tradotto dal francese da Caty R. per Voltairenet.org.

    Titolo originale: "La CIA et le laboratoire iranien"

    Fonte:Réseau Voltaire
    Link
    17.06.2009

  7. #47
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    La “Rivoluzione Verde”: il copione è stato riproposto; questa volta in Iran

    di Eva Golinger

    su Rebelión del 20/06/2009

    Traduzione di Mauro Gemma per l'ernesto

    Il set

    Colore: Verde

    Slogan: “Dov’è il mio voto?”

    Attori principali: Studenti e giovani delle classe media e alta, dirigenti dell’opposizione, mezzi di comunicazione internazionale, nuove tecnologie (Twitter, Youtube, cellulari, SMS, Internet).

    Attori secondari: Organizzazioni non governative (ONG) internazionali, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Freedom House, Centro per l’applicazione dell’azione non violenta “CANVAS” (ex OTPOR), Centro per il Conflitto Internazionale Non Violento (ICNC), Istituto Albert Einstein, Pentagono, Missione Speciale della Direzione Nazionale dell’Intelligence USA per l’Iran.

    Scenario: Elezioni Presidenziali; il candidato ufficiale, Mahmud Ahmadinejad, l’attuale presidente che mantiene una linea molto dura contro l’imperialismo statunitense e il sionismo israeliano e gode di un alto grado di popolarità tra le classi popolari iraniane per gli investimenti in programmi sociali, vince con il 63% dei voti; il candidato dell’opposizione, Mir Hossein Musavi, di classe medio-alta, che prometteva (in inglese) durante la campagna che la sua elezione alla presidenza avrebbe assicurato “un nuovo saluto al mondo”, frase che stava ad indicare che avrebbe cambiato la politica estera nei confronti di Washington, ha perso per più di 15 punti; l’opposizione denuncia una frode elettorale e chiede alla comunità internazionale di intervenire; gli studenti manifestano nelle strade, nelle zone della classe media e alta della capitale, Teheran; dicono di essere “non violenti”, ma provocano reazioni repressive dello Stato con azioni aggressive e immediatamente denunciano presunte violazioni dei loro diritti di fronte ai media internazionali; dicono che il presidente eletto è un “dittatore”.

    Luogo: L’Iran, quarto produttore di petrolio nel mondo e il secondo di riserve di gas naturale. In piena flagranza dell’embargo commerciale imposto da Washington, la Cina ha firmato un accordo con l’Iran nell’anno 2004, per un valore di 200.000 milioni di dollari, per l’acquisto di gas naturale iraniano nei prossimi 25 anni. Negli ultimi quattro anni, l’Iran ha stretto relazioni commerciali con i paesi dell’America Latina, nonostante le minacce di Washington, e attualmente sviluppa tecnologia nucleare a scopi pacifici.

    Vi suona familiare? Di certo suona familiare ai venezuelani e alle venezuelane che da tre anni, senza ombra di dubbio, stanno vivendo in questo scenario. Le cosiddette “rivoluzioni colorate”, che cominciarono in Serbia nell’anno 2000, con il rovesciamento e la demonizzazione di Slobodan Milosevic, e che poi passarono per la Georgia, l’Ucraina, il Kirghiztan, il Libano, la Bielorussia, l’Indonesia e il Venezuela, sempre con l’intenzione di cambiare “regimi” non favorevoli agli interessi di Washington con governi “più amichevoli”, sono adesso arrivate in Iran. Il copione è identico. Un colore, un logotipo, uno slogan, un gruppo di studenti e giovani di classe media, un processo elettorale, un candidato filo-statunitense e un paese pieno di risorse strategiche con un governo che non rispetta l’agenda dettata dall’impero. Sono sempre le stesse ONG e agenzie straniere quelle che appoggiano, finanziano e promuovono la strategia, fornendo contributi finanziari e formazione strategica ai gruppi studenteschi perché eseguano il piano. Dovunque ci sia una “rivoluzione colorata”, si trovano anche l’USAID, il National Endowment for Democracy, Freedom House, il Centro Internazionale per il Conflitto Non Violento, il CANVAS (ex OTPOR), l’Istituto Albert Einstein, l’Istituto Repubblicano Internazionale e l’Istituto Democratico Nazionale, per citarne alcuni.

    Si esamini questo testo, intitolato “Una guida non violenta per l’Iran”, scritto dall’ex direttore dell’Istituto Albert Einstein, fondatore del Centro Internazionale per il Conflitto Non Violento (INCR) e presidente di Freedom House, Peter Ackerman, e dal suo collega, coautore del libro “Una forza più potente: un secolo di conflitto non violento” e direttore dell’INCR, Jack DuVall, anch’egli esperto in propaganda e cofondatore dell’Istituto Arlington, insieme con l’ex direttore della CIA, James Woolsey:

    “Manifestazioni ripetute, guidate da studenti a Teheran, devono accelerare a Washington il dibattito sull’Iran. Ci si sta ponendo due domande? Le manifestazioni sono in grado di produrre un cambiamento di regime? Che tipo di appoggio esterno servirebbe?

    La storia dei movimenti civili, come quello che attualmente si sta creando in Iran, evidenzia che il riscaldamento della piazza non è sufficiente a rovesciare un governo. Se l’aiuto degli Stati Uniti apporta semplicemente più legna al fuoco e l’opposizione interna non lavora per indebolire le fonti reali del potere del regime, non funzionerà.

    La lotta vittoriosa del movimento civile ha l’obiettivo di promuovere l’ingovernabilità per mezzo degli scioperi, del boicottaggio, della disobbedienza civile ed altre tattiche non violente – oltre alle proteste di massa -, allo scopo di indebolire e distruggere i pilastri di sostegno del governo. Ciò è possibile in Iran.

    Gli avvenimenti in Iran sono simili a quelli della Serbia appena prima che il movimento diretto da studenti sconfiggesse Slobodan Milosevic. Il suo regime si era alienato non solamente gli studenti, ma anche la maggioranza della classe media… Anche la classe politica era divisa e molti erano stanchi del dittatore. Cogliendo l’opportunità, l’opposizione si mobilitò per separare il regime dalle sue fonti di potere…”

    L’elemento maggiormente rivelatore di questo articolo non è solo l’ovvia visione interventista che cerca di promuovere un colpo di stato in Iran, ma il fatto che esso fu scritto il 22 luglio 2003, quasi sei anni fa (vedere l’originale: The Nonviolent Script for Iran | By Peter Ackerman and Jack Duvall). In questi sei anni l’organizzazione di Ackerman e DuVall, insieme ai soci, CANVAS a Belgrado e l’Istituto Albert Einstein a Boston, ha lavorato per formare e rendere efficienti gruppi di studenti nelle tecniche di golpe morbido in Iran, con finanziamenti della NED, di Freedom House e delle agenzie del Dipartimento di Stato. Non è casuale che CANVAS, composto dai leader del gruppo OTPOR della Serbia che rovesciò Milosevic, abbia da qualche tempo cominciato a pubblicare i suoi materiali in farsi e in arabo. Una delle pubblicazioni principali, realizzata con il finanziamento del Dipartimento di Stato degli USA attraverso l’Istituto Statunitense della Pace, dal titolo “La lotta non violenta: i 50 punti critici”, è considerata come “un manuale di perfezionamento della lotta strategica non violenta, che offra una molteplicità di informazioni pratiche…” E’ un libro elettronico diretto a un pubblico giovanile, come evidenzia una grafica, un disegno e un linguaggio per i giovani. Scritto originalmente in serbo, nel corso dell’ultimo anno è stato tradotto in inglese, spagnolo, francese, arabo e farsi (la lingua parlata in Iran). La versione in farsi: http://www.canvasopedia.org/files/va...50CP_Farsi.pdf.

    Questo libro è una versione moderna, con un disegno più attraente per la gioventù, del libro originale scritto dal guru della lotta “civile” per il cambiamento di regimi non favorevoli a Washington: Gene Sharp. Il suo libro, “Sconfiggendo un dittatore”, che si è tradotto anche in un film prodotto da Ackerman e DuVall, è stato utilizzato in tutte le rivoluzioni colorate in Europa Orientale, ed anche in Venezuela, ed è considerato dai movimenti studenteschi come la propria “bibbia”. L’introduzione del libro di CANVAS spiega: “Questo libro è il primo che applica l’azione strategica non violenta a campagne reali. Le tecniche presentate nei prossimi 15 capitoli hanno avuto successo in molti luoghi del mondo… Questo libro contiene lezioni apprese attraverso diverse lunghe e difficili lotte non violente contro regimi non democratici e oppositori delle libertà umane fondamentali… Gli autori sperano e credono che comunicare questi punti cruciali in tale formato, vi aiuterà a rendere più operativa l’azione strategica non violenta, affinché possiate recuperare i vostri diritti, superiate la repressione, resistiate all’occupazione, realizziate la democrazia e stabiliate la giustizia nella vostra terra; impedendo che questo secolo sia un’altra “Era degli estremi”.

    Ovviamente non è una coincidenza che il libro sia uscito in farsi e in arabo proprio qualche mese prima delle elezioni presidenziali dell’Iran, dal momento che queste organizzazioni avevano già cominciato a lavorare con l’opposizione iraniana per preparare lo scenario del conflitto. E ora, veniamo al contenuto e agli obiettivi di questo libro, che ora vengono perseguiti all’interno del territorio iraniano. (E’ pure interessante segnalare che l’edizione spagnola uscì proprio prima del referendum costituzionale in Venezuela e che la traduzione fu realizzata da un’organizzazione sconosciuta del Messico: “Non violenza in Azione” (NOVA). Un paese in cui ha soggiornato lungamente l’ex dirigente studentesco venezuelano Yon Goicochea, che ha ricevuto addestramento e finanziamento da parte dei gruppi stranieri prima menzionati).

    Inoltre, la grande agenzia di destabilizzazione, National Endowment for Democracy (NED), ha anch’essa lavorato attivamente per destabilizzare la rivoluzione iraniana ed imporre un regime favorevole agli interessi di Washington. Dopo le elezioni presidenziali in Iran nell’anno 2005, l’allora segretaria di Stato Condoleeza Rice annunciò la creazione di un nuovo Ufficio per gli Affari Iraniani, con un bilancio iniziale di 85 milioni di dollari approvato dal Congresso statunitense. Gran parte di questo denaro fu dirottato verso il lavoro della NED e di Freedom House, che già stavano finanziando alcuni gruppi all’interno e all’esterno dell’Iran, i quali operavano diffondendo informazioni sugli abusi dei diritti umani in Iran, e la formazione di giornalisti “indipendenti”. Organizzazioni come l’Associazione dei Maestri dell’Iran (ITA) hanno ricevuto finanziamenti della NED fin dal 1991 per promuovere la pubblicazione di una rivista politica che contribuiva alla costruzione di un Iran “democratico”. Anche la Fondazione per un Iran Democratico (FDI), con base negli Stati Uniti, è stata uno dei principali recettori dei fondi della NED. Il suo lavoro è stato orientato nel campo dei diritti umani, principalmente per presentare il governo iraniano come violatore dei diritti dei suoi cittadini. Questa organizzazione è strettamente legata agli istituti dell’ultradestra negli Stati Uniti, come l’American Enterprise Institute e il Progetto per un Nuovo Secolo Americano, che hanno fatto pressione per le guerre in Medio Oriente*.

    La NED ha anche finanziato gruppi come la Fondazione Abdurrahman Boroumand (ABF), una ONG che presumibilmente promuove diritti umani e democrazia in Iran. Questa organizzazione si è incaricata di creare pagine web e biblioteche elettroniche sui diritti umani e la democrazia. Nel 2003, ABF ricevette un fondo di 150.000 dollari per un progetto dal titolo “La transizione alla democrazia in Iran”. Nel 2007, ABF ottenne 140.000 dollari per “creare coscienza sulle esecuzioni politiche dall’inizio della rivoluzione iraniana nel 1979, promuovere la democrazia e i diritti umani tra i cittadini e rafforzare la capacità organizzativa della società civile”. Si impegnò anche ad “assumere un consigliere per le comunicazioni e a condurre campagne mediatiche”.

    Quantità di denaro non rivelate pubblicamente dalla NED sono state concesse a diverse ONG tra il 2007 e il 2009, per costruire un appoggio internazionale alle ONG e agli attivisti dei diritti umani nazionali… favorire la società civile iraniana e i rappresentanti dei mezzi di comunicazione a relazionarsi e a comunicare con la comunità internazionale…”

    Inoltre, i gruppi più importanti della NED, come il Centro Americano di Solidarietà Lavorativa (ACILS), che in Venezuela ha sostenuto il sindacato golpista dell’opposizione, la Confederazione dei Lavoratori Venezuelani (CTV), ha finanziato e consigliato il “movimento operaio indipendente” in Iran dal 2005. Anche l’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI) ha ricevuto fondi dalla NED per “legare attivisti politici in Iran a riformisti in altri paesi” e “rafforzare la loro capacità di comunicazione e organizzazione”. Si tratta delle stesse attività e delle stesse agenzie di Washington che conducono le azioni di ingerenza in Venezuela, Bolivia, Nicaragua e altri paesi in cui attualmente gli Stati Uniti cercano di promuovere un cambiamento del governo con un altro più favorevole ai loro interessi.

    Anche la manipolazione mediatica su ciò che avviene attualmente in Iran segue un proprio copione. In Venezuela, quando il presidente Chavez vinse le elezioni presidenziali nel 2006 con il 64% dei voti e più del 75% di partecipazione popolare, l’opposizione gridò alla frode (come in generale è abituata a fare in tutti i processi elettorali che perde) e ricevette copertura mediatica allo scopo di formulare e promuovere le sue denunce, nonostante non presentasse nessuna prova che desse fondamento alle accuse. Tale presenza mediatica viene attivata semplicemente per continuare a promuovere correnti di opinione che pretendono di demonizzare il presidente Chavez, definendolo un dittatore, e di gettare discredito sul governo venezuelano, per poi giustificare qualsiasi intervento straniero.

    Nel caso dell’Iran, in questo momento vediamo titoli come “Proteste in Europa contro il voto in Iran” (AP), “Khamenei v. Musavi” (Atantic Online), “Grande manifestazione di lutto a Teheran” (Reuters), “Una nuova inchiesta indica la frode” (Washington Post), “Biden esprime “dubbi” sulle elezioni in Iran” (CNN, 14/06/2009), e “Analisti rivedono i risultati “ambigui” in Iran” (CNN, 16/06/2009). I titoli generano l’impressione di una possibile frode elettorale in Iran, giustificando di conseguenza le proteste violente dell’opposizione, sebbene Ahmadinejad abbia vinto con un risultato impressionante, il 63% dei voti, dieci punti in più di quelli che ha conseguito Obama negli Stati Uniti lo scorso mese di novembre. Per spiegare la reazione mediatica, secondo l’ex ufficiale della CIA incaricato della regione del Medio Oriente, Robert Baer, “la maggior parte delle manifestazioni e delle proteste che trovano spazio nelle notizie sono ubicate nella zona nord di Teheran… Si tratta, principalmente, di settori dove vive la classe media liberale iraniana. Sono anche settori in cui, senza dubbio, si è votato per Mir Hossein Mussavi, il rivale del presidente Mahmud Ahmadinejad, il quale ora denuncia la frode elettorale. Ma non abbiamo ancora visto immagini del sud di Teheran, dove vivono i poveri… Per molti anni, i media occidentali hanno visto l’Iran attraverso lo specchio della classe media liberale iraniana – una comunità che ha accesso a Internet e alla musica statunitense, che ha maggiori possibilità di parlare con la stampa occidentale e che dispone di denaro per comprare voli a Parigi o a Los Angeles… Ma rappresenta davvero l’Iran?”

    Baer, in un articolo pubblicato nella rivista Time**, afferma che una dei pochi sondaggi affidabili, elaborati da analisti occidentali negli ultimi giorni della campagna elettorale, dava la vittoria ad Ahmadinejad – con percentuali ancora più alte del 63% che ha ottenuto… Il sondaggio è stato effettuato in tutto l’Iran e non solo nelle zone della classe media”.

    * Z Space - Michael Barker

    ** “Don’t Assume Ahmadinejad Really Lost”, Time online, 16 giugno 2009

  8. #48
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Le elezioni iraniane e l’isterismo mediatico

    di Ron Jacobs *

    su La rete della pace, reportage dal mondo - PeaceReporter del 18/06/2009

    Afferma Ron Jacobs: virtualmente tutte le fonti dell’informazione americana tradizionale considerano una frode la rielezione di Ahmadinejad

    Ecco l’isteria e le bugie in grassetto. Sulla scia dell’elezione iraniana, diversi commentatori e cosiddetti reporter americani stanno reagendo come se fossimo in prossimità della fine del mondo. Sebbene nessuno lo sappia con certezza e tutti hanno solo le parole degli “esperti” della stampa occidentale e di un candidato uscente arrabbiato, virtualmente tutte le fonti dell’informazione americana tradizionale considerano una frode la rielezione di Ahmadinejad.

    Non c’è stata alcuna verifica di ciò da parte di nessuna fonte oggettiva, né esiste alcuna prova oltre la speculazione degli addetti mediatici che vogliono creare una storia o che sono talmente convinti di quella che considerano la natura essenzialmente maligna dell’incaricato da non poterne comprendere la rielezione. Il racconto di Bill Keller su The New York Times ne è un buon esempio. In quell’articolo, Ahmadinejad veniva definito ancora una volta un negazionista dell’Olocausto e il suo sostegno raccolto per la gran parte tra i contadini misogini e i burocrati che hanno in qualche modo beneficiato della sua protezione. I sostenitori del riformista liberale Moussavi venivano descritti in maniera decisamente favorevole.
    Dall’articolo di Keller, così come da molti altri servizi dei media tradizionali americani (tra cui riviste liberali come The Nation), manca del tutto qualsiasi tentativo genuino di analizzare sia la natura sociale dell’elettorato dei diversi candidati sia il ruolo che gioca Washington nella percezione mediatica della politica iraniana. L’affermazione analitica più onesta nell’intero articolo di Keller: “Sabato è stato un giorno di rabbia repressa, speranze infrante e illusioni umiliate, dalle strade di Teheran ai centri politici delle capitali occidentali”. Keller e i suoi colleghi giornalisti accettano che i desideri delle capitali occidentali, soprattutto di Washington, debbano essere importanti per gli Iraniani. Mentre può essere certamente vero per la ristretta cerchia dell’intellighentia e della comunità imprenditoriale iraniana, il fatto è che l’occidente, e soprattutto Washington, non è così popolare tra le masse iraniane. Non solo sono consapevoli di decenni di intervento occidentale nei propri affari, ma il fatto che migliaia di truppe statunitensi continuino a combattere due dei vicini dell’Iran rende Washington indesiderata e detestata. Perché dovrebbero fare qualcosa per compiacerla? Eppure, nelle menti dei media americani, sono le necessità di Washington a dominare tutto il dibattito.

    Quanto all’analisi sociale, a torto o a ragione, Ahmadinejad sembra attrarre la maggioranza dei contadini e dei lavoratori in Iran. Proprio come, durante la Rivoluzione francese, Marat e i Giacobini facevano presa sui contadini e sui poveri delle città mentre Brissot e i Girondini l’avevano sui mercanti e le classi colte, il sostegno di Ahmadinejad viene da coloro che vogliono il pane mentre quello di Moussavi viene da chi di pane ne ha in abbondanza ed ora vuole più libertà civili. Mentre è probabilmente vero che la linea politica di Ahmadinejad abbia prodotto tante politiche economiche quante ne ha risolte, resta il fatto che i suoi sostenitori credono all’invito della campagna del 2005 a portare sulla tavola degli Iraniani i profitti del petrolio. Le affermazioni di Moussavi riguardo l’eventuale riduzione degli aiuti finanziari ai prodotti primari a beneficio dei poveri possono averlo addolorato più di quanto riconoscano i suoi sostenitori. In un articolo del Washington Post pubblicato il giorno prima delle elezioni, si riportava che (insieme al fatto che Ahmadinejad vinse le elezioni del 2005 con un “sorprendente” 62% dei voti) le sue politiche economiche comprendevano la distribuzione di “prestiti, denaro e altri aiuti per le necessità dei locali”. Uno di questi programmi riguardava l’erogazione di un’assicurazione alle donne che fabbricano tappeti in casa e che non erano assicurate fino all’ascesa al potere di Ahmadinejad. I detrattori, incluso Moussavi, sostengono che “le sue politiche prodighe hanno alimentato l’inflazione e dissipato la manna dei petroldollari senza ridurre la disoccupazione”. Ci sono altri fattori in gioco qui, inclusa la corruzione favoleggiata di certi leader non eletti in Iran e il ruolo che la crisi economica internazionale gioca in ogni economia nazionale – un fattore da cui neanche l’Iran è immune. In più, la natura particolare dell’economia islamica che mescola affari statali e privati crea un conflitto costante tra coloro che vorrebbero nazionalizzare tutto e coloro che invece vorrebbero privatizzare tutto.

    In relazione a ciò che questo significa per i rapporti tra Washington e Teheran, questi continueranno a calare qualsiasi indirizzo il Presidente Obama desideri dar loro. Tel Aviv, che critica il risultato elettorale, non avrebbe cambiato il suo desiderio di sottomettere Teheran, chiunque avesse vinto. Anzi, il fatto che Ahmadinejad sia stato rieletto rende più facile per Tel Aviv continuare a demonizzare l’unica vera minaccia al suo dominio nella regione. Il succo, comunque, è che il presidente dell’Iran non ha in verità alcun potere sul corso che segue la politica estera. Quel potere è in mano al Consiglio della Difesa e all’Assemblea Legislativa. Il Presidente Obama farebbe bene a continuare i tentativi di negoziato senza condizioni. Sarebbe anche saggio smettere qualsiasi attività nascosta attualmente in atto contro il governo iraniano. I media occidentali farebbero bene ad informarsi sulla vera natura della politica e della società iraniane invece di assumere il punto di vista secondo cui ciò che è bene per Washington è bene per Teheran. I media dovrebbero inoltre considerare il punto di vista altro da Washington in tutta la copertura internazionale.
    Per la sinistra, la risposta è chiara. La situazione in Iran è cambiata. L’evidente popolarità di Moussavi e di altri riformatori ufficialmente riconosciuti lo ha dimostrato prima delle elezioni. Il dibattito sulla verità del risultato elettorale lo dimostra ancora di più. Comunque, né Ahmadinejad né Moussavi rappresentano un vero allontanamento dal potere della classe dei commercianti e del suo consiglio di nomine clericali. Il desiderio di maggiori libertà civili deve coordinarsi con i bisogni della giustizia economica. Al momento entrambe queste aspirazioni sembrano fare a pugni.
    Appare evidente che solo un movimento di sinistra è in grado di coniugarle in un paese diviso tra le città e le campagne; tra la classe media e i lavoratori, e i contadini. Questa era la situazione prima dell’avvento della rivoluzione iraniana ad opera delle forze religiose socialmente conservatrici nel 1980 e potrebbe esserlo di nuovo.

    Traduzione a cura di Rita Balestra

    *Ron Jacobs è l’autore di The Way the Wind Blew: a history of the Weather Underground, appena ripubblicato da Verso. È possibile contattarlo all’indirizzo: rjacobs3625@charter.net. Questo articolo è apparso su CounterPunch.org

    Tratto dal sito online del quotidiano Middle East Online

  9. #49
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    Citazione Originariamente Scritto da msdfli Visualizza Messaggio
    Vi torna tutto?
    Citazione Originariamente Scritto da JnanaTapas Visualizza Messaggio
    cosa?
    già, cosa???

  10. #50
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    Predefinito Riferimento: Osservatorio Iran

    IRAN NEL CAOS, ATTENTATO
    AL SANTUARIO: UN MORTO
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    Una persona sarebbe morta nell'esplosione di una bomba nei pressi del mausoleo dove a Teheran è sepolto l'ayatollah Khomeini. Ne ha dato notizia l'agenzia di stampa Fars, mentre la televisione Press Tv parla di due feriti. Secondo la stessa Fars, l'esplosione sarebbe stata provocata da un attentatore suicida che si è fatto saltare in aria nei pressi del mausoleo dedicato al fondatore della Repubblica islamica nella parte meridionale di Teheran. Secondo alcune testimonianze, l'ordigno sarebbe stato fatto esplodere in uno dei locali all'ingresso, dove vengono lasciate le scarpe dai pellegrini prima di entrare nel mausoleo. Il mausoleo di Khomeini sorge a sud di Teheran, vicino al cimitero di Behesht-e-Zahra, dove sono sepolti i caduti della rivoluzione e della guerra con l'Iraq. Lo scorso 4 giugno, in occasione del 20.o anniversario della morte del fondatore della Repubblica islamica, la Guida suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei, vi ha tenuto un discorso davanti a migliaia di persone.

    IN FIAMME SEDE DEL PARTITO DI AHMADINEJAD Dimostranti favorevoli al candidato presidenziale iraniano sconfitto Mir Hossein Mussavi hanno appiccato il fuoco a un edificio usato dai sostenitori del presidente Mahmud Ahmadinejad, nel sud di Teheran. Lo hanno riferito testimoni, secondo i quali la polizia ha sparato in aria per disperdere i manifestanti.

    POLIZIA CARICA MANIFESTANTI La polizia antisommossa iraniana sta intervenendo con lacrimogeni, idranti e manganelli per disperdere centinaia di manifestanti filo-Mussavi, radunati davanti all'Università di Teheran. Lo riferiscono testimoni. Si vede fumo salire vicino a Piazza della Rivoluzione, dove molti stanno cercando di arrivare sfidando il divieto di manifestare. Secondo alcuni testimoni, lungo il Viale Enghelab, dove la manifestazione sarebbe dovuta sfilare, sono appostati anche agenti armati sui tetti. Le stesse testimonianze parlano di manifestanti arrivati sul posto avvolti nel sudario bianco, per mostrare di essere pronti a morire da martiri. Dal primo pomeriggio anche il tratto settentrionale del Viale Vali Asr, una decina di chilometri a nord dell'Università, dove nei giorni scorsi c'erano state manifestazioni, è stato messo praticamente in stato d'assedio con il dispiegamento di centinaia di agenti anti-sommossa e molti altri in borghese. L'ordine sembra quindi quello di stroncare sul nascere qualsiasi raduno.
    «La polizia ha usato idranti con acqua che bruciava», ha detto una ragazza, raccontando che i poliziotti antisommossa, con caschi e bastoni, sono spalleggiati da miliziani integralisti, che inseguono i contestatori in tutto il quartiere tra piazza Enqelab e piazza Azadi, distanti tra loro circa quattro chilometri: «Non fanno neppure domande ... Colpiscono chiunque si diriga verso piazza Enqelab». Sul fronte opposto, un testimone ha detto di aver visto alcuni miliziani (Basiji) buttati giù dalle loro moto e picchiati dai manifestanti, che scagliavano pietre contro i poliziotti e che hanno anche incendiato alcuni cassonetti. «I poliziotti ci hanno colpito durante - ha peraltro raccontato un ragazzo - Hanno picchiato uomini e donne senza distinzione ... Io sono tutto blu per i lividi ... Mi hanno anche sequestrato la macchina fotografica». Una altro testimone ha riferito di aver visto «numerose persone arrestate» nella zona dei disordini. Le testimonianze non possono essere confermate da giornalisti stranieri ai quali è stato vietato «coprire» le manifestazioni personalmente.

 

 
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