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Discussione: l'Indipendensa

  1. #481
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    la lega ha sempre boicottato il lavoro di Gilberto, anche negli anni d'oro.

  2. #482
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    La Padania in vent’anni “rapinata” di 1.100 miliardi dallo Stato
    di GILBERTO ONETO

    Vanno tolte le virgolette dal rapinata.
    sklöpp & kanù

  3. #483
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    sono informazioni che giravano nella libera compagnia fin dalla metà degli anni novanta. è l'allega d'abbozzi che ha boicottato il giro delle informazioni letali per l'itagliaseddesta.

  4. #484
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    La Padania in vent’anni “rapinata” di 1.100 miliardi dallo Stato
    di GILBERTO ONETO

    Da un po’ di tempo si è ripreso – finalmente – a parlare di numeri e, in particolare, di residuo fiscale. Secondo la definizione di Ricolfi, esso è la “Differenza fra le entrate correnti della Pubblica amministrazione (tasse totali e vendite) e le uscite correnti al netto del servizio del debito”.
    In altre parole è l’indicatore della quantità di denaro che lo Stato italiano si porta via senza dare nulla in cambio, ovvero quello che le comunità versano in “solidarietà tricolore”, per il solo piacere di vedersi rappresentare da Napolitano e poter cantare l’Inno di Mameli. È un numero che indica l’entità dello “scambio” (nel nostro caso della rapina) ma che non serve neppure a delineare la qualità dello stesso: si pagano “per buone” prestazioni che sono ignobili (servizi sociali, sicurezza, giustizia eccetera) e non spiega quanto di quello che ritorna sul territorio sia affettivamente a vantaggio delle comunità locali o non vada invece a finire in voci che di locale hanno solo il luogo di spesa (pubblici dipendenti meridionali, spese per immigrati eccetera).

    In ogni caso si tratta di un interessante “marcatore” della strana perequazione italica, in grado di rivelare con sufficiente grado di accettabilità che ci guadagni e chi ci perda dall’unità e indivisibilità dell’Italia.
    Il termine compare per la prima nel linguaggio comune con uno studio della Fondazione Agnelli nel 1992, riferito ai conti del 1989. Quella prima indicazione è ripresa dai Quaderni Padani n. 2 (Autunno 1995) e poi dal fascicolo I numeri dell’oppressione, allegato a La Padania, nel novembre 1997. La stessa è ripresa nello stesso anno dal libro L’invenzione della Padania.
    Lo studio della Fondazione Agnelli riceve all’inizio un po’ di attenzione dalla stampa ma poi finisce relegato nel repertorio di informazioni di una parte minoritaria del mondo autonomista che si raggruppa attorno a La Libera Compagnia Padana, che sembra essere la sola ad avere compreso l’importanza deflagrante di questo tipo di informazioni.
    Sono infatti ancora i Quaderni Padani (n. 41, maggio-giugno 2002, poi ripresi dai Quaderni 61-62 nel settembre-dicembre 2005) che pubblicano l’elaborazione effettuata da Giancarlo Pagliarini e da Sara Fumagalli del residuo fiscale dell’anno 1997.
    Nel 2005 viene pubblicato il 5° rapporto “La regionalizzazione del bilancio statale”, elaborato dalla commissione presieduta da Alberto Brambilla, allora Sottosegretario del Welfare (da cui il nome “Rapporto Brambilla”), che fornisce un suo calcolo del residuo fiscale al 2001. È il solo anno in cui la Repubblica italiana abbia reso noti i dati regionalizzati, sollecitata da una norma del Regolamento Comunitario d’Europa (223/95) che impone agli Stati la tenuta di statistiche su base regionale.

    Ancora i Quaderni Padani pubblicano (n. 81-82, gennaio- aprile 2009) l’elaborazione effettuata dalla Unioncamere del Veneto sui dati del 2006. La stessa è ripresa dal libro Luigini contro Contadini (2011) e, riformulata, da Luca Ricolfi nel libro Il sacco del Nord (2010).
    Dal 2006 è la stessa Unioncamere del Veneto che si occupa di redigere i calcoli del residuo fiscale delle singole Regioni per ogni anno di bilancio. Possiamo così disporre da quella data di una serie di informazioni che hanno anche il vantaggio di essere state elaborate dallo stesso soggetto e con criteri di valutazione costanti. Prima di allora infatti, ognuno ha costruito i propri dati su fonti e con metodi diversi.
    Quasi tutti i dati pubblicati danno il residuo pro capite e complessivo. Essi sono riassunti nella Tabella 1 (“Residuo fiscale pro capite”) e nella Tabella 2 (“Residuo fiscale complessivo per regione”).
    Sono riportati con segno positivo i residui fiscali che indicano dove si sia pagato di più di quanto ricevuto. Sono infatti considerati passivi i residui di chi riceve più di quanto abbia versato.
    La discrepanza fra i vari anni si spiega anche col fatto che i dati sono il risultato di calcoli ed elaborazioni effettuati su parametri raccolti con diverse modalità.
    Ciò nonostante si ha una continuità di fondo che rivela alcune costanti fondamentali: 1) ci sono quattro regioni (Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna) che presentano sempre un residuo attivo; 2) ci sono altre regioni centro-settentrionali che si trovano in sostanziale equilibrio (fa parte a sé il Lazio nella cui colonna del dare sono contemplate le tasse riscosse da enti che hanno sede a Roma ma che producono o drenano ricchezze in tutto il territorio della repubblica); 3) il trend di crescita del residuo fiscale è generale ma concentrato nelle regioni pagatrici; 4) tende così a crescere nel tempo la forbice fra la Padania che riceve meno e il Meridione che riceve di più.
    Guardando le tabelle si osserva un residuo complessivo delle regioni padane (comprese quelle a statuto speciale) che va dai 10 miliardi del 1989 ai 104-119 di media fino al 2009. Sulla base delle proiezioni pubblicate dalla stessa Unioncamere del Veneto, si può ragionevolmente ipotizzare che il residuo padano complessivo degli ultimissimi anni superi i 125 miliardi.

    Su queste informazioni viene elaborato un grafico per l’andamento ventennale del residuo lombardo e padano. L’andamento non è costante soprattutto a causa dei diversi criteri di calcolo impiegati: non è però escluso che la diminuzione fra il 2002 e il 2006 possa avere a che fare con la pressione leghista sulle scelte economiche del governo. Ma potrebbe anche trattarsi di una casuale coincidenza e perciò la considerazione sarebbe più un wishful thinking che una constatazione della realtà. Grafico 1
    Se si sommano i residui fiscali dei venti anni compresi fra il 1989 e il 2009 si arriva a una cifra complessiva che non è inferiore al 1.100 miliardi di Euro per le otto regioni padane, pur calcolando il valore passivo che si ritrova costantemente in Valle d’Aosta, quasi sistematicamente in Trentino-Sud Tirolo e saltuariamente in Liguria e Friuli. Nel suo complesso la Padania è stata “ripulita” in due decenni di più della metà del debito pubblico. Roba superiore alla spogliazione delle colonie americane da parte della Spagna. Va anche ricordato che, con un trasferimento analogo per entità e durata, la Germania ha risollevato le condizioni economiche della sua parte orientale: va però anche rilevato che l’esborso pro capite dei tedeschi occidentali è stato quasi tre volte inferiore a quello dei padani.
    Nei venti anni considerati, ogni cittadino padano ha pagato la gioia di vedere sventolare il tricolore circa 40.000 Euro, una famiglia di quattro persone si è fatta fuori un appartamentino. Più pesante è la situazione degli abitanti della Lombardia che hanno pagato lo stesso piacere circa 830 miliardi e cioè 84mila Euro a testa in vent’anni, un appartamento di lusso per una famiglia di quattro persone.
    Va ricordato che si tratta di dati statistici che non tengono conto di altri elementi molto più difficilmente quantificabili. Si dovrebbe, ad esempio, attribuire parte del residuo laziale a tutte le altre regioni e in particolare – in misura di almeno due terzi – alla Padania. È incalcolabile quanto della spesa statale in Padania vada a vantaggio di non padani (impiegati pubblici meridionali in trasferta, azione di organizzazioni criminali, spese per gli immigrati, spese per strutture militari o civili posizionate sul territorio padano ma a servizio dello Stato nel suo insieme eccetera). Con tutto questo il dato del residuo fiscale potrebbe crescere ulteriormente in misura anche ragguardevole. Resta poi il dato morale che rende difficile fare accettare come spesa statale a vantaggio del territorio quella che riguarda le strutture oppressive, poliziesche e giudiziarie che servono a comprimere le libertà locali.
    (1 – continua)

    25 Marzo 2013

    La Padania in vent?anni ?rapinata? di 1.100 miliardi dallo Stato | L'Indipendenza

    Per visualizzare le tabelle cliccare sul link.
    La Padania da sola pagherebbe il debito pubblico in meno di 15 anni

    di GILBERTO ONETO

    Negli ultimi tempi si è molto parlato del 75% di tasse che, secondo la Lega, dovrebbero rimanere in Lombardia. Si è cominciato a dare i numeri su quello che già oggi resterebbe, si sono introdotti parametri d’ogni genere, si è insomma sollevata una sconquassante cortina fumogena su dati che dovrebbero invece essere precisi e chiaramente comprensibili. Il Pdl ha detto che in Lombardia si arriva già al 72-73%; la Confindustria ha sentenziato che sono “sogni per adesso non realizzabili” , Camusso e Ambrosoli sono stati concordi nel bollare l’iniziativa come demagogica. I meridionali in generale si sono indignati piagnucolando sul becero tentativo di violare un patto di solidarietà che ha la strana particolarità di essere a senso unico.
    Per fare un po’ di chiarezza occorre guardare i dati degli ultimi dieci anni. Nel 2002 la Lombardia tratteneva l’80,69% delle proprie risorse, nel 2007 il 66,61% e nel biennio 2007-2009 una media del 59,85%. Nel 2013 si può stimare il 55%, un dato in continua diminuzione per l’aumento della pressione fiscale e il calo degli investimenti. Chi ha ipotizzato una differenza di 16 miliardi si è basato sui dati del 2007.
    Segue lo stesso trend il calcolo per l’intera Padania: 86,11% nel 2002, 75,94% nel 2007 e 72,32% nel biennio successivo. Oggi è sicuramente attorno al 68%. Questo significa che la cura maroniana farebbe molto bene alla Lombardia ma sarebbe benefica anche per l’intera comunità padana.

    Infatti se il ritorno fosse del 75%, nel 2007 in Lombardia sarebbero rientrati 16 miliardi in più e 4 in meno in Padania, nel periodo 2007-09 sarebbero tornati 26 miliardi in più in Lombardia e 9 in più in Padania, regioni a statuto speciale comprese. Oggi saremmo presumibilmente rispettivamente attorno ai 30 e 15 miliardi. I cittadini lombardi, a parità di prestazioni, potrebbero avere uno sgravio fiscale attorno al 40%. Il grafico 2 indica la percentuale di ricchezza ritenuta sul territorio lombardo e padano rapportata con la richiesta del 75%.
    Una considerazione va fatta su come queste cifre siano reperite e usate da parte di chi dovrebbe averne fatto uno dei punti qualificanti di tutta la sua battaglia politica. In tutti questi anni la Lega si è totalmente disinteressata di questo argomento cruciale, non ha utilizzato il potere di reperimento di informazioni che le veniva dalla sua posizione governativa, non ha attivato un Centro Studi in grado di occuparsene, non ha favorito (anzi) chi lo ha fatto per conto suo. Non ha insomma intrapreso nessuna di quelle azioni elementari e doverose per delineare in termini chiari il suo progetto in campo economico, nello scabroso ruolo delle verifiche della rapina che subisce la gente che dice di voler rappresentare. Gli indecorosi balletti sui numeri che si sono visti in campagna elettorale, il patetico ricorso democristiano a un avverbio (“almeno” il 75%) per coprire l’impreparazione sui numeri, il ricorso – davvero miserabile - a un trafiletto pubblicato dal Corriere della Sera in cui si parlava di un vantaggio di 16 miliardi: tutto da la misura dell’impreparazione della classe dirigente leghista, del protervo impegno ventennale a uccidere ogni impegno culturale e anche di una certa, urticante, dose di mala fede.
    Sembra opportuno, per chiudere, dare un’occhiata anche ad alcuni raffronti internazionali. Nel 2009 il residuo fiscale della Lombardia corrispondeva al 11,5% del Pil regionale, in Veneto era il 10,3%, in Emilia-Romagna il 10,1%. In Europa si hanno per lo stesso anno i seguenti dati significativi: la Catalogna (che per questo minaccia la secessione) arriva all’8,1%, la regione di Stoccolma al 7,6%, l’Inghilterra sud-orientale al 6,7%, il Baden-Wurtenberg al 4,4%, l’Ile-de-France al 4,4% e la Baviera al 3,5%, un quarto della Lombardia. Nel suo complesso la Padania ha la percentuale più alta d’Europa, è perciò la regione più tartassata in assoluto.
    Un quadro analogo si ricava dal confronto del debito pubblico regionalizzato, in percentuale sul Pil: a fronte di un valore dell’87,7% dell’Area euro nel 2011, si hanno i seguenti valori: 120,7% dell’Italia, 82,1% della Padania, 74,8% del Veneto, 73,3% dell’Emilia-Romagna e il 71,9% della Lombardia.
    Da tutto quanto fino a qui esaminato si trae una semplice considerazione: la Lombardia e la Padania nel suo complesso sono sistematicamente rapinate delle loro ricchezze dallo Stato italiano. Senza questo “patriottico” prelievo la Padania sarebbe un paese prospero, uno dei più ricchi del mondo, potrebbe assicurare ai suoi cittadini servizi di eccellenza invece che sopravvivere in una condizione terzomondista come avviene oggi. Da sola la Padania potrebbe ripianare la sua parte di debito pubblico in pochi anni e pagare l’intero debito italiano in due o tre lustri. Potrebbe così comperarsi la sua libertà. Ma occorre farlo al più presto, prima che la crisi economica (qui provocata principalmente dal parassitismo italiano e dalla rapina statale) distrugga completamente il potenziale economico e le risorse morali delle comunità padane. Per molto meno si erano ribellate le colonie americane. Se non ora, quando?
    (2 – fine. Il primo articolo è stato pubblicato il 25 marzo)

    26 Marzo 2013

    La Padania da sola pagherebbe il debito pubblico in meno di 15 anni | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  5. #485
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    L’ambaradan del Quirinale? Ci costerebbero meno Obama e la Regina
    di GILBERTO ONETO

    L’altro giorno ad annunciare gli esiti dei colloqui del presidente Napolitano con Bersani e gli altri suoi (letteralmente) compagni è comparso il dottor Donato Marra, Segretario generale della Presidenza della Repubblica, un distinto signore che sicuramente non merita tutte le illazioni comparse sul suo conto a proposito delle sue frequentazioni di aule di giustizia e di logge. Di lui si è anche sentito parlare per i 542.439,00 Euro che annualmente percepisce per questo suo importante ruolo. È perciò giusto che si assuma lui l’incombenza di dare annunci ai giornalisti al posto del povero Napolitano cui toccano annualmente solo 253.255,00 Euro di stipendio. Ovviamente lordi.
    Nel confortante quadretto delle comunicazioni alla stampa, il Marra era in compagnia di almeno altri tre sussiegosi signori che facevano da tappezzeria assieme ai due corazzieri di servizio. Tutto molto bello e coreografico. Tutta roba che “da il senso dello Stato” e procura compiaciute erezioni alle falangi di patrioti italiani. Ma cosa costa l’elegante ambaradan? Quanto cacciano fuori i contribuenti per questo edificante teatrino? Proviamo a fare due conti della serva.
    I tre signori sono, a giudicare dalla faccia compunta da “lei non sa chi sono io”, alti funzionari del Quirinale e volete che non costino in tre almeno quanto il Marra da solo, e cioè un’altra mezza milionata l’anno. I due corazzieri sono solo alti ma un altro bel centomila all’Erario lo costano per certo. Diciamo insomma – ed è sicuramente un calcolo per difetto – che i sei personaggi della coreografia “valgono” un milione e duecentomila l’anno, centomila al mese, 700-800 Euro l’ora di lavoro (si fa per dire).
    L’altro giorno, fra attese, annunci, conferenze stampa e altre pantomime sono andate circa tre ore: diciamo 2.200 Euro in tutto, naturalmente senza contare il contorno: valletti, servizio di pulizia, elettricisti, servizi segreti, logistica, accoglienza e altri minuti piaceri patriottici. Insomma almeno due stipendi mensili di un operaio o quattro mensilità di un pensionato al minimo. Cosa volete che sia dentro al bilancio annuale del Quirinale che era di 228 milioni di Euro nel 2010, e cioè 624 mila euro al giorno, ovvero 23 mila euro all’ora? Se vogliamo regionalizzare il ragionamento, si arriva a definire che almeno 160 milioni dei 228 milioni arrivano dalla Padania, che è tre volte quello che costa Buckingham Palace. La Casa Bianca costa 136 milioni. I padani potrebbero farsi carico di uno dei due: spenderebbero di meno, butterebbero comunque via i loro soldi ma non manterrebbero qualcuno che li opprime. Obama o la regina Elisabetta direbbero anche grazie: a Roma ci trattano da razzisti, egoisti e pirla.
    Si parla di riduzione dei costi della politica e si deve anche eleggere il nuovo presidente della repubblica. Si faccia un bando per vedere chi ha più titoli per prendere quei 253.255 Euro, oppure si vada al ribasso o si chieda cosa si intende fare a fronte di uno stipendio del genere. Per quella cifra quasi tutti noi siamo pronti a fare il presidente, il segretario generale, anche il corazziere, l’autista, il cuoco e il telefonista. Insomma per lo stipendio di Napolitano saremmo pronti a fare l’intero Quirinale (con un risparmio di 227.747.745 Euro). Per quello di Donato Marra saremmo pronti anche a fare la regina Elisabetta, cappellini compresi. In realtà sarebbe meglio fare i padani, farlo gratis, e mandare tutti costoro a farla sulle ortiche.

    30 Marzo 2013

    L?ambaradan del Quirinale? Ci costerebbero meno Obama e la Regina | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #486
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Ottimo sito L'Indipendenza, vado a vederlo sempre più di frequente... dovrò incominciare a dargli qualche contributo.



  7. #487
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    io ho già versato 50 euro a novembre scorso. in estate ne farò un altro uguale. hanno bisogno.

  8. #488
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Lo Stato finisce squallidamente. Maroni e Zaia, ora tocca a voi!
    di GILBERTO ONETO

    Sono davvero gli ultimi giorni di Pompei. Un vecchio comunista scadente (nel senso che mancano poche settimane alla fine del suo mandato presidenziale), sventolatore di retorica e tricolori, ha convocato dieci saggi per risolvere una situazione irrisolvibile. Per salvare uno Stato dai partiti chiede ai rappresentanti dei partiti di togliere le castagne dal fuoco. Prima ha dovuto prendere atto del fallimento di un comunista appena più giovane, che rifiuta le profferte di un vecchio capitalista perché si è invaghito di un cabarettista New Age, che però lo rifiuta con male parole. Uno Stato nato male 150 anni fa, in mezzo a violenza, corruzione e inganni non può che finire così, ingloriosamente, squallidamente.
    Chi si è reso conto che il malato è terminale e che occorre un atto di coraggio per mettere fine alle sue sofferenze, deve avere finalmente il coraggio di farlo, per pietà e compassione. A maggior ragione lo deve fare chi ha fatto dell’abbattimento dello Stato unitario e ladro la sua bandiera politica, chi da più di trent’anni va ripetendo che si deve mettere fine all’Italia. Invece, arrivato il momento di dare il colpo di grazia, esita, prende tempo, parla d’altro e – addirittura – contribuisce al patetico tentativo di mantenere in vita una carcassa maleodorante. Cosa fa la Lega? Per decenni ha urlato di volersene andare, ha messo l’indipendenza della Padania nel primo articolo del proprio Statuto, l’ha proclamata nel 1996, ha illuso milioni di padani dell’imminenza della secessione, e ora che l’Italia agonizza le porta un po’ di ossigeno e prega per la sua sopravvivenza? Cosa ci fa un leghista fra i saggi raccolti al capezzale della comatosa balena tricolore? Se è per dare un ultimo fendente mortale, non serve mettersi il camice bianco come i killer mafiosi di certi filmacci americani. La si sgozzi palesemente, gloriosamente e gioiosamente alla luce del sole. È ignobile e sconfortante vedere Giorgetti fra i disperati salvatori della patria (loro).
    La repubblica italiana sta soffocando nei suoi stessi escrementi. Il rimedio non può essere la macchina napolitana che la tiene artificialmente in vita e neppure l’aspirina grillina fatta di statalismo, utopie e rinnovato meridionalismo. Per i padani non c’è che una via di salvezza: andarsene, mettere in mare la scialuppa prima di essere travolti dal gorgo di un affondamento nauseabondo. Le comunità padane sono state rovinate dall’Italia ma possono ancora farcela dividendo nettamente la propria strada da quella del costoso, sgangherato e criminale carrozzone romano. Ieri un gustoso pesce d’aprile ha evocato la secessione: per funzionare certi scherzi devono essere verosimili. La separazione è ormai verosimile oltre che auspicabile.
    Cosa fa Maroni? È stato eletto per salvare la Lombardia, per trattenere le risorse sul territorio, per ridare ossigeno e speranza alla nostra gente. Cosa ci va ancora a fare al Quirinale? A reggere bordone a Berlusconi? Cosa fa Zaia? È stato eletto per salvare il Veneto; molti suoi cittadini hanno firmato per un referendum per l’indipendenza; il suo Consiglio regionale ha approvato una risoluzione dello stesso tenore.
    Maroni e Zaia, se ci siete battete un colpo! Convocate i due Consigli congiuntamente e prendete decisioni coraggiose in materia fiscale, per proteggere le risorse lombardo-venete, per tagliare l’immonda ventosa della sanguisuga italiana che ci sta uccidendo. Un segnale deve essere dato forte e subito: deve avere grande impatto simbolico, mediatico e morale.
    Datevi una mossa. È la vostra occasione: persa questa, potrete solo ritirarvi in pensione in un posto molto lontano e non mostrare più la vostra faccia fra le Alpi e gli Appennini. Se non ne avete lo slancio ideale, se non vi muove più la passione, fatelo almeno perché siete stati eletti per farlo. Fatelo perché prendete uno stipendio per farlo. Ma fatelo!

    2 Aprile 2013

    Lo Stato finisce squallidamente. Maroni e Zaia, ora tocca a voi! | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  9. #489
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    figurati ! ci pensano Maroni e Zaia (o magari Tosi).

  10. #490
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    L’Italia è morta. Maroni: a Pontida dicci qualcosa di leghista
    di GILBERTO ONETO

    Se fosse una istituzione privata, lo Stato italiano sarebbe tecnicamente fallito e dovrebbe portare i libri in tribunale. La situazione economica è catastrofica, le prospettive per il futuro anche peggiori. La classe dirigente – fra corruzione e incapacità – ha perso ogni credibilità. All’estero l’Italia è sempre di più considerata una Repubblica delle banane. Metà paese lavora e metà succhia dalle esangui tette della solidarietà. Alla testa del baraccone c’è un vecchio comunista che sventola il tricolore, che costa più della Casa Bianca e di Buckingham Palace messi assieme e che produce “buona politica” meno del sindaco di Pedesina (SO) che ha 34 abitanti e neanche un corazziere.
    La storia è piena di esempi analoghi, anche piuttosto illustri, di Imperi che si sono dissolti per incapacità politica, collasso economico e per l’esaurimento di ogni obiettivo politico. Di solito il colpo di grazia è venuto dall’esterno, da invasori o aggressori che hanno approfittato dello stato comatoso delle istituzioni per impadronirsi del territorio e portarsi via tutto quello che era rimasto o – in parecchi casi – per dare vita a nuove istituzioni più vitali ed efficienti. Qualche volta non c’è neppure stato bisogno di spallate esterne. Il caso più noto e vicino nel tempo è quello dell’Urss, della potentissima federazione delle Repubbliche socialiste sovietiche, uno dei due padroni del mondo, la roccaforte di una ideologia che dominava mezzo pianeta e si impegnava a conquistare l’altra metà. Ebbene, nel 1991, sotto il peso di una crisi economica ingestibile generata dal peso eccessivo della macchina statale e della scarsa efficienza produttiva e di un decadimento morale e fisico di una classe dirigente senza idee ed energie, l’Urss si è sciolta nel giro di pochissimo tempo, senza traumi, senza guerre o invasioni. Un giorno ha semplicemente cessato di esistere e ciascuna delle 15 Repubbliche che la componevano se ne è andata per la sua strada. Qualcuno ha fatto più fatica, altri meno, ma in generale oggi a poco più di vent’anni di distanza tutti stanno meglio. Soprattutto le aree più civili e produttive non sono più costrette a tirare il carretto per le altre.
    La Repubblica italiana è oggi in una situazione del tutto analoga: una casta dirigente di impresentabili e di incapaci sta dissipando le ultime ricchezze accumulate da generazioni di cittadini-formiche. Anche la soluzione può essere la stessa: semplice e indolore. Si da il “rompete le righe” e ogni Regione fa per conto suo, si assume la sua parte di debito pubblico e di ricchezza rimasta sulla base del Pil. Il Titanic Italia sta affondando e non c’è alternativa alla messa in mare delle scialuppe: una per Regione. Su quella lombarda ci sarà un debito di 404 miliardi di Euro, su quella del Molise meno di 9 miliardi. Ogni scialuppa sia libera di dirigersi dove vuole, da sola, aggregarsi ad altre facendo convogli macroregionali, dirigersi verso porti stranieri o scorazzare felice per il Mediterraneo. “Ciascuno per sé e Dio per tutti” potrebbe essere lo slogan di questa straordinaria riforma istituzionale, la sola che ormai abbia qualche possibilità di funzionare. Chi rema con vigore andrà lontano, chi non riesce a coordinare la vogata o preferisce crogiolarsi al sole si arrangi.
    Chi vorrà tenersi l’Euro lo farà, chi vorrà uscire dall’Europa avrà tutta la libertà di farlo, così come dall’Onu, dalla Nato, dalla Fifa e da ogni altro legame inventato dall’Italia. È l’uovo di Colombo ed è sintomatico che il riferimento sia a uno che sapeva andar per mare.
    Carlo Cattaneo diceva che per vivere contenti ognuno se ne deve abitare a casa propria; Gaetano Salvemini ha scritto che per vivere in pace ciascuno si deve spendere i soldi che guadagna. Per salvare le comunità imprigionate in una unità forzata e truffaldina, bisogna lasciarle andare ciascuna per la sua strada. Le Regioni saranno libere di stare con chi vorranno e con chi ci starà. Non ci saranno più consultazioni al Quirinale, “saggi” inutili, prediche sulla perequazione e la solidarietà. Oggi l’Italia è un malato terminale, vittima del peggior accanimento terapeutico deciso da chi vive facendo finta di curarla. Stacchiamo le macchine, smettiamo di svenare produttori e contribuenti per mantenere in vita un aggeggio famelico e maleodorante, una balena tricolore spiaggiata.
    Sarebbe bello che dal palco di Pontida venissero domenica dette cose del genere. Sarebbe bello non sentire le solite storie, penultimatum, progetti fumogeni, parole d’ordine sempre cambiate e mai mantenute. Diciamola la verità: l’Italia è morta e bisogna pensare a come non restare intrappolati nel suo cadavere e impestati dai suoi effluvi. Forza Maroni: dicci qualcosa di leghista! E fallo!

    6 Aprile 2013

    L?Italia è morta. Maroni: a Pontida dicci qualcosa di leghista | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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