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Discussione: l'Indipendensa

  1. #1551
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Roma, capitale d?Oriente. Piove e la città chiude i battenti | L'Indipendenza

    Un avviso ponderabilissimo e pieno di funesti presagi si ebbe quando il re galantuomo, il Vittorio Emanuele II, più dedito alle contadinelle che agli affari di stato, entrò a Roma dopo che i bersaglieri ne avevano sfondato le mura a Porta Pia. Era l’ottobre 1870 e il Tevere aveva dato di fuori e la città allagata, come quando fuori piove, ricevette il re con gli abiti fradici e il fango che inzaccherava le strade. Elegante non lo è mai stata, ma dopo l’ennesima alluvione, – perché nessuno aveva pensato a costruire i parapetti del fiume limaccioso e giallo -, aveva l’aspetto di un accampamento fenicio e le donne già sfatte alle finestre con i bigodini a guardare il mesto corteo reale che arrancava. Toccata e fuga. Il re aveva notato che Roma puzzava di erbe cotte e fossero state solo le erbe! Fortuna che non c’era ancora la metropolitana che in questi giorni è chiusa per la piena.Che Roma assomigliasse a Bisanzio e che non vi fosse tradizione di lavoro metodico ma solo quella della gabola l’avevano già detto in tanti,a cominciare da Massimo D’Azeglio secondo il quale non solo Roma era inadatta a far da capitale a uno stato che avesse la minima intenzioni di diventare civile e rispettato, ma l’intera Italia peninsulare da Roma in giù andava dimenticata. Anche il Manzoni, benché patriota unitario, diceva che era meglio Firenze, anche “per la lingua”. Roma apparteneva a un altro meridiano e quando piove lo si capisce meglio.Verdone, l’attore romanesco ha avuto un momento di sconforto: ”Roma mia, sei come Kabul!”, ha esclamato. Ma la sporcizia adorna le strade anche col sole. Il sindaco Marino, come l’ex sindaco Alemanno, come i sindaci capitolini che sono passati, s’è arrampicato sugli specchi per spiegare il disastro con i turisti allibiti e incerti se gettare la monetina nella fontana di Trevi per ritornare a Roma. Roma non funziona perché vi è una filosofia di vita infingarda, scettica, indifferente, un abito di cinismo immorale. ”A Fra’ che te serve”, è un’affettazione greve e compiaciuta di potere e d’importanza. ”Otium cum dignitate”, dice Cicerone. Ozio con dignità, se può esserci dignità nell’ozio. Ma a Roma il metro è diverso. Capitale in bilico tra l’Europa e il Medio Oriente, diceva il sindaco Argan che si mostrava eccessivamente ottimista. ”Un suk, una bazar orientale: balenano pugnali ovunque, dietro le tende piene di dolciumi”. A Roma c’è un che di dolciastro, come d’oriente giulebboso e inerte; greve la cucina di piatti di pastori dell’Agro malarico. Roma era una tomba imbiancata, non una capitale d’elezione come Parigi o Londra; non una capitale d’invenzione come Washington, Brasilia o Berna.
    Vai a Roma e ti senti la città addosso con tutti i suoi sarcasmi plebei, il verbo popolaresco predomina nel vocabolario greve d’insulti.La coda alla vaccinara non avrebbe mai potuta comparire sulla tavola sontuosa dei re capetingi.”Li mortacci tua” mi pare privo di qualunque pietà. Alligna nella città rimasta un insieme di borghi malsani un carattere di volgarità e di arroganza. ”Io so’ io e voi non siete un cazzo” era la regola di vita della Roma papalina. La città è in perenne ritardo come di città che non premia il dovere. Roma ha solo due linee della metropolitana già scassatissime e sporche e le ha avuto in ritardo, quando Parigi e Londra avevano la metropolitana già da un secolo. I servizi pubblici non funzionano perché non si vede l’interesse a farli funzionare. Il Campidoglio, che è la sede del comune romano, rigurgita di parassiti e di clienti che già fanno fatica a recarsi al lavoro. Fuori troneggia la statua di Marco Aurelio che non si sa cosa rappresenti. Vanno tutti macchina, il braccio fuori del finestrino a mandare a quel paese l’automobilista rivale. Il fascismo, cialtrone e plebeo, rilanciò il mito di Roma con la retorica dell’impero ma si dimenticò di riformare i romani che sono la brutta copia degli italiani peggiori.
    Nel 1988 fu lo storico torinese Luigi Firpo ad attaccare Roma, costernato dal fatto che “questa città levantina” fosse la capitale di un Paese moderno, la “sesta potenza industriale del mondo”, ma siamo già scaduti di livello, scivolando verso i balcani e Roma ci rappresenta già meglio. L’occasione era stata la richiesta di un finanziamento per il risanamento dei monumenti della capitale.”Neanche una lira per questa città e per questa gente”, diceva Firpo fuori dai gangheri. ”Roma è un pozzo senza fondo e senza speranza, un agglomerato informe,violento e godereccio, sfaticato e ingovernabile”. Allo sfogo di Firpo si aggiunsero i ragionamenti di Alberto Moravia, romano de Roma, che dava ragione a Firpo.”Roma non è una capitale degna di questo nome, come Parigi o Londra, ma una spugna burocratica che tutto assorbe e nulla dà”. Sede di uno stato, proseguiva Moravia, ”che non è uno stato, capitale di una nazione che non è una nazione, espressione purtroppo perfetta del fallimento dell’unità d’Italia”.
    Nota personale. Porto il nome di mio nonno paterno il cui padre garibaldino combatté per Roma. Non è colpa mia. Roma è la capitale che ci meritiamo.

  2. #1552
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    5 Febbraio 2014

    Arzignano: il sindaco, le foibe e la verità storica troppo spesso bistrattata



    di GILBERTO ONETO

    Caro Direttore,



    leggo sul nostro quotidiano l’annuncio di una iniziativa del Comune vicentino di Arzignano sulle foibe. Fa bene quel Comune a organizzare e pubblicizzare commemorazioni di una vicenda così tragica e facciamo bene noi a darne notizia. Su quella dolorosa vicenda si sono però fatte troppe speculazioni: le sinistre l’hanno ignorata e svillaneggiata per decenni e le destre ci hanno costruito sopra un castello di capziose esagerazioni. Così, quella povera gente è stata violentata tre volte: dai suoi carnefici fisici, dai compagni negazionisti e dai camerati strumentalizzatori e cacciapalle. Non mi riferisco solo ai numeri della vicenda che vengono inutilmente ingrossati (fantasmagorici dati di “infoibati”, ed anche ad Arzignano si favoleggia di “centinaia di migliaia” di esuli, senza pensare che il delitto non ha bisogno di palle statistiche per assumere connotazioni più ignobili) quanto alle interpretazioni che da troppo tempo si vuole dare alla vicenda storica. Sostenere – come fanno gli “italianissimi” – che sia stata una pulizia etnica degli slavi contro gli italiani implica la volontà di fare passare alcune menzogne.
    1- Innanzitutto si sta parlando di triestini, istriani e dalmati di lingua veneta: certo non di italiani, se non nel senso di cittadini di uno Stato chiamato Italia. Si tira in ballo la presenza della Serenissima che era cosa ben diversa dall’Italia che ne ha usurpato l’eredità. Anche in tal caso, cosa c’entrano Trieste, Gorizia, Fiume, Ragusa e l’Istria orientale? Se contrapposizione etnica c’era non era fra “italiani” e “slavi” ma fra veneti, sloveni e croati (e una mezza dozzina di altre comunità): una contrapposizione che non c’è mai stata sotto la Serenissima e che è stata inventata dal nazionalismo italiano e poi da quello jugoslavo, due tragiche creature moderne.
    2 – Lo scontro era ideologico: comunisti e fascisti che si scannavano fra di loro al di là delle componenti etniche. I morti sloveni e croati delle foibe e dintorni sono almeno venti volte più numerosi di quelli “italiani”: i comunisti non si preoccupavano di sapere che lingua parlassero i loro avversari. Nelle foibe ci sono finiti tanti soldati tedeschi e anche qualche neozelandese. Se odio c’era era contro gli “italiani” intesi come fascisti facendo spesso qualche inevitabile semplificazione. Che non fosse una guerra etnica lo dimostrano sia il trattamento subito dagli “italiani” rimasti (cui non è stato torto un capello e che hanno ricevuto tutele superiori a quelli delle comunità slovene rimaste al di qua della frontiera) sia quello delle migliaia di “italiani” che si sono trasferiti in Jugoslavia per scelta ideologica dopo la guerra.
    3 – Ricordare quegli avvenimenti è giusto ma va fatto rispettando la verità storica. Oggi la questione è utilizzata dagli “italianissimi” in chiave nazionalista e anti-autonomista. Non si parla di difesa delle specificità locali (Istria e Dalmazia sono state per secoli straordinarie realtà culturali e sociali. Lo stesso vale per Trieste, Fiume e Ragusa) ma di una “italianità” inventata e prepotente che si è da quelle parti macchiata di innegabili nefandezze. Insistere sulla versione patriottica della tragedia degli esuli significa dare addosso alle sacrosante richieste di autonomia dei triestini, degli sloveni della Benecia, degli istriani della Dieta, ma anche di friulani e veneti e di tutti quelli che rifiutano la gabbia italiana e il suo funesto repertorio di morti.



    Non è un caso che il sindaco di Arzignano sia un solido patriota: è
    quello che ha rifiutato di incontrare il console indiano a causa della detenzione dei marò e che ha aderito a una manifestazione organizzata a Brindisi scrivendo che il suo Comune “vuole stringersi in un unico forte abbraccio con i marò, mirabili esempi di dedizione al dovere ed all’amore patrio”. Così si mettono assieme quei due poveracci alle migliaia di esuli nella strumentalizzazione patriottica, simbolizzata da un davvero tristissimo striscione in cui il Leone marciano è costretto a un umiliante sodalizio cromatico.
    La giunta di Arzignano è sostenuta dalla Lega, metà dei consiglieri sono leghisti. Condividono questi furori tricolori? Certo la posizione è molto “tosiana” e lo stesso cognome del sindaco (Gentilin) non lascia molto spazio ad atteggiamenti che non siano “italianissimi”. Ma davvero i leghisti veneti possono continuare a subire questa brodaglia patriottica?
    Ad Arzignano vivono 1.134 serbi: il sindaco sta meditando un progrom? E come voterà al referendum sull’indipendenza del Veneto?

    Arzignano: il sindaco, le foibe e la verità storica troppo spesso bistrattata | L'Indipendenza



    Ultima modifica di Eridano; 05-02-14 alle 19:11
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  3. #1553
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Berlusconi: vi soffocheremo di tasse, ma con moderazione | L'Indipendenza

    In un videomessaggio ripreso da tutte le tv nazionali, Silvio Berlusconi ha lanciato l’ennesimo appello al popolo dei cosiddetti moderati. Appello immediatamente scimmiottato dal suo ultimo delfino politico Toti. L’idea è sempre quella che il Cavaliere e le sue truppe cammellate ripropongono da vent’anni: fare argine alla marea dilagante della sinistra, grillini compresi, turandosi il naso e votando la coalizione di centro-destra. Ovviamente trattasi dell’ennesima mistificazione la quale è, occorre sottolinearlo, presente in modo assolutamente speculare anche nel fronte avverso.
    In realtà, chiunque sappia far di conto e non porti spesse fette di mortadella sugli occhi dovrebbe aver oramai capito che sul piano sostanziale non esiste alcuna differenza di rilievo tra i vari partiti e movimenti che si contendono la guida politica dell’Italia. Negli ultimi due decenni, infatti, abbiamo assistito ad una sorta di continuismo statalista, caratterizzato da una crescita evidente e senza soluzione di continuità di almeno tre elementi di base: competenze pubbliche, spesa dello Stato e pressione tributaria allargata. Portato inevitabile di un sistema democratico fondato sull’esproprio feroce delle risorse private e sulla sua susseguente redistribuzione a pioggia, finora nessuna forza politica è stata minimamente in grado almeno di invertire tale tendenza.
    Per tale motivo questo ennesimo appello ai moderati appare come la solita, grottesca manifestazione di puro markenting elettorale, priva tuttavia di alcuna speranza di concretezza. Dopo aver sperimentato la tragica mancanza di gambe delle chiacchiere espresse dall’uomo di Arcore, solo un cieco e insensato atto di fede potrebbe convincere i tanti delusi che lo votavano in passato a tornare sui loro passi. Errare è umano, perseverare è berlusconiano.

  4. #1554
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Articolo che mi pare contraddittorio in sè stesso.
    Se dice, come dice, che "ormai si è capito che sul piano sostanziale non esiste alcuna differenza di rilievo tra i vari partiti e movimenti"(ed ha perfettamente ragione), non si capisce il finale tipicamente sinistroide antiberlusconiano.
    Torno a chiedermi: ma se non ci fosse stato berlusconi la sinistra di che cazzo avrebbe parlato in tutti questi anni? di cosa avrebbe campato? Ogni sindaco rosso faccia erigere nella piazza principale una statua di riconoscenza al nano di Arcore, magari con qualche piccolo corpicino di angiolette nude ai suoi ... piedi, come fa la chiesa con le sue statue e gli angioletti pro-pedofili.
    Tornando serio mi chiedo cosa ci stiano a fare articoli simili su un giornale con quel titolo.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  5. #1555
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    eh l'itaglia : bisognerebbe farci i conti. padiott fa de cunt. (si prega di non leggere alla british)

  6. #1556
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    11 Febbraio 2014

    Il ricordo celebrato all’ombra del tricolore, la bandiera delle nefandezze


    di GILBERTO ONETO



    La cosiddetta Giornata del Ricordo è una occasione sprecata.
    Avrebbe potuto essere un sereno momento di rivisitazione della più recente vicenda italiana, di dibattito documentato su tutta una serie di episodi controversi, negati o travisati su cui la storia ufficiale si è esercitata nei più acrobatici esercizi di ipocrisia e di menzogna. La cosa è nata dalla commemorazione delle vittime della violenza titina ma avrebbe dovuto essere la migliore occasione per pensare a tutte le vittime dirette o indirette degli scontri ideologici e nazionalistici dell’ultimo secolo e mezzo: non solo esuli e infoibati, ma i liquidati dopo la seconda guerra mondiale, i massacrati durante la prima, le vittime del colonialismo e dell’imperialismo italiano, gli ammazzati dallo Stato, gli insorgenti meridionali e tutti quelli che sono stati imprigionati e uccisi per essersi opposti all’unificazione savoiarda e massonica. La storia che viene insegnata nelle scuole italiane è una sequela di menzogne, ipocrisie, negazioni e ingiustizie culturali. La Giornata del Ricordo avrebbe potuto essere la più bella occasione per spezzare l’odioso paravento della retorica, della censura e del trombonismo propagandistico.
    Niente di tutto questo. Essa è diventata il peggior esercizio del peggior conformismo di potere. Si continua con le esagerazioni e le forzature sulle vicende istriane, si continua ad alimentare il fuoco perverso del nazionalismo italiano come sempre condito di panzane, vittimismo e necrofilia.
    Viene ancora una volta fatta violenza alla correttezza storica ma anche alle povere vittime vere che sono strumentalizzate, inzaccherate da poltiglia tricolore, depredate del sacrosanto diritto alla verità e al rispetto che da essa deriva.
    Se si vuole ricordare l’oppressione nei confronti di una comunità culturale ed etnica, non si può ricorrere all’esodo istriano e dalmata (che è stato il risultato di uno scontro fra ideologie, nazionalismi fasulli e convenienze politiche) senza ricordare le vicende degli slavi “incorporati” nel Regno d’Italia, dei sudtirolesi e di tutti gli altri che sono stati rinchiusi nella gabbia tricolore. Il Ricordo deve coinvolgere tutte le vittime, dai soldati padani rimasti fedeli ai loro sovrani, ai combattenti meridionali, a tutti quelli che si sono ribellati ai soprusi dello Stato, che sono stati incarcerati e ammazzati, che sono stati costretti a emigrare, che sono stati macellati nelle trincee, in assurde spedizioni africane e balcaniche, e infine – e solo allora – anche i triestini, gli istriani e i dalmati sacrificati dall’Italia per maneggi davvero poco nobili. Il Ricordo deve coinvolgere nell’esecrazione tutti gli aguzzini, non solo le milizie titine o gli sgherri nazisti e fascisti, ma anche le brutalità dei partigiani, l’esercito italiano e tutte le sue propaggini repressive e violente dal bombardamento di Genova del 1848 fino all’assalto al campanile del 1997.
    In questi giorni si è celebrato il ricordo all’ombra del tricolore, proprio la bandiera in nome della quale tutte le nefandezze sono state commesse.

    Il ricordo celebrato all?ombra del tricolore, la bandiera delle nefandezze | L'Indipendenza



    Ultima modifica di Eridano; 11-02-14 alle 20:16
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  7. #1557
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    almeno Berlusconi non farà una patrimoniale da cento miliardi. (si spera)

  8. #1558
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Immigrazione, è criminale favorirla in un’area intasata come la Padania


    di GILBERTO ONETO



    Nei commenti al recente referendum svizzero sull’immigrazione
    è stato generalmente ignorato il dato “ambientale” che ha spinto molti ecologisti a votare a favore di un più rigido controllo degli ingressi sulla base di una giustificata preoccupazione per l’eccessiva pressione antropica sul territorio.
    La cosa rientra in un triste trend consolidato: quando si parla di economia, demografia e immigrazione si tende infatti a sottovalutare (se non a ignorare) un dato essenziale rappresentato dalla densità di popolazione e dal collegato indice di sostenibilità del territorio (carrying capacity) che indica quanta popolazione e quanta attività antropica può reggere un territorio prima di perdere ogni vitalità, e di perdere la capacità di rigenerare le proprie risorse vitali, cioè prima di collassare, morire e diventare una sterile piattaforma senza vita.
    All’interno dei confini dello Stato italiano ci sono 203 abitanti per chilometro quadrato: la media degli Stati dell’Unione Europea è 114. È già tanto. In Padania essi salgono a 228 (il doppio esatto della UE), un dato simile in Europa solo alla Gran Bretagna (228) e alla Germania (227), con la molto sostanziale differenza che le aree montane della Padania sono il 51,2% del totale, che sono quasi inesistenti nel Regno Unito e inferiori al 5% in Germania. La Lombardia ha 410 abitanti per chilometro quadrato, più dei due Stati europei che vengono sempre citati come esempio di altissima densità: il Belgio (362) e l’Olanda (402,9). La Lombardia ha il 43,3% del suo territorio montagnoso, il Belgio ha qualche ridente collinetta, l’Olanda neppure quella. Nella Provincia di Milano ci sono 1.952 abitanti al chilometro, in quella di Monza e Brianza 2.098, come nella Città del Vaticano. Ogni brianzolo ha a disposizione teorica un quadrato di 21,5 metri per 21,5 in cui deve metterci la propria quota parte di strade, posteggi, corsi e corpi d’acqua, edifici funzionali e discariche: quel che resta ha le dimensioni di una stanza, una cella in cui è recluso. Al mondo sono più affollate solo alcune aree metropolitane orientali, qualche città-staterello, Singapore e la striscia di Gaza. Si può tranquillamente affermare che la pianura padana sia una delle aree più densamente abitate del mondo, che il suo carico, già davvero pesante numericamente, è aggravato da una urbanistica inefficace, da edificazione disordinata e da vie di comunicazioni totalmente irrazionali. Insomma la capacità di sopportazione del territorio è al limite o lo ha già superato: in una situazione del genere è folle continuare a pianificare e realizzare insediamenti e a installare attività e altra popolazione.
    C’è troppa gente, ci sono troppe attività, ci sono troppi edifici da riscaldare d’inverno o refrigerare d’estate, ci sono troppi motori, ciminiere, sfiatatoi, discariche. C’è troppo di tutto su un territorio che è intasato e ai limiti del collasso. Con una densità del genere si fa inquinamento anche solo fumando sigarette o mangiando condimenti agliati, figuriamoci con automobili, caldaie e stabilimenti.
    In una situazione così non possono che essere ritenuti provvidenziali la crescita demografica e la ricollocazione della gente in aree meno affollate. È sicuramente suicida e criminale favorire l’immigrazione con la scusa di contrastare il decremento demografico e consentire ulteriori insediamenti.
    Il problema non è nuovo: per decenni la materia urbanistica è stata regolata da una legge del 1942 che prevede al suo primo articolo che si debba «favorire il disurbanamento e frenare la tendenza all’urbanesimo». Mai legge è stata più disattesa nella forma e nei contenuti.
    Invece di pensare seriamente a disintasare le aree più compromesse, a distribuire più razionalmente persone e attività sul territorio, a lavorare sulla viabilità e sulle comunicazioni, a rendere insomma migliore la vita di tutti gli abitanti facendo largo uso di buon senso e tecnologie, oggi qualche bello spirito ha seriamente favoleggiato anni fa di creare a Milano case per due milioni di persone e qualcuno lo ha preso anche sul serio.
    Il vero problema sta nel numero di abitanti e nei criteri di distribuzione sul territorio, e cioè nella pianificazione urbanistica.
    In ogni caso è essenziale non intasare ulteriormente le zone più affollate e anche per questo è folle subire – o addirittura favorire . l’immigrazione, oltre a tutto di gente che ha scarsa coscienza ambientale, poca educazione alla civile convivenza e nessun legame con il territorio.


    Immigrazione, è criminale favorirla in un?area intasata come la Padania | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 14-02-14 alle 09:44
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #1559
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Immigrazione, è criminale favorirla in un’area intasata come la Padania


    di GILBERTO ONETO



    Nei commenti al recente referendum svizzero sull’immigrazione
    è stato generalmente ignorato il dato “ambientale” che ha spinto molti ecologisti a votare a favore di un più rigido controllo degli ingressi sulla base di una giustificata preoccupazione per l’eccessiva pressione antropica sul territorio.
    La cosa rientra in un triste trend consolidato: quando si parla di economia, demografia e immigrazione si tende infatti a sottovalutare (se non a ignorare) un dato essenziale rappresentato dalla densità di popolazione e dal collegato indice di sostenibilità del territorio (carrying capacity) che indica quanta popolazione e quanta attività antropica può reggere un territorio prima di perdere ogni vitalità, e di perdere la capacità di rigenerare le proprie risorse vitali, cioè prima di collassare, morire e diventare una sterile piattaforma senza vita.
    All’interno dei confini dello Stato italiano ci sono 203 abitanti per chilometro quadrato: la media degli Stati dell’Unione Europea è 114. È già tanto. In Padania essi salgono a 228 (il doppio esatto della UE), un dato simile in Europa solo alla Gran Bretagna (228) e alla Germania (227), con la molto sostanziale differenza che le aree montane della Padania sono il 51,2% del totale, che sono quasi inesistenti nel Regno Unito e inferiori al 5% in Germania. La Lombardia ha 410 abitanti per chilometro quadrato, più dei due Stati europei che vengono sempre citati come esempio di altissima densità: il Belgio (362) e l’Olanda (402,9). La Lombardia ha il 43,3% del suo territorio montagnoso, il Belgio ha qualche ridente collinetta, l’Olanda neppure quella. Nella Provincia di Milano ci sono 1.952 abitanti al chilometro, in quella di Monza e Brianza 2.098, come nella Città del Vaticano. Ogni brianzolo ha a disposizione teorica un quadrato di 21,5 metri per 21,5 in cui deve metterci la propria quota parte di strade, posteggi, corsi e corpi d’acqua, edifici funzionali e discariche: quel che resta ha le dimensioni di una stanza, una cella in cui è recluso. Al mondo sono più affollate solo alcune aree metropolitane orientali, qualche città-staterello, Singapore e la striscia di Gaza. Si può tranquillamente affermare che la pianura padana sia una delle aree più densamente abitate del mondo, che il suo carico, già davvero pesante numericamente, è aggravato da una urbanistica inefficace, da edificazione disordinata e da vie di comunicazioni totalmente irrazionali. Insomma la capacità di sopportazione del territorio è al limite o lo ha già superato: in una situazione del genere è folle continuare a pianificare e realizzare insediamenti e a installare attività e altra popolazione.
    C’è troppa gente, ci sono troppe attività, ci sono troppi edifici da riscaldare d’inverno o refrigerare d’estate, ci sono troppi motori, ciminiere, sfiatatoi, discariche. C’è troppo di tutto su un territorio che è intasato e ai limiti del collasso. Con una densità del genere si fa inquinamento anche solo fumando sigarette o mangiando condimenti agliati, figuriamoci con automobili, caldaie e stabilimenti.
    In una situazione così non possono che essere ritenuti provvidenziali la crescita demografica e la ricollocazione della gente in aree meno affollate. È sicuramente suicida e criminale favorire l’immigrazione con la scusa di contrastare il decremento demografico e consentire ulteriori insediamenti.
    Il problema non è nuovo: per decenni la materia urbanistica è stata regolata da una legge del 1942 che prevede al suo primo articolo che si debba «favorire il disurbanamento e frenare la tendenza all’urbanesimo». Mai legge è stata più disattesa nella forma e nei contenuti.
    Invece di pensare seriamente a disintasare le aree più compromesse, a distribuire più razionalmente persone e attività sul territorio, a lavorare sulla viabilità e sulle comunicazioni, a rendere insomma migliore la vita di tutti gli abitanti facendo largo uso di buon senso e tecnologie, oggi qualche bello spirito ha seriamente favoleggiato anni fa di creare a Milano case per due milioni di persone e qualcuno lo ha preso anche sul serio.
    Il vero problema sta nel numero di abitanti e nei criteri di distribuzione sul territorio, e cioè nella pianificazione urbanistica.
    In ogni caso è essenziale non intasare ulteriormente le zone più affollate e anche per questo è folle subire – o addirittura favorire . l’immigrazione, oltre a tutto di gente che ha scarsa coscienza ambientale, poca educazione alla civile convivenza e nessun legame con il territorio.


    Immigrazione, è criminale favorirla in un?area intasata come la Padania | L'Indipendenza
    Il mio paese lo stanno riempendo all'inverosimile di terrons e non bianchi. Quando sono al supermercato non mi sembrano umani, ma orchi ...
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  10. #1560
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    E' così ovunque.
    Al nord, intendo.

    Quanto all'articolo non mi sembra una gran scoperta dire che quanto è accade è criminale.
    Ma non per l'ambiente, bensì per il crimine, decisamente superiore, della volontà di cancellazione dei nostri popoli.
    Kalergi penso venga prima dei problemi ambientali.
    Ultima modifica di ventunsettembre; 14-02-14 alle 11:06
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
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