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Discussione: l'Indipendensa

  1. #1481
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    24 Dicembre 2013

    La “Maggistratura” è lo specchio dell’italianità, storia di “sinistre carriere”




    di GILBERTO ONETO

    Si fa un gran discutere attorno al cattivo funzionamento e alla politicizzazione della maggistratura. Gran parte della polemica ruota attorno alle vicende di Berlusconi e soci: un argomento piuttosto ambiguo che non aiuta a fare chiarezza. Alla gente comune poco interessa delle questioni di Ruby e delle tasse della Fininvest. La gente comune un suo giudizio sulla maggistratura se l’è fatto indipendentemente da queste porcherie, se l’è fatto leggendo le cronache giudiziarie e – soprattutto – sulla propria pelle. A chi – anche la persona più tranquilla e onesta – non è capitato almeno una volta nella vita di avere a che fare con un tribbunale italiano, come imputato, testimone o parte lesa? L’esperienza è tale da formare una solida e devastante opinione anche senza le cronache delle grandi vicende politiche. Varcare una soglia di Palazzo di giustizia è come scendere di un paio di paralleli, è come entrare in un film di Totò, è traversare un portale spazio-temporale e vivere una esperienza extracorporea, surreale e da incubo. Lo scandire del tempo si misura su parametri diversi che rasentano la ricerca dell’eternità, vigono regole e rituali che ai comuni mortali sfuggono, per i padani è un viaggio esotico in cui si spera di fare un salvifico incontro con Lawrence d’Arabia.
    La prima impressione è proprio di un appiccicoso crogiolo di profonda italianità in cui gli indigeni vivono un imbarazzante senso di estraneità che nessuno degli altri cerca ovviamente di mitigare. Anzi. Nei tribunali si respira l’aria di Little Italy o di Broccolino. Quasi tutti parlano, si muovono e vestono allo stesso modo: toghe appoggiate sulle spalle con nochalance come scialli di Salomè, capelli arricciati sul collo, alitate di caffè e tutto il resto dell’ambaradan antropologico e patriottico che accompagna la più profonda identità italiana. I padani sono una minoranza emarginata fra avvocati e maggistrati, dove sono circa un quarto del totale ma con magre prospettive di carriera: sono praticamente assenti ai piani alti, al Csm, nella Corte costituzionale. I nati sopra la Linea Gotica sono davvero rari fra poliziotti e colpevoli: meritano l’assistenza del WWF. Per mitigare la statistica si ricorre all’imbroglio: sui giornali i rei sono classificati spesso per residenza e non per origine (in questi giorni il Gagliano è rubricato come savonese). Gli autoctoni veri li si trova praticamente solo – tanti – fra le vittime. Sono degli estranei che non meritano alcuna considerazione, dei pirla che si fanno fregare e poi pagano il conto. Chi non è del giro viene stritolato: una ragazzotta americana (non si saprà mai se colpevole o innocente) viene trattata come fosse la reincarnazione del male, Rosa e Olindo sono rinchiusi a vita senza uno straccio di prova. Non si chiamano Ligresti e sicuramente la Cancellieri non perderà tempo a far loro una telefonatina. Ci sarebbe anche un problema di comunicazione linguistica.
    Poi c’è la storia della politica. Non basta essere italiani: per contare serve anche essere un po’ comunisti. La “compagneria” è il solo modo sicuro che i nordisti hanno di fare un po’ di carriera: se uno è padano e poco sinistro probabilmente si occuperà di multe per tutta la vita in un sottoscala di cancelleria. Così risulta che se un imputato appartiene a qualche tribù rossa se la cava sempre, trova comprensione, vagonate di garantismo, codicilli ed eccezioni: è pur sempre “un compagno che sbaglia” che diamine! Gli altri no: gli altri portano il marchio lombrosiano della reità nel sangue. Se poi sono leghisti o indipendentisti non hanno vie d’uscita. Sindaci, cittadini che si difendono dai malfattori, gente che esprime opinioni poco ortodosse su strolighi, stranieri o italianissimi incorre nei rapidissimi rigori dello Stato: Dura lex, sed lex. Tradotto: l’è düra per num, per i àlter l’è lèss.




    La ?Maggistratura? è lo specchio dell?italianità, storia di ?sinistre carriere? | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 26-12-13 alle 22:37
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #1482
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Quando non scrive di Lega Nord Oneto torna ad essere condivisibile.

  3. #1483
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Direi quando non ha secondi e terzi fini.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  4. #1484
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    povero Gilberto lasciatelo in pace. soffre ancora.

  5. #1485
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Amen!
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  6. #1486
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Pil, nel 2013 la Russia supererà l?Italia, che passerà dall?8 al 13° posto | L'Indipendenza

    Il Pil della Cina superera’ in valore quello statunitense nel 2028, piu’ tardi di quanto previsto. L’economia britannica si attestera’ al secondo posto, superando la Germania e diventando la prima in Europa intorno al 2030. E’ quanto si legge nel rapporto 2013 del del World economic League Table del Cebr (Centre for economics and bussiness researche). L’Italia a precipizio: scendera’ dall’ottava posizione del 2013 alla quindicesima posizione del 2028. Calo anche per la Spagna che passera’ dalla tredicesima posizione alla diciottesima.
    La Cina dunque, con il sorpasso degli Usa, diventerà la prima economia del mondo nel 2028. Riguardo all’Europa, la Germania scendera’ a livello globale dal quarto posto del 2013 al sesto tra 2023 e 2028. Per la Francia il calo sara’ piu’ pesante: passera’ dal quinto posto di quest’anno all’ottavo nel 2018, il decimo nel 2023 e il tredicesimo nel 2028.
    Il 2013 mostra solo due cambiamenti nelle prime 20 economie: la Russia sorpasserà l’Italia, colpita dalla recessione, per guadagnare l’ottavo posto e il Canada superera’ l’India a causa del crollo della rupia, riprendendo cosi’ la seconda posizione tra le piu’ grandi economie del Commonwealth e la decima del mondo.
    Secondo lo studio, l’India superera’ il Giappone nel 2028 divenendo la terza economia mondiale. Il Brasile entro il 2023 superera’ sia la Gran Bretagna che la Germania per diventare la quinta economia mondiale. Nei prossimi quattro anni tutte le economia emergenti compiranno importanti passi in avanti: nel 2018 la Russia sara’ al sesto posto, l’India al nono, il Messico al dodicesimo, la Corea al tredicesimo e la Turchia al diciassettesimo. La Thailandia (se tornera’ la stabilita’ politica) entrera’ nella top30, al 27esimo posto. Entro il 2023, l’India assurgera’ a quarta economia mondiale e il Brasile sara’ la quinta, mentre Taiwan conquistera’ il 19esimo posto. Entro il 2028, la Cina sara’ la prima in classifica, l’India sara’ terza, il Messico avra’ conquistato il nono posto, la Corea l’undicesimo, la Turchia il dodicesimo. Nigeria, Egitto, Iraq e Filippine entreranno nella Top30.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_PIL_(PPA)
    Ultima modifica di von Dekken; 27-12-13 alle 09:23

  7. #1487
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    28 Dicembre 2013

    In politica emergono sempre i peggiori. E la Kyenge è una cima




    di GILBERTO ONETO

    Non devono essere necessariamente i migliori a emergere e comandare. Non ha mai funzionato così: non sono i più buoni, i più diligenti o i più intelligenti a prevalere. Un vecchio adagio diceva “primi a scuola, ultimi nella vita” e trovava dimostrazione nella statistica. È già un bel vantaggio quando a salire in alto sono i più furbi, i più attivi o anche solo i più fortunati: succede così nel mondo del lavoro quando è libero e non condizionato da deformazioni esterne. In politica invece non è proprio mai successo che fossero i migliori (nella più ampia accezione morale del termine) a fare carriera: è sempre stata roba per tipi svegli, accorti, opportunisti e senza troppi scrupoli. L’ingrediente vincente è un giusto dosaggio di materia grigia e pelo sullo stomaco.
    Sembra fare eccezione la Repubblica italiana: qui il pelo è una chioma fluente, serve spregiudicatezza e fortuna, si deve lavorare molto di lingua in tutte le possibili variazioni sul tema ma serve sempre meno avere sale in zucca. Essere colti e “studiati” diventa quasi un handicap, quasi come quello di essere coerenti, sinceri e onesti. Guardare chi ci governa è come scorrere una interessante raccolta di prototipi antropologici che sembra fatta apposta per sdrenare ogni certezza lombrosiana: c’è di tutto (qualcuno ha anche una faccia normale, qualche volta anche vispa) ma si comportano tutti allo stesso modo. Si fanno esclusivamente i fatti loro senza neppure più far finta di dedicarsi al bene comune.
    Se poi si passa all’esame delle competenze, il panorama si fa desolato. Una volta anche i peggiori dovevano fare la gavetta e imparare qualcosa per arrivare in alto in una sorta di “ascesi” negativa che faceva salire tutti i gradini. Oggi “saper fare” qualcosa o “essere esperti” di qualcos’altro è superfluo e quasi controproducente. È molto meglio chi non sa fare nulla perché così non crea problemi e lo si può tenere a briglia corta. Deputati o ministri vengono forse scelti per le loro competenze? Sarebbe un disastro per la governabilità e per la stabilità.
    La ministra Di Girolamo sa qualcosa di agricoltura? Il solo legame con l’antica fatica dei campiche lei e il suo sinistro consorte abbiano sono le braccia tolte al settore primario. Non solo loro: l’intero Parlamento brulica di energie sottratte alla cura delle zolle. E Alfano che fa il ministro di polizia? C’è davvero da chiedersi come abbia fatto Berlusconi a gestire con successo le sue aziende se questo signore è frutto della sua capacità di selezionare il personale. Sono tutti così. Al vostro condominio non affidereste a gente del genere neppure la guardiola della portineria e anche per la raccolta dei sacchi della differenziata avreste qualche dubbio. Questa è gente che, con guida sicura, sta portando l’Italia fuori dal tunnel!
    Nella comitiva emerge sicura la sciura Kyenge, non perché è nera (anche perché non è nera ma marrone) ma per l’intrigante evanescenza delle sue capacità. Dicono sia “madre e sposa esemplare” (anche se il marito calabro-emiliano da tempo sembra sostenere il contrario), dicono anche sia un oculista sopraffino (strappato alle drammatiche emergenze katanghesi), per certo come ministra vale una cicca. L’altro giorno si è cimentata come inserviente di mensa ma neppure qui pare abbia dato grande prova di sé. Così almeno si capisce dall’espressione attonita e preoccupata delle colleghe (vedi foto): qualcuno ha detto che la ragione fosse il massiccio orologio d’oro che la sciura aveva al polso (non al collo, non l’abbiamo neanche pensato e ci dissociamo da chi lo fa), in verità restano i più devastanti sospetti su cosa facesse alle pietanze nascosta dal bancone.
    La sola illuminante eccezione al generale andazzo governativo è stata la ministra Idem. Un cognome che tutti gli altri dovrebbero prendere come un consiglio a fare lo stesso e a togliere il disturbo.

    In politica emergono sempre i peggiori. E la Kyenge è una cima | L'Indipendenza

    Ultima modifica di Eridano; 28-12-13 alle 12:39
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #1488
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    31 Dicembre 2013

    Caro Grillo, l’impeachment va richiesto e imposto all’Italia!




    di GILBERTO ONETO

    Grillo dice di voler iniziare l’anno nuovo chiedendo l’impeachment di Napolitano. Usa una parola americana che suonerebbe molto meglio in piemontese. La cosa non è prevista da alcun dispositivo costituzionale ed è perciò solo usata come un’arma di forte polemica che però entusiasma la totalità dei cittadini per bene che vengono quotidianamente presi per il bavero e derubati dallo Stato ladro e mafioso. Nel 2013 e ancora di più nel 2014.
    La provocazione è sicuramente efficace, dimostra ancora una volta la straordinaria capacità di Grillo di dominare la scena ma anche la sua confusione ideologica. Il problema non è Napolitano ma lo Stato di cui è (non solo) formalmente il capo. Napolitano è perfetto per quella carica: è napoletano (la quintessenza della meridionalità), suo padre era un caporione massonico, e quello che i maliziosi indicano come il vero genitore era un re: un dettaglio fondamentale per un regime repubblicano delle banane dove i ruoli e le cariche si confondono come la mozzarella e la pummarola. Il loro più luminoso riferimento, Bokassa, era presidente e anche imperatore. Umberto non era un sovrano qualsiasi: è stato l’ultimo della peggiore dinastia del mondo come è giusto che sia nella peggiore repubblica d’Europa. Non basta: Napolitano è stato fascista in gioventù, comunista per tutta la vita, ha firmato una delle più sciagurate leggi sull’immigrazione, è stato il ministro degli interni dell’incursione in via Bellerio, è progressista, democratico, patriottico, istituzionale, solidale e politicamente corretto. È il prototipo della correttezza politica all’italiana: non dice mai una parola che non sia misurata, prevedibile e che significhi qualcosa. È assolutamente adatto al ruolo: gli manca solo per raggiungere l’ideale perfezione dell’estetica dominante di essere bisessuale e/o multietnico. L’età lo esenta da quest’altro tassello del “politicamente corretto” ma fosse stato più giovane avrebbe dovuto lavorarci con impegno.
    A cosa serve che Grillo chieda di mandarlo a casa? Ne arriverebbe un altro che non potrebbe essere così adatto al ruolo come lo è lui. Ma lo Stato italiano andrebbe avanti imperturbabile.
    Grillo ha tante buone idee e intenzioni ma continua a sbagliare obiettivo. Questo Stato non si può riformare, ripulire o rendere più civile perché questo Stato non può che essere così. Cercare di renderlo più accettabile significa solo procrastinarne la rovina. Lo Stato italiano può essere solo ladro, prepotente, mafioso, baro e bugiardo perché se non fosse tutte queste cose assieme non sarebbe più lo Stato italiano che sopravvive proprio perché è così. Perché è italiano.
    Non serve cambiargli il capo, modificarne la Costituzione o fare lo sciampo alla sua classe politica: deve proprio scomparire. Deve ridursi al minimo come Stato e – se proprio vuol fare l’italiano – lo faccia solo nell’Italia verace, e lasci stare tutti gli altri. Che padani, tirolesi, sardi e toscani se ne vadano per la loro strada.
    Lanciamo a Grillo (e non solo a lui) con grande chiarezza questo semplice ed elementare pensierino per il 2014: il problema non è Napolitano ma lo Stato italiano. L’impeachment va richiesto e imposto all’Italia!

    Caro Grillo, l?impeachment va richiesto e imposto all?Italia! | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 01-01-14 alle 20:23
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  9. #1489
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    2 Gennaio 2014

    La “Radetzky March”, che non piace ai patrioti del “Bordello Italia”




    di ROMANO BRACALINI

    Anche quest’anno ho seguito il Concerto di Capodanno da Vienna, conclusosi com’è tradizione con la Marcia di Radetzky. Il concerto della Filarmonica di Vienna, diretto dal maestro Daniel Baremboim, ha avuto ancora una volta la magia di riportare alla mente il mondo calmo e ordinato della Mitteleuropa, di cui fece parte anche il Lombardo-Veneto; un mondo che nostalgicamente contrasta per stile e concezione col “bordello” italiano.
    Un susseguirsi di emozioni e di immagini che hanno appunto il loro momento culminante nella trascinante “Radetzky Marsch”, diretta argutamente da Baremboim e ritmata entusiasticamente dal pubblico in teatro. Contro la marcia di Radeztky hanno regolarmente protestato ad ogni inizio d’anno i “patrioti” italiani che avrebbero voluto che l’orchestra di Vienna la cancellasse dal suo programma di Capodanno. Il motivo era che la marcia offendeva i sentimenti degli italiani. Niente di più cretino. Al provincialismo si aggiungeva il ridicolo. Sarebbe come abolire le opere “patriottiche” verdiane per non offendere gli austriaci. Se l’identità italiana è debole, o inesistente, non è colpa di Radeztky che sul campo di battaglia sconfisse più volte i vili e fiacchi italiani e Johann Strauss lo celebrò giustamente come il più popolare eroe dell’Impero, dopo il principe Eugenio. Radetzky non è stato il mostro descritto dalla propaganda italiana che non ha trovato metodi meno ripugnanti e falsi per denigrare un prode soldato.



    Nel 1848, allo scoppio delle Cinque Giornate,Radetzky disponeva di un esercito di 16.000 uomini,
    pochi ma sufficienti a soffocare la rivolta popolare milanese se solo avesse fatto uso dell’artiglieria. Avrebbe potuto farlo, non lo fece perché, disse, non voleva passare per un novello Barbarossa. Uscendo dal Castello la sera della quinta giornata, ossia il 22 marzo, giunto a Porta Romana, sulla strada che lo avrebbe ricondotto nel Quadrilatero, si voltò verso la città che abbandonava giurando che sarebbe presto ritornato. Mantenne la promessa sconfiggendo il debole Carlo Alberto a Custoza e rientrando a Milano ad agosto dello stesso 1848, mentre i borghesi voltagabbana si toglievano il tricolore dal bavero e gridavano “Viva Radetzky”. Non ebbe gli stessi scrupoli morali l’oscuro generale piemontese Bava Beccaris, che non s’era distinto in nessuna campagna del risorgimento, il quale nel 1898, esattamente mezzo secolo dopo, prese a cannonate il popolo di Milano, accusato dal capo del governo marchese Di Rudinì, siculo di pelo rosso, di volere la rivoluzione secessionista. Magari. Ma non era vero. Il popolo milanese protestava per le tasse, per il caro pane, per la fame. Non bisognerebbe mai perdere di vista i migliori esempi della storia, come quando nel 1814, sotto i francesi, i milanesi insorsero contro l’oppressione fiscale dando l’assalto al palazzo di Giuseppe Prina, ministro delle finanze, lo massacrarono e lo scaraventarono dalla finestra.



    Il dominio austriaco ha lasciato tracce profonde nella città, nel costume, nella civiltà dei comportamenti,
    che col tempo e sotto l’influenza italiana, si sono affievoliti. Le tasse erano gravose ma restavano sul territorio.Venezia rinacque sotto la buona politica territoriale di Vienna. Maria Teresa aveva introdotto il catasto del quale ancora oggi non c’è traccia in gran parte del Sud Italia. Le grandi istituzioni culturali milanesi e lombarde risalgono all’epoca austriaca: il Teatro alla Scala, la Biblioteca di Brera, il Palazzo Reale, la Villa Reale di Monza. Solo dopo la definitiva partenza degli austriaci dalla Lombardia, nel 1859, i milanesi si accorsero di ciò che avevano perduto. Avevano rinunciato alla civile Austria per darsi alla torva e levantina Italietta, famosa in Europa come fedifraga e ladra di terre.
    Pur ammettendo che nessun popolo ha maggiori diritti di un altro, Carlo Cattaneo riconosceva che se un popolo raggiunge traguardi più avanzati di incivilimento vuol dire che ha caratteri originari che lo distinguono dagli altri. Era il caso dell’Austria. Con l’Austria, prima del 1848, quando poi il Piemonte regio si impadronì della vittoria del popolo milanese, Cattaneo pensava di poter usare il linguaggio della ragione e non quello delle armi, e proponeva si rinunciasse ad ogni progetto insurrezionale per indurre il governo austriaco a concedere le riforme richieste. Restava fermo nel proprio convincimento, contrario alle “opere di violenza”, anche quando erano in gran parte conflitti per la libertà. Era convinto, senza sbagliare, che ai lombardi convenisse più la civilissima Austria che l’Italia della gabola e della truffa. Gli avessero dato retta, la Lombardia e il Veneto, riuniti sotto un unico scettro, avrebbero continuato a far parte dell’Impero e di un patrimonio di civiltà comune.
    Radetzky appartiene alla storia, legittimamente anche alla nostra. Parlava perfettamente italiano, amava Milano, abitava in via Brisa, una piccola strada che incrocia l’attuale corso Magenta, amava le partite a carte, la buona tavola, le osterie popolari; conviveva con una milanesona, la Giuditta Meregalli, che faceva la stiratrice. Ogni mattina andava a piedi, senza scorta, fino al Castello e all’ingresso i mendicati gli andavano incontro ed egli, uomo di buon cuore, dava un obolo a tutti. Morì nel 1858 e volle restare a Milano, finchè gli avvenimenti politici glie lo consentirono. I suoi resti vennero traslati a Vienna nel 1859, quando la Lombardia, con il solito imbroglio italiano, venne annessa al Piemonte.
    Leonardo Sciascia diceva che Milano è diversa perché ha avuto Maria Teresa e il dominio austriaco, lo diceva da siciliano; Napoli è quella che è perché ha avuto gli spagnoli e i Borboni. La differenza si vede. Stoffa diversa. Radeztzy era il leale difensore dell’Impero, di gran lunga il più civile e tollerante del nefasto regno d’Italia. Bava Beccaris è stato dimenticato, Radetzki vive nella memoria e nella devozione degli antichi ex sudditi dell’Impero.

    La ?Radetzky March?, che non piace ai patrioti del ?Bordello Italia? | L'Indipendenza

    Ultima modifica di Eridano; 02-01-14 alle 10:18
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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