bisogna che lo stato idaglione impari dalla mafia : la mafia non spreca.


bisogna che lo stato idaglione impari dalla mafia : la mafia non spreca.


QUESTO STATO SCHIFEZZA SA INVENTARE SOLO TASSE
di GILBERTO ONETO
Sui libri di educazione civica si dice che le tasse sono il contributo che i cittadini devono dare per il funzionamento della comunità, sono – sia pur in forma generalizzata – il pagamento per servizi che ricevono. Il pagamento di uno specifico servizio o impresa si chiama tassa di scopo.
Quando è stato istituito, il canone Rai somigliava a una tassa di scopo, si pagava per avere un servizio definito. Quando è nata la televisione, si pagava il canone per poter usufruire delle trasmissioni che la Rai, in forma monopolistica, offriva. Quando a trasmettere si sono messi in tanti, la cosa ha cominciato a zoppicare: la Rai ha allora sostenuto che il canone doveva servire a pagare un servizio “culturale” e di informazione che i privati non erano in grado di dare. Inoltre, si diceva, i privati vivono sulla pubblicità. In realtà anche la Rai si è gettata a capofitto nel raccogliere soldi dalla pubblicità, a interrompere le trasmissioni con spot, a inondare le trasmissioni di reclame. E, soprattutto, a sostenere la concorrenza dei privati al ribasso, facendo trasmissioni sempre più becere, in una frenetica rincorsa al peggio. Incassato con nonchalance il voto popolare al referendum sulla privatizzazione, la Rai non solo non è stata venduta, neppure si è messa a produrre spettacoli di qualità, ma si è inventata la tassa sul possesso dell’apparecchio. Pagare una tassa per qualcosa che è già tassato all’acquisto, solo per il fatto di detenerlo è una schifezza che contrasta con tutti i principi di equità: si paga per qualcosa che si ha (che si è regolarmente pagato) e non per qualcosa che si riceve. É come pagare l’affitto di una casa che è di nostra proprietà, proprio come l’Ici, l’Imu e tutti gli altri balzelli sulla casa di abitazione, che infatti sono delle grosse schifezze.
Identica porcheria è stata escogitata per i veicoli: non più una tassa di circolazione (teoricamente per l’utilizzo dello spazio pubblico) ma di possesso.
Adesso non basta più neppure questo, si sono inventati la tassa sulla detenzione di qualsiasi strumento in grado di ricevere una trasmissione televisiva, che è come dire che si tassa qualsiasi apparecchio telefonico, ipad, computer, schermo, qualsiasi diavoleria tecnologica abbia un visore, cioè praticamente tutto, compresi videocitofoni e telecamere di sorveglianza. La Rai farebbe prima a chiedere il canone a tutti i cittadini indistintamente e applicare un bollo sulla fronte come si fa con la vignetta autostradale in Svizzera: una patacca ogni anno, bene in vista per la Finanza.
Insomma lo Stato italiano si è inventato una fattispecie inusitata: il balzello su uno strumento per usufruire di un servizio offerto da altri, una sorta di tassa per la prestazione di terzi. La cosa apre scenari interessanti: far pagare le posate per poter mangiare al ristorante, far pagare gli auricolari per ascoltare la musica, far pagare l’uso delle finestre da cui si guardano gli altri passeggiare, e via creando. Ma ha fatto anche di meglio: la tassa sulla somiglianza, su qualsiasi cosa somigli e faccia – almeno in parte – il servizio di una televisione. Ci aspettiamo che l’Imu venga, in coerenza, applicata anche a tende, roulotte, camper e ogni tipo di ricovero dove si può abitare o dormire come in una casa. I barboni abitano scatole di cartone o dormono sotto i ponti: Equitalia emetterà una cartella anche per questi ambienti, non necessariamente accatastati.
La vicenda viene – a ulteriore sberleffo per i contribuenti – in un momento in cui la Rai produce schifezze senza limite e paga compensi e cachet da nababbi a torme di guitti e ballerine: chiamiamola “Tassa Celentano”.
21 Febbraio 2012
QUESTO STATO SCHIFEZZA SA INVENTARE SOLO TASSE | L'Indipendenza
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


L’ARTE DI ROMA: FARSI MANTENERE E GABBARE GLI ALTRI
di GILBERTO ONETO
«Roma, città parassitaria di affittacamere, di lustrascarpe, di prostitute, di preti e di burocrati, Roma – città senza proletariato degno di questo nome – non è il centro della vita politica nazionale, ma sibbene il centro e il focolare d’infezione della vita politica nazionale (…). Basta, dunque, con lo stupido pregiudizio unitario per cui tutto, tutto, tutto dev’essere concentrato in Roma – in questa enorme città-vampiro che succhia il miglior sangue della nazione». Questo scriveva il ventisettenne Benito Mussolini prima di rinciulirsi, di diventare il Duce-Dux, l’inventore di Roma-Doma, prima di farsi corrompere – come tanti padani prima e, soprattutto, dopo di lui – dall’aria mefitica di un impero di cartapesta. Dedichiamo queste parole al sindaco-podestà Alemanno, che con Mussolini ha avuto (neppur tanto) giovanili frequentazioni e alla governatrice-proconsole Polverini, anche lei baciata dal “sole che sorge libero e giocondo”. A loro, che si sono offesi per l’onta di non essere stati candidati a ospitare l’Olimpiade, proprio nei giorni in cui tre o quattro centimetri di neve mettono in crisi le “quadrate legioni” e salta fuori la poco encomiabile vicenda del Pronto soccorso. Una città che tratta i propri malati peggio di Calcutta, che non riesce a tenere puliti i marciapiedi, vuole organizzare le Olimpiadi! Le sole competizioni sportive che gli amministratori romani possono organizzare sono le gimcane delle auto blu, il salto a ostacoli delle poltrone, il lancio dei coltelli alla schiena, fare a chi la spara più grossa, il campionato di trangugiamento di coda alla vaccinara, la maratona dello spreco dei soldi altrui.
Una specialità, quest’ultima, in cui Roma politica eccelle da millenni, dal parassitismo sanguinario del “panem et circenses”, alla Grande Babilonia di Lutero, fino alla “capitale corrotta, nazione infetta” della Repubblica italiana, al buco nero mangiasoldi di sempre. Altro che “Roma caput mundi”, “Roma-Amor”, “SPQR” e altre asinate del genere: la Roma politica è il più purulento foruncolo della storia, che si nutre delle risorse e del sangue degli altri e che ammorba per primi i suoi cittadini per bene e poi ovunque i suoi miasmi riescano ad arrivare: oggi sicuramente in tutto il territorio occupato dallo Stato italiano. Una influenza meno estesa che in passato, ma per questo più concentrata e pestifera.
Non possono neppure nascondersi dietro la scusa della mancanza di fondi: Roma è la città più foraggiata e mantenuta del mondo. Non c’è uno solo dei suoi monumenti insigni che non sia stato costruito con denaro proveniente da qualche altra parte e – con l’eccezione di Bernini e pochissimi altri – da gente venuta da fuori. Perciò per la nevicata non è stato un problema di mancanza di soldi per gli spalaneve, e oggi non è un problema di fondi quello che impedisce alla sanità romana di trattare i propri malati come esseri umani e non come candidati alla Rupe Tarpea.
Romacapitale riceve montagne di quattrini per via “ordinaria” e straordinaria: ci sarebbero risorse per mettere le serpentine elettriche sotto tutte le strade e per curare i malati in alberghi a cinque stelle, ma evidentemente qualcosa non funziona. La spesa sanitaria pro capite della Lombardia è di circa 1.750 Euro l’anno, quella del Lazio circa 2.000, la Lombardia ha un attivo di circa 30 milioni, il Lazio un passivo di un miliardo e 300 milioni. Però ha la gente accatastata nel Pronto (minga tròp) Soccorso: i lazzaretti più vergognosi e costosi del mondo intero. Fa anche una certa impressione che l’ospedale oggi incriminato sia dedicato a Umberto I, che la storia patria ricorda come il “re buono”, quello che da Roma aveva mandato il fido Bava Beccaris a sparare sui cittadini inermi milanesi, stufi di pagare tasse allo Stato italiano. “Tout se tient”, direbbero maliziosamente i francesi. É una vecchia storia, con una novità post-moderna: nel passato imperatori e pontefici “raggranellavano” soldi in giro, se li mangiavano ma costruivano anche monumenti e opere d’arte di valore, questi prendono e sprecano, e basta. Non fanno più bella la città, ma solo un grande rabelotto sporco, disordinato e rumoroso. Non riescono neanche a far vivere meglio i loro concittadini.
Sere fa dalla Gruber, con una certa improntitudine, la Polverini ha affermato che il Lazio ha un residuo fiscale positivo (nel senso che da all’Italia più di quanto riceve) e che il Pil regionale è fra i più alti. Sul residuo fiscale ha detto una palla strepitosa: ogni cittadino laziale riceve dallo Stato 1.430 Euro in più di quanto versi ogni anno. Il suo reddito pro capite è il più alto delle regioni meridionali ma è inferiore a quello di tutte le regioni padane. Ha sostenuto l’impavida governatrice che il Lazio paga il 17,02% di tutte le tasse, seconda solo alla Lombardia. Nessuno in studio ha però ricordato che il gettito fiscale laziale e romano è in gran parte costituito dal fatto che nella capitale hanno sede tutte le grandi aziende nazionali, statali e para-statali che producono altrove e pagano le imposte a Roma. Questo è documentato – ad esempio – dalla differenza fra i dati Ires e Irap rispetto a quelli dell’Irpef, per i quali il Lazio è nuovamente dietro a tutte le regioni padane.
Non solo, nella regione si concentra un numero impressionante di pubblici dipendenti (76 ogni mille abitanti, contro i 44 della Lombardia), molti dei quali rivestono posizioni molto profumatamente pagate: non si può confondere chi produce con chi prende, chi costruisce ricchezza con chi usufruisce della ricchezza prodotta dagli altri e ci guazza dentro.
Insomma: padani cornuti e mazziati! Questa è però l’evidente forza storica di Roma: farsi mantenere e far sentire in colpa chi la mantiene perché non la fa vivere ancora più agiatamente.
Indipendenza!
22 Febbraio 2012
L’ARTE DI ROMA: FARSI MANTENERE E GABBARE GLI ALTRI | L'Indipendenza
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


qui Gilberto ha dato il meglio di se
giù il cappello


Ultima modifica di Wolf; 22-02-12 alle 13:39


Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Noto con piacere che non parla solo del nord, peccato però non abbaia la divisione delle notizie per aree geografiche.
Dannato Barone Rosso.


PROPOSTA: RIFORMA ELETTORALE ATTENTA ALLE AUTONOMIE
di GILBERTO ONETO
Tutti i partitanti parlano di nuova legge elettorale. I cittadini non ci capiscono più nulla e hanno una sola certezza: che a Roma non stanno lavorando per fare una buona legge per risolvere i problemi di rappresentatività e democrazia ma solo cercando un marchingegno normativo per garantirsi il potere, tutti assieme come casta, con qualche differenza a seconda delle convenienze contingenti dei singoli partiti.
É qualcosa che avviene sopra la testa della gente, nel chiuso dei palazzi, all’interno di conventicole e logge. I cittadini, che dovrebbero essere i veri attori di tutte le riforme, e di questa in special modo, vengono tenuti all’oscuro. Un giorno salterà fuori un coniglio dal cappello (anzi, dalla coppola), frutto di ignobili compromessi, e ci diranno che è la migliore delle leggi elettorali possibili. Almeno fino al prossimo ripensamento.
Proviamo invece a fare partire proposte e confronti dal basso. Proviamo a ipotizzare delle leggi da discutere liberamente e democraticamente e poi esporle, senza la pelosa mediazione dei partitanti.
Partiamo dagli obiettivi di base: una legge elettorale deve consentire la massima rappresentatività della volontà popolare. A questo principio basilare si possono aggiungere due necessità specifiche dell’attuale condizione italiana: serve differenziare la Camera dal Senato (e spezzare il circolo vizioso del bicameralismo perfetto), serve diminuire il numero degli eletti, serve assicurare un minimo di governabilità.
Oggi le due Camere sono elette con sistemi molto simili e danno perciò risultati analoghi. Affrontiamo con coraggio l’obiettivo di rendere molto diversi i principi di rappresentanza e di collegarli ai due pilastri portanti di ogni comunità: il numero di cittadini e il loro apporto al bene comune.
Si potrebbe ipotizzare di fare eleggere la Camera dei Deputati sulla base del numero degli abitanti e il Senato sul Pil prodotto dal territorio.
Resterebbe il sacrosanto principio del suffragio universale ma si costruirebbero due assemblee basate su sistemi di rappresentanza diversi, dando – in particolare – l’importanza che merita al contributo delle comunità al bene comune. Non si tratta di un voto per censo, che contrasterebbe con l’uguaglianza politica dei cittadini, ma del riconoscimento del rapporto tassazione-rappresentanza, una sorta di estensione derivata dal principio “no taxation without representation”, coniugato sul giusto riconoscimento che chi più paga in tasse debba avere più voce in capitolo nella loro gestione, niente di diverso dai millesimi delle assemblee di condominio e dalle azioni di quelle societarie.
La cosa potrebbe avvenire così: stabilito il numero dei senatori in 150, li si attribuisce alle regioni (o ad accorpamenti di regioni) sulla base del Pil reale calcolato sulla media degli ultimi cinque anni. Le regioni sarebbero così rappresentate non in base al numero dei loro abitanti (e cioè alla loro grandezza demografica) ma in virtù della loro produttività e tassazione. Dal computo del Pil dovrebbero essere esclusi tutti i redditi derivanti dal pubblico impiego. Non deve scandalizzare se regioni diverse saranno rappresentate in maniera diseguale dal momento che esistono già oggi casi di provata democrazia dove questo avviene: al Senato americano tutti gli Stati hanno due rappresentanti nonostante le dimensioni della popolazione. Si dovrà naturalmente assicurare alle Regioni più piccole la rappresentanza minima.
Ogni Regione dovrà liberamente decidere il sistema elettorale con cui eleggere i propri senatori.
Per la Camera invece i deputati vengono designati in proporzione al numero dei voti: un eletto ogni 100.000 voti effettivamente espressi. Questo significa che l’astensione sarà in qualche modo rappresentata e visualizzata dai banchi vuoti nell’Aula.
Il voto è rigidamente proporzionale, con la possibilità di esprimere più preferenze (ci sono tutte le possibilità di evitare brogli) e hanno rappresentanza i partiti che hanno raggiunto almeno 100.000 voti su base nazionale. Viene eletto chi ha più preferenze all’interno di una distribuzione di seggi calcolata sui quorum pieni e sulle frazioni recuperate a scala nazionale.
A garantire la governabilità, il Premier indicato dal partito o dalla coalizione vincente che abbia raggiunto almeno il 40% dei voti espressi, riceve un “bonus” di voti assembleari che gli consentono di arrivare al 55% e che è collegato alla sua persona (cioè il suo voto vale il “bonus”) e che dura fino a che i parlamentari “veri” della sua parte gli assicurano la fiducia. In caso di fine di una maggioranza, il “bonus” scompare e tutti tornano a contare solo per il potere che hanno ricevuto dagli elettori.
Il sistema qui schematizzato raggiunge alcuni obiettivi: 1) consente la presenza in Parlamento di tutti i gruppi e le opinioni (per presentare una lista bastano 100 firme da un notaio accompagnate da un congruo deposito cauzionale) anche ampiamente minoritarie e la nascita di nuovi movimenti; 2) dimezza il numero dei parlamentari: 150 al Senato e circa 300 (con gli attuali livelli di astensione) alla Camera; 3) consente di offrire alla coalizione vincente un solido margine di maggioranza senza aumentare il numero dei parlamentari; 4) differenzia nettamente le due Camere, cui dovranno di conseguenza essere anche affidati compiti e competenze diversi.
Questa è una proposta concreta che è molto attenta alle istanze autonomiste e territorialiste.
Discutiamone.
23 Febbraio 2012
PROPOSTA: RIFORMA ELETTORALE ATTENTA ALLE AUTONOMIE | L'Indipendenza
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


ma figurati, caro Gilberto ...


quante belle teorie da proporre ...a chi? al popolo? al governo? alle commissioni? ai dibattiti da bocciofila di periferia?...a chi???
Facciamola finita con le chiacchiere e cominciamo a costruire delle belle ghigliottine a vapore.....(cento teste al colpo!!!!!!)
ciao
vb