



Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


14 Marzo 2014
Ho avuto un incubo: la Catalogna che s’era affidata alla “Liga”
di GILBERTO ONETO
L’altra notte ho avuto un incubo. In realtà era anche cominciata bene sognando una Catalogna che, alla fine del franchismo, si era messa sulla virtuosa strada dell’indipendenza identitaria, che aveva formato una lunghissima catena umana lungo il Mediterraneo e che si era decisa ad andarsene da Madrid. Ma subito dopo – qui comincia il vero incubo – il principale partito catalanista ha preso a traccheggiare, a sbandare, a fare cose strane.
Il suo leader, uno con moglie di Melilla, ha deciso che per liberare la Catalogna si deve passare dalle Cortes di Madrid, si deve “fare” gli spagnoli. Ha finito addirittura per entrare nel governo spagnolo e giurare fedeltà al re; alcuni dei suoi sono diventati ministri: uno ha fatto il capo della polizia, della Guardia Civil e di tutti i governatori mandati da Madrid a opprimere la Catalogna; un altro ha fatto il capo dei giudici che condannano i patrioti catalani. Al governo ci sono andati con Forza Spagna, il partito personale di un Haciendero dongiovanni, e con Los Hermanos (ferial) d’España.
Ai catalani che non capivano la metamorfosi è stato spiegato che le cose si possono cambiare solo “dall’interno”; quelli che non erano d’accordo sono stati cacciati senza troppi complimenti. Il partito è riuscito a sistemare anche tre viceré: alle Baleari ha messo uno con la pettinatura da torero, a Barcellona un hidalgo batterista della filarmonica di Salamanca e a Valencia un ballerino di flamenco proveniente da Sidi Ifni, con la passione per le culotte a righe gialle e rosse. Al controllo del territorio non ha messo Oriol Bohigas (l’urbanista che – fuori dall’incubo – ha trasformato Barcellona, Nda) ma un tifoso del Barça (esperto in curvature di stadi) e un campesino vestito da señorito con la mania dei sottotetti. I soldi (tanti) sono stati affidati a un morisco dell’Andalusia, luogo di origine di una bella fetta degli altri capataz del partito, che si è anche dotato di una Pasionaria proveniente dalla più meridionale delle isole Canarie. La Catalogna è stata ribattezzata Nord-Est e la gloriosa Senyera (la bandiera) è stata sostituita da tutta una serie di altri stravanti aggeggi. Tutto l’impegno è stato messo nell’elezione di miss Catalogna, nel Circo catalano e nell’organizzazione della Vuelta (giro ciclistico) di Catalogna.
I risultati sono stati coerenti: il partito ha perso consenso e l’indipendentismo catalano si è frammentato in cento realtà rissose che si rifanno a identità sempre più piccole. Quelli delle Baleari rivendicano origini anatoliche e se ne stanno in disparte a litigare fra di loro. C’è chi vuole l’indipendenza della Costa Brava e chi del quartiere di Montjuic: delirano e litigano su tutto tranne sull’affermazione che la Catalogna non esista. Gli esponenti del partito hanno cominciato a chiamare la Spagna “el nuestro Paìs” e se ne strafottono del primo articolo del loro Statuto. Nel frattempo gli spagnolisti si sono rimangiati ogni autonomia, hanno concentrato tutto il potere a Madrid, hanno aumentato le tasse, portato il residuo fiscale catalano a dimensioni padane, e proibito l’uso delle lingue locali. ¡Arriba España y Viva Franco! ¡Todo por la Patria! ¡Abajo la inteligencia, viva la muerte!
A questo punto mi sono svegliato e mi sono accorto che per fortuna niente del genere era successo in Catalogna. Purtroppo però è successo da un’altra parte, dove non è un incubo ma la realtà. In Catalogna entro l’anno ci sarà il referendum per l’indipendenza, in Padania neppure si raccolgono le firme.
PS. Chiedo scusa all’Andalusia, alle Canarie e a Melilla per l’accostamento indecente.
Ho avuto un incubo: la Catalogna che s?era affidata alla ?Liga? | L'Indipendenza
Ultima modifica di Eridano; 14-03-14 alle 20:20
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


21 Marzo 2014
Referendum Veneto: attenti a non sprecare questi due milioni di voti
di GILBERTO ONETO
L’altro giorno Libero ha pubblicato una intervista a Giorgia Meloni sul referendum veneto. Alcuni passaggi delle risposte della fratella d’Italia sono illuminanti. Insiste nel voler trovare un marchingegno che possa “rendere compatibili unità nazionale e decentramento, o federalismo che dir si voglia”. Il “che dir si voglia” è biblico! Ha rifiutato il paragone fra Veneto e Crimea perché “il Veneto è abitato al 100% da italiani, la Crimea al 90% da popolazione russa”. É chiaro che il solo veneto che la Meloni conosca è Tosi. Svolazza poi leggiadra e littoria sul “sangue versato da tanti nostri avi per costruire una Patria sola” per approdare all’enunciazione di un fondamentale principio di libertà profetizzando sventure “se accettassimo referendum secessionistici regionali facendo votare oltretutto solo gli abitanti di una determinata regione”. Stupefacente! Ma chi dovrebbe votare per l’indipendenza del Veneto? Gli abitanti delle Murge, quelli dei Sassi di Matera, i prodi della Curva Sud dell’Olimpico? Per la Meloni non ci sono dubbi: la liberazione dei prigionieri la devono votare i secondini.
A questo punto vengono spontanee due considerazioni. La prima riguarda il livello di dimestichezza con la liberaldemocrazia dei fratelli (non solo dei Fratelli) d’Italia rafforzandoci nella convinzione che prima ci si separa meglio è. La seconda – ancora più mesta – coinvolge il fatto che questi sono da lustri gli alleati della Lega, ovvero che da un sacco di tempo la Lega frequenta questi inossidabili patrioti cercando di ricavare qualcosa dal bieco sodalizio. E infatti non ci ha ricavato un fico secco, a meno che non si parli di stipendi e cadreghe.
Sempre su Libero (cui va riconosciuto il merito di essere il solo quotidiano cartaceo nazionale che si sia diffusamente occupato del referendum veneto) è comparso ieri un intervento di un autonomista che ha esaltato l’iniziativa (e fino a qui siamo tutti d’accordo), lasciandosi poi andare alla ormai rituale intemerata dorotea contro “l’equivoco della Padania, entità immaginaria che occulta venti anni di immobilismo assoluto”. Non si può non condividere l’apprezzamento sull’immobilismo (con tutti i possibili corollari di furbizie e ipocrisie) ma sfugge il nesso con l’idea: è il progetto padanista che – per qualche ignota legge fisica – produce immobilismo o è l’immobilismo leghista che ha fregato la Padania? Sono due cose piuttosto diverse. Subito dopo ci si deve però domandare quale davvero sia l’alternativa a quell’”equivoco” che ha coinvolto e che tuttora coinvolge milioni di padani “immaginari” fra cui quelli che oggi condannano l’”equivoco” stesso e a cui hanno creduto con tanto entusiasmo. Il referendum veneto è ottimo e gagliardo e poi? Se non si sa esattamente come utilizzarla, la conquista di due milioni di voti rischia di essere inutile come la ormai mitica occupazione della questura di Milano da parte di Pajetta.
Che la Lega ci abbia presi tutti per i fondelli per decenni è una verità incontrovertibile, ma i suoi microscopici cloni cosa hanno intenzione di fare? Le litigiose geremiadi di detriti che il Carroccio si è lasciato dietro cosa pensano di fare di meglio e di più? Siamo tutti d’accordo nel criticare e stigmatizzare gli errori del passato ma la cosa serve solo se si evita di ripeterli e se si impara la lezione. Non possono e non devono più ricomparire cadreghismi, approssimazione, spocchioso rigetto per la cultura, personalismi. Il micronazionalismo regionalista ritiene di poter riuscire dove il secessionismo padanista ha fallito? Siamo tutti pieni di entusiasmo per le nuove occasioni di libertà. Ma non si confonda il leghismo deteriore con il padanesimo che saremo tutti felici di archiviare quando si vedrà una credibile alternativa.
Per intanto: viva il referendum veneto ma attenti a non far fare a questi due milioni di voti la fine del sei milioni di schede del referendum per l’indipendenza della Padania del maggio 1997.
Referendum Veneto: attenti a non sprecare questi due milioni di voti | L'Indipendenza
Ultima modifica di Eridano; 21-03-14 alle 10:06
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


L'importante quindi, non scritto ma molto facilmente comprensibile tra le righe, è affidarsi a chi è in grado, secondo lo scrivente, di garantire una struttura in grado di.
Affossare definitivamente anche questa iniziativa.
La da lui tanto interessatamente amata LN.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


25 Marzo 2014
Diamanti e la propaganda di regime per dividere la gente padana
di GILBERTO ONETO
Ieri su La Repubblica il sinistro vicentino Ilvo Diamanti ha detto la sua sul referendum veneto: un capolavoro di prosa di regime di cui vale la pena di riportare il paragrafo finale e riassuntivo.
«Da ciò, un’altra indicazione significativa. Soprattutto se si pensa al diverso impatto ottenuto dal referendum dei giorni scorsi rispetto alla manifestazione per l’indipendenza padana, promossa nel settembre 1996. Quando, in marcia lungo il Po per marcare la frontiera del Nord, si recarono pochi leghisti, spaesati e sparsi. Per rappresentare il sentimento e il risentimento territoriale, oggi, conviene rinunciare a patrie immaginarie, come la Padania. Ma anche alle macroregioni oppure ad aree ampie — e differenziate. Come il Nord e lo stesso Nordest. Per storia, economia, identità e interessi, infatti, è sempre più difficile tenere insieme il Veneto con il Piemonte, la Lombardia e lo stesso Trentino Alto Adige. Treviso con Milano e Bolzano. La “questione Veneto”, oggi, conta più di quella “settentrionale”. E affievolisce il Nordest».
Diamanti è un abilissimo manipolatore, utilizza con grande maestria tutto il repertorio di falsificazioni, insinuazioni e cammuffamenti ideologici reperibili sui manuali di persuasione occulta: è un pericoloso concentrato di Ciacotin, Deutsch, Packard e Goebbels.
Esaminiamo alcuni passaggi.
Nel 1996 sul Po ci sarebbero stati solo “pochi leghisti, spaesati e sparsi”. Allora non c’era la rete a fare l’effetto che oggi ha avuto il referendum ma in due milioni e passa si ricordano ancora benissimo quanto fossero “spaesati e sparsi”. Un piccolo demoniaco capolavoro è quel sibilare che il Po marcasse “la frontiera del Nord”. Generare confusione e divisione è uno degli strumenti principali della disinformazione. Ecco perché sostiene che convenga (a chi?) “rinunciare a patrie immaginarie come la Padania”. Per tenersene una immaginaria, oppressiva e mafiosa come l’Italia? Afferma con orgogliosa sicurezza alla Diaz che “è sempre più difficile tenere insieme” le regioni settentrionali. Non una parola sulle altre. Chiude accorato proclamando che “la questione Veneto oggi conta più di quella settentrionale. E affievolisce il Nordest”. Lui è stato uno degli inventori del Nordest e si capisce che possa trarne del languore ma il resto? Il resto ha una sua chiara spiegazione nella professionalità di commentatore di regime: dividere gli avversari, farli litigare, sottolineare ed esaltare le differenze. Il solito vecchio “divide et impera” cucinato in salsa tricolore.
Due considerazioni, anzi due domande.
La prima è per gli amici regionalisti e per i nemici vecchi e nuovi della Padania. Non vi fa suonare alcun campanello il fatto che uno come il Diamanti sia diventato regionalista o che esprima una forte preferenza regionalista rispetto al progetto macroregionale o padanista? Sveglia ragazzi! Questi non fanno o dicono mai nulla a caso.
La seconda è per Zaia e Salvini. Il referendum è stato un entusiasmante segno di vitalità. Difficilmente chi lo ha organizzato riuscirà a costruire un seguito coerente. Serve che la palla passi a chi è nella posizione per proseguire l’azione. Zaia porti in Consiglio la risoluzione indipendentista, la faccia votare, si inventi un referendum con tutti i crismi dell’ufficialità e – prima della fine del suo mandato – faccia qualcosa di duro, di eclatante, di entusiasticamente concreto per proclamare la sovranità del popolo veneto che l’ha eletto. Salvini ha una responsabilità anche più grande perché coinvolge ambiti geografici e politici più ampi. Non può lasciar cadere la vicenda del referendum come un felice e fortunato episodio: deve inventarsi una continuazione coerente, una serie di passi ulteriori anche “cattivi” e decisi. L’Italia è un avversario corrotto, obeso e molliccio che traffica solo con inganni, menzogne, minacce, violenze meschine e bava corrosiva. Non si può più averne soggezione. Deve liberare quel che resta della Lega delle pesanti incrostazioni di italianità che l’hanno resa debole e riprendere un ruolo propulsivo. I veneti hanno aperto un varco: si deve abbattere il muro della prigione in cui tutti i padani sono reclusi. Zaia e Salvini hanno voluto la bicicletta? Hanno da pedalare in salita ma se mostrano di volerlo davvero fare, ci saranno milioni di persone pronte a passare la borraccia e a spingerli.
Diamanti e la propaganda di regime per dividere la gente padana | L'Indipendenza
Ultima modifica di Eridano; 25-03-14 alle 16:03
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


No, dopotutto Diamanti è veneto, pur amando l'itaglia sotto sotto, dentro di lui, magari anche solo a livello inconscio, un sussulto al vedere i vessilli marciani deve averlo avuto...
ps: io non c'ero, ma da quel che ho letto e visto nelle immagini di repertorio la considerazione che fa sulla manifestazione del settembre '96 è sbagliatissima, erano tutt'altro che pochi...
Ed ecco l'ormai consueto assist... in caso di apocalisse zombie devo ricordarmi di star lontano da Oneto, ha il bruto vizio di cercar di tener in vita i morti...La seconda è per Zaia e Salvini. Il referendum è stato un entusiasmante segno di vitalità. Difficilmente chi lo ha organizzato riuscirà a costruire un seguito coerente. Serve che la palla passi a chi è nella posizione per proseguire l’azione.
Zaia e Salvini hanno voluto la bicicletta? Hanno da pedalare in salita ma se mostrano di volerlo davvero fare, ci saranno milioni di persone pronte a passare la borraccia e a spingerli.
Spingerli giù e tirar loro addosso le borracce? Non siamo così cattivi, ci limiteremo a bucargli le gomme e toglierli il sellino... se poi riescono a salire lo stesso, bravi loro.
Ultima modifica di pomo-pèro; 25-03-14 alle 17:24


29 Marzo 2014
Hoppe, il Veneto e la secessione per tornare a piccole libere nazioni
di REDAZIONE
Proponiamo in ANTEPRIMA per L’Indipendenza la traduzione integrale in italiano dell’articolo Venice’s Secession from Italy, Hans-Hermann Hoppe, and Nation-States di Ryan McMaken editorialista della rivista The Free Market, edita dal Ludwig von Mises Institute. (Traduzione di Luca Fusari)
Con una maggioranza dell’89%, gli elettori del Veneto hanno deciso di lasciare l’Italia. In pratica, questo significa che i veneti prevedono di non inviare più entrate fiscali a Roma. A quanto pare i veneziani, che abitano la capitale storica di una delle più ricche e di maggior successo repubbliche dell’umanità, non vogliono più sovvenzionare i burocrati notoriamente corrotti di Roma.
L’Italia meridionale è stata a lungo considerata dal più ricco, pulito ed efficiente Nord come un salasso per le loro risorse. Secondo il Daily Mail, si parla di voler estendere il movimento secessionista anche ad altre aree del Nord. Uno dei secessionisti ha argomentato come un hoppeiano:L’attivista Paolo Bernardini, docente di storia europea presso l’Università degli Studi dell’Insubria a Como, nel nord Italia, ha dichiarato che è «giunto il momento» per Venezia di diventare ancora una volta uno Stato autonomo. «Anche se la storia non si ripete mai uguale, stiamo vivendo un forte ritorno delle piccole nazioni, piccoli e prosperi Paesi, in grado di interagire tra loro nel mondo globale. Il popolo veneto ha capito che siamo una nazione (degna di) un autogoverno e apertamente oppressa, e il mondo intero si sta muovendo verso la frammentazione, una frammentazione positiva, dove le tradizioni locali si mescolano con scambi globali».
Ovviamente i grandi Stati-nazione europei odiano e temono un esito come questo. Ma per chi può ricordare la storia, c’è ben poca ”tradizione” che gli Stati nazionali possono vantare. L’Italia è un Paese assemblato, proprio come la Germania fu messa assieme nel XIX° secolo da potenti uomini politici autoritari, come Otto von Bismarck, che naturalmente odiavano profondamente il liberalismo classico e il capitalismo.
Sarà interessante vedere cosa farà Roma. Saranno in grado di inviare un esercito per prendere i loro soldi delle tasse? Forse finanzieranno solo una sorta di campagna di odio contro i veneti facendo appello al patriottismo italiano. Dato che Obama ha recentemente dichiarato che tutti i movimenti secessionisti sono illegittimi (ovviamente ad eccezione di quelli sostenuti dal governo degli Stati Uniti) non si sa quanto sostegno il Veneto possa aspettarsi da parte della comunità internazionale.
In un’intervista del 2004, Hans-Hermann Hoppe ha parlato dei vantaggi dei piccoli (e più prosperi) Paesi indipendenti:«al contrario, la più grande speranza per la libertà viene dai piccoli Paesi: da Monaco, Andorra, Liechtenstein, anche dalla Svizzera, Hong Kong, Singapore, Bermuda, eccetera, un liberale dovrebbe sperare in un mondo di decine di migliaia di tali piccole entità indipendenti. Perché non una libera città indipendente di Istanbul e Izmir, che mantengano relazioni amichevoli con il governo centrale turco ma che non effettuino più i pagamenti fiscali per quest’ultimo o che non ricevano pagamenti da esso, e che non riconoscano più la legislazione del governo centrale ma abbiano una propria legislazione a Istanbul o a Izmir. Gli apologeti dello Stato centrale (e di superStati come l’Ue) sostengono che una tale proliferazione di unità politiche indipendenti porterebbe alla disintegrazione economica e all’impoverimento. Tuttavia, l’evidenza empirica parla acutamente contro questa affermazione: i piccoli Paesi sopra citati sono tutti più ricchi dei loro dintorni. Inoltre, la riflessione teorica mostra anche che questa affermazione è solo un altro mito statalista. Piccoli governi hanno molti concorrenti vicini. Se questi tassano e regolano i propri sudditi visibilmente di più rispetto ai loro concorrenti, essi sono tenuti a soffrire l’emigrazione di lavoro e di capitali. Inoltre, più piccolo è il Paese, maggiore sarà la pressione per optare per il libero scambio piuttosto che per il protezionismo. Ogni interferenza del governo con il commercio estero conduce all’impoverimento relativo, in Patria come all’estero. Ma più piccolo è un territorio e i suoi mercati interni, più drammatico sarà questo effetto. Se gli Stati Uniti si impegnassero nel protezionismo il tenore di vita medio degli Stati Uniti scenderebbe ma nessuno morirebbe di fame. Se una sola città, ad esempio Monaco, facesse altrettanto, avrebbe quasi immediatamente una carestia. Considerate una singola famiglia come la più piccola e plausibile unità secessionista. Impegnandosi in un libero commercio senza restrizioni, anche il territorio più piccolo può essere completamente integrato nel mercato mondiale ed essere partecipe di tutti i vantaggi della divisione del lavoro. Infatti, i suoi proprietari possono diventare le persone più ricche della Terra. Al contrario, se quegli stessi proprietari di casa decidono di rinunciare a tutto il commercio inter-territoriale, questo comporterebbe una loro abietta povertà o morte. Di conseguenza, più piccolo è il territorio e il suo mercato interno, più probabile che esso opti per il libero scambio. Inoltre, come posso solo indicare, ma non spiegare qui, la secessione promuove anche l’integrazione monetaria e porterebbe alla sostituzione del sistema monetario attuale delle fluttuanti monete nazionali di carta con uno standard di moneta-merce del tutto al di fuori del controllo del governo. In sintesi, il mondo vedrebbe piccoli governi liberali economicamente integrati attraverso il libero scambio di una moneta-merce internazionale come l’oro. Sarebbe un mondo di inaudita prosperità, di crescita economica e di progresso culturale».
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Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


31 Marzo 2014
Veneto: Zaia andrà a Zara o preferirà fare il Maroni del Brenta?
di GILBERTO ONETO
Si fa un gran polemizzare sul referendum veneto e sulla sua validità. In verità poco importa ormai che i votanti siano stati due milioni o dieci volte meno. Poco importa anche chi l’abbia organizzato e con quali soldi. Quello che importa è che sia successo e che – nonostante la censura – la cosa sia diventata di pubblico dominio e tutti ne parlino. Importa che il problema sia riconosciuto e che non si possa più fare finta di nulla.
Dalla vicenda emergono alcune certezze: che il popolo (in questo caso veneto) non ne possa più dell’Italia e che il regime italiano ne sia terrorizzato. Sì, perché gli italianissimi ci scherzano sopra, si mostrano superiori, sprizzano sussiego e ostentano aria di sufficienza ma – dentro – hanno una paura fottuta che il giocattolo possa rompersi, che chi li mantiene non si limiti più al lamento ma decida davvero di chiudere i rubinetti. E il rubinetto padano è quello che permette al bulimico corpaccione tricolore di sopravvivere.
Ma c’è anche un’altra, meno entusiasmante, certezza: l’indipendentismo fai-da-te ha fatto un colpo grosso ma non sa che fare dopo, non sa come utilizzare la vittoria e il consenso. Può solo lanciare proclamazioni che non avranno seguito, che non riescono a uscire dal pataccoso e gioviale ambito goliardico e dal più patetico deja vu.
In questo momento di fibrillante incertezza c’è solo una persona che possa prendere una iniziativa seria ed è il presidente Zaia. La constatazione non piace a chi ha organizzato il referendum, allo “spumeggiante” mondo del venetismo, non piace a chi vede nella Lega (soprattutto in Veneto) un peduncolo di italianità e non piace forse allo stesso Zaia.
Eppure lui è il solo che si trovi in una posizione istituzionale – ma anche morale, nella più ampia accezione del termine – per fare davvero qualcosa, per dare continuità coerente e concreta all’iniziativa referendaria e alla voglia di libertà dei veneti. Lui è a capo della sola istituzione veneta che abbia un formale riconoscimento giuridico, è il solo che – in forza della carica e dell’ampio mandato elettorale – possa parlare a nome del Veneto, lo possa rappresentare in ambito statale ma anche internazionale. Piaccia o non piaccia ai suoi detrattori e ai suoi critici, lui in questo momento “è il Veneto”. E lui ha il dovere di fare qualcosa. Non può – come sembra che stia facendo – limitarsi a traccheggiamenti dorotei, a dichiarazioni di principio, a interviste pelose, a “contatti” con Roma (sai che roba!), al “femo, semo, pensemo” delle più stereotipate macchiette venete. Cosa può fare? Innanzitutto smettere di menarsela con la proposta di referendum sballottata dentro e fuori il Consiglio regionale e indire davvero questa benedetta consultazione. Poi mettersi bello diritto sul suo scranno e proclamare che il popolo veneto si prende la sua indipendenza. Deve in contemporanea far partire alcune “simpatiche” iniziative, come la creazione di una polizia regionale o l’acquisizione da parte della Regione del ruolo di “sostituto di imposta”. Sicuramente verrebbe bloccato, attaccato, inquisito, destituito e forse anche ospitato per qualche notte in una galera italiana. Ma farebbe saltare il tappo della bottiglia, si potrebbe presentare alle elezioni successive con un progetto indipendentista vero per vincerle alla grande. Potrebbe anche non riuscirci subito ma diventerebbe un eroe e un riferimento da cui iniziare un percorso di libertà vero. Certo, dovrebbe far saltare il banco di un partito che si proclama indipendentista (e quindi non farebbe che applicare lo Statuto) ma il cui segretario nazionale è il più coriaceo esempio di patriottismo e unitarismo tricolore, e – stando a quel che si sente – anche di radicata moralità italiona.
Ma può anche fare niente di tutto questo, restarsene sulla sua comoda cadrega fino alla fine del mandato (e chiuderla lì, non si faccia illusioni..), potrebbe diventare il Maroni del Brenta, e passare alla storia come il ministro dell’agricoltura, di un Ministero e di uno Stato che i cittadini hanno abolito con due referendum. Ex capo di una cosa che nessuno vuole e mancato capo di una cosa che tutti vogliono.
Il Signore è generoso anche con chi non se lo merita.L’indipendentismo ne ha fatte di tutti i colori e ha buttato via ogni occasione, eppure il destino gliene offre un’altra. C’è Zaia al posto di comando, solo lui può prendere una decisione storica: vuole essere il Braveheart o lo Schettino della situazione?
Nel 1797, quando i giacobini stavano per entrare a Venezia, al pavido doge Ludovico Manin era stato gridato: «Toleve el Corno e andè a Zara!», prendete con voi il Corno ducale, simbolo dell’autorità, e andate a Zara (la capitale dello Stato da Mar, “l’altra Venezia”) a continuare la lotta. Forse così la Serenissima si sarebbe allora salvata. Manin non aveva le palle e ha scelto la tranquilla carriera del pensionato. Le due situazioni storiche si somigliano molto e non solo perché un cambio di lettera divede Zara da Zaia. Cosa sceglie Zaia: andare a Zara o in un altro bisillabo veneto?
Veneto: Zaia andrà a Zara o preferirà fare il Maroni del Brenta? | L'Indipendenza
Ultima modifica di Eridano; 31-03-14 alle 10:22
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.