La conclusione dice tutto e di più su questa persona.
Non c'è altro da aggiungere.


La conclusione dice tutto e di più su questa persona.
Non c'è altro da aggiungere.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Se muore il Sud muore l?Italia! E? una minaccia o una speranza? | L'Indipendenza
Ho appena finito di leggere il libro: “Se muore il Sud”, di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Libro che merita un qualche commento. Gli autori lasciano intendere dal titolo: “Se muore il Sud muore l’Italia”. Ne viene una immediata domanda provocatoria: cos’è? Una minaccia o una speranza?
L’intera trattazione non è scritta a 4 mani, ma da mezzo Corriere della Sera, leggendo le persone che gli autori intendono ringraziare, per cui è giustificabile che in mezzo ad una valanga di dati che a naso riteniamo corretti, appaiano enunciazioni da “cinque palle per una lira”. Quali, ad esempio la versione ad usum delphini dell’Ilva di Taranto e la storia dello stabilimento Boeing a Grottaglie. E via, con altre amenità.
Tuttavia riteniamo che un buon 80% di quanto scritto siano notizie valide ed interessanti. Quello che non riusciamo a capire è la continua pressione sull’argomento: mettiamoci d’accordo per risolvere il problema degli orrori del Sud. Mettersi d’accordo chi e su che cosa? Mettersi d’accordo per continuare a permettere ad una valanga di personaggi di vivere, nulla facendo, alle spalle del Nord? Ma si rendono conto gli autori che almeno il 70 % dei politici, dei burocrati, delle forze dell’ordine e dei giudici sono meridionali e che quindi il potere per raddrizzare la barca lo hanno loro senza particolari necessità di intervento (peraltro utile solo se si continua a pagare) dei “polentoni”.
Certamente anche al Nord vi sono delinquenti ed incapaci, ma è la quantità percentuale che conta. A puro titolo di esempio si insiste sul Nord che manda al povero Sud immondizie di tutti i tipi. Cominciamo a dire che, in questo settore, per Nord non si deve intendere solo nord Italia, ma nord Europa. Comunque questi lai mi ricordano da vicino quelli che avendo portato in giro la moglie a prostituirsi, con ogni mezzo, vanno poi, incassata la mercede, a piangere e ad imprecare contro quei maledetti che se la sono portata a letto.
Sono perfettamente in grado di fornire i nominativi di aziende padane con tutte le carte in regola per smaltire ecologicamente e legalmente residui velenosi. Certamente, in taluni casi più pericolosi, il costo ammonta a parecchie decine di euro al Kg. Pertanto se all’improvviso si presenta un tizio all’industriale che deve smaltire e gli propone più o meno insistentemente di dare a lui l’incarico per qualche centesimo di euro è sufficiente che se il potenziale cliente non è proprio uno stinco di santo… Altro esempio. Non vi ha mai raccontato la mamma che nel settore edilizio qualche azienda ricicla denaro sporco tenendo come ricompensa il 50% (sì dico proprio il 50%) del valore riciclato? Le aziende disoneste sono una minoranza, ma ci sono.
Gli autori tirano anche in ballo continuamente la responsabilità della Lega. Non sono qui a fare il difensore d’ufficio della Lega, ma occorre ricordare che all’acme del successo la Lega aveva il 10% dei voti. Ben scaldati gli autori arrivano a quella che dovrebbe essere la parte conclusiva del libro, ossia quella in cui si dovrebbe dire: allora proponiamo di fare. E invece se la cavano con pistolotti esortativi assommanti a sole 30 righe. Richiamano, in copertina una loro affermazione .”Ma che razza di classe dirigente è quella che lascia affondare un pezzo dell’Italia?”. Semplice: la classe di dirigenti meridionali che hanno in mano ben il 70% del paese!
Conclusione del sottoscritto: dal meridione è partito un cancro che ormai evidenzia metastasi anche al Nord. Cancro che richiederebbe, come al solito, uno spietato intervento chirurgico e con interventi ausiliari di chemio e di radio-terapia. Diversamente la soluzione è senza alternative. Mini conclusione aggiuntiva: gli autori scrivono nella dedica: “Ai nostri genitori, quelli terroni e quelli polentoni, che si sono sentiti semplicemente italiani”. Ma chi si sente italianooggi, con tutto quello che succede, se non ha interessi materiali che derivano dal suo patriottismo? Il vero ed unico obbiettivo di Stella e Rizzo, con questo libro, è stato quello di fare cassa attraverso una copiosa vendita.


se fosse vero che i mali del sud vengono dalla Padania, LORO avrebbero già fatto la secessione
roma (e quelli come gli autori del libro) hanno invece molto interesse che tutto rimanga così perchè l'unico modo per sentirsi veramente itagliani è quello di dare la colpa a quelli che ti mantengono




8 Gennaio 2014
Ieri hanno festeggiato il tricolore, quel sacro feticcio
di GILBERTO ONETO
In occasione del secondo compleanno de “L’Indipendenza”, riproponiamo un articolo che ha attinenza con i festeggiamenti avvenuti ieri in Italia.
Secondo la storia patria “ufficiale”, il tricolore italiano ha compiuto 215 anni e ci siamo subiti le omelie “napolitane” sulla sacralità del feticcio e sul suo salvifico ruolo di totem dell’unità nazionale. Come ogni altro simbolo politico e identitario, anche il tricolore italiano nasce da una serie di sovrapposizioni di segni, di casualità e di invenzioni: come tutti i simboli merita rispetto e – per questo – non servono mitizzazioni e sacralizzazioni, non serve farne una reliquia circondata da nuvole di incenso e protetta dai gendarmi. Invece oggi il tricolore – caso pressoché unico al mondo - è difeso da alcuni minacciosi articoli del Codice Rocco e la sua esposizione è oggetto di una serie di disposizioni di legge puntigliose quanto sistematicamente disattese.
Forse è proprio la sua debolezza semiotica ad aver costretto la vulgata patriottica ad avvolgerlo in un’aureola di balle, mistificazioni, omissioni e risibili panzane.
Sul significato dei tre colori si sono sbizzarrite generazioni di poeti e di redattori di sillabari,che hanno tirato in ballo verdi prati, fuoco di vulcani, nevai, sangue, speranza e purezza: i più arditi si sono gettati in acrobatiche citazioni dantesche.
La verità è più prosaica e trova una vasta gamma di spiegazioni che vanno dalla casualità di taluni accostamenti cromatici di uniformi militari, al banale riferimento al tricolore francese o al più “nobile” (ma solo in termini simbolici) richiamo alla cromia massonica. Sono, a questo proposito, proprio i “venerabili fratelli” che in molte occasioni hanno rivendicato la paternità morale e grafica della bandiera. E non è evidentemente un caso che gli stessi colori si trovino nei vessilli di altre loro creature, fra cui il Messico, repubblica massonica per eccellenza.
Anche la sua affermata italianità è piuttosto traballante: il periodo giacobino e poi napoleonico, in cui essa ha trovato la sua genesi, è stipato di decine di altre bandiere simili: bicolori o tricolori che hanno rappresentato una effimera genia di repubbliche e repubblichette. Infatti il bianco-rosso-verde era solo il vessillo degli Stati che hanno interessato la Padania centro-orientale: altrove garrivano altri accostamenti cromatici.
Non ha neppure il monopolio della rappresentanza risorgimentale: tutte le rivolte carbonareutilizzavano altri colori (soprattutto la tricromia rosso-nera-blu), la repubblica romana e Pisacane sventolavano un drappo rosso, a Genova nel 1849 garriva la Croce di San Giorgio, e lo stesso Garibaldi si era confezionato un vessillo nero con un vulcano fiammeggiante ed ha appreso dell’amato tricolore solo durante il suo viaggio di ritorno in Italia, e ha dovuto rimediare in tutta fretta mettendo assieme tovaglie, indumenti e tappezzerie trovate a bordo della nave che lo trasportava.
Spesso si ricorda l’utilizzo del tricolore nelle Cinque Giornate ma si omette di dire che erano i colori dello Stato autonomo che aveva avuto Milano per capitale e che esso veniva utilizzato in forma complementare alla Croce di San Giorgio. Solo i rivoltosi più “politicizzati” avevano coscienza che si trattava del simbolo di un partito politico, la Giovane Italia, che lo aveva adottato qualche anno prima. Carlo Alberto lo ha furbescamente fatto diventare la bandiera del regno per affermare la sua volontà di diventare re dei territori che quarant’anni prima lo avevano preso come contrassegno, e cioè la Padania. Per esorcizzarne le implicazioni mazziniane lo ha “marchiato” con uno scudo di Savoia, agli inizi sproporzionatamente grande.
Solo da allora, esso è diventato bandiera d’Italia seguendo la trasmigrazione del termine, fino a ricoprire l’intera penisola. In seguito esso ne ha accompagnato tutte le avventure, emergendo con più forza nel corso di guerre e avventure dolorose, e – soprattutto – nel mesto cerimoniale che vi ha puntualmente fatto seguito col suo corollario di funerali, ossari, monumenti eccetera. Il fascismo ha aggiunto il nero arrivando alla sublimazione di una quadricromia dalle forti implicazioni ideologiche ma anche funebri, che non a caso è la stessa dei simboli dell’estremismo islamico.
Questo suo passato nazionalista e fascista aveva relegato il tricolore nell’ambito del nostalgismo e – fuori dal quadro politico – a bandiera calcistica, buona solo per gli stadi o per le vittorie della nazionale di football. Esso è stato ripescato di recente solo in funzione anti-autonomista, nel tentativo di promuovere un patriottismo unitarista in grado di opporsi all’ondata di crescita della aspirazioni locali di libertà e vere identità. Non è un caso che esso sia stato riesumato con forza proprio dagli ultimi tre presidenti, per uno dei quali forse anche per una sorta di espiazione di antiche memorie di rosso-bianco-verdi ungheresi.
Per finire, giova ricordare che il tricolore mazziniano è un rarissimo caso di simbolo di partito diventato segno dello Stato conquistato. Era successo con la bandiera rossa diventata segno dell’Unione sovietica e con la svastica diventata vessillo della Germania. La sola divertente differenza è che il partito mazziniano non ha conquistato il potere ma anche questo è un sicuro segno di italica creatività.
Ieri hanno festeggiato il tricolore, quel sacro feticcio | L'Indipendenza
Ultima modifica di Eridano; 08-01-14 alle 11:41
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


Ragazzi, i miei più sentiti complimenti.
Siete diventati mitici!
(Mi riferisco alla faccenda del libro e ai successivi interventi).
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


mai comperato né tantomai letto un libro di stella




Stella è un cognome veneto diffusissimo.


Stelasa!
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.