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Discussione: l'Indipendensa

  1. #251
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Sud/1: un Meridione bello, ricco e progredito. Peccato non sia vero
    di ROMANO BRACALINI

    Quando nel 1900 Francesco Saverio Nitti, politico e scrittore meridionale, pubblicò il libro “Nord e Sud”, ovviamente per difendere il “povero” Sud e vantarne gli inesistenti primati, Gaetano Salvemini, pugliese, dopo averlo letto, esclamò da par suo: ”Non mi meraviglierei se Nitti, da buon meridionale, avesse falsificato le cifre”. E’ una tentazione ricorrente nei paladini del Sud e specie nel redivivo movimento neoborbonico. I lettori dell’Indipendenza ne hanno avuto un recente saggio. E tuttavia benché al Sud sia tradizione abbandonarsi al piagnisteo e dare sempre la colpa agli altri, non sono mancati meridionalisti e storici di vaglia, come appunto Gaetano Salvemini, Giustino Fortunato, Rosario Romeo, Arturo Labriola e altri, che alla manipolazione delle cifre hanno sempre preferito la fredda e obiettiva rappresentazione dei fatti ed è a questi studiosi onesti che ho sempre fatto riferimento nei miei lavori, anche nel mio ultimo libro “Brandelli d’Italia”, edito da Rubbettino.
    Al momento dell’unità nel Mezzogiorno restavano le vestigia del feudalesimo. La società era immutabile. Giustino Fortunato dice che nessuno immaginava che mezza Italia, dal Lazio e dagli Abruzzi in giù, poco difforme dalla Turchia, ad essa così prossima, sarebbe stata come un vaso di coccio accanto a uno di ferro. Aggiunge, nel suo epistolario pubblicato da Laterza, che da un luogo all’altro si andava a dorso di mulo come nei secoli passati. Nel settentrione, le strutture sociali e l’atmosfera culturale dell’epoca comunale avevano sviluppato legami “orizzontali” e favorito la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e il senso civico diffuso. Nel meridione, invece la “frattura” tra governo e popolo, risalente alla monarchia feudale normanna, si era allargata durante tutta l’epoca moderna e i rapporti sociali si erano sviluppati sull’asse “verticale” dei privilegi, delle clientele, dei favori. Non governano i più capaci e meritevoli, ma quelli che danno maggiori garanzie di fedeltà al sovrano. Il senso civico latita, perché il risentimento meridionale si esercita nel danneggiare il bene pubblico che essendo pubblico non è di nessuno. Provate a visitare un giardino pubblico al Sud. Se trovate una panchina intatta, è un miracolo. Le città meridionali sono ancora oggi disordinate e sporche. E’ il paesaggio medesimo che testimonia della educazione civica di un popolo. Dal 1504 al 1860, l’Italia meridionale passò dal dominio spagnolo a quello dei Borboni i quali con un sistema d’arbitrio e di corruzione diffusero la convinzione che si potessero conseguire incarichi e onori solo con la furbizia, l’inganno, la piaggeria. Al Sud la mentalità non è cambiata.
    Quanto a un Sud industrializzato, basta lo studio accreditato dell storico Pasquale Villani a confutare il quadro d’ottimismo. Nel 1811 il 90% della popolazione del regno di Napoli era classificata “povera, indigente, ai livelli minimi di sussistenza”. Non c’era borghesia moderna, la società era divisa come nel Medio Evo in nobili, latifondisti e plebe analfabeta. L’agricoltura era primitiva. Non strade, non porti degni del nome, sui fiumi spesso in piena non vi erano ponti, non utilizzo delle poche acque del regno. Agli emissari del re sabaudo parve d’essere arrivati in un altro mondo. Si impose subito una scelta di vita. Fortunato dice che senza l’unità il Mezzogiorno sarebbe diventato un paese balcanico. C’è riuscito senza sforzo, nonostante la forza trainante del Nord. Al Sud, la grande industria manifatturiera non era quasi sorta. Ad eccezione di una piccola zona industriale intorno a Napoli (Poggioreale), degli stabilimenti della valle dell’Irno e del Liri, di piccole industrie alimentari (maccheroni) e tessili prevalentemente in Campania, delle ferriere in Calabria (alimentate a legna), non vi era traccia di opifici moderni, e ciò per difetto di capitali, mancanza di iniziativa individuale, scarsezza di strade rotabili e di ferrovie. In tutto il Sud, fino al 1860, c’erano solo 90 chilometri di ferrovie, contro i 1800 chilometri del Nord.
    Quando al Nord si venne a conoscenza di queste misere condizioni, i più espressero la convinzione che era meglio abbandonare il Mezzogiorno al suo destino. Il Nord pagava più tasse, il Sud consumava più di quanto producesse. Il divario pareva insormontabile. Il progresso economico e industriale del Nord poteva essere paragonabile a quello dell’Inghilterra, della Francia, della Germania; lo sviluppo delle regioni meridionali era paragonabile a quello dell’Algeria dell’epoca. Metà della ricchezza nazionale, calcolata in 65 miliardi di lire, era prodotta nel Nord-Ovest il quale deteneva l’85 per cento dell’intero prodotto nazionale nei settori dell’industria e dei servizi. Quando nel 1861 il Sud insorse con le armi contro lo stato italiano, in quella che è stata chiamata “guerra al brigantaggio”, Massimo D’Azeglio dichiarò: ”Se non ci vogliono, peggio per loro, vuol dire che non ci porteremo dietro questa grossa e sdrucita barca dell’Italia meridionale”. Anche Salvemini era convinto che convenisse a entrambi, “nordici e sudici”, andare ciascuno per la propria strada.
    I meridionali dicono che la rovina del Sud furono i Savoia. Davvero? Allora come si spiega che nel 1946, nel referendum repubblica-monarchia, i meridionali compatti, dal Roma in giù, votarono Stella e Corona? Se non c’era il Centro-Nord, dalla Toscana in su, avevamo ancora “lu re”.

    11 Luglio 2012

    Sud/1: un Meridione bello, ricco e progredito. Peccato non sia vero | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #252
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Sud/2: l’unità è stata una fregatura, ma il risarcimento è eterno
    di GILBERTO ONETO

    Non c’è scampo. Bracalini scrive la sua opinione sulla questione meridionalee lo fa con l’arguzia e la competenza che si trova in tutti i suoi lavori e subito si scatena la Santa Pelasgica Inquisizione. Immediatamente esplodono il repertorio di complessi di inferiorità-superiorità, la permalosità mediterranea e la predisposizione per la retorica e il piagnisteo che da sempre guastano il Meridione.
    Credo di avere tutte le carte in regola per evitare di essere accusato di antimeridionalismo o di filosabaudismo. Ho sempre scritto e sostenuto che il Sud sia stato aggredito e occupato, depredato e umiliato e che l’unità d’Italia abbia fatto da quelle parti solo danni. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato autonomo che non aveva mai aggredito nessuno e si era sempre – per usare una espressione locale – “fatto i fatti suoi”: una encomiabile eccezione in un mondo manesco. Ciò nonostante è stato senza ragione attaccato in spregio a tutte le norme del vivere civile da una banda di sciagurati istigati, protetti e pagati da due Stati stranieri (Sardegna e Gran Bretagna) che a un certo punto sono intervenuti anche direttamente nella mascalzonata. Roba da Saddam Hussein con il Kuwait ma senza nessuna vera reazione da parte della comunità mondiale! Una vergogna insomma, una brutalità da cui è nato uno Stato farlocco, questurino, ladro e truffatore.
    Questo basta e avanza per condannare quegli avvenimenti! Non occorre inventarsi delle balle. Non serve favoleggiare di un Meridione ricchissimo, di una Shangri-la mediterranea che non è mai esistita. Il Regno non era certo la “negazione di Dio” di Gladstone ma neppure il paradiso terrestre che molti meridionalisti oggi rimpiangono. Si sentono colossali panzane sulla “terza potenza industriale del mondo”, su finanze e produzioni che sono il frutto di invenzioni di gente troppo innamorata della sua terra, o di abili contraffattori di verità, come quel Nitti spesso citato, lo stesso che Rapagnetta-D’Annunzio chiamava Cagoja in uno scambio di galanteria fra conterranei.
    Amici meridionali, non serve che vi inventiate queste balossate per sottolineare l’ingiustizia di cui il vostro Paese è stato vittima. L’annessione è stata una carognata indipendentemente dalle condizioni in cui si trovava il Regno. Tutti i viaggiatori e i cronisti del tempo – anche in questo ha ragione da vendere Bracalini – ce lo descrivono però come un posto bello ma malandato, povero, insicuro e primitivo. Ma – ripeto – questo non dava diritto a nessuno di intervenire.
    Basta la verità storica per affermare che si è trattato di una vigliaccata. Ricamare attorno a colorate fantasie è oltre a tutto pericoloso. Perché – verrebbe allora da chiedere – un Regno così felice e prospero è crollato per la bravata di 1.089 bisavoli dei ragazzi del Centri Sociali? Perché una tale meraviglia si è sfaldata come un castello di carte davanti a una masnada sgangherata di tagliaborse o anche all’esercito sardo che – Custoza insegna – non era certo una temibile macchina da guerra? Se tutto era così perfetto come si spiegano i tradimenti sistematici, la corruzione dei comandi militari, lo strapotere patriottico di mafie e camorre sul territorio? Vanto il merito di essere stato uno di quelli che hanno sottolineato la portata di “guerra nazionale” del cosiddetto Brigantaggio, però non posso non ricordare come assieme a fior di patrioti ci fossero robuste masnade di tagliagole, di gente che era spinta da “altri ideali”. É inevitabile che in ogni lotta di resistenza ci siano cospicue componenti “deviate” (non si sono salvati né Chouans né indipendentisti irlandesi) ma in Meridione si è ben più di una volta varcato il limite. Non solo: i peggiori e più sanguinari repressori della ribellione erano proprio meridionali.
    I primi anni dell’unità sono sicuramente stati più dannosi al Sud che al Nord ma poi la politica “risarcimentista” ha preso il sopravvento all’insegna del “ci avete voluti e adesso ci mantenete” che molti meridionali hanno applicato con scrupolo e precisione molto nordici. Come spiegare poi, cari amici meridionalisti, quella valanga di voti favorevoli agli odiati Savoia nel 1946? Il 76,5% di voti per la monarchia subalpina e arraffatrice in Campania da dove saltano fuori?
    Oggi siamo tutti d’accordo che l’unità sia stata una fregatura, un matrimonio forzato e mal riuscito. In questi casi non c’è altra soluzione che una separazione consensuale, civile e pacifica. Alla norvegese, alla slovacca, per intenderci. É invece significativo che a volerla sia qui solo uno dei coniugi. Perché l’altro – che dice di essere sfruttato, maltrattato, ingiuriato e chi più ne ha più ne metta – insiste nel mantenere il legame. C’è qualcosa che non quadra. È troppo comodo oggi venire a dire che essendo stati (forse e un po’) sfruttati in passato oggi si deve essere risarciti. Viene il sospetto che la condizione di “continuo risarcimento” sia di grande soddisfazione anche per taluni accesi meridionalisti. Se si ritiene di essere maltrattati non si insiste nel condividere la stessa casa con il maltrattatore. Dividiamoci da buoni amici, così senza altre formalità. Invece si cerca di procrastinare l’inevitabile. Non è elegante che tutto questo straordinario patrimonio di cultura che viene vantato si riduca a cercare di arraffare ancora qualche anno di residuo fiscale. Federco II che chiede di prolungare il bakshish? Siamo seri. Qualcuno di voi vuole fare i conti di questi 150 anni? Siete sicuri che vi convenga?
    Gaetano Salvemini – un meridionalista galantuomo che molti di noi hanno imparato a conoscere anche proprio grazie a Romano Bracalini – ha scritto: «Dal momento che tutti si lamentano, ciascuno stia a casa sua, e ognuno si tenga i propri quattrini e se li spenda come meglio crede». Questo è il solo vero principio di ogni autonomismo. Questo può essere la salvezza del Meridione. Sicuramente lo è della Padania.

    11 Luglio 2012

    Sud/2: l’unità è stata una fregatura, ma il risarcimento è eterno | L'Indipendenza
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  3. #253
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Giustino Fortunato dice che nessuno immaginava che mezza Italia, dal Lazio e dagli Abruzzi in giù, poco difforme dalla Turchia, ad essa così prossima.....
    Credo che il paragone Meridione Turchia sia azzeccatissimo.

    Per capire che questa gente spara balle a raffica basta leggere i post dei meridionali di questo forum.



  4. #254
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Quayag Visualizza Messaggio
    Credo che il paragone Meridione Turchia sia azzeccatissimo.

    Per capire che questa gente spara balle a raffica basta leggere i post dei meridionali di questo forum.
    Mai nominarli!
    Toccati!
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  5. #255
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Indignati per Napolitano spiato? Questa è l’Italia nata da un’ammucchiata
    di GILBERTO ONETO

    Tutto un gran casino attorno alle intercettazioni di Napolitano e alla vicenda dei contatti fra lo Stato e la mafia. Ma dove vivono le anime candide del patriottismo italiano? I cittadini normali sono spiati anche in camera da letto: numeri di codice fiscale, intercettazioni, segnalazioni bancarie, bankomat, telepass, telefonini, internet. Non c’è la più semplice azione che non finisca in qualche registrazione, dossier o cervellone (si fa per dire) tricolore. Tutto dentro a un appiccicoso “Echelon de noantri”, affollato da un esercito di brigadieri che cercano di stare dietro a uno tsunami di chiacchiericcio, in teoria orientati da parole chiave, nella pratica guidati dalle specifiche richieste dei magistrati. Perché dovrebbe sfuggire a questo trattamento il Primo cittadino d’Italia? La sorveglianza è compresa nei 239.181 Euro che prende l’anno e non contrasta neppure con certe pulsioni giovanili da Kgb che rallegrano il suo curriculum.
    Ma quello che davvero stupisce è lo sbalordimento che tanti patrioti dicono di provare davanti all’idea di collusioni fra la criminalità organizzata e il sacro feticcio dello Stato italiano. La cosa è frutto di rocciosa ipocrisia o di sublime ignoranza. Qualcuno finge di non sapere e altri – anime belle – proprio non sanno che il rapporto fra mafie e Italia è antico, è addirittura all’origine dello Stato unitario, e che ha percorso sicuro e sempre rinnovato i 150 e passa anni di storia che ci separano dalle radiose giornate risorgimentali. Mafia e camorra sono state fra le più solerti levatrici della nuova creatura, che non sarebbe nata senza il loro apporto di commozioni e azioni patriottiche. Garibaldi non sarebbe mai sbarcato, tranquillo come un turista, a Marsala senza la protezione della marina britannica ma neppure senza la “preparazione” dei picciotti di La Masa, Pilo, Crispi e Corrao (poi caduto – primo di una lunga serie – per dissapori fra Stato e mafia), non avrebbe mai preso Palermo senza l’amicizia dell’Onorata società, non sarebbe entrato a Napoli senza la preziosa alleanza della camorra e non avrebbe mai mantenuto il controllo della città senza l’apporto di centinaia di camorristi con fascia tricolore che hanno “mantenuto l’ordine”.
    Il sodalizio allora creato si è rafforzato col governo Crispi, con Giolitti e con tanti altri politici che hanno trovato nelle organizzazioni malavitose meridionali i più perfetti ed efficienti comitati elettorali in grado di creare e gestire consenso. Si sono avvalsi di questa straordinaria “professionalità” anche gli americani per avere una mano nel facilitare lo sbarco in Sicilia del 1943 e il successivo controllo del Meridione. La mafia è venuta bene anche per schiacciare l’indipendentismo siciliano. Non serve ricordare l’ininterrotta sequela di amicizie e familiarità (appena scalfita da qualche sgarro, processo o interferenza di magistrati scomodi) che ha accompagnato tutta la vicenda della prima e della seconda Repubblica. Naturalmente tutti questi patriottici servizi sono stati profumatamente pagati con la concessione di ampi territori di azione, con finanziamenti e trasferimenti di risorse al Sud, con appalti e regalie di ogni tipo. Nel secondo dopoguerra, quando il suffragio universale ha reso ancora più insostituibile la funzione di questi club di galantuomini nell’assicurare voti e maggioranze, il prezzo della collaborazione è cresciuto fino alla consegna anche delle regioni settentrionali all’interpretazione creativa della libertà di mercato di mafie, ‘ndranghete, camorre e di ogni altra ditta nata dallo straordinario spirito di iniziativa e di impresa di talune lande assolate.

    Se poi capita che lo Stato non rispetti i patti, è giusto che i suoi compari lo richiamino all’ordine con qualcuno dei loro fantasiosi metodi efficaci e qualche volta rumorosi. E cosa deve fare uno statista accorto se non porre fine agli screzi e riportare la concordia nella patriottica famiglia? Ma allora perché stupirsi dei contatti, degli accordi e degli abbracci? Questa è l’Italia! É nata da questo genere di amplessi e ammucchiate (non dimentichiamo massoneria e alta finanza) e non può che sopravvivere in questo modo. É l’Italia ragazzi! Se non ci piace, non indigniamoci che sia così, non sogniamo un’Italia diversa (che non può esistere), ma liberiamoci dall’Italia.

    18 Luglio 2012

    Indignati per Napolitano spiato? Questa è l’Italia nata da un’ammucchiata | L'Indipendenza
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  6. #256
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Secessione non fa rima con violenza: ecco gli esempi concreti
    di GILBERTO ONETO

    Fino a qui Maroni se l’è cavata benino nel ripulire Bellerio e nel cercare di riportare ordine. Dove ha cannato è nell’infelice uscita sulla “secessione che non può essere che violenta”. Se non è solo un lapsus (più interno-ministeriale che freudiano), è l’effetto di una confusione lessicale prima ancora che ideologica. Serve un po’ di chiarezza che innanzi tutto distingua con decisione gli obiettivi e i mezzi che si intendono (o possono) impiegare per raggiungerli.
    Autonomia e indipendenza sono degli obiettivi. L’autonomia è basata su uno schema variabile di suddivisione di poteri fra il governo centrale e gli enti territoriali. Essa può andare dalla poca autonomia che – ad esempio – lo Stato italiano concede oggi a Comuni, Province e Regioni, alla più ampia autonomia delle Province e Regioni a Statuto speciale, fino alla grande autonomia che Stati esteri (ad esempio, il Belgio o la Spagna) lasciano a talune Comunità territoriali. Se l’autonomia può essere intesa come una scala graduata su cui una lancetta indica le diverse condizioni di libertà, essa ha ai suoi estremi l’autonomia zero degli Stati super centralizzati e l’autonomia massima dell’indipendenza. Questa rappresenta infatti la posizione di fondo scala sul quadrante dell’autonomia: l’autonomia assoluta. Una comunità è del tutto indipendente quando non riconosce (e non ha) nessuna sovranità superiore o altre sovranità con cui condividere qualche potere. Come ha ribadito lo stesso Maroni, lo Statuto della Lega parla di “indipendenza” e non di “autonomia”: è perciò chiaro che si intenda la più totale autonomia e la cancellazione di ogni legame e sottomissione. L’idea di indipendenza implica perciò con incontestabile chiarezza il distacco dall’Italia.
    Si pone a questo punto la questione politica e lessicale degli strumenti da impiegare per raggiungere l’indipendenza.
    Si va da una azione graduale di devoluzione (passaggio di porzioni crescenti di potere dallo Stato centrale alle entità territoriali: la lancetta che si muove sul quadrante dell’autonomia) alla separazione più netta. Il tutto può essere acquisito con trattativa politica, con l’esercizio democratico del diritto di autodeterminazione o con una azione di forza. L’operazione può avvenire in virtù di una separazione consensuale, realizzata mediante un voto popolare (Norvegia) o per decisione parlamentare (Slovacchia). In realtà però la separazione avviene quasi sempre su iniziativa della parte che vuole andarsene perché è difficile che uno Stato rinunci a una parte del suo territorio di sua iniziativa. In tutti questi casi, chi vuole l’indipendenza (e la libertà) compie un atto di proclamazione unilaterale che si chiama secessione. Se succede che la manifestazione di volontà si trasformi in violenza non dipende da chi vuole la separazione ma da chi eventualmente cerca di impedirla.
    Nel 1991 quattordici Stati si sono staccati (proclamando unilateralmente l’indipendenza, e facendo perciò una secessione) dall’Unione Sovietica senza provocare alcuna azione o reazione violenta. La Cecenia ha tentato la stessa strada trovando invece una reazione durissima. La secessione slovena ha dovuto affrontare una reazione piuttosto blanda, quella croata una resistenza accanita (dovuta però più a problemi di confini che di sovranità), il Kossovo se ne è andato con una proclamazione del suo governo e con il riconoscimento internazionale. Analoga considerazione vale per il grande numero di nuovi Stati nati da liberazioni coloniali. La secessione delle tredici colonie americane dalla Gran Bretagna è avvenuta con una guerra; lo stesso è successo in Algeria, Kenia, Angola e in altre parti. La secessione indiana dall’Impero britannico è stata invece frutto di una azione la cui sostanziale non-violenza è divenuta proverbiale. La maggior parte delle ex colonie è però diventata indipendente in forma quasi totalmente pacifica. Insomma l’idea e la pratica della secessione non significa automaticamente un ricorso alla violenza. Tutto dipende dal grado di autoritarismo e di civiltà dello Stato da cui ci si vuole separare: la Danimarca non ha battuto ciglio per l’Islanda, mentre l’Indonesia ha fatto fuoco e fiamme per tenersi (senza riuscirci) Timor Est.
    Associare automaticamente l’idea di secessione a quella di violenza è sbagliato. Nel nostro caso si tratta di una maliziosa equazione che è accreditata dallo Stato italiano per togliere vigore alle legittime aspirazioni all’autodeterminazione. Si evocano i fantasmi delle guerre balcaniche (ma il Montenegro non se ne è andato senza che volasse un ceffone?) e le immagini – magari mediate dalla sottocultura hollywoodiana – della guerra di secessione americana. Attenzione: quella volta si era risposto a un atto legittimo e democratico con una reazione brutale e sanguinaria. I cattivi non erano i secessionisti ma quelli che hanno distrutto mezzo paese per imporre l’unità. Per fortuna non ci sono Grant e Sherman nello sterminato organico di generali di cui dispone il ministro Di Paola. Lo Stato italiano è gradasso e vile. Gradasso nel minacciare sfracelli ma vile di fronte a una presa di posizione ferma e decisa. Ma è anche ladro: e i ladri non rinunciano volentieri alla refurtiva, al pizzo e ai polli da spennare. Se si riferiva alla violenza con cui i ladri difendono il loro territorio, allora Maroni aveva ragione. Ma sarebbe bello che lo specificasse bene.

    20 Luglio 2012

    Secessione non fa rima con violenza: ecco gli esempi concreti | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  7. #257
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Oneto sbaglia di brutto. In italia ogni tentativo di indipendenza, o anche riassetto costituzionale, tendente a sfavorire il sud, sarebbe soffocato da una inaudita violenza. Si partirebbe dalle bombe, messe qua e la, in posti strategici, per finire con i carri armati per le strade se ce ne fosse bisogno.
    sklöpp & kanù

  8. #258
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Scarpon Visualizza Messaggio
    Oneto sbaglia di brutto. In italia ogni tentativo di indipendenza, o anche riassetto costituzionale, tendente a sfavorire il sud, sarebbe soffocato da una inaudita violenza. Si partirebbe dalle bombe, messe qua e la, in posti strategici, per finire con i carri armati per le strade se ce ne fosse bisogno.
    Sono d'accordo con te, a meno che non vi sia un'enorme supporto popolare, del genere di milioni di persone che occupano tutte le piazze delle loro città. Cosa difficile con il nostro popolo, che è troppo tranquillo.
    Altra possibilità è che questo Stato defunga, ma non avverrà a breve.

  9. #259
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Scarpon Visualizza Messaggio
    Oneto sbaglia di brutto. In italia ogni tentativo di indipendenza, o anche riassetto costituzionale, tendente a sfavorire il sud, sarebbe soffocato da una inaudita violenza. Si partirebbe dalle bombe, messe qua e la, in posti strategici, per finire con i carri armati per le strade se ce ne fosse bisogno.
    Oneto da aria ai denti, o alla penna, come preferisci.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  10. #260
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Scarpon Visualizza Messaggio
    Oneto sbaglia di brutto. In italia ogni tentativo di indipendenza, o anche riassetto costituzionale, tendente a sfavorire il sud, sarebbe soffocato da una inaudita violenza. Si partirebbe dalle bombe, messe qua e la, in posti strategici, per finire con i carri armati per le strade se ce ne fosse bisogno.
    No, Oneto non sbaglia; dipende da chi fa la secessione, da chi la rende operativa.

    Che i beoti non muoveranno un dito per manifestare ostilità allo stato italiano è vero, ma che la secessione non faccia rima sempre e comunque con violenza è vero.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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